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sabato 27 marzo 2021

LA TERRA PIU' DEL PARADISO

 


                                             Mi voglio velare, voglio piano tacere...



" Lo scopo dell'arte non consiste affatto - come a volte ritengono gli artisti stessi - nell'instillare pensieri, nel contagiare con le idee, nel servire da esempio. La sua finalità consiste nel preparare l'uomo alla morte, nell'arare e nel rendere tenera la sua anima, in modo che sia capace di rivolgersi al bene "  ( A. Tarkovskij ).

Mi sembra che queste parole esprimano egregiamente il senso della poesia di Roberta Dapunt.


                                          f .






DI RITORNO DALLA STALLA

In questo buio compatto è perpetuo novembre.

Sei tu Dio? Onnipresente sconosciuto.

Perché io so che tu sei,

lo sanno i miei sensi

quando tornano dalla stalla.

Tutto è qui nella riservatezza rurale che ripeto

mattina e sera, spesso unico sentiero

che pesto come a passeggio verso casa.

Tutto è qui, qui è l'avvenire,

qui è il tempo che passa e la morte che viene,

in questo gesto comune è la mia alleanza

posta fieno su fieno,

letame dopo letame,

solitudine per solitudine,

nell'amore alla vita, perché vita è l'unico supporto,

qui su questo percorso, umile gioia dei giorni.


                                          ***

Credo nelle anime sante,

nella loro indipendenza conquistata sui sensi di una preghiera.

Credo nel lamento di un uomo in agonia,

inaccessibile silenzio degli ultimi istanti di una vita.

Credo nel lavaggio del suo corpo fermo,

nel suo vestito a festa e nell'incrocio delle mani,

testimoni di un battesimo confidato.

Credo nella gioia dei vinti.

Credo nelle loro carni piegate sotto le macerie,

i loro respiri cessati.

Credo nelle distese di orti trasformati,

dentro al loro recinto le ossa dei popoli ammazzati.

Credo ai miserabili che annegano alle porte d'Italia.

Credo in quelli che rimangono e il giorno dopo chiamiamo
 clandestini.

Credo nelle loro bambine vendute ai nostri piaceri,

nella loro tristezza che sorride vittima di un rossetto ingrato.

Credo negli angeli senza ali,

in quelli che a piedi nudi camminano dentro una fede.

Credo nel mondo,

quello fuori dalla vetrina in ginocchio a guardare dentro.

Credo nel colore delle pelli che indossa,

negli occhi neri dei figli che perde affamati.

Credo nella verità delle madri e del loro amore.

Credo nella miseria e nell'umiltà di questi versi.

Credo nella bellezza

e qui conviene fermarmi.


                                              ***

Voglio così come il sorbo tra i larici e gli abeti

coprirmi di infinita neve. Di bianche coltri

l'abbraccio, chiusa irreparabile del freddo ragionare.

Spalancare le labbra e lasciarmi nevicare

lì in fondo alla bocca, infelice incontrarmi

e sciogliere fiocco dopo fiocco fino a congelare,

e infine raccogliersi, riempirmi.

Mi voglio velare, voglio piano tacere. Sottrarmi

candidamente al complicato uso della voce.

Crescere, innevarsi il mio interno stare come fuori sto ferma.

Voglio immacolarmi, per sempre zittire,

interrompermi e tacere. Seppellirmi dentro

e intorpidire per sempre la facoltà del solo parlare.




                   Roberta  Dapunt    da   La terra più del paradiso





domenica 4 marzo 2018

COSì TI VEDO

 
 
                          
                                              E da lì, dal tuo tempo distante...


Di cosa ti dovrei raccontare, se non di ciò che so di certo.
Ebbene tu, che da un lato e dall'altro
nel silenzio rurale tieni sopra due cavità assorte
la forma convincente dei suoni deposti,
mi chiedi dell'angusta apertura del dire, cosa vedo?

Ora ascolta dunque:
io vedo il tuo viso, ascetico osservare,
è nudo accadere, poiché nient'altro ti circonda.
Così la tua fronte è un campo calato
che pesti in lento salire fino a casa - la sera.
E lì, sotto al campo due cardi taglienti,
sono gli occhi di una vita raccolta.
Solitudini in fiore lasciate lì a terminare il settembre.

Ostensione il tuo viso, è quantità dei giorni riscossa
in fascio,
ha in mezzo un monte e lì un sacrificio accolto
con due solchi di pastura che nulla sanno di odori
e profumi.
Questo vedo e non oltre.
Mi basta la tua sacra immagine del vero.





Ho compreso, colmato di carezze il silenzio,
ho trasportato il suo acume dalla tua carità alle mie orecchie,
per non ricusare, oppormi alla tua quiete.
Mi hai portata nella tua mancanza di suono,
nel non dire, tra le pause della tua voce
e mi hai accompagnata fino all'assenza totale dei rumori.
Ho capito l'astensione del parlare,
la muta esistenza del corpo.
Mi hai dato in mano il suo accordo all'abbandono
delle richieste, dei tuoi desideri.
Mi hai consegnato tutto nella tua privazione
e senza rimpianto e senza nostalgia da un giorno all'altro
non hai più detto, non hai proferito, non risposto, non hai capito.
E da lì, dal tuo tempo distante, coerente luogo il tuo,
non hai cambiato silenzio, non lo hai più tradito.


            Roberta  Dapunt    da     Le beatitudini della malattia


lunedì 27 novembre 2017

INCANTEVOLE DONO

 
 

                                                               Una foglia e l'altra... ( frida )


Una foglia e l'altra. Un'altra
di diverso colore
e nelle mani dalla carne sfiorita
le tieni impresse,
costrette solamente alla loro bellezza.
Mi sorridi e d'intorno
sei sospensione del tempo,
un filo d'erba che ignora il suo prato.

Incantevole dono il tuo.


             Roberta  Dapunt    da      Le beatitudini della malattia

mercoledì 23 agosto 2017

LA TERRA PIU' DEL PARADISO

 
 

                    Non chiedo che di essere guardata negli occhi  spalancati...



LA TERRA PIU' DEL PARADISO

Mai come ora mi fu necessario il silenzio
e il pianto a sconfinare i sensi,
le lacrime, spazi colmi di inconfondibile solitudine.
Come un quadro pende dal chiodo
esse pendono obbediente dal mio sguardo dissacrato,
perché non vedo che disseccarsi ogni senno
e qualsiasi ragione affamarsi di follia.
Povera la mente che difende la terra infertile,
buona soltanto a ricordare come ridevo
e rimanevo contenta di me,
perché potevo ed era un facile guadagno,
un premio a ciò che ero, il mio sorriso.

Ora qualunque labbro urlerebbe di scontento,
non vi è parola, nessun verso che tenga.
Sto dormendo e piano muoio da lungo tempo
e gratuitamente scrivo e mi dico poeta,
urtandomi contro i grandi che amo.
Unico riparo sarebbe forse finire il morire?
Abbracciando finalmente la vita.
Perché è solo il corpo ad amare la terra più del paradiso,
nient'altro che la carne a mangiare il pane e bere il vino.

Io non ho motivo di mietitura
perché dentro non mi cresce l'erba.
Io non ho causa di poesia
ché per essa mi marciscono le parole in bocca
prima ancora di averle raccolte.


                                                                   ***



VERSI AL POETA

Che dirti,
augurarci di versare piano come l'acqua,
essere grandine sul nostro raccolto.
Aprirci, venderci come puttane alla malinconia
per un misero verso, per le poche parole e la sfiorata poesia.
Di noi due io amo i verdi prati, il nostro fiato incolto,
il bisogno ottuso di brucare l'erba, il beneficio di ruminarla
in silenzio.
Io e te - caro Paolo - siamo mucche dalle mammelle urgenti
che in pochi s'abbisognano di mungere.


                                                         ***



LE INTIME RIFLESSIONI

Vedi, il tempo che si concentra
qui dentro questa stanza,
- amico mio che t'invento -
comprime i giorni fino a soffocarli.
Questa è la mia vita
e da essa io ti sto scrivendo.
Io non ho altro,
da me non parte nient'altro.
Leggimi quindi. Rimani e siedi.
In fondo non chiedo nient'altro
che essere guardata in faccia
e negli occhi spalancati.



     Roberta  Dapunt   da     La Terra più del Paradiso



lunedì 24 luglio 2017

COSI' TI VEDO

 
 
 
e lì - sotto al campo - due cardi taglienti: sono gli occhi di una vita raccolta...              
                                          

Di cosa ti dovrei raccontare, se non di ciò che so di
certo.
Ebbene tu, che da un lato e dall'altro
nel silenzio rurale tieni sopra due cavità assorte
la forma convincente dei suoni deposti,
mi chiedi dall'angusta apertura del dire, cosa vedo?

Ora ascolta dunque,
io vedo il tuo viso, ascetico osservare,
è nudo accadere, poiché nient'altro ti circonda.
Così  la tua fronte è un campo calato
che pesti in lento salire fino a casa la sera.
E lì, sotto al campo due cardi taglienti,
sono gli occhi di una vita raccolta.
Solitudini in fiore lasciate lì a terminare il settembre.

Ostensione il tuo viso, è quantità dei giorni riscossa
in fascio,
ha in mezzo un monte e lì in sacrificio accolto
con due solchi di pastura che nulla sanno di odori e
profumi.
Questo vedo e non oltre.
Mi basta la tua sacra immagine del vero.


       Roberta  Dapunt   da     Le beatitudini della malattia