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giovedì 25 settembre 2025

SE LA PIETRA FIORISCE

 


                                                                                  Cade tempo dal cielo....





LONTANANZA


Il vento ha svuotato

le sillabe del tuo nome,

non ha contorni il ricordo

e di me non sai nulla,

anch'io sono per te la lontananza

che non ha occhi né mani,

sono il vuoto di una nube

che cammina nel vuoto.


C'è un confine verso cui muovere,

lasciando questo niente al niente,

un confine dove incontrare

il paese della tua pelle ?


Sull' isola, tra gli spini e la sabbia,

un cerchio di cenere.

Una vela cavalca l' orizzonte.



                                               ***


CADE TEMPO DAL CIELO


Il cane fiuta l' effluvio delle zolle

che annuncia la sera.

Sull' onda rosagrigia delle crete

filari d' alberi scuri risalgono

verso i poggi. Dall' orizzonte dilagando

si versa sulle ultime colline

il giallo del tramonto.


Cade tempo dal cielo,

muore silenzioso nel fogliame.


Stanno, animali e uomini, nel cuore

dell' addio, nel suo battito che è in accordo

col soffio delle piante,

mentre la terra cerca il sonno,

e la prima stella trapunge sovrana

il mantello della lontananza.



                                             ***


ROSA MUTABILIS


Quando la luce diluvia dall' azzurro

e sui petali aderge la rugiada,

lei, tremando, s' imporpora,

poi, variabile stella,

accorda la tastiera dei colori

al movimento dei corpi

che vorticano infiammati

di celeste lontananza.


Il fiato della terra la dischiude

al brivido di fragilità e vertigine,

e il cielo, frugando nel suo cuore,

la fa pensosa del mondo,

della sua follia.



                                                ***


PRIVAZIONE, CON FIGURA


E questa che è figura d' ombra, colma

della sua assenza, questo vuoto segno

che, privo d' anni, privo di pensieri,

mostra una vita che è meno di niente,

una vita che pare trasparente

e ha un volto ch'è soltanto d'aria e vento,

cenere d' ogni desiderio spento,

questo corpo di mancanza che è assillo

nella stanza del tuo rammemorare,

insistenza che ascolta il respiro

quieto dell' erba e delle pietre, questa

mancata specie, che serba il profumo

di quel che non accade, t' appartiene

certo, come la stella alla finestra,

come appartiene la ferita a questa

materia d' ombra con lampi, che è la vita.



                                                     ***


DELLA  BELLEZZA


Sotto la tenda degli alberi

guizza, affannato,

un brulichìo di viventi.

In alto, la sfumata perfezione

dell' orizzonte.


Così, scaglie aspre d' esistenza

dormono nel tuo sorriso.


Sta con noi il lampo dell' apparenza.

La terra ruota, imperturbata,

tra le stelle.



                                                  ***


PIOGGIA


Sotto il velo della pioggia le piante

piegano foglie, spengono i pensieri.


Si rifugiano i nomi nell' opaca

eguaglianza delle forme, e la malva,

il tarassaco, il topinambur, il papavero

s' infogliano in unico verde

flagellato dalla musica dell' acqua.


I  fiori serrano i petali nell' urna.


Il vento sferza la chioma del tiglio

che ha memoria di una sera ospitale,

il suo inatteso tepore.

Nessuna luce marina che inviti

ora a un brivido di presenza.

Solo il grigio delle raffiche

che cancella la linea dei poggi

e trascina nel concerto stregato

anche il cielo e le sue iridescenze.


Fluttuano nella stanza del ricordo

nubilose sfigurate parvenze.




                             Antonio  Prete     da       Se la pietra fiorisce

  


mercoledì 9 aprile 2025

IL CONVITO DELLE STAGIONI



                                                                Una rosa d' inverno, nel morire della luce




C' era il canto delle foglie nel vento,

il sibilo dell' ape sull' anemone,

c'era il grido della gazza che volava

verso l' ulivo,

                       stormiva a gran voce

la primavera, ma c'era nel cuore

del suono un grande silenzio,


c'era nella musica degli alberi

un silenzio che era specchio

del cielo, dei suoi silenzi.



                                                   ***


LE PAROLE, IN CAMMINO


Le parole camminano con noi.

Hanno nel suono il segno degli inverni.

Ogni autunno continua a dispogliarle

della gloria.

Ma c'è nel loro passo

la letizia della meta : un giardino

dove sempre risplende primavera.


Il senso - in quel giardino - è un fiore, il suono

il suo profumo, la sua propria luce.

Lo stormire è il pensiero delle foglie.

Attendono le parole, in silenzio,

che appaia, prossima, la terra dove

la lingua è vento, fiume, albero, stella.

Vi abita - dicono - la poesia .



                                             ***


NOMINAZIONE ( Genesi 2,20-21 )


Dare il nome agli animali è finzione

di domestica prossimità, rito

lingua che sigilla un' appartenenza.

Lingua 

imposta a chi della lingua fa a meno

perché è libero corpo in armonia.

Del resto, per il gatto, il proprio nome

non è più attraente del gomitolo

che si srotola sopra il pavimento.

Per il cane il suo nome è meno forte

del grido che la marmotta rinvia

dalla roccia.

Popolata è la terra

di animali che non hanno altro nome

che quello della propria specie. Cura

solerte - questa - di naturalisti.

Una rondine vola senza un nome,

la formica, la lucertola, l' ape

nascondono la loro anonimia

sotto il mantello della specie.

Eppure,

dopo tante stagioni, basta il nome

perché sorga la fulva bizzarrìa

del gatto Rouge, o la sapienza vigile

di Luna, lupa che mi fu compagna

di silenziose intese e di cammini.



                                                    ***


METAMORFOSI


Non c'è pensiero o affetto

che si perda nel nulla.

Amori e turbamenti fluttuano nell' aria,

sono nube, pulviscolo di luce.


Nello schiudersi del fiore

o nel formarsi di una stella,

quel che accade ha lo stesso respiro

del tuo desiderio.

Niente muore davvero.


Per questo qualche volta una nuvola

ha forma d' animale, o sopra le ali

di una farfalla c'è il disegno di una rosa :

figure di un legame, parvenze fuggitive

di una trama condivisa.


O forse questo è solo il sogno

di una metamorfosi.

Un sogno che la parola oppone

al silenzio che la abita,

la materia al vuoto che l' assedia.



                                                  ***


UNA ROSA D' INVERNO


Rosa d' inverno, un frugale lampo.

Petali gialli che sfumano in bianco

niveo su un calice d' ombra che è coppa

alla luce, tra rami rampicanti

senza foglie. 

                  Lo stesso tenue giallo

è laggiù, sopra la linea ondulata

dell' Amiata, dissipato in un cielo

che si abbruna.

                  Velata e già lucente

la luna guarda dall' alto dischiudersi

la sera.

                   Quale intesa tra la rosa,

il crepuscolo, la luna ?


                                    Una rosa

d'inverno, nel morire della luce :

una sillaba chiara nella spenta

lingua. Resto di fulgidi rosai,

forse, o annuncio di nuova fioritura.


Una rosa d' inverno : balenìo

di un riso offerto al vento che la sfoglia.



                                               ***


ALFABETO, AL RISVEGLIO


Le lettere - all' alba - sbadigliano in coro,

guardando dalla finestra la danza

delle foglie ottobrine e il volo

degli uccelli tra gli alberi.


Le vocali scendono in giardino,

si riempiono d' aria i polmoni.

Fanno qualche esercizio

per illimpidire i suoni.


Il senso è lontano, si dice si sia perso

viaggiando per il mondo :

non c'è dove, non c'è quando.


La parola è contenta che il giorno

cominci così, privo di pensieri,

con il suono del vento nelle lettere

e la trasparenza dell' aria tutt' intorno.




                       Antonio  Prete da       Convito delle stagioni



domenica 13 ottobre 2024

IL CONVITO DELLE STAGIONI PER ANTONIO

 


                                         Henri - Edmond Delacroix - Landscape with stars



C'è una fenomenologia ricorrente nella poesia di Antonio Prete che non sappiamo definire altrimenti che " campo di forze". Molto spesso esse prendono le mosse dall' osservazione e dalla contemplazione di fenomeni naturali - un paesaggio, gli alberi, il mare, gli animali  -  o interiori, immagini e figure della memoria che lo spazio naturale evoca e attrae. E pressoché sempre, ciò che cade sotto lo sguardo, appare innervato da una " energia" che fa sì che gli elementi risultino in tensione, in movimento o in trasformazione. Talvolta il movimento o la tensione sembrano circoscritti al mondo della natura; in altri casi quest'ultimo entra in risonanza con l'universo interiore dell' autore, facendo più chiaramente emergere quelli che sono i temi della sua poesia : il tempo, la memoria, il desiderio, la distanza, la dialettica tra presenza e assenza. In sostanza , la continuità tra " cielo esteriore " e " cielo interiore" è un punto fermo nella poetica di questo autore.




CONVITO DELLE STAGIONI


C'era il canto delle foglie nel vento,

il sibilo dell' ape sull' anemone,

c'era il grido della gazza che volava

verso l'ulivo,


                        stormiva a gran voce

la primavera, ma c'era nel cuore

del suono un grande silenzio,


c'era della musica negli alberi

un silenzio che era specchio

del cielo, dei suoi silenzi.



                                                 ***


NEL CERCHIO DEL VEDERE


E'  un intrico di rami bruni, la

linea

dei tigli, privi delle loro foglie.

Sui tronchi, macchie di

muschio.

Dove finisce l'arato, boschi di

faggi,

di castagni. In lontananza,

sperduti

torrioni.


Questo cerchio del vedere

è solo un punto. S' aprono, di

là da questo,

altri cerchi, con fiumi che

corrono verso il mare,

strade che rigano valli, cieli

che si perdono

in altri cieli, tra vortici

d' astri.


Quel che qui è assente dalla 

vista

è nel respiro degli alberi, nel

tordo

che si posa un istante sul

ramo alto

della magnolia, nel suono del

vento

tra i cespugli.

 In quel che appare

e in quel che si nasconde pulsa

un tempo

che è attesa. Tremito di

sconfinata attesa.



                                            ***


UN ALBERO, UN NOME


Dico : ciliegio. E appare nel

suo inverno,

già con le prime gemme. Nei

rami

il ricordo dell' ultima neve.

C'è, nel nome, la chimica delle

cellule arboree,

l' attesa del fiore, il primo

infogliarsi.

Ci sono le radici, la

fotosintesi,

la linfa, l'energia molecolare.

E si aprono nel nome filmiche

vallate

giapponesi, con floreale

allegria.


Mi porta anche, il nome, le

ombre meridiane

di un orto, in un'antica

primavera:

c'era un ciliegio che, ragazzi,

spogliavamo dei frutti.

Con il nocciolo si potevano

fare, bucandolo, minuscoli

fischietti.

 Con un gruppo di ciliegie

appeso

alle orecchie si

improvvisavano

selvatici monili.

E' quel ciliegio

che chiede ora timidamente

di entrare in questa poesia.



                                                ***


METAMORFOSI


Non c'è pensiero o affetto

che si perda nel nulla.

Amori e turbamenti fluttuano nell'aria,

sono nube, pulviscolo di luce.

O vapore lunare.


Nello schiudersi di un fiore

o nel formarsi di una stella,

quel che accade ha lo stesso respiro

del tuo desiderio.

Niente muore davvero.


Per questo qualche volta una nuvola

ha la forma di animale, o sopra le ali

di una farfalla c'è il disegno di una rosa :

figure di un legame, parvenze fuggitive

di una trama condivisa.


O forse questo è solo il sogno

di una metamorfosi.

Un sogno che la parola oppone

al silenzio che la abita,

la materia al vuoto che l' assedia.



                                            ***


UNA ROSA Dì INVERNO


Rosa d'inverno, un frugale lampo.

Petali gialli che sfumano in bianco

niveo su un calice d'ombra che è coppa

alla luce, tra rami rampicanti

senza foglie.

                 Lo stesso tempo giallo

è laggiù, sopra la linea ondulata

dell' Amiata, dissipato in un cielo

che si abbruna.

                       Velata e già lucente

la luna guarda dall' alto dischiudersi

la sera.

                  Quale intesa tra la rosa,

il crepuscolo, la luna?


                                    Una rosa

d'inverno, nel morire della luce :

una sillaba chiara nella spenta

lingua. Resto di fulgidi rosai,

forse, o annuncio di nuova fioritura.


Una rosa d'inverno : balenìo

di un riso offerto al vento che la sfoglia.



                                          ***


Presentazione di una delle prose che l'autore ha inserito nella raccolta :



Questo scritto non vuole dimostrare ma riflettere, non persuadere il lettore ma renderlo partecipe di una fondata percezione : quel che accade - nella vita quotidiana dei singoli e in quel teatro, spesso tragico, che chiamiamo storia  - ha con sé, in ogni azione, in ogni gesto, qualcosa che non prende forma, restando inattuato, qualcosa che ha a che fare con la speranza priva di risposta, con il desiderio rimasto vuoto, con il progetto inadempiuto. Contrattempi e ostacoli impediscono l' attuazione di un'idea o di un sogno, ma quell'idea e quel sogno hanno avuto un tempo, e spesso anche un'energia che non si disperdono, anzi agiscono silenziosamente nella formazione di nuove idee, di nuovi sogni. Quel che non è stato da noi vissuto, continua a vivere in noi con una sua presenza : ombra che presiede a una scelta, immagine che favorisce un incontro, mancanza che sospinge verso una ricerca. Potremmo dire che un'immensa elpisfera ( dal greco elpis, speranza ) circonda la Terra : le azioni e gli stessi pensieri attingono il loro respiro, il loro tempo e persino il loro prender forma, da questa invisibile fascia che avvolge la Terra.




                     Antonio  Prete   da    Convito delle stagioni



sabato 25 gennaio 2020

AMORE E PSICHE 1

 
 
 
" Ai sogni miei, la tua sovrana imago, quanto mancò ?"  (G. Leopardi, Zibaldone )
 
 
" Nella favola di Amore e Psiche, tramandata da Apuleio e ripresa,
con variazioni che sono interpretazioni, con adattamenti che sono
reinvenzioni, da innumerevoli testi teatrali, composizioni poetiche,
opere musicali e figurative, sostiamo soltanto in quel passaggio
notturno in cui la bellissima fanciulla, dopo aver giaciuto con un
corpo che è fonte di indicibile piacere, vuole scorgere la natura di
questo corpo: " Possibile - pensa Psiche - che questo corpo sia quello di un mostro o di un serpente, come è stato predetto da un oscuro oracolo dato a mio padre, o come le mie sorelle mi inducono a sospettare ?" Così l'incantevole fanciulla, mentre Amore dorme, si solleva dal voluttuoso giaciglio, prende una lucerna e si avvicina ad illuminare un corpo che dall'ombra manda subito un lampo di luce rivelando solo per un istante una bellezza sovrumana. Un istante, solo un istante di contemplazione, e il tremito della mano che tiene la lucerna, lascia cadere alcune gocce d'olio bruciante sul corpo avorio di Amore che - con un balzo,le ali spiegate - vola via dal letto nuziale.  (…)
 
 
 
Antonio  Prete  da  Il cielo nascosto ( Grammatica dell'interiorità)
 

AMORE E PSICHE 2

 
 
(…) Le vicissitudini di Psiche, l'invidia di Afrodite per la bellezza
       della fanciulla, le vessazioni che costei è costretta a subire, le
       peripezie che la portano infine al nuovo e permanente incontro
       con Amore, svolgono la favola nel romanzesco mitologico. E
      offrono all'ermeneutica cristiana materia per variazioni intorno
      alle sofferenze terrestri che preparano il ricongiungimento dell'
      anima con Dio.
      Psiche è figurazione dell'interiorità. Con il suo nome greco
      andrà incontro alla costruzione del sapere analitico: psico -
      analisi. Quali modi assume, in quel sapere, nelle sue varianti,
      nelle sue pratiche, la tensione conoscitiva della fanciulla nei
      confronti del dio nascosto, un dio che è corpo dell'amore,
     presenza e sparizione,godimento e privazione ?Dove il desiderio
     si intreccia con la conoscenza e questa con l'impossibile
     rivelazione dell'altro?
     Una breve considerazione al margine della favola.
  L'incontro d'amore genera un'incontenibile voluttà di conoscenza.
  Conoscere la natura dell'amore, potersi sporgere sulla sua
  essenza, che è nascosta, protetta dalla notte, significa poter
  percepire,anche se solo per un istante,la bellezza, cioè la sorgente
  di un incantamento profondo, e allo stesso tempo avvertire la sua
  sottrazione a ogni ulteriore conoscenza, la sua fuga da ogni
  possibile analisi. L'esperienza d'amore comporta nello stesso
  momento una pulsione conoscitiva e la scoperta del limite di ogni
  conoscenza.
 Quel che si dice dell'amore - svolgendo la favola - si può dire della
 verità.  (…)


   Antonio Prete  da  Il cielo nascosto ( Grammatica dell'interiorità)


venerdì 24 gennaio 2020

PER UNA GRAMMATICA DELL'INTERIORITA' : LA QUIETE

 
 

                          " Così sei tu - quiete - amica consolatrice …" ( F. Hordelin )


(…) Al turbamento e all'affanno è legata l'immagine dell'amore,
      dalla classicità ai romantici.Eppure la quiete è l'oasi intravista
      nella battaglia d'amore. Non l'allontanamento dell'altro nell'
      opacità di una presenza inerte,ma l'accettazione dell'altro come
      presenza che fa del desiderio un movimento verso il possibile.
    " E' dunque l'amor quiete", scrive il Tasso dopo aver ricordato 
      le tante definizioni sull'amore - pronunciate da Euripide o dai
      personaggi del Simposio, da Lucrezio o da Plotino - per
      allontanarle nel territorio di una ricerca che non ha risposta,
      una ricerca che può sfiorare soltanto la natura del " demone".
      L' amore, come "quiete nel piacevole ": il compiacimento, il
       desiderio e il diletto, i tre tempi della considerazione tomistica
      dell'amore, il Tasso li riconduce alle tre età della vita, ma dice
      anche che è l'ultimo tempo quello più proprio dell'amore, il 
      tempo in cui il diletto consiste nella quiete.
      La quiete non attiene solo alla disciplina d'amore: riguarda 
      tutte le passioni. E' uno stato che, se non può sospendere le
      passioni, la loro spina, la loro tensione, tenta un punto d'
      osservazione su di esse, una distanza tutta interiore dal loro
      assillo.Un esercizio:anch'esso parte rilevante di quella che per 
      gli antichi era la cura di sé.La quiete ha qualcosa che somiglia
      all'epicurea " indipendenza dai desideri " qualcosa che può
      evocare il " riposo del desiderio ", ma che non si identifica con
      la fine di questo sentimento, se è vero che desiderio e bios sono
      congiunti. E' la condizione in cui l'interiorità si fa paesaggio
      aperto all'accettazione dell'esistenza, dei suoi imprevisti, dei
      suoi rovesci,si dispone verso l'attenzione,si lascia ritmare dalla
      misura. Molte delle componenti della quiete hanno a che fare
      con la " vita beata" della tradizione stoica. La quiete è il
    sentimento dell'istante,il senso dell'appartenenza del sé al tempo
    che scorre : un acconsentimento al passaggio, uno sguardo sull'
    orizzonte da parte di chi sa quanto l'impossibile resti chiuso 
    nell'impossibile, e quanto tuttavia sia necessaria la sua ricerca.
    Mentre si sente la forte appartenenza al cerchio della finitudine.
    C'è una profondità della quiete ( Infinito leopardiano ) e c'è 
  anche una quiete che si mostra come promessa di un compimento,
   di una pienezza che l'armonia della natura annuncia. A questa
   quiete leva la sua ode Holderlin : " Così sei tu - quiete - amica
   consolatrice! ".  (…)



 Antonio Prete da  Il cielo nascosto ( Grammatica dell'interiorità )


PER UNA GRAMMATICA DELL'INTERIORITA' : LA LETIZIA

 
 

                                                         " Servite Domino in laetitia "


(…)Una quiete trasportata in un grado termicamente più elevato,in
      una pianura più ventilata, è la letizia.Che respira anch'essa del
      presente: ecco l'oraziano laetus in praesens, colui che sa stare
      nel presente e sa temperare le amarezze con un sorriso. Ma c'è
      qualcosa, nella letizia, almeno nelle risonanze che il suo arco
      semantico ha avuto nei testi medioevali, che va al di là della
      sospensione del tragico propria dello stoico, e riguarda una
      condizione che è festa interiore, uno stato che non ha neppure
      bisogno del sorriso per manifestarsi. Un silenzio delle passioni,
      di cui si avverte - in lontananza - il suono.La letizia è come una
      luce del sentire. E' Dante che unisce in modo supremo la letizia
      con la luce, vede anzi la letizia come il modo d'apparire della
      figura nel Paradiso: certo, siamo nella Cantica dove è la
      beatitudine che con vari gradi e sempre con pienezza motiva la
      letizia. Nella cultura medioevale, accanto alla trasvalutazione
      dantesca - sovrumana e abbagliante della letizia - c'è un'altra
      memorabile rappresentazione : quella che i  Fioretti 
      attribuiscono a Francesco, quando egli invita frate Leone a
      riconoscere " la perfetta letizia" non nella soddisfazione per la
      carità compiuta, ma nell'accettazione di ogni sofferenza e
      umiliazione subita. La letizia paradisiaca di Dante e la letizia
      eroicamente religiosa di Francesco - trionfo di luce da una
      parte e dolorosa approssimazione alla sofferenza di Cristo dall'
      altra - sono figurazioni estreme di un sentire che ha per
  fondamento un sé in grado di sospendere il senso della mancanza.
   Una sospensione che non è rimozione della finitudine, ma sua
   accettazione serena. La letizia non cancella i sentimenti, infatti
   la sua modulazione avrà nella poesia d'amore molti gradi.
   Indicando sempre il momento in cui la spina dell'attesa o della
   privazione e l'assillo del desiderio lasciano il campo al dominio
   di una presenza - di un tempo presente - di una prossimità della
   figura amorosa. Analogamente, nel pensiero religioso, una
   preghiera pura, libera dalla necessità del soccorso e della
   disperazione, è quella che si svolge nella letizia, rispondendo all'
   invito del Salmo : " Servite Domino in laetitia " (99, 2 ).  (…)



Antonio Prete  da  Il cielo nascosto ( grammatica dell'interiorità )

PER UNA GRAMMATICA DELL'INTERIORITA' : LA GIOIA

 
 
 

                                               La gioia è uno spazio luminoso fatto visibile…


(…) La gioia la si definisce come l'aria della letizia, il suo spazio
       luminoso, e per questo espresso, fatto visibile, affidato a segni
       anche esteriori. La gioia è una letizia che cerca i segni per
       manifestarsi,una letizia che chiama i sensi in una congiunzione
       festosa. Oblìo temporaneo della caducità, di ogni terrestre
       complicità con il declino, la gioia chiama a sé - per definirsi
       meglio - aggettivi come " pura o assoluta, incontenibile o
       piena o celeste ":a dire il suo sottrarsi all'ordine delle passioni
       radicate nell'esercizio quotidiano dei rapporti. E tuttavia,
       nonostante la pulsione a manifestarsi, a dare una visibilità al
       suo traboccare, la gioia è l'interiorità contenta in sé, libera -
       per poco - dal tempo che la abita, dal suo assillo, dalla sua
      stessa rappresentazione,riempita da un presente che ha sospeso
      il patto con il transitorio. La gioia è un sentire aperto all'
    elevazione, allo sguardo dell'altro,un piacere sottratto all'ombra
     del declino: riflesso corporeo dell'impossibile. La gioia
     zampilla senza prosciugare la fonte, si manifesta senza
     consegnarsi del tutto ai segni del proprio manifestarsi: il riso o
     l'allegrezza sono solo delle forme profane e secondarie, e
     qualche volta oblique o persino dissimulatrici di quella pienezza
     tutta interiore del sentire che chiamiamo " gioia ". E tuttavia la
     gioia non è chiusura dell' Io al mondo, non è dimenticanza dell'
     altro: anche nella solitudine l suo sentire è appartenenza,
     relazione non solo con gli altri, ma anche con la terra, con il
     visibile, e persino con il ritmo del mondo. In questo senso ogni
     esperienza della gioia è un'esperienza d'amore. Shiller ha dato
     di questo legame una rappresentazione in un certo senso visiva
     ed esplicita, declinata nei modi di un universalismo romantico e
    attribuendo ad essa - che è celeste e che è magica - il senso della
     fraternità e allargando questa appartenenza amicale e amorosa
     al mondo intero. Beethoven, nell'ultimo movimento della Nona
     Sinfonia, accoglie questo abbraccio della gioia dando alla sua
    " celestialità " la lingua che più le appartiene, la lingua che è
    oltre la lingua, e portando alcune parole del poeta nel canto, nel
    gioioso dispiegarsi di una voce che è raggiunta da un'altra voce
    e si dischiude nel coro. Il passaggio dalla lingua alla musica
    comincia con la festa delle vocali, quando esse ritrovano la loro
  originaria relazione con la voce, al di qua e al di là del significato
    e dunque attingono alla purezza del canto: Alleluja della lingua.
    La musica è il respiro della gioia e Beethoven era
    meravigliosamente in grado di mostrarlo.  (…)


Antonio Prete da   Il cielo nascosto ( Grammatica dell'interiorità )


martedì 14 gennaio 2020

COMPASSIONE 1

 
 

" L'affetto dolcissimo della pietà, madre o mantice dell'amore…" ( G. Leopardi )


(…) La compassione: una passione condivisa. Ma anche un patire
       in comune, un patire insieme. Una prossimità all'altro, alla sua
       ferita. La compassione è tuttavia un sentimento raro, perché
       rara è l'esperienza in cui il dolore dell'altro diventa davvero il
       nostro dolore. La parola " compassione " spesso copre, come
      un confortevole velo, un sentire in cui l'attenzione all'altro, alla
      sua pena, si accompagna a un compiacimento del soggetto
      compassionevole, a una silenziosa conferma della sua bontà
      d'animo.
      Accade che il gesto visibile del soccorso possa ferire il pudore
      col quale l'altro ha nascosto la propria sofferenza, sottraendola
      a fatica all'altrui indiscrezione. Accade che la compassione
      possa invadere il doloroso silenzio di chi ha deciso di portare
      su di sé, con dignità, e forse fierezza, il fardello della propria
      pena: essere compassionevoli - come si è detto -in fondo è come
      disprezzare l'altro, non credere alle sue capacità di reggere l'
      afflizione senza il lamento. E accade anche che dalla propria
      quieta soglia si guardi all'affanno dell'altro come si osserva
      dalla sponda il dibattersi del naufrago nelle onde: il sottile,
      inconfessato piacere di trovarsi al sicuro può sovrastare e
      rendere fievole l'ansia per il pericolo in cui si trova l'altro.
      La compassione - come ha scritto qualcuno - è spesso soltanto
      una pacificazione di sé. Può persino essere - la compassione -
      maschera di orgoglio, esibizione della propria sicurezza, delle
      sue salde radici. E' quel che La Fontaine mette in scena nella
      favola La canna e la quercia dove le parole ipocritamente
      compassionevoli del forte albero che invita il cespuglietto di
  canne a crescere all'ombra del suo potente fogliame per potersi meglio difendere dal vento,  ricevono presto una smentita: una
     tempesta impetuosa e violenta sradica la quercia, ma non la
     canna, che sa invece piegarsi, ondeggiando sotto la bufera.(…)



                       Antonio  Prete   da     Compassione

COMPASSIONE 2



(…) Da qui la storica diffidenza dei filosofi - di quasi tutti i filosofi-
      per la compassione.Esclusa dall'albo delle virtù forti e del forte
      sentire. Non sempre catalogata fra le passioni. Osservata
      piuttosto come un sentimento proprio dei deboli. O risospinta
      nella terra nebbiosa delle religioni. Rinviata alle indecifrabili
      increspature di una sensibilità incline alla commozione o,
      femminilmente, al pianto ( c'è sempre qualcuno che associa le
      lacrime alla donna.) Oppure - e qui bisogna ammettere che non
      mancano le ragioni  - considerata come elusione- non sempre
      innocente- della domanda di giustizia e di eguaglianza. Come
      elusione di un compito che dovrebbe essere anzitutto politico:
     in effetti la giustizia,non la compassione,può o potrebbe mettere
     ciascuno nella condizione di sopportare da se stesso gli oltraggi
     dell'esistenza. Ma anche questa posizione, che oppone giustizia
     sociale a compassione, si arresta dinanzi alle ferite che non
     hanno un'origine materiale, che non appartengono cioè all'
     ordine dei bisogni e dei diritti: il dolore - del resto - ha un tale
     ventaglio di forme, visibili e nascoste - che ogni suo regesto
     appare provvisorio, parziale. 
     La filosofia - quando non ha assunto il sentire della   
     compassione a fondamento stesso di una morale - ha mostrato
     di volta in volta gli aspetti ambigui, autoconsolatori e dolciastri
     della compassione.Scrittori e artisti hanno invece rappresentato
   - della compassione - i gradi e le forme del suo manifestarsi, la
     lingua, i gesti, la tensione conoscitiva; hanno mostrato la
     grande scena in cui la compassione prende forma: la comunità
     dei viventi, la finitudine che unisce nello stesso cerchio tutti i
     viventi, uomini e animali. Con la singolarità dei loro corpi, e
     desideri,e ferite. La rappresentazione letteraria, artistica e
     teatrale della compassione dell'ininterrotto racconto di una
     presenza : quella dell'altro, del suo volto, delle sue insondabili
     profondità. Una presenza che corrobora la stessa identità di
     colui che è soggetto dello sguardo. E smuove un sentire, che dal
     soggetto torna verso il sentire dell'altro. Diventa -  infine -
     riconoscimento del legame che trascorre tra tutti gli esseri. Nell'
     orizzonte di questa comune appartenenza, il dolore dell'altro
     non chiama l'indifferenza, ma la prossimità.  (…)


                             Antonio  Prete   da    Compassione

COMPASSIONE 3



(…) Questo testo vuole mostrare, come per allineati tableaux di
       un'immaginaria esposizione, alcune figure di una storia della
       compassione, così come la scrittura e l'arte ce le hanno
       consegnate. Ho detto " storia ", ma è davvero un azzardo che
       si possa fare storia dei sentimenti, o storia delle passioni.
       Perché sentimenti e passioni hanno tante modulazioni e
       vibrazioni quanti sono gli individui. E così è della loro
       rappresentazione, variegatissima. Ci si può soltanto affacciare
       sulla lingua del sentire, sulla lingua del patire, sui segni del
       loro apparire, sulle stazioni e le forme del loro svolgimento.
      Questo sguardo,e questo ascolto,possono a loro volta diventare
      racconto. Un racconto tessuto con le parole e i pensieri dei
      classici. Con le immagini che provengono dal mito, dalle sue
      interpretazioni, dall'antica tragedia greca, dalle narrazioni
      moderne, dalla terra della poesia e dell'arte. Perché in questi
      linguaggi l'altro, - che abbia un volto familiare o ignoto - è
      fonte di costante interrogazione. E' il respiro del corpo, con la
      sua  irrepetibilità, a farsi lingua, figura, ritmo. La scrittura e
      l'arte ci restituiscono, della compassione , insorgenze e
      vibrazioni, segnali e compimenti, sospensioni e deviazioni,
      eccessi e attenuazioni.
    Se la compassione muove anzitutto dal riconoscimento dell' altro
     in quanto corpo e linguaggio, pensiero e desiderio, c'è un tempo
     in cui questo riconoscimento s'incrina o scompare. E' il tempo
     tragico. La guerra è il nero trionfo di questo tempo. E con la
     guerra, con l'oblio della compassione, l'esercizio sistematico
     della spietatezza . La tecnica, che ha affinato i modi della
     distruzione, si mette al servizio di questa morte della pietà. La
     disumanizzazione - e la violenza sulla natura e sulla stessa
     storia costruita dall'uomo - coincide con l'astrazione dalla
     singolarità vivente e senziente di ogni individuo, umano o
     animale. In questa astrazione la presenza dell'individuo - volto,
     nome, corpo, pensieri,sentimenti -è svuotata di senso, di palpito,
     di esistenza stessa. Narrazione e poesia hanno tuttavia mostrato
     come - nel cuore del tragico - e contro il furore dell'
     annientamento, si possa levare, proprio a partire dallo sguardo
     sul dolore altrui, il tu di una ritrovata fraternità. La
     compassione è lo spazio in cui, dal fumo della distruzione, si
     leva e disegna il profilo di questo tu.  (…)



                               Antonio  Prete    da     Compassione

COMPASSIONE 4



(…) Nel cammino sui sentieri della compassione, delle sue forme e
       del suo oblìo, c'è l'animale. Con il suo incantamento, con la
       sua pena. La figura animale denuncia, con i silenzi, con l'
       innocenza e la purezza che gli appartengono, l'immensa
      rimozione compiuta dall'uomo nei confronti della sua presenza
      e del suo dolore. Un'alterità, il vivente animale, inquietante per
      l'uomo, e ritenuta superflua. Un'estraneità da addomesticare
      forzosamente, o confinare, o recingere, o ridurre in schiavitù, o
      sopprimere. Eppure, in questa storia di incontrastata civile
      signoria stabilita dall'uomo, lo sguardo animale, la sua
      dispiegata relazione con quel che è oltre la ferita della  storia,
      oltre il sapere della morte, ha messo in moto un sentire - che
      possiamo chiamare creaturale- e ha piegato l'indifferenza verso
      la comprensione del fragile, dell'esposto, dell'indifeso.
      Sfrangiando la tela della distrazione. O della concentrazione
      sulla propria specie. E c'è - infine - una rappresentazione per
      cosi dire verticale della compassione: quella che mitografie
      religiose, credenze, dottrine di sapienza e di devozione hanno
      concepito e diffuso lungo il tempo e in culture tra loro diverse.
      Rifrazioni terrestri di una misericordia, o pietà divina.
      Proiezioni di una condizione umana che conosce il limite, la
      finitudine e leva lo sguardo verso l'orizzonte, oltre la linea del
      visibile.Dall' epos greco ai grandi libri della sapienza indiana
      alle narrative del Vecchio e Nuovo Testamento, la compassione
      ha avuto le sue figurazioni sceniche, i suoi apologhi, i suoi
      exempla,facendosi anche principio etico e nodo essenziale della
      relazione con l'altro. E, quanto alla tradizione cristiana, la
      rappresentazione della compassione, dalla liturgia  e dalla
      drammaturgia popolare è passata nelle figurazioni artistiche
      definite come Pietà.
       Dove il dolore della Madre per il corpo del Figlio
      privo di vita, si fa figura di ogni terrestre dolore. Qui l'arte
      congiunge, con esiti di grande fascinazione, devozione e
      immagine. Accogliendo la sofferenza nella forma, la ferita nella
      raffigurazione, nel suo ritmo, nella sua bellezza.
      Il compianto è dolore, linea, materia. Sguardo che racconta, in
      tutte le tremanti modulazioni, il sentire della compassione.(…)



                            Antonio  Prete   da      Compassione

domenica 12 gennaio 2020

IL PIANTO, OLTRELINGUA DELLA COMPASSIONE

 
 

" Non sapevo bene cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
  Non  sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo…
  Il paese delle lacrime è così misterioso. "   
            
 (  Antoine de Saint- Exupéry )

  
(…) Accade che in una relazione, non solo amorosa, si faccia
       esperienza del pianto: in presenza dell'altro o in sua assenza.
       La letteratura drammatica e il cinema sono un repertorio
       illimitato di scene in cui il pianto è passaggio dell'azione,punto
       di svolta, scioglimento. Moto di gioia o, più spesso, di dolore
     che non si fa lingua o che scavalca - di colpo , impetuosamente-
      la soglia della lingua, il pianto travolge quel nesso tra il
      sentire e il dire che è fondamento della rappresentazione di sé,
      dello stesso rapporto con l'altro.
      Una  storia delle lacrime : Roland Barthes nei Frammenti di un
      discorso amoroso accenna a una sua linea possibile. Una linea
      che potrebbe seguire il percorso che va dalla sensibilité alla
      sensiblerie , diremmo da un sentire netto,esplicito, fanciullesco,
      a un sentire sfumato, disperso, spiritualizzato, e anche
      intorbidato dalla civiltà, complicato dalle sopravvenute forme
      di controllo. In effetti spesso, all'espressione immediata del
      sentire, si oppone il contegno, o quell'esercizio del controllo
      che scambia il dominio di sé col dominio dei sentimenti. O che,
      ancora peggio, mostra di avere un'idea maschia del carattere,
      delegando al femminile e alla  sua pretesa fragilità la libera
      manifestazione delle pulsioni emotive. Si racconta che- invece -
      fin sulla soglia del Novecento, l'identificazione a teatro con le
      passioni rappresentate inducesse frequentemente donne e
      uomini al pianto. Si era ancora nell'orizzonte romantico di un
      ascolto fisico, corporeo, in grado di trascinare tutti i sensi nel
      senso dell'ascolto e del vedere?
      La compassione a teatro - elemento che dalla poetica di
      Aristotele alla teoria drammaturgica di Lessing era stato
      osservato come relazione precipua tra il sentire dello spettatore
       e il patire del personaggio - cercava ancora la via diretta,
       fisica, dei sensi?
       Il pianto e la compassione. Può accadere che l'identificazione  
      con la sofferenza altrui -movimento proprio della compassione-
      trascini con sé una tale energia fisica che la lingua non può
      raccogliere tutto il ventaglio del sentire. Questa identificazione,
      proprio perché è trascinata dall'ala dell'immaginazione, può
      avere anche come oggetto quel dolore che è messo in scena
      dalla finzione narrativa o teatrale: si può piangere col
      personaggio o al suo posto. E' Montaigne che ha raccolto
      benissimo questa doppia tensione identificatoria - nei rapporti
      reali e in quelli fantastici - e lo ha fatto, secondo i modi degli
      Essais, disegnando un aspetto del proprio ritratto : " Sento una
      tenera e forte compassione per le afflizioni degli altri, e
      piangerei facilmente per compagnia, se sapessi piangere per
      una qualsiasi occasione. Non c'è nulla che provochi le mie
      lacrime quanto le stesse lacrime e non solo quelle vere, ma
      comunque siano, anche finte o dipinte ".  (…)



            Antonio  Prete  da   Compassione ( Storia di un sentimento )