(...) Gli affetti non si ammalano. non sono aggredibili. E' solo il cervello, la sua chimica e la sua architettura che si alterano, si decompongono e - di conseguenza - generano i sintomi della follia.
L' amore può essere imbavagliato, rinchiuso, imprigionato, ma rimane tale, puro, non si ammala, non impazzisce.
E' solo la mente, la chimica del cervello - la sua sconnessione - la causa della follia. (...).
Sia sempre in voi la radice dell' amore, perché solo da questa radice può scaturire l' amore.
Amate, e fate ciò che volete.
L' amore nelle avversità sopporta, nella prosperità si modera, nelle sofferenze è forte, nelle opere buone è ilare, nelle tentazioni è sicuro, nell' ospitalità generoso, tra i veri fratelli lieto, tra i falsi, paziente.
E' l' anima dei Libri sacri, è virtù della profezia, è salvezza dei Misteri, è forza della scienza, è frutto della Fede, è ricchezza dei poveri, è vita di chi muore.
" La poesia somiglia alla preghiera. Victor Hugo diceva che ci sono momenti in cui, qualunque sia l' attitudine del corpo, l' anima è in ginocchio. La poesia è raccoglimento, offre una possibilità di ascolto di sé stessi, ci consente di raggiungere e di scoprire una parte di noi, affina il nostro udito e la nostra sensibilità. Quindi ci rende presenti a noi stessi e agli altri. E imparare ad ascoltare noi stessi, può essere un buon inizio per imparare ad ascoltare anche gli altri ad essere reciprocamente presenti." ( C.C. )
" ... e colpisce, nella tessitura purissima del libro, la perfetta identità fra trama amorosa e discorso metapoietico, che si dispiega in immagini enigmatiche e nei piccoli trasalimenti del cuore, come chi si accinga - passo dopo passo - a " vestire di parole / una breve eternità ". ( G. Pontiggia )
Ignoriamo tutto
di questa severa natura
che ci lega regalando
fervore e sonno.
I dorsi dei libri
sui ramosi scaffali
si sfanno in concrezioni dorate
presto si spengono
il racconto di una sera
che dice tregua e riparo.
***
Sopra l' acqua fabbricata
questa dimora che guardano
molti occhi, un giuramento,
tuo e mio, per un miglior luogo
mentre termina l' anno
nella ferocia dell' azzurro
incenso di nuvole come
labbra sfiorate da un niente
sfavillante, che ci assalta
ci perde.
***
La vita che ti hanno fatto
non volere, un affanno
non degno che riponi
sulla pallida pietra
del cuore. Avrai
pieghe felici candore
di sillabe rare per cedere
il tuo segreto
al concerto d' ossa
che dentro il nulla
vedrà presto il fuoco.
***
Per una via dubbiosa
si apriva un inatteso
fiorire : ecco la luce
di molte infanzie
il colorato soffio
prolungato in vera
estate, e vicino e vivo
sotto deposti raggi
il mio tranquillo disastro.
***
Non più un nome. Andiamo
per questa campagna coperta
di sedimenti rocciosi
quando un liberato suono
accende di lampi la falci
dei tuoi occhi strappati
al vuoto. Sparsa un' altra
immagine, un dio nascosto
si riveste d' ingiustizia
se ciò che esiste è solo
corpo errante vocabolo
straniero.
Roberto Rossi Precerutti da Recinto di pena e altri petrarchismi
Gli intellettuali del suo Paese - soprattutto giovani - ogni anno in occasione della morte della poeta, si riuniscono attorno al suo sepolcro, accendendo candele e leggendo sue poesie, di fronte ai versi dell' epigrafe, che recitano : " Io parlo dall' estremità della notte /. Dall' estremità della tenebra / dall' estremità della notte io parlo /. Se verrai a casa mia, oh caro / portami una luce / e una piccola finestra / per guardare la stradina affollata e felice // ".
Forugh Farrokhzad ( la voce ribelle della poesia persiana ) nasce a Teheran nel 1935 e pubblica a vent' anni la sua prima raccolta di poesie ( Prigioniera ). Dopo una vita matrimoniale durata appena tre anni, è costretta a una difficile scelta tra la famiglia e la Poesia. Forugh sceglie la Poesia e perde per sempre il diritto di vedere il figlio. Dopo la pubblicazione del secondo volume" Il muro " e terzo " Ribellione ", in seguito al suo incontro con il regista Golestàn, inizia la sua attività cinematografica. Nel 1963 pubblica la sua più importante opera poetica " Un' altra nascita " , mentre il 13 Febbraio 1967 - a trentadue anni - perde la vita in seguito ad un incidente automobilistico.
UNA FINESTRA
Una finestra per vedere
una finestra per sentire
una finestra che come la bocca di un pozzo
giunga in fondo al cuore della terra.
E si apra lungo questa continua grazia azzurra,
una finestra che nel favore notturno del profumo di nobili stelle
trabocchi di piccole mani della solitudine,
e da lì potremo invitare il sole
all' esilio dei gerani.
Mi basta una finestra.
Vengo dal paese delle bambole
sotto l' ombra degli alberi di carta
nel giardino di un libro illustrato
dalle stagioni secche dell' esperienza dell' amicizia e dell' amore
dai sentieri polverosi dell' innocenza
dagli anni fiorenti nelle pallide lettere dell' alfabeto
da dietro i banchi di una scuola malsana
quando i bambini ormai sapevano
scrivere sulla lavagna la parola pietra
e stormi confusi di uccelli volavano da vecchi alberi.
Vengo dal cuore fra le radici di piante carnivore
e la mia testa ancora
trema all' urlo terribile di una farfalla
crocifissa sull' album con uno spillo.
Quando la mia fede era impiccata alle fragili corde della giustizia
e in tutta la città facevano a pezzi il cuore dei miei occhi,
quando soffocarono con il fazzoletto nero della legge
gli occhi infantili del mio amare,
e dalle tempie pulsanti della mia speranza
sgorgavano fiotti di sangue,
quando la mia vita ormai non era più nulla,
nulla se non il tic - tac di un orologio,
capii che dovevo amare
amare, amare follemente.
Mi basta una finestra,
una finestra nell' ora dell' intesa, dello sguardo., del silenzio.
Adesso l' albero di noci è talmente cresciuto
che spiega alle sue giovani foglie
la presenza del muro.
Chiedi allo specchio
il nome che ti salverà,
la terra che freme sotto i tuoi passi
non è più sola di te ?
I profeti del nostro tempo
hanno forse portato le scritture della rovina ?
Queste esplosioni continue,
le nuvole sporche
sono forse l' annuncio di un canto sacro ?
Tu, amico, tu, fratello, tu che hai il mio stesso sangue
quando arriverai sulla luna
scrivi la storia della strage dei fiori.
Sempre i sogni
s' infrangono dall' alto e muoiono,
io annuso il quadrifoglio
che spunta sulla tomba di antichi sensi.
La donna che divenne polvere nel sudario dell' attesa e del pudore
era forse la mia giovinezza ?
Salirò di nuovo - io - per la scala della curiosità
per salutare il buon Dio che cammina sul tetto di casa ?
Sento che il tempo è trascorso
sento che è un istante la mia parte
tra le pagine di storia
sento che il tavolo è il pretesto di una pausa
tra i miei capelli e le mani di questo triste sconosciuto.
Parla, parla con me
esiste forse qualcuno che conceda a te il suo corpo caldo ?
E da te non desideri altro che sentire la terra che scorre ?
La Raccolta di Foltran celebra l' intimità come dimensione sacra. Il titolo, dal persiano " solitudine rituale", annuncia un' opera costruita sulla dialettica amore- isolamento. La struttura, divisa in tre parti ( " L' una il nume dell' altro " ; " Economia reale "; " Naufrago in piscina" ) contrappone la perfezione dell' universo duale - due amanti che si bastano - alla violenza del mondo esterno. L' autore lavora sul verso endecasillabo che che si piega al settenario, creando una metrica " della complicità ". Eredi di Tibullo ( poeta latino ) e di Khayyam ( poeta, matematico e astronomo persiano ), questi versi oppongono alla frenesia contemporanea un' erotica della stasi, un tempo sospeso, dove " l' eternità sia il nostro oggi per sempre ".
" Che la poesia abbia a che fare con la riparazione ci è stato insegnato da poeti come Bonnefoy ed Heaney : entrambi hanno inteso lo scrivere come impegno a ridare alla parola la natura di un evento che ricostituisce il vero luogo, la condizione di unità perduta. Per quanto mi riguarda posso dire che - ad un certo punto - mi si è imposta la visione della parola non più abbandonata a sé stessa, ma abitata finalmente da una coralità ( quella col mondo, con le cose, con le memorie stesse ); coralità che sola può ricondurre la poesia al suo compito essenziale cioè che " l' anima trascende sempre le proprie circostanze " ovvero che sempre possiamo mettere e rimettere mano alla nostra esistenza per ravvivarne il disegno originario. " ( Biagio Accardo )
COME SEMPRE
Che ti dirò ancora, non rassegnarti, cara,
ricomincia ogni giorno a togliere,
rassetta come fosse il sabato,
lava perché l' unto vada via, sbrina il frigo.
Inizia quel che già sai, e fai
come se nessuno l' avesse mai fatto.
Non indugiare col bacio,
ma vivi anche senza ; non essere sazia,
ma lasciati mordere dalla fame;
apri i balconi e ascolta le voci :
nascono fuori, sui tetti, fra strade ed errori.
E anche se quel che resta parrebbe solo
l' aridità di un gesto, tu sappi :
la verità è sempre nel suo iniziare : lì
si consumano guerre, antinomie,
e sembra che tutto dorma,
sembra - come sempre - la quiete del meriggio.
***
Non dirmi una parola che non sia pane,
pane spezzato con un po' di cenere,
pane con un po' di carbone,
pane che non bruci e insanguini le labbra.
Non dirmi una parola estenuata
di bellezza, talmente bella
da accecare, far andare fuori pista,
per un poco sbandare. Ogni volta
che mi dai la tua parola, fa' che sappia di te,
del tuo mondo, dell' odore del tuo grano.
Ma non darmi una parola che mi indichi
il sole che vedo, la luna, la strada,
neanche i sassi su cui rischio di cadere
e su cui regolarmente cado. Dammi
la parola di cui ho fame e di cui ho sete,
la parola lasciata nel fondo più fondo
del pozzo, là dove corda non giunge
e luce non entra. Dammi la parola ladra di cielo,
che dorma dove io non ho ancora deciso
di dormire, una parola che non fugga
al primo ruzzolare di tuono, crepitare di pioggia.
***
Che ardua rima sei stata, amore, che aspro
verso. Di tutte le misure, tu
la più indomita. Le più dure vocali
in te s' adunano e fanno guerra.
Tutti i metri ho pareggiato,
ma tu resti per me come sul foglio
lo sgarro, lo sberleffo che irride il cerimoniale,
la mano che scancella il tanto fatto.
Altra musica scrivevi, e altro spartito, dissono
e maldestro, ma era vero, più del mio
col tanto inchiostro perso. Se mai
vi fu un verso, quello fu certamente tuo :
spigoloso e duro, affatto bello,
ma netto, chiaro, mai controverso.
***
ESERCIZI DI RIPARAZIONE
Riparare, rialzare, aggiustare, ci rimarrà
solo questo da fare. Lasciamo a Dio
la creazione, l' incessante compito
di guidare l' invisibile filo che dal Big Bang
conduce fino a noi e forse
a un altro e più sconosciuto noi.
Il nostro è il piccolo mondo degli umani :
ci fa cornice solo ciò che ci somiglia :
la rondine che se ne va, la neve
che si scioglie, il vento che s' acqueta. Forse
è questo il compito che Dio ci lasciò
quando si separò da noi in un momento
che non riusciamo più a ricordare :
riparare ciò ch'è rotto, risanare ciò che si ammala,
rialzare ciò che cade : in questo - credo
la frazione in noi della sua divinità.
Per questo Dio è lento, lento di anni,
e non vuole perdere nessuno, proprio nessuno.
Credo ci guardi e ci immagini
come solo lui sa, mettendo le mani
lì proprio dove il disegno scolora, la meccanica cede,
" Mi troverai vivo " è un guanto di sfida lanciato alla vita che - con ostinazione pone l' uomo - poeta di fronte a prove stremanti, gravide di turbamenti e afflizioni.