Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Lupo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Lupo. Mostra tutti i post
venerdì 29 novembre 2019
BREVE STORIA DEL MIO SILENZIO ( Presentazione )
L'infanzia, più che un tempo, è uno spazio. E infatti dall'infanzia si esce e - quando si è fortunati - ci si ritorna. Così avviene al protagonista di questo libro: un bimbo che a quattro anni perde l'uso del linguaggio - da un giorno all'altro - alla nascita di una sorellina. Da quel momento il suo destino cambia: le parole si fanno nemiche anche se poi, con il passare degli anni, diventeranno i mattoni con cui costruirà la propria identità. E' questo il romanzo di un' infanzia vissuta tra giocattoli e macchine da scrivere, di una giovinezza scandita fa fughe e ritorni nel luogo dove si è nati, sempre all'insegna di quel controverso rapporto tra rifiuto e desiderio di dire che accompagna la vita del protagonista. L'autore inoltre qui racconta, sempre in modo ironico e affettuoso, dei genitori maestri elementari e di un paese aperto a poeti e artisti, di una Basilicata che da rurale si trasforma in borghese, di un' Italia che si allontana dagli anni Sessanta e si avvia verso l'epilogo di un Novecento dominato dalla confusione mediatica. Ma soprattutto racconta - con amore e realismo - come un trauma infantile possa trasformarsi in vocazione e quanto le parole siano state la sua casa, anche quando non c'erano.
( f. )
BREVE STORIA DEL MIO SILENZIO 1
" I genitori devono essere affidabili, non perfetti. I figli devono essere felici, non farci felici " . ( Madre Teresa di Calcutta )
(…)Ho quattro anni e vedo mia madre in cima alla scala che lucida
il lampadario d'ottone. Strofina con l'ovatta imbevuta di Sidol,
ma lo fa con troppa calma per essere la viglia di Natale. E' in
ritardo sulle pulizie, come sempre.Quel tempo non va sprecato.
Mio padre gironzola intorno e non muove un dito. Guarda,
contempla, misura a occhio. In questo disordine sento dire :
" Fra poco avremo sorellina ".
" Quando? " domando io.
Mia madre appoggia il Sidol sul ripiano e non la mano indica
cinque: gennai,febbraio, marzo, aprile e maggio. " Ancora ce
ne vuole", tranquillizza. E riprende a lucidare.
" Se viene e non ci trova ?"
" Ci troverà, ci troverà ".
Io non ricordo cosa sia accaduto tra l'annuncio dato la vigilia
di Natale e la caldissima notte di maggio in cui mia sorella è
nata.So solo che i miei genitori hanno continuato a parlarmene.
Dicevano che ero stato io a chiedere a Gesù : "Mandami presto
una compagnia". E Gesù mi aveva ascoltato.
Io aspettavo e contavo: " Siamo a maggio?".
Quando arriva maggio, mi trovo dai nonni paterni. Vengono a
chiamarmi e mi portano a casa, nella stanza da letto dei miei
genitori. Mia madre accarezza un groviglio di stoffa bianca:
vuole che mi accosti, ma le gambe sono pezzi di legno. Più lei
insiste, più ho voglia di sparire. Le sue braccia stringono un'
altra creatura,il mondo non appartiene più a me.Non dico nulla,
mi volto e scappo dai nonni: sorellina non è arrivata qui , il
mondo è rimasto intatto. Nonna è la prima a raggiungermi: io
cerco di parlare, ma la voce rimane sepolta. Mi sforzo, faccio
un respiro, riprovo: non c'è modo di spingerla fuori. Nonna è
spaventata : scendono a lei le lacrime, non a me. Quel giorno, il
giorno in cui Gesù ha ascoltato le mie preghiere, le parole si
fanno nemiche e io inizio a provare il loro male,che è una specie
di voragine di cui non si vede il fondo. La storia del mio silenzio
comincia così.
Nessuno si aspettava quella reazione. Non tornai a casa per una
settimana e mio padre - quando veniva ad accertarsi che stessi
bene - assumeva un tono comprensivo : " Dai che sorellina ti
vuole vedere ". Io facevo di no con la testa. Nemmeno lui poteva
immaginare la malattia che sentivo in bocca, il desiderio di
parlare e non poterlo fare.
Quando la rividi,mia madre finse di non accorgersene.Io badavo
a controllare dove fosse mia sorella e lei scopriva un lembo di
lenzuolo per mostrarmela.
" Non ti pare bella ?"
Mi sentivo un soprammobile senza mobile. Una sola domanda
avrei voluto rivolgerle, ma restava nel sottosuolo. (…)
Giuseppe Lupo da Breve storia del mio silenzio
BREVE STORIA DEL MIO SILENZIO 2
(…) Quando i medici mi visitavano, la prima cosa che chiedevano
era di cacciare fuori la lingua.
" Tossisci, tossisci ".
Io tossivo.
" Adesso deglutisci e fa' due passi. Vediamo come cammini "
Io camminavo su e giù nell'ambulatorio e ingoiavo aria.
Ricordo un dottore di Bari, un gran professore che aveva sulla
fronte una lampadina dentro una specie di coperchio per
caffettiere : " Signora, questo bimbo vive troppo in mezzo ai
grandi. Aria aperta, aria aperta" ripeteva, " la strada sarà la
sua maestra ". Mia madre prendeva appunti su un quaderno e
si riprometteva di discuterne con mio padre. Un altro dottore,
uno di Napoli, diceva che era l'umido dell' Appennino ad
allappare la lingua.
" E' chiaro, direi : al bambino occorre il mare "
Mia madre scriveva sul quaderno : " mare… mare ". E pure di
questo si riprometteva di parlare con mio padre.
" Non sarà mica colpa del ciuccetto ?" si azzardò a chiedere.
Il medico annuiva senza parlare : via questo ciuccio!
Avevo quattro anni e non ero ancora riuscito a liberarmene.
Mia madre mi ragionava così: " Se ti vedesse sorellina con
questa trombetta in bocca, cosa penserebbe ?" Io la guardavo,
ma non rispondevo. Certe volte mi facevo forza, gettavo il
ciuccetto giù dal balcone e cercavo la sua approvazione. Un
minuto dopo però tornavo ai vetri : dov'era finito? Ne avevamo
sempre uno di riserva e mio padre - quando terminava la
scorta - doveva correre in farmacia a comprarne un altro.
La verità era che i consigli dei medici non avevano successo e
io continuavo a non parlare. L'unico esercizio che mi
interessava era scoprire i segreti che mettevano in fila le parole
sulle labbra degli adulti. Contavo il tempo delle pause e
pensavo: dopo quante lettere bisogna fermarsi a respirare ?
Ogni frase sembrava un ponte sospeso sull'abisso. L'abisso era
il silenzio e le parole erano appese al filo che ci penzolava
sopra. Parlare era come salire su una funivia agganciata a
questo filo : ci si lasciava andare nel vuoto e via con le lettere,
una dietro l'altra. Io pensavo a quel che dovevo dire, prendevo
fiato e partivo, poi tentennavo. Non mi sentivo pronto a
completare la traversata sull'abisso. La ruggine impediva alla
funivia di correre. Mia madre si disperava,mio padre confidava
nella pedagogia.
" Lasciamolo stare. Deve venire il suo tempo "
Ma il tempo non veniva. Il tempo si nascondeva. (…)
Giuseppe Lupi da Breve Storia del mio silenzio
BREVE STORIA DEL MIO SILENZIO 3
(…) Ricominciai piano piano a capire che ero in grado di parlare,
frasi corte che pronunciavo tutte d'un fiato, senza il pericolo di
dovermi interrompere. Il difficile era partire. Prendevo la
rincorsa, chiudevo gli occhi, e mi lanciavo con la sensazione di
essere legato alla funivia sospesa sull'abisso." E se mi finisce il
fiato? Se la ruggine rallenta gli ingranaggi?".
Non era tanto il silenzio a farmi paura, ma che continuassi a
ricordarmene. Mia madre cercava di venirmi incontro quando
intuiva la mia difficoltà.
" Stavi dicendo questo, vero? "
Mi rubava il tempo e con la faccia accigliata.
" Pensa bene a quel che stai per pronunciare, concentrati ".
Era il peggior errore che potesse commettere : il mio compito
era dimenticare, non ricordare. Lei non lo sapeva. Nella sua
disperazione, tendeva a ridimensionare le mie debolezze, a
coprire le insidie.
" Sarà per noi come un sogno " era solita dire " anzi, fra poco
nemmeno più un sogno. " . E i suoi discorsi finivano lì.
Trascorsi molti giorni nell'incertezza di essere guarito.A fatica
riuscivo a farmi capire, raccontavo per sommatorie, a strappi,
a frenate.
" Ora che hai ripreso a parlare ", mi rassicurava mia madre, "
vedrai come sorellina ti sembrerà ancora più bella ". Era bella
mia sorella, non lo mettevo in dubbio : aveva una testa pelata
e un unico ciuffo di riccioli sottili e biondi proprio sulla fronte:
parevano a crescere a bella posta per tenere la nocca bianca
che negli anni a venire, tutte le mattine - mia madre - si
ostinava ad annodare. Quando mi accostavo alla culla, mia
madre si rasserenava, io no : c'era un'ombra fra me e lei.
Qualcosa si annidava dentro, un sentimento senza nome, com'
era senza nome l'aria dei mattini di giugno che portavano i
respiri dei lillà cresciuti lungo i muri. Un giorno quell'odore
nauseante arrivò così forte da provocare una domanda : " Sei
tu la mia vera mamma?"Gliel' avrei voluto chiedere nell'attimo
in cui rimasi senza parole. Lo facevo ora, con ritardo.
Mia madre sapeva bene a cosa mi riferissi : aprì il cassetto del
comò dove conservava le fotografie, ne afferrò una e me la
mise sotto gli occhi : " Io che ti allatto la prima volta ". Era
identica all'immagine di mia sorella poco dopo essere nata:
stessa posa, stesso letto stesse lenzuola. Al suo posto però c'ero
io. La foto non cancellò la paura di non essere guarito. Avere
genitori che non ti avevano messo al mondo, equivaleva a
camminare dentro una vita non tua,ai margini di una vita vera.
Ed è possibile che io abbia ereditato da mia madre questo
esistere senza appartenere, il sentimento che odora di lillà nei
mattini di giugno, perché anche mia madre non aveva avuto
una casa tutta sua dove trascorrere l'infanzia ed era vissuta dai
nonni, vicino al ponte di ferro, dove la domenica andavo a
recitare poesie in cambio di liquirizia. (…)
Giuseppe Lupo da Breve storia del mio silenzio
Iscriviti a:
Post (Atom)
