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mercoledì 21 giugno 2017

PENSIERI DI UNO PSICANALISTA IRRIVERENTE 1



(...) Un concetto su cui si discute spesso - in ambito morale o
       psicanalitico, o di semplice buona educazione  - è : si possono
       dire le bugie?
       Certo che si possono dire, e meno male che si possono dire.
       Come dice Bion ( psicoterapeuta fautore della teoria
       psicodinamica della personalità n.d.r.): " per esserci una
       bugia deve esserci un pensatore". La bugia apre un mondo, lo
       crea. Pensiamo a un bambino che ruba la marmellata e si
       sente porre la fatidica domanda:" Sei stato tu a prendere la
       marmellata?". Se uno ha una nonna così sciocca da punirlo,
       sarebbe poco furbo dire di sì. La bugia ti permette di vivere in
       mondi magari meno violenti, meno persecutori. Se una donna
       ha un marito gelosissimo che la picchia se lei entra in un
       negozio di biancheria intima, dirà che è andata solo a fare la
       spesa. Mi sembra una legittima difesa.
       La bugia è una difesa come tutte le difese che noi mettiamo in
       atto. Quando utilizziamo una difesa eccitatoria, maniacale, di
       evitamento, onnipotente, o qualsiasi altra difesa, ci serviamo
       di una forma di bugia rispetto a qualcosa che non possiamo
       sopportare. Quindi, finchè quella cosa non la possiamo
       sopportare, utilizziamo la difesa della bugia.
       Quando non avremo più paura di quella cosa, non ci sarà più
       motivo di andarci a nascondere nella bugia .  (...)


      Antonino  Ferro  da   Pensieri di uno psicanalista irriverente
      

PENSIERI DI UNO PSICANALISTA IRRIVERENTE 2



(...) A volte l'analisi diventa noiosa per i pazienti, e dicono che è
      una disciplina vecchia, che è una scienza stantia che sa di
      muffa, che sa di abiti della nonna, proprio perché si continua
      ad usare un apparato concettuale del tutto desueto. E' come se
      in una sala operatoria si adoperassero i bisturi che si usavano
      nel 1902. In seguito è arrivato il bisturi elettrico e oggi c'è
      quello laser. Ci sono tanti concetti che fanno parte della nostra
      storia, che è importante che ci siano stati, che sono stati
      preziosi, ma che ormai non ci servono più.
      Proviamo a fare velocemente la storia della psicoanalisi: dopo
      Freud abbiamo avuto Melanie Klein, che meriterebbe il premio
      Nobel per aver detto semplicemente che la realtà interna è
      tanto reale quanto quella esterna; per aver avuto il coraggio
      delirante, durante il bombardamento di Londra, mentre i razzi
      V2 le passavano sopra la casa in cui stava lavorando, di
      continuare ad interpretare i disegni di Richard, considerando
      i V2 come attacchi che lui voleva fare al seno della mamma.
      Solo una matta, mentre un missile le passava sopra la casa,
      poteva dire che era l'attacco al seno, no?
      Ci sono state delle menti rivoluzionarie. Pensiamo a Winnicott,
      a Bion. Poi abbiamo tutte le cose stantie, cioè tutto quell'
      apparato concettuale che non ci serve più e che continuiamo a
      portarci dietro. Per questa ragione, l'analisi può diventare un
      noioso rituale precotto. L'analista che non risponde alle
      domande, l'analista che non ti dà la mano, l'analista che non ti
      fa gli auguri per Pasqua, l'analista che interpreta soltanto, l'
      analista che ne sa sempre una più del diavolo e ti fa sentire
      stupido, l'analista che ti interpreta ogni cosa secondo l'invidia,
      oppure sulla base di un altro concetto su cui è fissato: la
      psicoanalisi andrebbe alleggerita. L'analista dovrebbe essere
      uno che viaggia con bagaglio a mano. Ha presente quei
      trolley piccoli da aereo, quelli che fanno portare a bordo da
      mettere nella cappelliera? Ecco, quello dovrebbe essere il
      nostro bagaglio, non dodici valigie con tutto l'armamentario
      psicanalitico di due secoli fa. Il bagaglio leggero, un bagaglio
      a mano e basta. Ha presente  i film dei cow boy? Il cowboy
      cosa aveva? Il cavallo, il lazo e il Winchester. Talvolta la
      padella e i fagioli, basta. Non si è mai visto un cowboy che
      viaggiasse pieno di bauli.  (...)


           Antonino  Ferro  da  Pensieri di uno psicanalista irriverente
     

PENSIERI DI UNO PSICANALISTA IRRIVERENTE 3



(...) Certo, un analista che mettesse sempre Tinto Brass sarebbe un
      analista depresso, uno che cerca nella terapia un modo di
      eccitarsi, o uno che mettesse sempre Quentin Tarantino.
      L' analista deve avere una gamma di personaggi e registi 
      tendente all'infinito. In qualche modo l'analista diventa un co-
      produttore che ha ampia scelta di quali attori ingaggiare 
      tramite il casting e di quale regista avvalersi. E' ovvio che la
      stessa scelta spetta al paziente e il fine è quello di poter
      sviluppare il discorso del paziente e non il proprio.
      E' come se, pensando al gioco del Lego, il paziente avesse a
      disposizione anche quei pezzi che possono essere usati in un
      solo modo, per esempio il pompiere o il distributore di benzina.
      L'analista invece dovrebbe usare principalmente quei
      pezzettini che servono di più a fare collegamenti, tranne nel
      caso in cui ci sia una storia che si inceppa perché manca il
      pompiere, allora non vedo il motivo per cui l'analista non possa
      metterci il pompiere.  (...)


           Antonino  Ferro  da    Pensieri di uno psicanalista irriverente
    

PENSIERI DI UNO PSICANALISTA IRRIVERENTE 4



(...) Non è facile sopportare l'alterità, perché sono tutte identità
      potenziali; per questo è utile il concetto di campo: perché non
      siamo due; quando ci incontriamo con il paziente siamo due,
      dopo un frammento di secondo siamo quattro, dopo due
      secondi siamo sei, in breve siamo settantadue persone nella
      stanza. E il campo è il tener conto di tutta questa complessa
      situazione di gruppo che si genera. E giocare con questa
      situazione di gruppo, poter trasformare questa situazione di
      gruppo.  (...)


       Antonino  Ferro  da   Pensieri di uno psicanalista irriverente

PENSIERI DI UNO PSICANALISTA IRRIVERENTE 5



(...) Io, alla psicoanalisi, auguro cento, cento e cento anni di vita.
      Sono un po' preoccupato perché talvolta corre il rischio di
      continuare a ripetere se stessa, mentre credo che dovremmo
      seppellire molti concetti che - nella pratica clinica - non ci 
      sono più utili. Dovremmo avere il coraggio di gettare quello 
      che non ci serve per poter utilizzare strumenti, tecniche, 
      modalità, idee totalmente nuove, alcune delle quali potrebbero
      essere addirittura rivoluzionarie. Mi aspetto che il buon  senso
      prevalga, che sia possibile, piuttosto che veder morire una
      psicoanalisi ingessata talvolta in una disciplina da  dinosauri,
      continuare a vederla vivere, trasformata ancora una volta in
      qualcosa di vivo e di totalmente creativo. Mi ricordo che allo
      scorso congresso IPA di Praga, avevo detto che ero stanco di
      pensare alla psicoanalisi come ad uno strumento che serviva a
      tradurre le cose dette in un linguaggio in un altro linguaggio,
      come nel caso della Stele di Rosetta, in cui la stessa frase era
      scritta in geroglifico e in greco, il che ci ha permesso di
      decifrare il significato dei geroglifici. Io oggi penserei alla
      psicoanalisi non più come a qualcosa di capace di decifrare e
      trasportare un messaggio in un linguaggio diverso, ma sarei
      contento di veder rompere, fare a pezzetti la Stele di Rosetta,
      metterla dentro un forno e vedere che cosa ne viene quando
      l'abbiamo " cucinata a dovere".  (...)

      
        Antonino  Ferro   da   Pensieri di uno psicanalista irriverente