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martedì 8 agosto 2023

DIALOGHI CON AMIN

 



                                                             Tracanno da ogni vena di luna...




COSA RESTA DEL SOGNO?


Io non lo so che cosa resta del sogno. Io sono inutile come la pace. Sono il ras delle ombre, luce cariata dell'avvenire. Conservo questa macellazione del bianco e tracanno, da ogni vena di luna, quel vino fatto aceto che chiamavo incanto.




                  Giovanni Ibello   da    Dialoghi con Amin



domenica 8 agosto 2021

IBELLO COME BOSCH

 



Troveremo un altro modo per fare altra la vita...



Se volessi accostare i versi di Giovanni Ibello alle pennellate di un pittore, mi viene in mente  Hieronymus Bosch. In entrambi c'è uno spirito ironico e ribelle, a tratti caustico. Le visioni e le ispirazioni del poeta nascono da credenze popolari e sfondi post bellici. Nel diorama poetico di Ibello, ciò che viene nominato ed evocato, suggerisce la presenza di fiabe, maghi, alchimia, sette, e sullo sfondo simboli che si moltiplicano in continuazione. Le poesie presentano figure che stanno fra l'animalesco e l'umano, descritte utilizzando la categoria del grottesco. In questa incessante e inusuale incarnazione e raffigurazione, emergoni come scogli in un mare in burrasca visioni e accostamenti sempre più inconsueti.






Di quello che sognavi veramente

non resta che un silenzio siderale

una lenta recessione delle stelle

in pozzanghere e filamenti d'oro,

il riverbero delle sirene accese

sui muri crepati delle case.

Così dormi, non vedi e manchi

il teatro spaziale delle ombre.

Il  desiderio è l'ultimo disincanto.

Ma quanti gatti si amano di notte

mentre l'acqua scanala nelle fogne.



                                                 ***


Hai sognato lo scisma dei santi

il mistero della cernia ermafrodita.

Hai sognato

la vergine delle dune

e aceto per le antilopi erranti.

Quando ti vedo dormire

la notte profuma di arance.



                                                  ***


Il tuorlo magmatico dell'alba

si sgretola nei cardi.

E' questo il destino dei corpi:

le amnesie lunari

la lesione tellurica del buio.

Mai nessuno

ci ha chiesto di essere vivi.

Anche tu la chiami morte

questa armata silenziosa senza lume?

Questa rete di spade

incrociate sopra i corpi,

l'antilope che si ritira tra i canneti.

La preghiera del giorno: siamo muti.

Tutto si separa per venire alla luce.



                                                 ***


La mia estasi rimane

lettera morta sul greto.

Brindo al disamore

al cuore profanato nell'acquaio

agli insetti fulminati nell'insegna.

Ci lega la parola feroce,

una giostra di penombre.

L' incanto di una teleferica,

l'esatto perimetro di un grido.

Tu che muori

in quell'assillo di aranceti

che ritorna.

Era l'affanno antico,

l'anemone del giorno

divelto sopra i silos.



                                                    ***


Cercava la risacca nelle pinete

fiutava l'ombra di un ago sul fondale:

la terra rovesciata, il sudario fertile.

Conta fino a zero, le dissi

salta nell'arco cinerino.

E' tutto calmo,

qui è davvero tutto calmo,

il sole è una biglia di benzodiazepina.

C' è ancora un intreccio

di gelsomini carbonizzati sulla pietra.

L'estate

una valanga d'aceto sopra i fiori.

Ma in questo valzer di occhi crociati

non dire una parola, non parlare.

Troveremo un altro modo per fare altra la vita.



                      Giovanni  Ibello    



sabato 8 luglio 2017

ANCHE QUESTO SILENZIO E' COLPEVOLE

 
 

                 
                                                                  Sempiternam requiem





Anche questo silenzio è colpevole
e dei corpi rimane sempre un'ombra
discreta ai margini della stanza.
Volevo interrogarla
ma era senza testa
eppure ero certo che mi stesse scrutando.
Così le ho detto " parla"
e una voce greve mi ha scosso il ventre
come un vuoto d'aria.

" Si viene al mondo in un tramestìo di voci
   ma il commiato è un rito quieto
   che si celebra per sottrazione.
   Quando ci siamo guardati negli abissi
   sapevamo di scontare il prezzo della luce
   che s'incunea
   sotto la coltre murata delle acque
   perché gli occhi sono l'ultimo confine dell'esistere
   perché gli occhi restano
   alla pietà del destino che stenta".



Quando saremo morti
il solleone inciderà
il nostro nome nuovo
nei rigagnoli ai lati delle strade
uno sfolgorìo di sinapsi
nei pomeriggi arrochiti
dall'estate.
E sarà bellissimo
come un'idea
il graffito di Dio
e il fango e i piedi nudi dei fanciulli
e il mondo fuori, la terra dei fuochi
l'aria cinerina
non sarà che un parlare ozioso.




Quando con la mano
cercherò le gore del tuo pianto
la fiamma sarà il silenzio
di una cattedrale
e la cenere ci occluderà il petto
con la boria delle false promesse:

" Le nostre voci sono l'aria che manca
   ma so che non avrai paura. "




Il tuo corpo ha radici profonde
nelle feritoie del costato.
Il tuo corpo s'intreccia
nello spazio bianco
che separa i feti
destinati a morire:
perché davvero non è questo
il tempo di piangere gli anziani
ma di scrivere al figlio
che mi verrà in sogno
a cauterizzare le ferite.
Piangere i morti di domani
è la nostra condanna.




C'è una luce nella stanza
che divide l'attesa:
il corpo è impaziente
come la mela che annerisce
o l'insetto caduco di maggio
che ha fretta di morire.
E' immorale la bellezza
che ci rende soli
e il silenzio più lungo
è sempre quello
che sta per essere infranto
nel momento sbagliato.
Nessun luogo
ci appartiene veramente
e mentre il sacro discolora
nell'occhio tumido,
un dio minore se la ride
alle nostre spalle.


           Giovanni  Ibello                Inediti