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venerdì 10 aprile 2026

ELOGIO DELL' IMMATURITA'

 


                                                                                    Le premier cri



 (...) Dinanzi alla morte e al morire, la saggezza dell' immaturità si fa silenziosa. Ammutolisce e ritrova poi una voce per narrare l' inquietudine. E' la maturità a tessere al più presto - in nome della sua stoltezza  - l' elogio dell' oblio.

Chi intrattiene con l' assenza una conversazione quotidiana e allinea intorno a sé volti e cose uscite di scena conosce - a costo della propria follia - il non distacco (...).



                            Elogio dell' immaturità   ( Duccio Demetrio )



venerdì 31 maggio 2019

PERCHE' AMIAMO SCRIVERE

 
 
 
 
" La scrittura è complicazioni di immagini compiuta con razzia di parole" ( Marco Nuzzo )
 
 

IN SEGNO DI GRATUTUDINE

(…) Se possiamo ritenerci fra coloro che giudicano la memoria un
       bene prezioso, quali siano i suoi fardelli; se istintivamente
       ricorriamo ad essa, senza pensarci troppo, vorrà dire che
       ormai costituisce un tratto distintivo e peculiare di un agire
        - il nostro - diverso da qualunque altro. Riusciamo
       sempre - in tal caso - a trovare il luogo e il pretesto per farle
       un po' di posto nella nostra esistenza. Rubando minuti di pausa
       a tutti gli altri. Quando sappiamo prolungarli, cresce a
       dismisura, si fa più intenso, il sentimento di esistere che essa
       riaccende. Basta uno stato di grazia e,all'istante,ci si dischiude
       l'arcano letterario, poetico e filosofico, di una vita diversa. E'
       il viatico per chi crede. La scrittura è la chiave giusta per
       sopportare tutte le altre vite usuali, che espelliamo per
       reggere alla fatica, all'incalzare delle infinite inutilità che il
       resto dell'umanità ci chiede di affrontare senza entusiasmo: è
       un antidoto, un talismano, un modo non comune per tenere
       desta l'intelligenza. Non sarà mai un sonnifero. Anche se non
       possiamo di certo dirci scrittori, né vogliamo o pretendiamo di
       considerarci tali, il nostro scrivere - al di là dei risultati
       estetici, o del nostro rileggerci - è tramite e accesso a un' altra
       realtà. Dove sovrana regna incontrastata la percezione
       soggettiva del nostro interpretare e raffigurare il mondo. (…)




 Duccio  Demetrio   da    Perché amiamo scrivere( Filosofia e miti di una passione )


venerdì 10 maggio 2019

MASCHI E UOMINI : UNA SPECIE INTERIORE? 1

 
 
 
 
 Guido Reni - Davide con la testa di Golia
 


MASCHI E UOMINI : Una specie interiore?

La spavalda e sensuale contemplazione del macabro trofeo
non esprime alcuna pietà per il vinto.
Né un barlume di compassione, non un sussulto interiore.
Soltanto la compiuta celebrazione
di una mira perfetta. Scena di una gara qualunque,
vinta dal più giovane, dal più scaltro.

Nell' eterna competizione maschile.



MASCHI E UOMINI : UNA SPECIE INTERIORE? 2


DUE STORIE IN UNA

(…) La prima storia, abituale e millenaria, è ben nota: il copione è
       sempre lo stesso. Se al posto di Davide e Golia ci imbattessimo
       in Caino e Abele, Esaù e Giacobbe, Giuseppe e il suoi malvagi
       fratelli, le loro ormai eterne contese ci mostrerebbero
       ugualmente che- sotto il sole o con il favore delle tenebre - non
       v'è niente di nuovo nei modi maschili di essere. E' un giovane,
       in questo caso, che ha la meglio su un adulto. Ma sovente
       accade e ancora accade il contrario.
       Le scene si ripetono con sconfortante monotonia e ciclicità.

       Maschi che si uccidono tra loro, benedetti da alterne bandiere.
       Maschi che misurano il valore di un uomo in base a forza o a
       debolezza.
       Maschi che - a un cambiare del vento - abbandonano chi un
       istante prima idolatravano.
       Maschi che si vantano delle loro imprese cruente, dissolute,
       immorali, e non si chiedono mai chi sono.
       Maschi che rinascono dalle proprie ceneri, già in armi.
       Maschi che usano il bene comune della libertà per asservire e
       concedere licenze di ogni sorta.
       Maschi che non possono stare senza sconfitti,vittime e clientele
     Maschi che non sanno cosa sia il senso di colpa,che confondono
      la tragicità dell'esistenza con un'occasione vantaggiosa persa.
      Maschi che se la prendono con le donne, tanto in affari quanto
      in amore.
      Maschi che rimpiangono di non essere stati maschi fino alla
      fine, rallegrandosi di non essere riusciti a diventare uomini,
      una specie minoritaria che disprezzano e che li inquieta.
      Maschi che hanno sempre bisogno di una corte, di paggi e
      giullari, di squadre o comitive per allontanare da sé l'angoscia
      della solitudine.
      Maschi che hanno insegnato alle donne pessime abitudini, che
      si lamentano di averle per concorrenti migliori di loro e più
      temibili.
      Maschi che- per il solo fatto di essere tali  si arrogano il diritto
      di abusare di tutto ciò - e di chiunque - li attragga e li alletti.
     
     E altro, molto altro ancora.Ciò che conta, per questa sterminata
     genìa fu, ed è fare, vincere, non pensare a nient'altro che non
     fosse - o non sia - una mossa letale da infliggere all'avversario
     di turno.
     Non disse forse Odisseo, tra i maschi più celebri e pugnaci, il
     più furbo di tutti,poi redento dalla solitudine " Se c'è tornaconto
     al bando ogni incertezza " ?(…)



    Duccio Demetrio  da  L'interiorità maschile ( Le solitudini degli uomini )


MASCHI E UOMINI : UNA SPECIE INTERIORE? 3


IDOLATRI DEL FARE

(…) Per i maschi, l'essere coincide con il fare. Se così non fosse, a
       che pro essere? Se ti fermi, per loro non sei nessuno, in un
       istante ti sbalzano dalla scena del mondo.
       Se i maschi non hanno a portata  di mano un antagonista, lo
       vanno a cercare. Lo stanano con ogni mezzo. Lo inventano.
       Quando il fuggiasco non è un altro maschio o una donna, la
       torma insegue bersagli viventi d'altra natura. Il nemico le è
       necessario. I maschi hanno sempre bisogno di una preda da
       mettere nel carniere o alla berlina.
       Non vive bene,non si sente tale,il maschio che non può incidere
       una nuova tacca sulla cintura, che deve tornare a casa senza
       una medaglia: per un buon contratto siglato, un'umiliazione
       inflitta. I maschi - e sono un'infinità nel loro millenario
       riprodursi- non sanno che significhi fare domande scomode
       a se stessi, lasciare la preda, pensare a cose senza prezzo e
       scopo. Non conoscono il significato della locuzione " vita
       interiore ", né la bellezza dell'inutile e del gratuito. Possono e
       sanno amare soltanto quel che vedono,trangugiano, comprano.
       E poiché sono sempre sul chi vive, per costoro l'interiorità è
       una regione troppo inconsistente e friabile. Inconcludente.
       Addestrati al comando e al dominio - anche di piccolo
       cabotaggio - non possono mai abbassare lo scudo. Alla sola
       idea, si sentirebbero smarriti, impotenti, in - fallo, privati del
       loro totem più sacro. E poiché hanno la tendenza a riprodursi
       tali e quali,hanno imparato dai loro padri che un vero maschio
       non si perde mai d'animo. Tanto più se c'è qualcosa da
       guadagnarci, da barattare o da vendere.
       Agiscono come automi, vantandosi di essere liberi.  (…)



    Duccio  Demetrio  da   L'interiorità maschile ( Le solitudini degli uomini )

MASCHI E UOMINI : UNA SPECIE INTERIORE? 4


SEMPRE SUL CHI VIVE
 (…) La libertà - per loro - è riuscire a farla franca in ogni
       circostanza. Spietata è la storia tra i maschi, non solo verso le
    donne.Le loro complicità e alleanze li eccitano e inorgogliscono.
    Non sono però adoratori soltanto di se stessi: sanno di non poter
    sempre vincere isolati dagli altri maschi. Prediligono per questo
    quello che chiamano " il fare squadra", le scorribande in équipe
    e la compagnia conviviale. Con i loro simili. Ma le alleanze tra i
    maschi, in amicizia, cameratismo, fratellanza, rinverdite fino al
    limite della decenza e degli anni già canuti, hanno sempre un
    secondo fine. Tra i maschi, una stretta di mano, l'abbraccio
    ostentato, il sorriso smagliante, quante volte erano già un
    inganno? Un colpo basso. Il proverbiale essere sempre sul chi
    vive è una loro prerogativa di cui non si stancano. Una
    predestinazione, per nulla logorante. A snervarli sono il silenzio,
    la solitudine, la quiete. L'ipocrisia, la menzogna, la doppiezza
    sono parte costitutiva nei passatempi nei quali sono più abili.
    In guerra, nel mercanteggiare o in negozi d'amore.
    Quando sono costretti a ritirarsi dalla pugna e dagli agoni d'
    azzardo, i maschi vogliono sempre la rivincita. Non si chiedono
    mai dove hanno sbagliato, mentre fuggono senza vergogna.
    Quanta solidarietà conclamata si scioglie in un istante? Non
    sanno che cosa  sia l'amor proprio, lo spirito di corpo, la
    fedeltà a una causa o ad un compagno. Poi, se tornano ad
avanzare, accade che si scavino trincee, si rintanino e mimetizzino.
 Quel loro moto perpetuo- tarantolato - non connesso alle necessità
 crudeli della sopravvivenza, ma invocato sovente per giustificare
 le loro malefatte, li ha resi celebri. Giurano, per lo più, di aver
 appreso tali raggiri dalle donne, di esserne i martiri innocenti.
 Arrivano a dimostrare che Dalila, Giuditta, Salomé sono state loro
 maestre di vita e di prudenza. Hanno sempre pensato che Abele
 fosse infermo di mente, intento a poetare parlando a pecore e che
 Caino, il contadino fondatore di città, non avesse tutti i torti a
 sopprimerlo.
 Da che mondo è mondo, queste - e innumerevoli altre - sono le
 propensioni maschili. Adoratrici della propria vita dedita all'
 apparire. Avide di cose esteriori e ben visibili, adatte ad essere
 sentite con mano.
 Mentre l'interiorità è trasparente come il cristallo, delicata e
 inafferrabile.  (…)


 Duccio Demetrio  da   L'interiorità maschile ( Le solitudini degli uomini )

MASCHI E UOMINI : UNA SPECIE INTERIORE? 5


LODE AGLI UOMINI INTERIORI

(..)Sono uomini che hanno in odio il tempo sprecato a guerreggiare
    con nemici armati o inermi. A seminare devastazione, a gettare
 sale sulle ferite altrui e sulla terra.Uomini che salgono e scendono
  le scale più impervie, contandone i gradini in silenzio, sorridendo
  allo sconosciuto che gli si pari dinanzi.
  Uomini che - a testa alta - pongono a se stessi domande sensate,
  senza prezzo e acquirenti di sorta.
Uomini che non cessano di riprodursi ogni volta in controcorrente,
 spargendo idee e zecchini d'oro nei campi e aspettando fiduciosi
 che divengano ben altro dal denaro.
  Uomini che conoscono il sapore della libertà come segreta
  ricchezza, non per farne un esclusivo vantaggio per sé.
  Uomini che vogliono essere soli per sentirsi maschi diversi, per
  ritrovare le antiche virtù  desuete della loro stirpe migliore.
  Uomini che non sono tentati dall'istinto di opprimere chichessia
  per sentirsi uomini.
  Uomini che " Hanno viaggiato attraverso i secoli e continuano a
  cercare asilo tra l'emozione e il pudore": che comprendono - in
  un istante - il senso di parole come queste :

  " Ogni guerra lascia dietro di se stessi i resti… E' allora che la
     poesia si solleva. Per necessità. Diventa parola urgente nel
     disordine in cui la dignità dell'essere viene calpestata.
     Ma le parole restano pallide quando la ferita è profonda,
     quando il caos programmato è brutale e irreversibile.
     Tra il silenzio mortificato e il balbettamento disperato, la poesia
     si intestardisce a dire : " Il poeta grida o sussurra: sa che tacere
     potrebbe sembrare un delitto, un crimine…" ( T. Ben Jelloun )

  Uomini inventori e infaticabili artefici di un agire secondo poesia,
  i quali sanno che :

   " C'è un dolore millenario che rende ridicolo il nostro respiro. Il
     poeta è colui che rischia sulle parole. Le depone per poter
     respirare… Dare un nome alla ferita… fare e disfare le rive del
     silenzio, ecco cosa gli detta la sua coscienza.
     Incommensurabile è il nostro bisogno di dire, anche quando le
     nostre parole -portate via dal vento -andranno a sbattere contro
     le montagne fino a perdere ogni senso, fino a fare buchi nella
     roccia e a smuovere le pietre pesanti dell'insonnia "  ( T.B.J )



 Duccio Demetrio  da    L'interiorità maschile ( Le solitudini degli uomini )    

sabato 4 maggio 2019

LA VOCE DEL SILENZIO 1

 
 

           L'uomo in silenzio è il più bello da ascoltare ( proverbio giapponese )


DEL SILENZIO IN AMORE

(…) Tra le innumerevoli massime lasciateci da François de La
       Rochefoucauld,ne raccogliamo una quanto mai intrigante: " Ci
       sono persone che non si sarebbero mai innamorate se non
       avessero sentito parlare dell' Amore".
       E se ci attenessimo a questa sua considerazione,non potremmo
       che porci almeno qualche domanda. Tale è dunque il potere
       della parola? Riesce il suo narrare millenario di cose d'amore
       a risvegliare in noi sentimenti simili? Laddove  di esse tutto o
       quasi tutto ignoravamo? O che ormai languivano, impalliditi
       dal trascorrere dei giorni, dallo stemperarsi delle passioni
       giovanili, da troppe avventure passeggere bruciate?.
       Comunque vada una storia d'amore, le parole saranno sempre
       il corollario indispensabile, programmatico e scontato che
       presiedono all'accendersi o allo spegnersi di ogni legame tra
       gli amanti. Non vi sono dubbi, a tal proposito. E allora, ecco
       che il silenzio spazza via tutte le frasi dette, tutte le promesse,
       tutti i racconti e i sogni vissuti insieme nel tacito, illusorio
       consenso. Il silenzio incombe su ogni progetto, si insinua nelle
       promesse tradite, lacera ogni memoria d'amore che aspirasse
       almeno ad essere salvata. Apre ferite nell'uno o nell'altra e le
       rimargina soltanto con le cure dell'oblio: nessuna parola può
       più ricucire i lembi, come sa fare invece il silenzio. Non più
       parlandosi, né volendo sapere, né nel vano cercarsi almeno
       con lo sguardo. Il tacere, da virtù, diventa in tal modo il
       peggior vizio dell'amore: un indecente stratagemma, l'offesa
       estrema che muterà quel grande, conclamato amore, nei cocci
       sparsi di un disamore infinito. Il silenzio non irrompe nell'
       amore soltanto come presenza dolorosa: ne ha bisogno, per
       consentire agli amanti - a patto che tali siano stati - di
       raggiungere almeno una volta le più alte empatie dei corpi,
       degli affetti, dell'unione domestica o della più appartata e
       inconfessabile clandestinità. Hanno bisogno costoro - e tutti
       almeno una volta lo abbiamo inseguito - anche di quel certo e
       incomparabile silenzio che rinsalda l'amore. Nell'istante in cui
       sia sincera la voglia di entrambi di imparare quali siano i fili
       dell'arte di intendersi al volo, di perdurare e difendere l'amore
       iniziando col rinunciare al fardello di troppe parole:attraverso
       lo sguardo, un cenno, l'alleanza di un sorriso, perpetuando le
       sintonie silenti capaci di rendere almeno una finzione di
       eternità quell'intrigo, ogni perdita sventata o inesorabile. (…)



Duccio Demetrio  da  Silenzi d'amore ( Scrivere i sentimenti taciuti )

LA VOCE DEL SILENZIO 2




I SILENZI

( Luoghi e momenti )


(…) E' importante si impari a tacere, a godere dell'affievolirsi di
       ogni interferenza acustica fino alla quasi sua scomparsa, in
       uno spazio attraversato da onde sonore molteplici e di diversa
       intensità: da parole, voci, rumori.Il silenzio rinvia ad uno stato
       mentale ed emotivo tutto particolare, ad un'attitudine morale,
       ad una vocazione spirituale, a sensazioni di riposo e di
       rasserenamento o - viceversa - inquietanti: nondimeno a
       violenze, a divieti e soprusi inferti a chiunque cui venga vietato
       di esprimersi. Quando il silenzio equivalga ad essere privati
       del diritto universale della parola. La sua natura ambivalente
       è parte ineliminabile anche nelle relazioni d'amore: può
       favorirle o annientarle; sa conferire ad esse un senso di intima
       e segreta complicità, tanto quanto " tacitamente " presiedere
       alla loro malinconica o risolutiva estinzione. C'è il silenzio
       dell'impaziente attesa dell'amante, come c'è la cerimonia
       silenziosa - improvvisa o da tempo paventata - degli addii.
       I luoghi di silenzio nei quali i sussurri dell' amore sono la sua
       voce, si confondono con le parole  e le grida spietate degli
       amori che troppo abbiamo tardato ad accettare.
       Il silenzio inganna gli amanti, come sa riavvicinarli; offre loro
       la sazietà dei sensi e l'inutilità delle parole divenute superflue.
       Il silenzio in amore, con le sue diverse dimore ( sicure o
       transitorie ) ne scandisce inoltre la durata: ha i suoi tempi
       distesi, predatori, inventati  e virtuali: definiti e scanditi dall'
       orologio o dagli anni. Tale stato acustico e percettivo, fisico
       ed emotivo, si insinua anche qui. Non a caso il silenzio è tanto
       un'entità sensoriale e psicologica frammentaria e sfuggente,
       quanto sa dispiegarsi in circostanze sublimi. Poiché l'amore
     - sia esso tormento o estasi, erotico o mistico, filiale e simbolico
       è parte istituente del nostro stare al mondo e della nostra
       maniera di viverlo. Tra equilibrismi e cadute. Impossibile è
       concepire la vita cancellando l'amore : riuscendo o meno nell'
       arduo compito di immettere un poco d'ordine negli
       scompigli delle sue complicate cose.  (…)



Duccio  Demetrio   da  Silenzi d'amore ( Scrivere i sentimenti taciuti )


LA VOCE DEL SILENZIO 3


I SENTIMENTI

( Turbamenti e distacchi )


(…) Ogni vissuto che generi emozioni, che si sia sedimentato a
       lungo o sia insorto all'improvviso in un individuo, ma tale da
       condizionare lungamente i comportamenti, trasforma il nostro
       sentire in un sentimento. Essi non hanno un'origine soltanto di
       carattere istintuale ( gioia, afflizione, paura, competizione,
       invidia, solidarietà, impulsi naturali alla sopravvivenza ), ma
     dipendono dalle influenze culturali acquisite dall'infanzia all'età
      adulta. Il che li rende più esposti alla possibilità di educarli e
      di coltivarli. Anche il silenzio - in amore - è sentimento in se
      stesso: impara a cercarsi le sue nicchie, una dimora segreta
      talvolta, nei mille giochi d'amore. Poiché non è solamente
      sfondo, orpello, paravento: si insinua nei corpi degli amanti,
     viene da loro generato nel mentre si amano anche castamente.
     I silenzi d'amore hanno bisogno del tempo per rendersi
     riconoscibili: dei giorni e degli anni, per dare ai sentimenti una
     loro fausta o infausta consistenza. Se la felicità diviene così
     meno passeggera - seppur nella sua fragilità - l'invidia si rende
     più feroce grazie alle macerazioni taciute e il risentimento può
     covare la sua vendetta.  (…)


Duccio Demetrio   da   Silenzi d'amore ( Scrivere i sentimenti taciuti )

LA VOCE DEL SILENZIO 4



(…) Il silenzio è sentimento innanzitutto quando - sottratto alle
       riduzionistiche versioni sensoriali - venga ricollocato nelle
       tradizioni umanistiche del pensiero,dell'arte e della letteratura.
       Poiché la sua presenza è irruzione nelle nostre vite, accende
       reazioni fra loro contrastanti: paura versus calma interiore;
       concentrazione versus irritazione; distensione versus 
       inquietudine. Inoltre il silenzio, a seconda dei momenti, è il
       complemento di alcune emozioni generatrici di taluni
       sentimenti ( la gioia, la vergogna, la tristezza, l'ammirazione,
       lo stupore, la meraviglia, la commozione…)o di peculiari tratti
       del carattere ( la riservatezza, la timidezza, la prudenza, la
       modestia, l'introspezione… ). Il silenzio le rende talvolta
       possibili: è la condizione senza la quale non si dà creatività,
       apprezzamento della bellezza, lavoro della memoria,
       contemplazione profonda, condivisione, amicizia e - come si è
       già ribadito - esaltante e vera esperienza amorosa. Certamente
       interpretando il silenzio come stato d'animo - inquieto o
       suscitatore di serenità - esso non può dirsi estraneo alle
       emozioni. Ma occorre precisare che l'emozione si colloca nella
       sfera degli eventi i quali appartengono ad un episodio che ci
       accada di vivere all'insegna di un' " insorgenza brusca "; essi
       infatti e- veniunt : ci spiazzano, giungono inaspettati, lasciano
       tracce più o meno prolungate, ma non è affatto detto che si
       sedimentino in quanto invece la parola "sentimento" ben
       esprime. Le emozioni, siano esse positive o negative, non
       sempre coincidono con la formazione dei sentimenti. (…)



 Duccio  Demetrio    da   Silenzi d'amore ( Scrivere i sentimenti taciuti )



venerdì 3 maggio 2019

BEATI I MISERICORDIOSI...1

 
 
 
" Abbi misericordia, affinché io parli.
   Angusta è la casa della mia anima perché
  tu possa entrarvi: allargala dunque; è in rovina…
Restaurala.
Eppure lasciami parlare davanti alla tua misericordia.
Sono terra e cenere, eppure lasciami parlare.
Vedi, è alla tua misericordia, e non a un uomo che
riderebbe di me, ch'io parlo…" ( da le " Confessioni "di Sant' Agostino )


(…) La misericordia può e sa esprimersi nella forma della parola,
     la più semplice e scabra.Quando venga pronunciata senza nulla
     chiedere in cambio, riconosciuta come tale e offerta in dono a
     chichessia.Senza domandare, né porre vincoli.Nella spontaneità
     e semplicità di una disponibilità quotidiana taciturna, di una
     radicale e definitiva scelta di vita, come riscoperta imprevista
     del miracolo del mondo e della carità.
     Le sue parole sono sempre comprensibili, perché sono gesti al
     contempo; il suono può farsi da parte, ma la loro cura restare.
     Sia che il silenzio preceda o segua l'adempiersi di tali atti, la
     parola misericordiosa resa esplicita o sussurrata interiormente,
     presidia i nostri stati d'animo che, per pudicizia e decenza,
     tenderebbe a nascondere. Misero si percepisce chi, come
     Agostino, non riesce a proferire nemmeno un balbettìo dinanzi
     alla " sapienza incalcolabile " del nuovo Dio cui si rivolge come
     a persona amica. La misericordia è necessaria a chi parla e a
     chi ascolta. Poiché abita nella pietà e " la pietà è la preistoria
     di tutti i sentimenti positivi… li conduce nella sua storia dove
     intende arrivare essa stessa" , ( Confessioni - Agostino ).
     La misericordia le è figlia. Se l'una può essere aggiogata a
     sogni umani o sovrumani di ricompensa, la pietà è - come la
     carità - espressione libera del nostro donare, senza mercede
     alcuna. Sulla Terra o nel Regno dei Cieli.  (…)



                      Duccio  Demetrio   da    Beati i misericordiosi…

BEATI I MISERICORDIOSI...2



(…) Misero è l'infelice, ma tutti lo siamo. Tutti e tutte meritiamo
       misericordia. Se di questo non ci accorgiamo, la nostra
       umanità già da noi si è allontanata. Essere misericordiosi,
       accettare - senza orgoglio - le cure altrui, è il gesto estremo,
       disperato, ribelle contro l'ineluttabilità della morte. E' una
       resa e, al contempo, è mostrarsi misericordiosi verso Colui-
       quali ne siano le sembianze immaginate - che per il credente è
       artefice di tutto. E' una misericordia volta non verso chi ci ha
       abbandonati, ma verso chi ci abbia gettati nel mondo, anche
       soltanto una volta. Impotente a salvarci, nonostante tutto l'
       amore profuso e premeditato. Una bestemmia - questa - per i
       devoti : un gesto pietoso, un'assoluzione disarmata e
       compassionevole - per chi non crede - nei confronti di un'
       impotenza altrettanto " incalcolabile".
       La misericordia è sfida contro le indigenze provocate dagli
       uomini, è tentativo di lenire quelle che non dipendono da noi.
       La sua voce - antichissima - è emblema di una tragicità
       connaturata alla nostra fragilità esistenziale.
       Al tema del destino inesorabile, individuale e delle moltitudini,
       contro il quale - per la coscienza greca - è inutile opporsi;
       contro il quale occorre agire, per collaborare con il Dio
       cristiano che, attraverso il Figlio, ha ammesso la propria
       impotenza. Anche quando la fede mai ci abbia visitato e
       nemmeno quando la si vada inseguendo a tentoni. (…)



                Duccio  Demetrio    da     Beati i misericordiosi…






           

BEATI I MISERICORDIOSI...3



(…)Per questa tradizione, per i miseri, la parola tuttavia non basta.
      Il misero la cerca, non soltanto per essere consolato. La usa
      quando altro non gli rimanga che chiedere al proprio Dio le
      ragioni di tanta sofferenza e ingiustizia.
      Giobbe otterrà misericordia perché avrà osato domandare le
      ragioni di tanta miseria, ingiustificabile ai suoi occhi devoti.
      La misericordia non è soltanto una virtù, un dovere, persino un
      obbligo: è un trasporto emotivo, una tendenza istintiva,
      educarsi nel tirocinio del dolore, dinanzi alla privazione, all'
      iniquità. Tali tensioni e torsioni umane variano nel corso della
      vita, eppure sanno restare fedeli a se stesse nel tempo, come un
      inno disperato al mistero dell'esistenza e del male. Come un
      elogio al bene che ha bisogno della nostra partecipazione.
      Possiamo non credere più ad un Dio misericordioso, o mai
      avervi creduto, ma è difficile rinnegare la misericordia, a meno
      che non ci si strappi di dosso una parte di sé. L'abbiamo
      imparata per via, grazie a qualche incontro rivelatore e
      benevolo. Abbiamo appreso a farne a meno, se ci ha ignorato.
      Se ce l'hanno fin dall'inizio negata. La misericordia non è un'
      elemosina: può diventarlo, se non sa creare  le condizioni
      affinché il mistero non possa fare a meno di lei, imparando a
      sbarazzarsi del misericordioso. A dimenticarlo, a tradirlo, a
      odiarlo, proprio per quanto ricevuto. La misericordia deve
      imparare a rinunciare ad attendersi la gratitudine umana, ogni
      ringraziamento. Il misericordioso nulla ha da attendersi in
      cambio. La misericordia non è un debito né un credito : è
      generosità assoluta, magnanima, disinteressata: non medita
      vendette verso chi non si genufletta dinanzi al donatore. Essa 
      è pura libertà del dare e dell'offrirsi. Non è il frutto di un
      merito esibito, deve vivere di stupore imprevisto chi - per
      avventura - venga ringraziato e ricambiato.Così Dio, per chi
      non crede, dovrebbe sorprendersi ogni volta, a un nostro
      rendergli grazie tanto nel dolore durevole quanto nell'istante
      felice.  (…)



          Duccio  Demetrio    da         Beati i misericordiosi...   


 

domenica 13 gennaio 2019

LA VITA SCHIVA 1

 
 

                                                            " Raccogliti in questa solitudine…"


(…) L'imperatore - filosofo Marco Aurelio, ammirato da Agostino
      d' Ippona, ebbe a scrivere : " Alcuni cercano di ritirarsi tra i
      campi, al mare, sui monti… ma tutto questo è degno di un uomo
      volgare e ignorante, ché tu puoi - quando tu lo voglia - ritirarti
      in te medesimo… Raccogliti dunque in questa solitudine e ti
      rinnoverai… coltivando l'orto di te stesso".
      In questo diario, definito da Jules Renard " Il Vangelo dei
      pagani", la vita schiva trova la sua prima e compiuta
      giustificazione filosofica, secondo i dettami della tradizione
      stoica. Ed è, trattandosi di una lunga meditazione affidata  alla
      scrittura, il primo esempio di solitudine pensosa.
      Il prendere le distanze, in una versione laica della suggestione
      eckhartiana e stoica, assume tutti i toni di un moderno " fai da
      te ", che rende il proprio pensare, senza allontanarsi troppo
      dal mondo, il più segreto eremo. La cui aconfessionalità, o la
      cui ispirazione fideistica dipenderanno da scelte non per forza
      inconciliabili - tra una ricerca di sé nel mondo e una tensione
      metafisica completamente lontano da esso.
      Lo scontento di quel che siamo, il senso del limite, l'
      inappagabilità dell'esistenza che dobbiamo vivere restano
      comunque i motivi dominanti di qualsiasi bisogno di solitudine
      non banale. Non solo rigenerante o antistress.  (…)



                              Duccio  Demetrio     da     La Vita schiva



LA VITA SCHIVA 2



(…)La scelta schiva, non equivale necessariamente a " schivare la
      vita", a ritirarsi in una beata vacanza in qualche luogo
      disabitato per inseguire la propria felicità in santa pace,
      smettendo - di punto in bianco - di frequentare il prossimo.
      Occorre imparare a prendere le distanze proprio nei momenti
      di maggior pienezza dell'emozione di vivere insieme ad altri.
      Imparando a partire e a viaggiare da soli, a camminare senza
      alcuna compagnia,a chiudersi la porta dietro le spalle esigendo
      che nessuno disturbi - non per lavoro - ma per pensare in
      libertà. Questi sono " atti topici". E poi: dormire da soli,
      gironzolare per strade sconosciute o per musei senza ciceroni
      di sorta, rifugiarsi in una biblioteca o, anche se non credenti, in
      una chiesa. Senza che per perseguire il proprio intento si debba
      scendere in un rifugio o in una trincea, dalla quale osservare -
      attraverso gli occhi altrui -le miserie umane credendosi protetti
      e innocenti. Si tratta - semmai - di riconquistare una possibilità
      di convivenza - seppur instabile - con tutto, tra il diritto a
      dire onestamente " questo sono io" e il resto del mondo, che si
      renderebbe più amabile, più evoluto e più assennato se
      intraprendesse i nostri esperimenti con la solitudine. A tale
      scopo far esercizi schivi, nel vicino o nel lontano, per poco o
      per molto, ci aiuterà a capire quale sia il livello di tolleranza
      e di sopportabilità del nostro saper stare soli.
      E' una prova di maturità questa nell'interminabile iniziazione
      ad essa.
      Ammesso che inseguirla possa ancora avere un peso. La più
      ardua, specie se non ci congediamo dalla comunità dei  nostri
      simili almeno di quando in quando per masochismo, per
      espiazione o per misantropia. Per qualche sofferenza psichica
      che la solitudine non può guarire. Piuttosto per iniziarci - in
      questa libertà privilegiata di per sé rara e non comune  - a
      qualcosa di inusuale che riserva sempre sorprese, che non
      interrompe - anzi prolunga - la nostra autoeducazione.
      Quando il compimento della nostra storia di formazione inizia
      proprio quando ci chiediamo se siamo in grado di diventare 
      maestri di noi stessi, non soltanto esploratori dei nostri enigmi.
    Sapendo ormai bene quel che vogliamo da scelte controcorrente
    e anticonformiste, eccentriche e incomprese.  (…)



                    Duccio  Demetrio    da       La vita schiva


 

martedì 13 novembre 2018

LA MALINCONIA COME DONO




                                                      Melanconia mi fu sempre compagna…


(…)Per riconoscersi in una filosofia e in uno stile di vita autunnale
      occorre - era inevitabile e già evocato - confrontarsi con la
      parola e il concetto più autunnale che ci sia :il sentimento della
      malinconia.
      "Malinconia: cura secreta e fervore solitario".
       L'autunno ne è l'artefice. Così , evocando autunni senza
       stagione, Umberto Saba attribuisce a tale stato d'animo
      diffuso tanto un valore consolatorio e curativo, quanto
      un'energia all'apparenza inspiegabile. In quel " fervore " della
      parola che  rioffre vigore e passione a colei o a colui che sono
     stati ritenuti sbrigativamente depressi.Da chi non sappia vedere
     altro che tristezza nella malinconia.

     "Malinconia amorosa
     della mia vita,
     prima del cuore e ultima ferita;
     chi a cogliere i tuoi frutti
     ama l'ombre calanti, i luoghi oscuri,
     lento cammina, va rasente i muri,
     non vede quello che vedono tutti,
     e quello che nessuno vede - adora."

     E' questa la malinconia del poeta, della quale non può fare a
     meno e che gli offre senso e scopo di vivere.E' ben più pervasiva
     di quella offertaci da un oggetto d'amore insensibile e
     indifferente al richiamo. Quel che il poeta " adora ", e altri non
     possono vedere, rende questo sentire, così autunnale ( con i suoi
     raccolti, le sue ombre calanti, le sue oscurità nascenti), la fonte
     di schive e taciturne - quasi selvatiche - felicità. Il poeta oscilla
     fra lo strazio e l'eccitazione di sentirsi privilegiato e di poter
     custodire un sentimento autunnale che sa trasformare in
     luminosa occasione.

    " Melanconia mi fu sempre compagna.
     Ebbi solo da lei mie tante care
     gioie; quel bello m'ha fatto amare
     che le mie ciglia di lacrime bagna ".

     L'autunno risveglia -in totale innocenza - le malinconie.
     Né quei fantasmi che l'apparire delle foglie può più tentare di
     nascondere. Pochi giorni prima ancora nascosti, invisibili o
     celebrati secondo tradizioni dove la malinconia si trasforma in
     arte e bellezza. In centinaia di canzoni lontane di cui non è
     rimasta traccia, in altre recenti ascoltabili in lingue ignote.
     Colonne sonore - alcune - di film le cui trame raccontano di
     amori finiti, di addii, e - ancora una volta - di vecchiaie solitarie
     o di coppia, di occasioni perdute, di irrimediabili congedi. Dove
     gli sfondi sono tramonti, viali sfolgoranti, lande desolate. L'
    autunno ci offre i suoi scontati e appaganti chiché,il suo compito
    è garantirci quanto da questa stagione ci aspettiamo. Corredati
    da malinconie, lacrime e mestizie. E' tutto ciò che gli chiediamo,
    perché ci aiuti a scoprirne i volti all'insegna di catarsi e di
    purificazioni non concepibili in altri tempi dell'anno. Così come
    domandiamo al tempo del primo foliage* di sancire il ritorno
    della gioia, delle avventure di ogni sorta, di lasciare le fioriture
    il compito ad aprile, a maggio e a giugno di offrirci piaceri e
    istanti di pura felicità, nel corso di un tempo che - se non colto
    a dovere - almeno ci prepara all'attesa dell'estate. Ed è 
    considerato fuori luogo e fuori tempo chi non abbia smesso di
    ascoltare le canzoni di Prévert, Brel, Bob Dylan o di Francesco
    Guccini…
    I foliage ci chiedono di essere vissuti all'insegna dell'idea di
    un tempo più indeterminato, dilatato e complesso rispetto a
    quelli primaverili: sia nei giorni in cui si manifesta, sia prima di
    questi e dopo di essi. Giorni che possono restituirci- siano
    primaverili, estivi o invernali- momenti nei quali l'animo nostro
    pare riscattare una nobiltà che pareva dimenticata . (…)


    Duccio Demetrio  da   Foliage  ( Vagabondare in autunno )

*  L'origine della parola è inglese e come tale obbedisce alle regole
    previste dalla pronuncia di questa lingua. A lungo la si è
    impiegata per designare genericamente " il fogliame". Ma
    poiché il nome americano dell'autunno è " fall ", negli U.S.A e
    in Canada ormai è volto ad indicare il tempo  della caduta delle
    foglie..
    Si tratta di quel " leaves fall " che in tali paesi assume tutti i
    caratteri di un fenomeno spettacolare, quasi ignoto per la sua
    vastità e peculiarità in altri continenti.



                                            frida
                         

venerdì 7 luglio 2017

INGRATITUDINE 1



Harlan  Sewall

Tu non comprendesti mai, o Sconosciuto,
perché abbia ripagato
la tua devota amicizia e i tuoi servigi delicati
dapprima con ringraziamenti via via più rari,
poi con il graduale sottrarmi alla tua presenza
in modo da non essere costretto a ringraziarti,
e poi con il silenzio che seguì alla nostra
separazione estrema.
Tu avevi curato la mia anima malata. Ma per curarla
conoscesti il mio male, penetrasti il mio segreto,
ed è per ciò che fuggii da te.
Perché, riemergendo da un dolore del corpo,
noi baciamo in eterno le vigili mani
che ci hanno dato l'assenzio, pur rabbrividendo
se pensiamo all'assenzio.
La cura di un'anima è tutt'altra cosa,
perché allora vorremmo cancellare dal ricordo
le parole tenere, gli occhi indaganti,
e restare per sempre dimentichi
non tanto del nostro dolore,
quanto della mano che lo ha risanato.


             Edgar Lee Masters   da     Antologia di Spoon River

         

INGRATITUDINE 2


SEMPRE L' INGRATITUDINE CI FERISCE E UMILIA

(...)  Mortifica e sminuisce l'aiuto prestato a chi si rivolse a noi; chi
       ci cercò o incontrammo per caso.Perchè gli dessimo una mano
       e gli offrissimo cure, amore, consigli.
       Talvolta c'è anche chi si congedò senza ringraziare, in
       frettoloso commiato; in seguito ricambiò il bene ricevuto con
       un'imprevista e inspiegabile inimicizia.
       Dimostrandoci - se ancora l'ignoravamo - che breve è la
       memoria della riconoscenza, o del tutto assente.
       L'ingratitudine è anche il sogno che ci hanno sottratto,
       rubandocelo senza alcuna spiegazione. E' un tradimento,
       oppure un appuntamento al quale chi o che cosa
       attendevamo non si presenterà mai.
       L' ingratitudine è sgomento dinanzi alla solitudine, a un
       mancato saluto, a domande ormai inutili a Dio e agli uomini
       che con il passare degli anni non più rivolgeremo né all'uno
       né agli altri.
       L' ingratitudine ci invita a conoscerci meglio, per riscoprire
       la gratitudine altrui che abbiamo dimenticato o mai onorato.
       (...)


              Duccio  Demetrio   da     Ingratitudine
      


L'INGRATITUDINE 3


   DISINGANNI

(...) A ben guardare, fatti i conti con il passato e la propria
      coscienza, nessuno si salva dall'aver vissuto o inflitto ad altri
      i dolori dell'ingratitudine. E' un patimento anomalo, dotato di
      una sua peculiarità emotiva. E' quella fitta al cuore passeggera
      quell'amaro in bocca, di disgusto e disinganno, che diviene una
      lacerazione destinata a non rimarginarsi mai del tutto. Anzi, a
      riempirsi di malanimo e di risentimento con il trascorrere degli
      anni. Né possiamo negare che mai ci sia accaduto di aver
      accusato qualcuno di averci dimenticati, abbandonati o delusi,
      con cattiveria, perfidia ricattatoria e gratuita, spesso ripetendo
      un rituale crudele appreso in famiglia. L'ingratitudine offende
      l'entusiasmo dei desideri migliori, trasformandoli in tentazioni
      vendicative.
      Si dice  - a ragion veduta - tenendo conto delle inevitabili e
      necessarie transizioni dell'esistenza, che per crescere occorra
      dimenticare ( anche con sensi di colpa ) quel che abbiamo
      ricevuto. Innanzitutto da chi ci ha messo al mondo, accudito,
      protetto, educato. Quali e quante siano state le vie percorse,
      sostituite, sbagliate negli esperimenti e nelle solitudini della
      nostra formazione umana: quali e quante siano le persone
      generose, interessate sinceramente al nostro destino che
      abbiamo incrociato o cercato, e sono molte - io credo - quelle
      a cui abbiamo negato anche soltanto un cenno di gratitudine.
      (...)


              Duccio  Demetrio   da     Ingratitudine