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sabato 30 gennaio 2021

LA SORTE DEI CAPELLI



                                            Umberto Boccioni -  Donna che cuce, 1906



 

Di quella forza sono i tuoi capelli

che ha l'innocenza, l'ignota innocenza

quando ti si spartiscono in gemelli

flutti sul collo, e tu che resti senza


più età chini il capo al tuo lavoro

e fatichi occupata a non saperla

quella virtude antica, quel tuo solo

splendere che ti sta come una perla.


Giù pel breve rigagnolo del collo

il bianco inaridito alla radice

s'allarga fino al limite rotondo


della testa che il alto ti si addice;

io non so più di questo; io non violo

la sorte dei capelli, e ciò che dice.



                     Carlo  Betocchi   da    Tutte le poesie



giovedì 7 gennaio 2021

BETOCCHI POETA

 



                                          Ascoltate come gorgheggia, com'è fiero l'amore...




UN DOLCE POMERIGGIO D'INVERNO


Un dolce pomeriggio d'inverno, dolce

perché la luna non era più che una cosa

immutabile, non alba né tramonto, 

i miei pensieri svanirono come molte

farfalle, nei giardini pieni di rose

che vivono di là, fuori del mondo.


Come povere farfalle, come quelle

semplici di primavera che sugli orti

volano innumerevoli gialle e bianche,

ecco se ne andavan via leggiere e belle,

ecco inseguivano i miei occhi assorti,

sempre più in alto volavano mai stanche.


Tutte le forme diventavan farfalle

intanto, non c'era più una cosa ferma

intorno a me, una tremolante luce

d'un altro mondo invadeva questa valle

dove io fuggivo e con la sua voce eterna

cantava l'angelo che a Te mi conduce.



                                         ***

Non ho più che lo stento di una vita

che sta passando, e perduto il suo fiore

mette spine e non foglie, e a malapena

respira. Eppure, senza acredine.

C'è quell'amore nascosto, in me,

quanto più che miserevole pudico,

quel sentore di terra che resiste,

come nei campi spogli : una ricchezza

creata, non mia, inestinguibile.

Nemmeno più coltivabile, forse, ma vera

esistenza; così come pare sperduta

nel cosmo, con la sua gravità, le sue leggi,

il suo magnetismo morente, che lo Spirito

non dimentica, anzi numera.

Non guardatemi, che non vecchio,

ma nel mio mutismo pietroso ascoltate

come gorgheggia, come fiero è l'amore.



                                             ***


Emilia, se i tuoi gesti indovinassi

di quando ti fai bella in quello specchio

che può vederti, beato, nel vecchio

angolo della stanza, e i pochi passi


che fai per rimirarti tutta sola,

io mi contenterei. Dicendo: come

ella fa adesso forse anche in mio nome

segretamente, qualche volta, vola


a riguardarsi per vedere se è bella

e tocca i suoi capelli e la sua testa

piega sul seno e timida cancella


un che di men pudico: e le resta

nessun orgoglio, e come pura ancella

di ciò che piace a me si fa una festa.



                                          ***


Ciò che occorre è un uomo

non occorre la saggezza,

ciò che occorre è un uomo

in spirito e verità;

non un paese, non le cose

ciò che occorre è un uomo

un passo sicuro e tanto salda

la mano che porge, che tutti

possano afferrarla, e camminare

liberi e salvarsi.


Dal definitivo istante.



                                      ***


LE RONDINI


Le rondini, bei cerchi della vita

intatti e non vissuti,

senza che il tempo azzurro li soverchi,

son tempi in cui non vige una misura

sommersi dentro un suono di campane

che li innalza e li abbassa,

che forano e trapassano,

per ritornare fertili di vita

e privi di ricordi, a l'onda antica.



                      Carlo Betocchi   da       Tutte le poesie



BETOCCHI POETA 2

 


                                        E metter piume amorose per la notte che viene...




ROTONDA LA TERRA


Rotonda la terra, scena che si ripete,

in te, dal saluto serale: consuetudine

mia planetaria, con te e i tuoi tramonti:

trasalimento, di tegola in tegola,

del mio vivere che se ne va col tuo

trapassare, lume diurno, lento,

sul tetto davanti casa; e il mio formarsi,

intanto, un petto come di colomba;

e metter piume amorose per la notte

che viene; ravvolgermi unitario

con essa; pigolìo interiore, perdita

dell'umano: divenire mio universale.



                                                 ***


LA VERITA'


La verità ,oltre la lucida fibra

dei sensi, va verso la squallida,

l'infinitamente squallida plaga

dell'eterno. Ma, ahi noi! che qui sostiamo


al sole del tempo, noi abitanti 

dell'effimero, lungi dall'affascinante

tenebra dove tutti i misteri tralucono!

Palpitava di brezze il cielo al quale alludo


allorché mi si rivelò, e fu per un istante,

e i voli delle veridiche colombe

mi trascinavano senza respiro;

e io gioivo del mio morir come foglia


al quieto transito d'un giorno d'autunno.



                                                   ***


MENO CHE NULLA SON IO


Meno che nulla son io, nella mente

che invecchia male e incerta

afferra le idee che vi divagano

fantasticanti: eppure sono ancora

creatura, e non è detto che da me

così squallido, così passivo e inerte,

non emani, come ora che scrivo,

il senso eterno di quell'eterna

povertà che ci è propria, a noi che viviamo

nel tempo, sulla cui nera lavagna

scriviamo col gesso dei giorni parole

che sempre biancheggiano, per Lui che le legge,

pupilla d'aquila, solo compagno sapiente.



                                                ***


SALMO


Quando invecchiamo, fatti più  sordi alla rima

e a quel mitico batter dei ritmi

che amore interno dettava, una cosa

sola, un esister confuso coi freschi

pigmenti degli anni giovanili;


allora un ciuffo di pini su un monte,

una gran macchia verde ci commuovono

col silenzio, e siamo come silenzio

che non si perde nel nulla, ma entra

in noi per farsi conoscere, come


lampa di lauro profuma la macchia

nell'alido, col suo sentore amaro:

sì, la vecchiaia è una nuova stagione,

e la morte una stagione più alta, od umile,

di foglia secca per quei tabernacoli della


requie del canto che non serve più.



                                            ***


NE' MIEI PANNI


Tant'è. La mia fede, che non è fede,

è condita di quel coraggio di roccia

che ne fa masso, veemente d'esistere

così com'è, e nell'inesausto mutarsi

certa di essere. Così la gran parte

di me, in bilico come il masso,

ragiona, se può dirsi ragione

quella sua carità, quel suo duro

consistere per sé e per l'ignoto, resistere,

non sapersi che cosa di un mondo

dove altra legge non sia più sicura che quella

della gravità, che tutte le contiene,

e che tutte trascina all'asilo

irrequieto del suo immobile stare.




                           Carlo Betocchi   da   Poesie del sabato



BETOCCHI POETA 3

 


                                Una grande carità è scesa verso la fame di esprimersi...




(...) Tu hai nel petto un garbuglio di cose che ronzano come un'arnia d'api al lavoro. S'apre uno spiraglio nell'arnia; il capo del verso, come un'ape d'oro appare, sull'orlo, fremente, sta per spiccare il volo e sdipanare il garbuglio dello sciame. E a un tratto, in quel deserto, appare un fiore giallo, a sinistra, lontano, poi un altro, e sembra vicino, ma è rosso, sulla destra. Sono apparizioni che sorprendono il poeta e che fantasticamente si replicano. Altro rosso, altro giallo, e un violento azzurro punteggiano il deserto: e sono parole che contengono un nesso segreto, quasi mostruoso, con quello che vuole il poeta, il suo discorso che ronza, lo sciame che vola. Quello che era intenzione della natura del discorso si eleva ad altra potenza correndo ad investire questi suggerimenti di colori ritmati che moltiplicano secondo il bisogno le loro apparizioni, le loro corrispondenze. E il discorso che era tutto dentro l'arnia, sta ormai sciamando a precipizio con l'ardente sua fame verso i richiami dei fiori che sbramano la sua passione di impossessarsi di una ragione sconosciuta.

Ogni fiore era una rima, e adesso capisco che ognuno di essi conteneva un potenziale che il poeta non inventava da sé, ma che rispondeva, come predisposto, alla supplica ardente di quella fame compressa. Chi ha assistito a questa vicenda di parole che s'appostano lontano a creare la danza ancora insospettabile della poesia rimata, sa benissimo che da solo non ce l'avrebbe fatta. Una grande carità è scesa verso la fame d'esprimersi che lo divorava. (...)



                      Carlo  Betocchi   da    Diario della poesia e della rima



venerdì 28 settembre 2018

AMOR...amor...

 
 
         
                                  " Tutti gli innamorati sono in Dio " ( Alda Merini )




                 
La fiamma che me intrò per li occhi al core
consuma l'alma mia sì dolcemente
che apena il mio morir per me si sente,
tanto suave e infuso è quello ardore.

Come colui che in sonno dolce more,
morso d'aspe, e con l'occhio languente
rifiuta il giorno, e la torbida mente
senza alcun senso perde ogni vigore;

così ancor io, del mio dolce veneno
pasciuto, vo' mancando a poco a poco,
né posso del mancar prender sospetto:

ché, abenché io senta il spirto venir meno,
non cerco per campar spegner il foco,
per non spegner con seco il mio diletto.

 
                         Matteo Maria Boiardo
            
                                   ***

Pietà - Donna - per Dio, deh non più guerra!
Non più guerra per Dio, ch'i mi t'arrendo:
i' son quasi che morto, io iacio in terra,
vinto mi chiamo e più non mi difendo.
Legami, e in qual prigion tu vuoi mi serra,
ché maggior gloria ti sarò vivendo:
se temi ch'io non fugga, fa' un nodo
della tua trezza e legami a tuo modo.

                     Angelo Ambrogini detto il Poliziano


                                  ***

Ecco il segno: s'innerva
sul muro che s'indora:
un frastaglio di palma
bruciato dai barbagli dell'aurora.

Il passo che proviene
dalla serra sì lieve,
non è felpato dalla neve, è ancora
tua vita, sangue tuo nelle mie vene.

                                  Eugenio Montale


                               ***


Vieni, vieni da me, che già son vecchio,
amore no, ma  ombra d'amore fatta
di mute cose quotidiane, viste
di tetti, strade, di schiuse finestre
da cui spiano gli amanti la venuta
dell'amante, o d'invetriate malate,
e procedere smunto di giornate
penose, e pace ombrosa che ti perdi
come si perde nel padule in volo
fulminata la folaga che affoga
e poche piume restano per l'aria:
io sono la realtà che qui vacilla
senza nemmeno un suo perché
se tu non vieni - amore - ombra d'amore,
o caro sonno, a darmi la tua requie.

                           Carlo Betocchi


                                ***


Lo sguardo di una stella umida cade
sul prato, la tempesta acre respira
fra gli alberi animati, un soffio rade
le vie, un inquieto profumo delira.

Un corruccio fuggevole è passato
sull'erba, una chiarezza verde esplosa
vibra nel vento breve e ondulato
l'aria veloce scivola e si posa.

Sei tu, l'attesa non è stata vana.
Sei venuta fin qui dove la pioggia
affumica le piante e s'allontana,
un'eco quieta dorme nella loggia.

Ah, ma l'angoscia in me non è finita !
Mentre il cielo si fa tardo e non muta
l'incubo ancora sei, sei tu perita
in un luogo dell'anima e perduta.

                                      Mario Luzi


                                          ***

Essenzialmente lei di lui delusa, non
viceversa. E lui se lo crede,
ne spia le notizie, conterebbe
trovarsela oh chi si vede felice equivoco
in una stessa camera d'albergo ma remotissimo,
ciao come va puntando su un minimo d'emozione
vent'anni dopo levarsi quel piccolo sfizio
che avanza di tanta passione:
tutto senza preamboli senza commento
s'intende senza impegno soltanto per una sera.

E lei niente da perdere di che andar fiera
del vuoto futuro passato
di che stupirlo nessuna sorpresa.
Ma lei tutto previene:lui che modicamente
lustro contende con la calvizie e l'epa
e non più balbettando trionfa te lo dicevo.
Niente da confessare che a lui non piaccia
di lei finalmente ascoltare:
così non gli nega la donna che basta a se stessa
due lacrimette per salvargli la faccia.

                         Giovanni Giudici


 Poeti Innamorati    ( Da Guittone a Raboni ) a cura di Patrizia Valduga


sabato 31 marzo 2018

NELLA DIREZIONE DI...( La Pasqua adveniente ) 2

 
 

                            Se non fossi stato figlio di Dio, t'avrei ancora per figlio mio...



VIA CRUCIS

Solo calcai il torchio:
con me non era nessuno:
calcarono su di me tutti:
inebriato quasi spreco di sangue
in una rossa follia:
solo il torchio calcai:
liquido amore profuso
in estremo furore:
calcai il torchio, solo:
solo a torchiare,
solo a sprecare il sangue mio:
tutto il mio Sangue sparso,
tutto in me già arso
dall' Immacolato Cuore di Maria:
invisibile ardore, quaggiù:
l'incomprensibile amore del Padre.


              Clemente  Rebora    da       I Canti dell' infermità





RADONITZA ( Annuncio della Pasqua ai morti )

Vento di primavera
traslucido come spada:
esilia dal sépalo affilato
il boccio cremisi che ancora trema,
come dall'anima lo spirito,
il sangue dalla vena.
L'inverno, occulto stelo
che cullò le intenzioni, incubò le mortali esitazioni,
falcia senza un grido;
le psichiche vecchiezze recide
dalla terribile vita.
Pasqua d'incorruzione!
Nel vento di primavera
l'antica chiesa indivisa
annuncia ai morti che indivisa è la vita:
su lapidi d'ipogei
posa i sepali che ancora tremano
e al centro, al plesso, al cuore,
là dov'è sepolto il Sole,
là dov'è sepolto il Dono,
il piccolo uomo cremisi dal perenne tornare,
dell'umile, irriconoscibile
trasmutato tornare.
Pasqua che sciogli ogni pena!


         Cristina   Campo      da            La Tigre assenza  





PASQUA DEI POVERI

Forse per noi,che non abbiamo che pane,
forse più bella è la tua Santa Pasqua,
o Gesù nostro, e la tua mite frasca
si spande, oliva, nelle stanze quadre.

Povero il cielo e povere le stanze,
Sabato Santo, il tuo chiarore ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo, che ne abbraccia le speranze.

Semplice vita, alle nostre domande
tu ci rispondi: Su, coraggio, andate!
Noi t' ubbidiamo; e questa povertà
non ha bisogno più d'altre vivande.

Noi siamo tanti quanti alla campagna
sono gli uccelli sulle mosse piante,
cui sembra ancora che le parole sante
giungan col vento e l'acqua che li bagna.

A noi, non visti, nelle grigie stanze,
miriadi in  mezzo alla città che fuma,
Sabato Santo, la tua luce illumina
solo le mani - unica festa - stanche:

a noi la pace che verrà, operosa
già dentro il cuore e sulla mano sta,
che ti prepara - o Pasqua - e che non ha
che il solo pane per farti festosa.


          Carlo Betocchi   da      Tutte le poesie