Una grande carità è scesa verso la fame di esprimersi...
(...) Tu hai nel petto un garbuglio di cose che ronzano come un'arnia d'api al lavoro. S'apre uno spiraglio nell'arnia; il capo del verso, come un'ape d'oro appare, sull'orlo, fremente, sta per spiccare il volo e sdipanare il garbuglio dello sciame. E a un tratto, in quel deserto, appare un fiore giallo, a sinistra, lontano, poi un altro, e sembra vicino, ma è rosso, sulla destra. Sono apparizioni che sorprendono il poeta e che fantasticamente si replicano. Altro rosso, altro giallo, e un violento azzurro punteggiano il deserto: e sono parole che contengono un nesso segreto, quasi mostruoso, con quello che vuole il poeta, il suo discorso che ronza, lo sciame che vola. Quello che era intenzione della natura del discorso si eleva ad altra potenza correndo ad investire questi suggerimenti di colori ritmati che moltiplicano secondo il bisogno le loro apparizioni, le loro corrispondenze. E il discorso che era tutto dentro l'arnia, sta ormai sciamando a precipizio con l'ardente sua fame verso i richiami dei fiori che sbramano la sua passione di impossessarsi di una ragione sconosciuta.
Ogni fiore era una rima, e adesso capisco che ognuno di essi conteneva un potenziale che il poeta non inventava da sé, ma che rispondeva, come predisposto, alla supplica ardente di quella fame compressa. Chi ha assistito a questa vicenda di parole che s'appostano lontano a creare la danza ancora insospettabile della poesia rimata, sa benissimo che da solo non ce l'avrebbe fatta. Una grande carità è scesa verso la fame d'esprimersi che lo divorava. (...)
Carlo Betocchi da Diario della poesia e della rima
" Tutti gli innamorati sono in Dio " ( Alda Merini )
La fiamma che me intrò per li occhi al core consuma l'alma mia sì dolcemente che apena il mio morir per me si sente, tanto suave e infuso è quello ardore. Come colui che in sonno dolce more, morso d'aspe, e con l'occhio languente rifiuta il giorno, e la torbida mente senza alcun senso perde ogni vigore; così ancor io, del mio dolce veneno pasciuto, vo' mancando a poco a poco, né posso del mancar prender sospetto: ché, abenché io senta il spirto venir meno, non cerco per campar spegner il foco, per non spegner con seco il mio diletto. Matteo Maria Boiardo *** Pietà - Donna - per Dio, deh non più guerra! Non più guerra per Dio, ch'i mi t'arrendo: i' son quasi che morto, io iacio in terra, vinto mi chiamo e più non mi difendo. Legami, e in qual prigion tu vuoi mi serra, ché maggior gloria ti sarò vivendo: se temi ch'io non fugga, fa' un nodo della tua trezza e legami a tuo modo. Angelo Ambrogini detto il Poliziano *** Ecco il segno: s'innerva sul muro che s'indora: un frastaglio di palma bruciato dai barbagli dell'aurora. Il passo che proviene dalla serra sì lieve, non è felpato dalla neve, è ancora tua vita, sangue tuo nelle mie vene. Eugenio Montale *** Vieni, vieni da me, che già son vecchio, amore no, ma ombra d'amore fatta di mute cose quotidiane, viste di tetti, strade, di schiuse finestre da cui spiano gli amanti la venuta dell'amante, o d'invetriate malate, e procedere smunto di giornate penose, e pace ombrosa che ti perdi come si perde nel padule in volo fulminata la folaga che affoga e poche piume restano per l'aria: io sono la realtà che qui vacilla senza nemmeno un suo perché se tu non vieni - amore - ombra d'amore, o caro sonno, a darmi la tua requie. Carlo Betocchi *** Lo sguardo di una stella umida cade sul prato, la tempesta acre respira fra gli alberi animati, un soffio rade le vie, un inquieto profumo delira. Un corruccio fuggevole è passato sull'erba, una chiarezza verde esplosa vibra nel vento breve e ondulato l'aria veloce scivola e si posa. Sei tu, l'attesa non è stata vana. Sei venuta fin qui dove la pioggia affumica le piante e s'allontana, un'eco quieta dorme nella loggia. Ah, ma l'angoscia in me non è finita ! Mentre il cielo si fa tardo e non muta l'incubo ancora sei, sei tu perita in un luogo dell'anima e perduta. Mario Luzi *** Essenzialmente lei di lui delusa, non viceversa. E lui se lo crede, ne spia le notizie, conterebbe trovarsela oh chi si vede felice equivoco in una stessa camera d'albergo ma remotissimo, ciao come va puntando su un minimo d'emozione vent'anni dopo levarsi quel piccolo sfizio che avanza di tanta passione: tutto senza preamboli senza commento s'intende senza impegno soltanto per una sera. E lei niente da perdere di che andar fiera del vuoto futuro passato di che stupirlo nessuna sorpresa. Ma lei tutto previene:lui che modicamente lustro contende con la calvizie e l'epa e non più balbettando trionfa te lo dicevo. Niente da confessare che a lui non piaccia di lei finalmente ascoltare: così non gli nega la donna che basta a se stessa due lacrimette per salvargli la faccia. Giovanni Giudici Poeti Innamorati ( Da Guittone a Raboni ) a cura di Patrizia Valduga
Se non fossi stato figlio di Dio, t'avrei ancora per figlio mio...
VIA CRUCIS Solo calcai il torchio: con me non era nessuno: calcarono su di me tutti: inebriato quasi spreco di sangue in una rossa follia: solo il torchio calcai: liquido amore profuso in estremo furore: calcai il torchio, solo: solo a torchiare, solo a sprecare il sangue mio: tutto il mio Sangue sparso, tutto in me già arso dall' Immacolato Cuore di Maria: invisibile ardore, quaggiù: l'incomprensibile amore del Padre. Clemente Rebora da I Canti dell' infermità RADONITZA ( Annuncio della Pasqua ai morti ) Vento di primavera traslucido come spada: esilia dal sépalo affilato il boccio cremisi che ancora trema, come dall'anima lo spirito, il sangue dalla vena. L'inverno, occulto stelo che cullò le intenzioni, incubò le mortali esitazioni, falcia senza un grido; le psichiche vecchiezze recide dalla terribile vita. Pasqua d'incorruzione! Nel vento di primavera l'antica chiesa indivisa annuncia ai morti che indivisa è la vita: su lapidi d'ipogei posa i sepali che ancora tremano e al centro, al plesso, al cuore, là dov'è sepolto il Sole, là dov'è sepolto il Dono, il piccolo uomo cremisi dal perenne tornare, dell'umile, irriconoscibile trasmutato tornare. Pasqua che sciogli ogni pena! Cristina Campo da La Tigre assenza PASQUA DEI POVERI Forse per noi,che non abbiamo che pane, forse più bella è la tua Santa Pasqua, o Gesù nostro, e la tua mite frasca si spande, oliva, nelle stanze quadre. Povero il cielo e povere le stanze, Sabato Santo, il tuo chiarore ci abbaglia, e il nostro cuore fa una lenta maglia col cielo, che ne abbraccia le speranze. Semplice vita, alle nostre domande tu ci rispondi: Su, coraggio, andate! Noi t' ubbidiamo; e questa povertà non ha bisogno più d'altre vivande. Noi siamo tanti quanti alla campagna sono gli uccelli sulle mosse piante, cui sembra ancora che le parole sante giungan col vento e l'acqua che li bagna. A noi, non visti, nelle grigie stanze, miriadi in mezzo alla città che fuma, Sabato Santo, la tua luce illumina solo le mani - unica festa - stanche: a noi la pace che verrà, operosa già dentro il cuore e sulla mano sta, che ti prepara - o Pasqua - e che non ha che il solo pane per farti festosa. Carlo Betocchi da Tutte le poesie