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mercoledì 14 agosto 2024

CANTA LA GIOIA ( dice D' Annunzio )

 


                                                                         Canta la gioia !




Canta la gioia ! Io

voglio cingerti

di tutti i fiori perché

tu celebri

tutta la gioia la gioia la

gioia,

questa magnifica donatrice !


Canta l'immensa 

gioia di vivere,

d'essere forte,

d' essere giovine,

di mordere i frutti

terrestri

con saldi e bianchi

denti voraci,


di por le mani audaci

e cupide

su ogni dolce cosa

tangibile,

di tendere l'arco su

ogni

preda novella che il 

desio miri,


e di ascoltare tutte le

musiche,

e di guardare con

occhi flammei

il volto divino del

mondo

come l' amante

guarda l' amata,


e di adorare ogni

fuggevole

forma, ogni segno

vago, ogni immagine

vanente, ogni grazia 

caduca,

ogni apparenza ne

l'ora breve.


Canta la gioia ! Lungi

da l'anima

nostra il dolore, veste

cinerea.

E' un misero schiavo

colui

che del dolore fa la sua

veste.


A te la gioia. Ospite !

 Io voglio 

vestirti de la più

rossa porpora

s'io debba pur

tingere il tuo

bisso nel sangue de le

mie vene.


Di tutti i fiori io

voglio cingerti

trasfigurata perché tu

celebri

la gioia la gioia la

gioia,

questa invincibile

creatrice !



               Gabriele D' Annunzio  



domenica 9 aprile 2023

E' PASQUA !



                                                                  Suono di campane...




RISURREZIONE


Suono di campane

voce che trasvola sul

mondo,

canto che piove dal cielo

sulla terra,

nella città sorda e 

irrequieta,

e nel silenzio dei colli

ove, nel pallore argenteo,

le bacche d'olivo

maturano il dono di pace.

Suono che viene a te,

quale alleluja pasquale,

a offrirti la gioia di ogni

primavera,

a chiamarti alla rinascita;

a dirti che la terra

rifiorisce

se il tuo cuore si aprirà

come un boccio,

che ripete un gesto

d' amore e di speranza,

levando il mite

ramoscello

in questa chiara alba di

Resurrezione !



                                 Gabriele  D' Annunzio


 


mercoledì 30 giugno 2021

LA NOTTE, IL SOGNO

 




                                              " Il mio sogno è stabile
                              e regge il mio peso.
                              E' il gradino su cui salgo,
                              per avvicinarmi alle mie speranze".


                                
                                        Gabriele  D'  Annunzio           


venerdì 27 settembre 2019

CON IN BOCCA IL SAPORE DEL MONDO 1

 
 

" Gli uomini d'intelletto, educato al culto della Bellezza, conservano sempre - anche nelle peggiori depravazioni - una specie di ordine " . ( G. D' Annunzio )



IL MERCOLEDI' DELLE MIE CENERI  ( G. D' Annunzio )

(…) Me ne sono andato come un attore sulla scena. La sera di
       Carnevale, pochi minuti fa, all'ora del crepuscolo.Dalle labbra
       non mi è uscito nemmeno un sospiro. Avevo sfiorato la morte
       così tante volte, che quasi pensavo non arrivasse più. Ma l'ho
       sempre detto che sui tavoli piccoli si lavora meglio, e anche
       morire è un lavoro che richiede fatica, e stile.
    Avrei potuto lasciare tutti a bocca aperta con un'ultima impresa,
    beffare il mondo un'altra volta come avevo beffato la marina
    inglese a Buccari o l'esercito austriaco quando volai su Vienna.
    Sparire su una mongolfiera o un dirigibile sopra il Polo Nord,in
    un viaggio senza ritorno, tra i ghiacciai puri e incorrotti con il
    cuore ibernato in una montagna di cristallo.Ma in fondo è giusto
    così: nessun rimpianto. Per uno come me non ci poteva essere
    luogo migliore che questa scrivania, il vero teatro di tutte le mie
    avventure.
    Ho reclinato la testa, toccato un'ultima volta con la punta delle
    dita questo legno così familiare, masticato un verso che nessuno
    potrà più sentire.
    La morte ha il sapore di una poesia incompiuta.
    Presto si alzerà il lamento delle donne e riempirà la casa. Mi
    porteranno a letto, mi distenderanno.Poi cercheranno di mettersi
    in contatto con Roma. E Mussolini, dall'altro capo del telefono,
    dirà : " Finalmente".
    Subito dopo comincerà la girandola delle ipotesi: è stato un
    cocktail di droghe; lo hanno avvelenato i tedeschi, perché quel
    pagliaccio con i baffetti alla Charlot non gli era mai piaciuto:
    si è tolto la vita. Ma saranno soltanto voci, che non smetteranno
   di correre. Anche se gli arsenici li avevo a portata di mano, sul
   mobiletto vicino alla biblioteca. E la data, sì, la data… non avrei
   potuto trovarne una più adatta.
   L'ultimo giorno di festa. L' ultima sera in cui indossare una
   maschera. Le luci di un interminabile veglione che si spengono.
   E quest'aria da epilogo, che si respira ormai in tutto il
   continente e che è giunta fin qua, fino alla mia villa isolata come
   un monastero.
   Domani sarà il mercoledì delle mie ceneri. Nessuno chiederà l'
   autopsia di questo corpo stanco.Mi faranno sparire rapidamente.
   Sono diventato un ingombro già da molto tempo. Il regime mi
   considerava un cadavere ambulante, un uomo sopravvissuto a
   se stesso, un comandante senza truppe, un maestro senza
   discepoli. Anche l'anno - in fondo - è perfetto. Il 1938. Con me
   cala il sipario sull'ultimo carnevale della lunga epoca che ho
   vissuto: l'intero teatro dell' Europa sta per andare a fuoco, la
   rovina è già alle porte.


                          Non piangere più. Torna il diletto figlio
                          a la tua casa. E' stanco di mentire.
                          Vieni, usciamo: tempo è di rifiorire.
                          Troppo sei bianca: il volto è quasi un giglio. 


                Fabio Stassi   da    Con in bocca il sapore del mondo

CON IN BOCCA IL SAPORE DEL MONDO 2



(…)Anche per la mia nascita avrei voluto un'occasione di leggenda
      Mi sarebbe piaciuto venire alla luce in mare, su un brigantino
      con il nome di una donna, Irene . E in certe ore sognanti che
      la letteratura concede, mi convinsi che le cose fossero andate
      proprio così. Fu in una casa - invece - che presi vita, in corso
      Manthoné. Pescara era allora un borgo di campagna di
      cinquemila anime morte. Io fui il primo maschio della famiglia,
      dopo due sorelle,e per questo fui molto amato e godetti subito
      di privilegi. Della mia infanzia ricordo soprattutto la Maiella, i
      suoi fianchi profondi, i nevai. E' a quel paesaggio che non ho
      mai smesso di somigliare: un impasto di promontori e di golfi,
     un trabocco pieno di reti protese in mare. Ma a unici anni mio
     padre mi spedì a Prato,in un collegio, perché mi " intoscanissi".
     E' lì che feci il mio voto all'eleganza: non mi sarebbero mai
     mancati sciarpe, guanti e abiti di buona fattura, né un
    inesauribile  valzer di parole in bocca. Posso dire con orgoglio
    di aver fatto ballare tutte le parole che esistono sulle mie labbra,
    senza peso né stanchezza e di averle liberate dalle colonie penali
    dei vocabolari, di avergli ridato vita. Mi sono anche divertito a
    inventarne o ad accoppiarle in modo insolito:la vittoria mutilata,
    il milite ignoto, i vigili del fuoco… L'italiano è come il costume
    di Arlecchino: una veste di infiniti colori e sfumature, una
    girandola di suoni che non si dovrebbe mai barattare per
    qualche giacca usata.
    No, il fiato non l'ho risparmiato.Mi ammalai per la nostra lingua
    di un amore assoluto e inguaribile. Ma se devo dire un nome su
    chi mi contagiò questa febbre, dico Giosuè Carducci. Gli scrissi
    una lettera senza compromessi: avrei consacrato la mia vita alla
    poesia, e questa è l'unica promessa a cui mi sia mantenuto
    fedele. Non avevo ancora sedici anni.
    Pubblicai il mio primo libro e  tutti mi presero sul serio. Sul
    Fanfulla  uscì una recensione a quattro colonne dal titolo
    premonitore : " A proposito di un nuovo poeta ".
    I conti con quel mago di Carducci, e poi con il Pascoli, li avrei
    fatti più tardi, quando, per trovare la mia voce, avrei dovuto
    recidere con loro ogni parentela.  (…)


             Fabio  Stassi    da   Con in bocca il sapore del mondo

CON IN BOCCA IL SAPORE DEL MONDO 3



(…) Ma oltre alla poesia, in collegio, scoprii anche l'amore. Una
       domenica pomeriggio, nella sala deserta di un museo etrusco,
       di fronte ad una statua di bronzo della Chimera, nel momento
       in cui la mia vita stava per diventare la mia arte,e l'arte la mia
       vita, baciai a morsi la bocca a una ragazza che aveva tre anni
       più di me, e si chiamava Clemenza. Quel primo bacio mi portò
       fortuna, perché da allora in poi le donne sono sempre state
       clementi con me. La chiamai, l'ora della Chimera, il momento
       in cui ogni equilibrio tra due esseri si rompe e il desiderio
       straripa. Non molto tempo dopo, spezzai in un postribolo una
       fiala d'essenza di gelsomino.
       Sì, le donne sono state la mia ossessione. A ciascuna diedi un
       nomignolo diverso, perché si ricordassero che in quel modo le
       chiamavo io soltanto, e nessun altro.
       Le ho tradite tutte, è vero. Barbarella, la Duse, le altre. Mia
       moglie, abbandonata anche dal padre, si gettò da una finestra.
       Eppure ogni volta che una di loro si ammalò, le accudii con
       la tenerezza e l'attenzione di un infermiere. Perché tutte - a
       mio modo - le ho amate. E non dico soltanto nel lungo tempo
       che passai con loro  in conclave , quel tempo sospeso di
       piacere e libertà e distrazione che nient'altro  - più del sesso -
       ci regala: l'esperienza della morte prima della morte e dell'
       eterno ritorno. Mi considerarono un corruttore di costumi, e
       la cosa mi fa ancora sorridere; sono stato invece un educatore
       coraggioso. Il sesso è uno scandalo soltanto per gli ipocriti e
       i bugiardi.
       Falsario delle parole e dei sentimenti, dissero di me. Ma il
       poeta è una razza particolare di fingitore, come ha scritto
       bene un mio collega portoghese.
       Le mie donne giuro di averle amate con tutto me stesso: con gli
       occhi, con le mani,con il fiato. Dicevano che quando parlavo
       con loro, mi trasfiguravo, le facevo sentire come se fossero il
       centro dell'universo. Lo erano, per me. Mi restituivano la
       bellezza che mi mancava. Le amavo, e attraverso l'amore, le
       creavo. Come sussurravo loro, io sono un mistero musicale
       con in bocca il sapore del mondo.


                                        Taci. Su le soglie
                                        del bosco non odo
                                        parole che dici
                                        umane.



         Fabio  Stassi   da    Con in bocca il sapore del mondo

venerdì 26 maggio 2017

APOLLO E DAFNE : FRA BERNINI E D'ANNUNZIO

 
 
 

                                              Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei fatta!


(...) Disse: " Inseguiva il re Apollo Dafne
      lungh'esso il fiume, come si racconta.
      La figlia di Penèo correva ansante
      chiamando il padre suo  dall'erma sponda.
     Correva, e ad ora ad or le snelle gambe
     le s'intricavan nella chioma bionda.
     Ben così la poledra di Tessaglia
     galoppa nella sua criniera falba
     che fino a terra la corsa le ingombra.
    
     Rapido il re Apollo più l'incalza
   - infiammato desio - per lei predare.
     All'alito del dio doventa fiamma
     la chioma della ninfa fluviale.
    " O padre, o padre " grida, " tu mi scampa! "
     Chiama ella il padre suo con grida vane.
     " Padre, un veloce fuoco mi ghermisce! "
      E corre, ed ansa, e le sue gambe lisce
      crescon la furia del dio predace.

     " O gran padre Penèo, perduta sono,
       ché mi si rompono i ginocchi.
       Ed ecco ella s'arresta, chiude gli occhi
       e trema e dice : " Or ecco m'abbandono".

       Una gioia s'aggiunge al suo terrore
       ignota che il divin periglio affretta.
       Tremante e nuda  dentro la chioma ode
       la vergine il tinnir della faretra,
       sente la forza del perseguitore,
       vede l'ardor pe' chiusi cigli e aspetta
       d'esser ghermita, e più non chiama il padre.
       Ma il dio la chiama: " Dafne, Dafne, Dafne! ".
       Ed ella non udì voce più bella.

       Il dio la chiama: " Dafne, Dafne! ". Ed osa
       ella aprir gli occhi: la rutila faccia
       vede da presso e la bocca bramosa
       mentre il dio con le due braccia l'allaccia.
       Rapita dalla forza luminosa
       gitta ella un grido che per la selvaggia
       sponda ultimo risuona. E l'ode il padre.
       Avido il dio districa la soave
       nudità dalla chioma che la fascia.

       Bianca midolla in cortice lucente,
       in folti pampini uva delicata!
       Tenera e nuda il dio la piega, e sente
       ch'ella resiste come se combatta.
       Tenera cede il seno; ma dal ventre
       in giuso, quasi fosse radicata,
       ella sta rigida ed immota in terra.
       Attonito, l'amante la disserra.
      " Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei fatta! "

       Subitamente Dafne s'impaura:
       le copre il volto e il seno un pallor verde.
       Ella sembra cader, ma la giuntura
       dei ginocchi riman dura e inerte.
       S' agita invano. L'atto della fuga
       invan le torce il fiato. Si disperde
       il senso di sua vita nella terra.
       E l'amante deluso ancor la serra.
      " Ahi lassa, Dafne, chi ti trasfigura?"

       Ma non il suo melodioso duolo
       giova a trarre colei dalla sua sorte.
       Nell'umidore del selvaggio suolo
       i piedi farsi radiche contorte
       ella sente e da lor sorgere un tronco
       che le gambe su fino alle cosce
       include e della pelle scorza fa
       e dov'è il fiore di verginità
       un nodo inviolabile compone.

      " O Apollo" geme tal novo dolore.
      " Prendimi", dov'è dunque il tuo desio?
        O Febo, non sei tu figlio di Giove?
        Arco- d' Argento non sei dunque un dio?
        Prendimi, strappami alla terra atroce
        che mi prende e beve il sangue mio!
        Tutto furente m'hai perseguitata
        ed or più non mi vuoi? Me sciagurata!
        Salva il mio grembo per lo tuo desio!

        Salvami, Cintio, per la tua pietà!
        Se i miei capelli, che t'avvinsero, ami,
        de' miei capelli corda all'arco fa!
        Prendimi, Apollo!". E tendegli le mani,
        che son fogliute, e il verde sale; e già
        le braccia sino ai cubiti son rami;
        e il verde e il bruno salgon per la pelle;
        e su per l'ombelico alle mammelle
        già il duro tronco arriva; e i lai son vani.

        " Aita, aita! Il cuore mi si serra.
         Vedi altra scorza che il petto m'opprime!
         O Febo Apollo, strappami da terra!
         Tanto furente, non sia più ghermire?
         Nuda mi prenderai su la dolce erba,
         su la dolce erba e su 'l mio dolce crine.
         Ardo di te come tu di me ardi.
         O Apollo, o re Apollo, perché tardi?
         Già tutta quanta sentomi inverdire".

         Il dolce crine è già novella fronda
         intorno al viso che si trascolora.
         La figlia di Penèo non è più bionda;
         non è più ninfa e non è lauro ancora.
         Sola è rossa la bocca gemebonda
         che del novello aroma s'insapora.
         Escon parole e lacrime odorate
         dall'ultima doglianza. O fior d'estate,
         prima rosa del lauro che s'infiora!

         Tutto è già verde linfa, e sola è sangue
         la bocca che querelasi interrottamente.
         In pallide fibre il cor si sface
         ma il suo rossore è in sommo della bocca.
         Desioso dolor preme l'amante.
         Guarda ei l'arbore sua ma non la tocca;
         l'ode implorare, ma non ha virtù.
         E chiama: " Dafne, Dafne!". Ella non più
         implora, non più geme. " Dafne, Dafne! "

         Ella non più risponde: è senza voce.
         Pur la gola sonora è fatta legno.
         Le palpebre son due tremule foglie;
         li occhi gocciole son d'umor silvestro;
         bruni margini inasprano le gote;
         delle tenue nari è appena il segno.
         Ma nell'ombra la bocca è ancora sangue,
         sola nel lauro la bocca di Dafne
         arde e al dio s'offre: virginal mistero.

         Curvasi Apollo verso quella ardente,
         la bacia con impetuosa brama.
         Ne freme tutta l'arbore, s'accende
         l'ombra intorno alla fronte sovrana;
         ogni ramo in corona si protende
         e la fronte d' Apollo è laureata.
         Pean! O gloria! ma sotto i suoi baci
         or più non sente che foglie vivaci,
         amare bacche. E Dafne, Dafne chiama.

         " Ahi, lassa, Dafne, ch'arbore sei tutta!
          Ahi, chi ti fece al mio desio diversa ?
          In durissimo tronco e in froda cupa
          la dolce carne tua or s'è conversa.
          La tua bocca vermiglia s'è distrutta,
          che pareva di fiamma ardere eterna.
          Come leggeri i piedi tuoi su l'erba,
          or radicati nella negra terra!
          M'odi tu? M'odi tu? Dafne, sei muta?

          Rispondi! ". Abbrividiscono le frondi
          sino alla vetta. Nel silenzio un breve
          murmure spira. " M'odi tu? Rispondi!"
          Move la vetta un fremito più lieve.
          Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi
          cieli, le rive alto silenzio tiene.
          Il bellissimo lauro è senza pianto;
          il dolore del dio s'inalza in canto.
          Odono i monti e le valli serene.  (...)


             Gabriele D' Annunzio   da    Alcyone  - libro III
      
         

giovedì 8 dicembre 2016

LETTERA DI GABRIELE A BARBARA ( 3 )



18 Novembre 1892


Non è possibile che io non ti riveda e non ti parli ancora una volta,
una volta sola. Ho bisogno di dirti molte cose, di chiederti molte
cose. Ti aspetterò alle  15, 30 di oggi sulla piazza del Quirinale,
presso l'obelisco.
Consentimi, non ti pentirai di avermi ascoltato!


          Ariel



  Gabriele D' Annunzio  da   Lettere d'amore a Barbara Leoni

LETTERA DI GABRIELE A BARBARA ( 2 )




15 Novembre 1892


Ebbi ieri mattina la tua lettera.
Quella che io ti scrissi alcuni giorni fa era sincera. Né pure uno dei
particolari narrati è falso. C'è - di più - quel che ora tu sai e che
aggrava la mia angustia e la mia sofferenza. Se sai tutto, sai anche
per quale  ragione noi siamo qui. Se sai tutto, sai anche per qual
seguito di sciagure irresistibili io mi sia ridotto a questo punto.
Nessuno al mondo - intendo nessun uomo d'onore - avrebbe potuto
e potrebbe consigliarmi di sfuggire a una responsabilità che
comunemente si crede sacra. Incalzato dalla violenza degli avvenimenti, stretto in un intrico senza scampo, ho fatto il mio dovere. Lo farò fino all'ultimo. Comprendi bene: la mia anima ha
patito e patisce la violenza di fatti incommutabili. In mezzo a tanti
dolori ( e senza tregua ) ho pensato a te di continuo. E' vero e
sincero il sentimento che mi suggerì la parole da te trascritte in
questa tua lettera spensierata. Per settimane intere ho evitato di
scriverti. Ti ho pianta e rimpianta. Il castigo di cui tu parli è
cominciato già da gran tempo. So bene che non ritroverò mai
Barbarella. L'attitudine che tu prendi verso di me - con questa tua
lettera - mi impedisce di esprimere quel che ho dentro, mi impedisce di abbondare in giustificazioni. Qui, quando ebbi la tua lettera interrogativa, ebbi il bisogno invincibile di uno sfogo. Ti
parlai come a una sorella. Ti tacqui soltanto una circostanza che
rende più atroce il mio stato. Perché avrei dovuto confessarla?
Già tu sembravi consapevole di molte cose. Già tu parlavi di
perdono. Già - in una lettera recente - tu parlavi di indulgenza e
ti offrivi per sorella. Tutto questo mi faceva supporre che tu fossi
consapevole - almeno in parte - di quanto accadeva. Le tre lettere
che seguirono la mia mi parvero così riboccanti di bontà e di
tenerezza, ch'io non ebbi cuore di risponderti, straziato dal vano
rimorso e dal vano rimpianto. E cercavo affannosamente un mezzo
per uscire dalla terribile stretta. A pena avessi avuto la possibilità
materiale di muovermi, sarei venuto a Roma e avrei avuto il
coraggio di confessarti tutto. Avresti avuto da me una confessione
nobile e dolorosa, forse diversa alquanto  dalle informazioni
raccolte chi sa da quali bocche...
Ormai, tutto è inutile. Ho voluto scriverti per dirti che in quanto
ho scritto ultimamente non c'è neppur l'ombra di una menzogna,
e che perdono certe parole alla cecità della tua collera.
E' possibile che questa lettera mi venga dalla stessa donna che
alcuni giorni fa appariva così nobilmente pietosa ed eroica?
Godi, mia cara Anima, perché tu sei vendicata già. Io non sono
mai stato così intollerabilmente infelice. Addio.
Ti sarò gratissimo se vorrai rimandarmi tutte le mie lettere, invece
di bruciarle. Compi con pazienza questo atto estremo, e fa' che mi
giungano intatte. Le rileggerò spesso e ricorderò con inconsolabile
rimpianto, sempre, fino alla morte.
Un amore come il nostro può bastare a tutta una vita, anche estinto
Tu certamente sarai felice ancora. Tu stessa mi assicuri che sei
completamente guarita e che non hai rimpianti di nessuna specie.
Io ti credo. Così potessi non crederti! Un anno fa eravamo ad
Albano: la sera del 17 novembre bevemmo una bottiglia di
Champagne con grandi auguri. Fu quella forse l'ultima vera festa
del nostro amore e l'ultima vera ebrezza. Un anno fa! Poi  il
Destino mi travolse nella città abominevole.
Addio, non avrei dovuto scriverti che un rigo. Ti ringrazio di tutto,
intendi?, di tutto. Non dimenticherò nulla, mai. In qualunque
occasione - se vorrai - mi ritroverai . Sii cauta nella vita. Fa' che-
se mi giungerà qualche notizia di te - io riconosca sempre l' Eletta
che amai e che amo sopra tutte. Credi ( e te lo dice un uomo che
ha errato di continuo e, per questo, ha sofferto di continuo ) credi
che la via diritta, anche quando è dura, è la migliore. E tu già lo
sai, tu che conosci così bene l'ebrezza del sacrificio.
Tu sei giovane, amerai ancora; ma - se puoi - ama senza abbassarti! Io proseguo nella mia corsa cieca e vertiginosa verso
chi sa qual precipizio. Non mi volgerò indietro che per guardare-
con occhi velati di lacrime - il grande amore passato, il grande
amore perduto per sempre.
Addio Barbarella


                    Ariel


  Gabriele D ' Annunzio  da   Lettere d'amore a Barbara Leoni

LETTERA DI GABRIELE A BARBARA



21 Agosto 1887


A quest'ora tu avrai ricevuto la mia lettera di ieri, forse . Sono le
dieci. Come sai, l'interruzione è stata involontaria. Ora sto assai
meglio: questa mattina non ho febbre e la spalla mi dà un fastidio
sopportabile; domani o domani l'altro sarò guarito perfettamente.
La nostra partenza era fissata per la notte di lunedì, quando si leva
il vento di terra. Ma oggi piove. Speriamo bene.
Io sto qui a Castellamare, solo con Adolfo, mentre i miei stanno a
Pescara, dall'altra riva del fiume. Ho un alloggio da canottiere, tutto tappezzato di grandi stuoie giallastre, di bandiere multicolori
e di lanterne nautiche e di remi. Dormo sopra una branda, assai
stretta, dove il mio corpo sta come in una bara. Il solo lusso di questa casa umile sono i tappeti d' Oriente e i cuscini.
Quando non era ancora giunto il mio amico ed io ero solo, ho
pensato spesso che sarei stato molto felice se tu avessi animato la
solitudine, se tu fossi apparsa una notte sulla soglia, d'improvviso.
La piccola branda avrebbe accolto i nostri corpi avviluppati
ardentissimamente, e il mare avrebbe coperto con la sua grande
monotonia i gridi della nostra passione e i singhiozzi della nostra
voluttà. Come ti amerò, quando ti avrò ancora! Mi pare quasi che
al contatto della tua carne, della tua carne così dolce e così ricca
d'oro e così profumata di naturali aromi, io morirò di piacere.
Quando ripenso ai baci che io ti dava su tutto quanto il corpo, sul
seno piccolo ed eretto, sul ventre perfetto come quello di una
vergine statuaria, su la rosa che è calda e viva e soave come la tua
bocca, su la coscia che ha la mollezza del velluto e il sapore di un
frutto succulento, su le ginocchia che tu invano mi contendevi
ridendo e contorcendoti, e nella piegatura delle ginocchia che è
così delicata e fresca e infantile, e su la schiena tutta dorata e
sparsa d'acini d'oro e segnata d'un solco dove la mia lingua
correva rapida e umida nella carezza, e sui lombi e sui fianchi di
meravigliosa bellezza, e su la nuca e tra i capelli e su le lunghe
ciglia palpitanti e su la gola: quando ripenso a tutta quell'onda di
gioia che mi attraversava le vene soltanto nel guardarti ignuda, mi
sento rabbrividire ed ardere e tremare, e ti tendo le braccia con
un disperato impeto di desiderio e singhiozzo sotto l'oppressione
dell'angoscia d' amore.
Addio. Ti avviserò quando partirò. E se partirò.
S'io verrò, potrò averti, potrai tu essere tutta mia?. Credo che sarebbe un'orribile tortura vederti soltanto senza possederti.
Ti voglio.
Addio, amore. Pensami sempre


                Gabriel



   Gabriele D' Annunzio da   Lettere d'amore a Barbara Leoni




GABRIELE D' ANNUNZIO ( Un amore )




(...) Gli amori di Gabriele D' Annunzio non si contano. Lungo e
       intenso e forse il più appassionato anche perché giovanile
       è quello che - tra il 1887 e il 1982 - lo legò a Barbara Leoni:
       uno slancio che congiunse il ventiquatrenne intellettuale d'
       assalto e la bella trasteverina e che bruciò contro lo sfondo
       splendido della Roma di fine secolo, di Francavilla e di
       Napoli. Cinque anni d'amore che agirono da stimolo per
       i suoi capolavori del periodo, liricamente trasfigurati.
       Ma è più che mai nelle lettere che la storia di Barbara e di
       Gabriele - da cui lui uscì colmo di gloria e lei provata da
       una passione che aveva minacciato di distruggerla - viene alla
       luce pienamente, con assoluta eleganza di scrittura intrecciata
       al più  intenso erotismo .  (...)


             " Da  lettere d'amore a Barbara Leoni "