Provo a scrivere parole
su cui posare il capo; viso
che cede al minimo gesto.
Non ha avuto terra la mia costola,
né occasioni di cospargersi
nel bianco dell' ultimo occhio.
Sono senza storia le mie ferite:
uno sguardo nel vuoto, l' altro
nel petto.
***
Mi somigli nei tagli delle mani,
lungo la linea della bocca,
nello spazio che ti rende vivo
e quello che ti strugge.
Piccolo corpo, sei, dentro il mio.
Quantità assoluta
di un bene mai provato.
Cordone,
anima, pancia.
Ancora di salvezza
senza nemmeno arrivare a fondo.
***
Voglio adottarmi intera,
imparare a tremare,
vedermi unita, mai più separata
un pezzo a destra, l' altro,
a sinistra - combattuta
pure di me stessa.
Accogliere la paura
fiorire in trasparenza,
voglio smettere di morire
un po' alla volta.
***
C' eravamo quasi.
Potevo scegliere un nome,
immaginare un volto,
sollevare in alto le pietre.
Stavo per trasformarmi
in madre - la tua.
Fatta di vetro,
in abito di carta; madre
come onda di fiume.
***
Esiste un tempo in cui la morte
abbraccia attenta pure i vivi.
Col passo levigato come marmo,
essa ci appartiene - ci è madre.
Lo sai. C'è stato un tempo in cui
anch'io avrei potuto esserlo.
Ti immagini, figlio caro,
con quali braccia, occhi,
gambe, cuore, lo sarei stata.
Patrizia Baglione da Madre che resta