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venerdì 8 maggio 2020

POLITICA DELLA BELLEZZA 1




  " Pensa a tutta le bellezza rimasta ancora intorno a te e sii felice " .  ( Anna Frank )


(...) Coniugare estetica e politica, o bellezza e città, può sembrare
       un'idea decisamente azzardata - ai giorni nostri - mentre era
       comune e fondamentale nella vita della Grecia antica. Despoti
       orientali e principi europei dilapidarono i loro patrimoni per
       far erigere monumenti di imperituro splendore, in gloria dei
       loro Dei - e naturalmente di loro stessi - ma anche per 
       allietare la gente che governavano - e che tassavano. Una
       popolazione turbolenta veniva placata dalla bellezza e dalla
       edificazione della bellezza : giardini d'acqua, palazzi d' estate,
       padiglioni stravaganti, cattedrali, mausolei, memoriali, cosa
       che ancora oggi continua con i grandi viali e gli imponenti
       edifici delle nazioni repubblicane. Le opere estetiche 
      guadagnavano al sistema l'orgoglio politico e il consenso della
      gente, e questo sia nella Mosca comunista che nella 
      Pietroburgo zarista, sia nella Roma fascista che a Washington,
      con templi di marmo bianco per i suoi eroi secolari.
      Questo modo di coniugare estetica e la città, lascia però la
      psiche insoddisfatta. L'estetica è ridotta a politica, mentre la
      bellezza serve uno scopo ulteriore : la manifestazione
      tangibile e concreta della dottrina: la propaganda fissata nella
      pietra.
      Io credo invece che la relazione fra estetica e politica sia più
      personale e psicologica. Sta nelle nostre reazioni nei confronti
      del mondo in cui viviamo. Ogni giorno il nostro senso del
      bello gira per il mondo, ci accompagna in macchina, nei
      negozi, in cucina.Nell'arco della giornata è un continuo, sottile
      rispondere esteticamente al mondo. Vediamo le sue immagini,
      sentiamo gli odori che ci trasmette e - impercettibilmente - ci
      aggiustiamo al suo volto. Ed è in questi aggiustamenti, proprio
      perchè sublimali, che oggi è nascosto l' " inconscio". Siamo
      inconsci delle nostre risposte estetiche.  (...)



                     James  Hillman   da    Politica della bellezza

             

POLITICA DELLA BELLEZZA 2




(...) Se l'anima, come dice Plotino " è sempre un' Afrodite ", allora
      essa ha sempre a che fare con la bellezza, e le nostre risposte
      estetiche sono la prova dell'attiva partecipazione dell'anima
      al mondo. Il nostro senso del bello e del brutto ci porta fuori,
      nella polis, attivandoci politicamente. Il solo fatto di
      accorgerci di quello che ci sta intorno e di rispondervi con un
      moto di istintivo disgusto o di desideroso trasporto, fà sì che
      veniamo coinvolti. La nostra psiche personale è sincronizzata
      con il presentarsi dell'anima del mondo. La risposta estetica è
      immediata, istintiva, animale e precede nel tempo e nell'
      ontologia i gusti che rendono elaborata la risposta e i giudizi
      che la giustificano.
      Ogni repressione di quella risposta non soltanto è deleteria 
      per la nostra natura animale, ma è anche una ferita istintuale
      nociva al nostro benessere, come è nociva la repressione di
      qualunque altro istinto. Ma la risposta estetica negata, questo
      ignorare l'impulso estetico della psiche, è anche un arrogante
      insulto alla presenza del mondo.  (...)



              James  Hillman       da     Politica della bellezza


POLITICA DELLA BELLEZZA 3



(...) Non riconoscendo la realtà dell' anima mundi e il riflesso che
       ha sulla nostra anima personale, prendiamo ogni sofferenza
       su di noi - mea culpa - e restiamo inconsapevoli della 
       sofferenza dell'anima del mondo, di come siano torturate le 
      sue strutture,di come essa sia esiliata in una nichilistica natura
      selvaggia, e di come aneli a tornare a una cosmologia che dia
      il primo posto alla sua bellezza.
      Tutti noi sappiamo come impegnarci nell'azione politica:
      partecipare a campagne, a marce, protestare, resistere. 
      Sappiamo il coraggio che l'azione richiede e il rischio che
    comporta,ma non sappiamo di avere anche altri mezzi di azione,
    mezzi che richiedono anch'essi coraggio: il coraggio del cuore
    di battersi per le sue percezioni. E se non ci battiamo, se non ci
    esprimiamo in favore del nostro senso estetico,quel velo funebre
    che è la conformità ottundente, finirà per togliere ogni forza al
    nostro linguaggio, al nostro cibo, ai luoghi dove lavoriamo, alle
    strade delle nostre città.  (...)



                   James  Hillman    da     Politica della bellezza


domenica 23 febbraio 2020

IL LAMENTO DEI MORTI ( Presentazione )



Abbiamo ucciso i morti, e adesso ci aggiriamo in una vita che è poco più di un pregiudizio, lontani dalla pienezza dell'esistenza. Ecco il sintomo collettivo, la malattia di cui soffre la nostra cultura, e che le psicoterapie tentano invano di sanare. Lo intuì un secolo fa C.G. Jung, quando iniziò la discesa nei propri abissi inferi che avrebbe speso anni a trascrivere, calligrafare  e corredare di immagini sfolgoranti, consegnando poi il testo ad un silenzio infranto solo nel 2009, con un'edizione che lasciò stupefatti : il Libro rosso, favoleggiato da tempo nelle cerchie junghiane vedeva finalmente la luce, e la sua unicità - ancora da decifrare - scuoteva non solo l'edificio della psicologia, ma ogni altra costruzione concettuale sul territorio della psiche.
 "Lì nulla potrà mai più essere come prima ", è la convinzione comune di James Hillman , il discepolo " eretico " certamente più noto, e di Sonu Shamdasani, che curò  con grande impegno e acume l'edizione del libro.
Nel clima sintonico creato dalla loro spigliata libertà intellettuale, i due conversano a caldo sul significato di un'impresa per cui vanno cercate le parole adatte al di fuori dei linguaggi specialistici, in direzione metaforica, poetica e drammatica. Attraverso il dialogo di Hillman e Shamdasani si precisa così l'entità dello scuotimento : la gerarchia dei vivi e dei morti ne esce capovolta perchè - nel profondo di sé - Jung non rinviene i traumi personali che l'abbaglio introspettivo è solito portare a galla : vi incontra invece le figure ancestrali della storia umana, i morti che lamentano di restare inascoltati. Soltanto se presteremo loro orecchio e li riaccoglieremo tra noi, sapremo curare la nostra sofferenza di vivi, senza sacrificare un passato inconciliato ad un futuro esangue.
E' questo allora il vero " lascito " di Jung : un moderno Libro dei Morti che non contiene istruzioni per l'aldilà, bensì un viatico terreno per restituire a ciascuno l' " anima vivente ".




                                               ( f. )



IL LAMENTO DEI MORTI 1




QUINTA CONVERSAZIONE

James Hillman

Il Libro rosso è importante anche per quanti ne ignorano l'importanza. E' un'icona. Per come la vedo io, riorganizza o decostruisce o cambia - in qualsiasi modo la si metta - l'idea del personale profondo. La soggettività profonda. A conti fatti, in questo libro il personale profondo non è la vita personale, l'infanzia, il trauma, la famiglia : nelle profondità, Jung non incontra niente di tutto ciò. Incontra la storia umana. Incontra le figure, incontra l'immaginazione, ed è questo il personale profondo, che libera me - o chiunque altro - dall'introspezione costante, dal cercare di capire che cosa non va in me, perchè mi sono evoluto in questo modo, qual è la mia personalità, qual è il mio trauma. E' la malattia introspettiva degli ultimi cento anni : Cogito ergo sum " penso, dunque sono", il pensiero introspettivo mi porta a ciò che sono. No. Si scopre invece che nelle profondità c'è la storia umana, e figure, creature, scene, paesaggi, voci, insegnamenti, un mondo straordinario: questo è il profondo della personalità, e fà sì che io non sia più spicologico. Non sono più intrappolato nei cento anni della psicologia occidentale.


Sonu Shamdasani

Jung si imbatte in un flusso di immagini e incontra la memoria collettiva e la fantasia. Non la mamoria personale. Una dimensione mnemonica c'è, ma è la memoria collettiva ad essere animata, ad avere un ruolo cruciale. Jung si trova costretto ad affrontare diatribe come quella fra il cristiano e il pagano, per poi vedere come la sua stessa vita non è esclusa da tutto ciò, ma non si fonda più sui realia, sui personalia. Sono le immagini a modellarla.


J.H.

Siamo " tenuti in vita " dalle immagini, come si diceva.


SS.

Jung se ne rende conto allora. Esistono poteri che si muovono nelle sue profondità


J.H.

Il personale profondo.


SS.

Non si potrebbe immaginare un libro meno freudiano di così. Quella struttura viene completamente smantellata.


J.H.

Eppure è la struttura che ha dominato gli ultimi cento anni. Abbiamo avuto un secolo di psicoterapia basata sull'introspezione. Invece il Libro rosso non è introspettivo, è un racconto, un récit- come lo intendeva Corbin - una sorta di viaggio visionario in un mondo di scene, di luoghi, di persone, di figure. E non è raggiungibile mediante l'introspezione.




  James  Hillman & Sonu Shamdasani    da   Il lamento dei morti


 

IL LAMENTO DEI MORTI 2



SESTA CONVERSAZIONE


James Hillman

Mi sembra che in qualche modo abbiamo ribattutto alle critiche sollevate dalla psichiatria convenzionale: il Libro rosso non è la manifestazione di una malattia, nè creativa nè di altro tipo. Tuttavia le critiche arrivano anche da un altro fronte: quello del cristianesimo, secondo cui l'opera di Jung sarebbe demoniaca. Karl Jaspers, per esempio, elenca cinque motivi per cui scendere nel mondo infero, parlare con le figure, ascoltare le voci - fare ciò che fece Jung - sarebbe demoniaco e non cristiano. E' aprire una porta al caos, che Cristo spazzò via quando disse ai discepoli che la sua voce è l'unica che bisogna ascoltare. La voce di Gesù è l'unica che potremo mai udire. E' un po' contorto, ma credo che lei abbia capito di che cosa parlo. Il libro è sotto un duplice attacco: quello della psichiatria e dell'ortodossia convenzionale, da un lato, e quello dell'ortodossia cristiana, dall'altro. Lei cosa ne pensa?


Sonu Shamdasani

Il libro è in effetti un testo eretico. Ma rimane all'interno di una cornice cristiana.
Se ci fosse un indice analitico, mostrerebbe che la figura cruciale è Cristo. Negli scritti successivi, lo sviluppo della tradizione cristiana soffocò la formazione del simbolo individuale - come la definisce Jung - bloccando l'accesso all'esperienza religiosa diretta. Nel Libro rosso c'è un tentativo di recuperarla.


J.H.

Ed è terapeutico.


SS.

Nei termini dell'incontro con il peso della storia, Jung affronta le conseguenze, gli effetti che due millenni di cristianesimo hanno avuto sull'anima.




  James Hillman & Sonu Shamdasani   da    Il lamento dei morti



IL LAMENTO DEI MORTI 3



UNDICESIMA CONVERSAZIONE


Sonu   Shaamdasami

La questione centrale è il lamento dei morti. Chi sono i morti? L'aspetto così radicale è il capovolgimento della gerarchia fra i vivi e i morti. Le questioni dei vivi, i problemi dei vivi, la sofferenza dei vivi trovano risposta o possono essere affrontati solo prestando attenzione ai morti. I termini sono rovesciati. Se non capiamo quale posizione assumere nei confronti dei morti, non possiamo trovare una soluzione per la nostra vita. Che cosa ne pensa?


James Hillman

La cultura occidentale moderna e secolarizzata è una cultura molto strana, e la nostra comversazione ne è imbevuta. Non veneriamo gli antenati, non abbiamo un vero culto dei morti. Diversi ambiti della cultura hanno la loro  parte di responsabilità, ma persino l'espressione " i morti " ci spaventa perchè appartiene all'altro mondo. Nella cultura moderna c'è una netta separazione fra i vivi e i morti. La medicina non fa che contrapporre la vita alla morte, cerca di rinviare la morte prolungando la vita e tutto ciò a spese della morte, direi. Perciò, quando parliamo del lamento dei morti, o di qualsiasi cosa che abbia a che fare con loro, dobbiamo pensare alla cultura in cuici troviamo, con i suoi profondi pregiudizi storici su ciò che è stato, ciò che è sepolto, e a quello che abbiamo fatto per creare un regno dei morti: non è solo il luogo dove si trova chi se n'è andato prima di noi, chi è morto, ma è il deposito dove si accumula tutta la storia della psiche umana, la storia dell'anima. In qualche modo, se Jung parla di lamento dei morti, vuol dire che i morti si sentono o si sono sentiti maltrattati, trascurati o altro. Il primo passo dovrebbe essere ascoltarli, come fece lui nei Sette sermoni  del 1916, una sorta di documento religioso ispirato. Ma che cos'è, di preciso, il lamento dei morti?


SS.

Per prima cosa : i morti esistono. Proseguendo il suo ragionamento, si potrebbe dire che la cultura contemporanea abbia ucciso i morti. E' un bel paradosso. Jung affronta innanzitutto il compito di rianimarli, riconoscere che sono presenti e incombono su di noi. Riconoscere che i " morti ci sono ", e hanno una presenza, e hanno degli effetti. Per una volta distogliamo lo sguardo dalla vita proiettata verso il futuro e ci soffermiamo su quanto è successo prima, sotto forma di storia animata, che non è un semplice archivio, ma è storia attiva.


J. H.

Una storia di esseri vivi, che stanno tutt'intorno a noi.


SS.

Il punto è: come si fa ad udirli? Jung si avvale della fantasia. Per lui la fantasia è la porta verso i morti che parlano ancora dentro di noi.


J.H.

Ecco perchè ascoltare le fantasie: vengono da qualche altra parte, non sono il risultato di ciò che abbiamo visto dutante la giornata : hanno una validità autonoma. In un certo senso lei sta dicendo che riconoscere l'esistenza dei morti significa già ascoltarli.


SS.

E' il primissimo passo. Riconoscere che non c'è posto per loro.


J.H.

Secondo lei la morte dei morti è legata all'azione del Cristo nel mondo infero e all'insistenza sul fatto che la sua voce sia l'unica voce, perchè è sceso agli inferi e così via ?


SS.

E' un collegamento interessante. Cristo ha predicato ai morti, ha tentato di salvarli. Nella formulazione di Jung, i morti non sono appagati. Quelli che incontra sono inquieti, le loro domande sono rimaste senza risposta. In questo senso " la discesa agli inferi " potrebbe essere concepita come un mezzo per chiudere il regno dei morti e sbarazzarsi di loro.


J.H.

Vanità delle vanità : " Dov'è - o morte - la tua vittoria.


SS.

Hanno udito il Vangelo.




    James Hillman & Sonu  Shamdasani  da     Il lamento dei morti

 

mercoledì 5 settembre 2018

LA CUCINA DEL DOTT. FREUD ( Introduzione )

 
 

           " Ho dei gusti semplicissimi : mi accontento sempre del meglio " ( O, Wilde )



La malnutrizione: ecco il problema.
Ogni giorno, all'ora del pranzo, siamo costretti a subire vere e proprie nevrosi traumatiche: panini, coca- cola, tramezzini e hamburger: è questa la vera psicopatologia della vita quotidiana, il vero disagio della civiltà. Quale miglior terapia allora di un libro di cucina freudiana, di questa lista di piaceri orali soddisfatti à la carte?
Le ricette mescolano le migliori intuizioni della cucina viennese ai ricordi e alle riflessioni del padre della psicoanalisi.
E, naturalmente, il gusto è dato da una straordinaria ironia.
La cucina del dott. Freud è destinato ai golosi di aneddoti sui grandi della psicoanalisi, ma anche a quanti vorranno divertirsi a trasformare in piatti fumanti le proposte di questo singolare ricettario.



                     frida

LA CUCINA DEL DOTT. FREUD 1


I MAMMOTTONI

(…) Ricordo i mammottoni, ma - ahimè - non ne ho più gustati dal
       1930, quando morì mia madre, Amalia Nathansohn all'età di
       novantacinque anni.So benissimo che, senza di lei, potrò tirare
       avanti ancora solo per poco.Che donna! Sempre allegra, piena
       di spirito. Non so proprio se, quando mi chiamava anche in
       presenza di estranei " mein  goldener Sigi", lo facesse per vero
       affetto oppure per farmi fare la figura dello scemo. Eravamo
       tanto diversi,un mare, un oceano di diversità, però sono sicuro
       che è da lei che ho preso tanti piccoli tratti di carattere, come
       la mia vanità nel vestire e quella di farmi fotografare. Poche
       settimane prima di morire,allorché una sua fotografia apparve
       su un giornale, il suo commento fu:" Che brutto ritratto, mi fa
       sembrare una centenaria!". Ma niente di tutto questo ha più
       importanza ormai: ciò che invece ancora ricordo sono i
       mammottoni leggeri e freschi come un'alba dorata.

    
       Mescolare una tazza di farina con un pugno
       di fiocchi d'avena. Aggiungere un cucchiaino
       di sale, una tazza di latte e un tuorlo d'uovo.
       Battere a parte il bianco a neve e aggiungerlo
       al tutto. Ungere bene con lo strutto una teglia
       di mammottoni ( se ne siete sprovvisti potete
       anche usare una teglia da papattoni), versarvi
       l'impasto e metterlo a cuocere in forno
       caldissimo per mezz'ora, oppure fino a quando
       non siano ben tronfi.  (…)


         James Hillmann e Charles Boer  da   La cucina del dott. Freud

LA CUCINA DEL DOTT. FREUD 2



VITELLO ALLA NEVRASTENIA

(…)Fin dagli inizi degli anni 1890 avevo descritto i sintomi della
      nevrastenia - testa pesante, stanchezza, disturbi digestivi
      accompagnati da flatulenza e costipazione, dolori ai reni e
     debolezza sessuale.In seguito giunsi a distinguere questi sintomi
     dai problemi più fondamentali dell'ansietà,o nevrosi d'angoscia.
     Fu un bel passo avanti, se così posso dire. Poi col tempo capii
     che la nevrastenia non è un disturbo nervoso, e nemmeno una
     debolezza dei nervi, bensì una mancanza di nerbo.
     Adler e Rank - nella loro lingua la chiamano " problema di
     volontà, o - come lo pronunciano loro , di vitello. ( gioco di
     parole in inglese sulla pronuncia di wuill ( volontà ) e veal
    ( vitello ). Il paziente nevrastenico - dopo tutto - è una specie di
     vitellone o Kalb, che sogna di solito i suoi primi amoretti.
     Dico " il paziente" non a caso poiché - come ho sempre
     sostenuto " le ragazze di solito sono sane e non nevrasteniche".
     All'esame fisico, la carne nevrastenica appare umida, tenera e
     pallida, molto simile al biancastro roseo del buon vitello.
     Gli occhi di solito sono esageratamente dolci e dilatati. Il
     nevrastenico ha la tendenza a starsene chiuso in camera sua o
     ad andarsene tristemente alla vicina gelateria per ingerire
     copiosi gelati. Il trattamento d'elezione - in questi casi - è per lo
     più costituito da tonici per la volontà. Eppure, anche se il
     paziente è di solito docile e cooperante, è raro che si verifichino
     dei miglioramenti: infatti in genere il vitello ha voglia, ma la
     carne è troppo debole.
     Il vitello alla nevrastenia rimane quindi il mio personale e
     infallibile rimedio per questi sventurati. Bisogna stare attenti
     però a non cuocerlo troppo. Dovrebbe persino rimanere un po'
     duro: infatti, più duro è, meglio è...


    Prendete un bel posteriore di vitello ( circa
    due chili ) e fatelo legare bene, con lo spago,
    dal macellaio. Lasciatelo in questo stato per
    qualche ora prima di farlo arrostire.
    Ricopritelo poi con una miscela di due
    cucchiai di farina, un cucchiaio di polvere di
    peperoncino, un cucchiaio di paprika, sale e
    pepe. Passatelo in forno a calore moderato per
    mezz'ora, inumidendo di tanto in tanto con
    un po' di burro fuso. Nel frattempo mettete
    in un tegamino una tazza di brodo scuro più
    mezza tazza di cognac  tenetelo a fuoco
    basso finchè il liquido non si riduca di un
    terzo. Lasciate l'arrosto in forno ancora
    mezz'ora, ricordando però di inumidirlo
    spesso con la mistura di brodo e cognac.
    Potete aggiungere alla teglia cipolle saltate
    o altri legumi in abbondanza, ma non vi
    preoccupate del contorno: è la carne che
    conta, e una volta tanto non deve essere
    tenera.  (…)


     James Hillmann e Charles Boer  da   La cucina del dott. Freud


      

LA CUCINA DEL DOTT FREUD 3


L'INVEROSIMILE CROSTATA EDIPICA

(…) Quando per la prima volta misi per iscritto questa ricetta
       alquanto modesta, non avevo idea del successo che avrebbe
       ottenuto, e di come sarebbe diventata uno stereotipo in ogni
       cucina.
       Questa crostata è certo molto buona, ma la gloria che ha
       raggiunto ha dell'inverosimile. Oggi viene chiamata
       semplicemente "Crostata di mele grande mamma". Nell'ottobre
       del 1897, mentre indagavo sempre più nelle profondità delle
       mie nevrosi e scrivevo le mie teorie per inviarle al mio amico
       Fliess a Berlino ( sia detto per inciso, Fliess aveva un fiuto
       fantastico per le combinazioni interessanti, essendo lui stesso
       uno specialista del naso e della gola - vedi " Bi- zuppa alla
       Fliess" ), mi ritornò il ricordo della mia desolazione infantile
       quando -spesso -piangevo disperatamente perché non riuscivo
       a trovare mia madre da nessuna parte.
       Scoprii ben presto che " l'amore per la madre e la gelosia nei
       confronti del padre sono un fenomeno generale della prima
       infanzia ". Che formula semplice! Nonostante ciò ci sarebbe
       voluto parecchio tempo prima che mi rendessi conto della
       semplicità della crostata edipica. Nessuno può resistere a
       questo piatto perché - come scrissi a Fliess : " ognuno di noi
       è stato una volta nell'infanzia un Edipo in germe e in fantasia "


      Mescolate una tazza di zucchero, due cucchiai
      di farina, un pizzico di sale, qualche mela
      affettata ( sbucciata e privata del torsolo ),
      mezza tazza di uvetta, mezza tazza di noci a
      pezzetti, del rum scuro e mezzo pacchetto
      di burro già fuso. Nel frattempo ( l'ideale
      sarebbe, se stesse proprio accanto a voi
      guardandovi fare, chiedere a vostra madre
      la ricetta da lei preferita per fare la crostata ):
      stendete la pasta in uno stampo per torte.
      Metteteci sopra le mele e coprite con la pasta
      rimanente. Passate in forno caldissimo per
      dieci minuti, riducete poi il calore a metà e
      cuocete per altri venticinque minuti. Lasciate
      raffreddare a temperatura ambiente . E
      ricordate sempre vostra madre.   (…)


      James  Hillman e Charles Boer  da  La cucina del dott. Freud

  

LA CUCINA DEL DOTT FREUD 4


BISCHETTONI  EROGENI

(…) Fu solo dopo la pubblicazione dei miei  Tre saggi sulla teoria
       sessuale, nel 1905, che le zone erogene del corpo umano
       vennero trasferite dal segreto della camera da letto alla
       pubblica arena della scienza. Ogni zona produce le sue
       specifiche eccitazioni e presenta anche un suo stile
       caratteristico: la zona orale, con il suo desiderio di
       gratificazione immediata, che è la base di tutti i piaceri
       connessi al succhiare, al leccare e al mordere;quella anale,con
       i suoi piaceri di tensione e ritenzione, e che è la base per i
       piaceri posposti, ossessivi e controllati. Nelle persone isteriche
       queste zone del corpo e quelle vicine, nonché le membrane e
       mucose ad esse affini, si appropriano delle eccitazioni degli
       organi sessuali veri e propri, sicchè l'atto di mangiare,
       inghiottire, digerire ed  evacuare può diventare orgastico.
       Praticamente ogni zona del corpo umano può diventare 
       erogena ( nel sadomasochismo è la pelle, nel voyeurismo e
       nell'esibizionismo è l'occhio ).
       Mi farebbe piacere poter dire lo stesso dei bischettoni, ma il
       modo in cui la maggior parte della gente li fa è disperante.
       Sembra proprio che non si riesca mai a dar loro un tocco
       erogeno. Comunque sia, cercate nella vostra cucina bacche,
       chiodi di garofano, ciliegine secche, pistacchi, bucce di limone
       o di arancia, cannella etc. e cominciate…


      Preparate una pasta per bischettoni
      mescolando tre tazze di farina, due cucchiai
      di zucchero, un cucchiaio di lievito, mezzo
      cucchiaio di bicarbonato di sodio, un
      pacchetto di burro e una tazza di latte.
      Aggiungere a questo punto il tocco erogeno
     ( taluni pensano sia sufficiente una ciliegina
      macerata nel kirsch ). Stendete la pasta fino a
      farle raggiungere lo spessore di un centimetro
      circa e ritagliare i bischettoni dando loro
      forme erotiche ( per esempio delle belle
      gambine, dei bei sederini a forma di cuore, un
      piccolo ventre liscio con il suo ombelico.)
      Tutto sta nell'immaginazione che ci mettete
      per farli, altrimenti come potrebbero essere erogeni?
      Porli in una teglia imburrata e farli cuocere
      per circa quindici minuti nel forno ben caldo.  (…)


  James  Hillman  e Charles Boer  da   La cucina del dott. Freud

      

LA CUCINA DEL DOTT FREUD 5


INSALATA DI CHIACCHIERE

(…) Nel campo nostro si è introdotta molta pazzia, eppure essa
       proviene da uno o due posti soltanto.Il Burgholzli, per esempio
       una casa di pazzi zurighese, era una fabbrica di squinternati la
       cui influenza sul futuro della psicopatologia è stata
       inenarrabile. Direttore ne era Eugen Bleuler, mentre Jung era
       uno dei suoi assistenti.
       Bleuler aveva osservato che gli schizofrenici - ossia la
       stragrande maggioranza dei ricoverati - usavano parole
       dissociate incomprensibili a tutto il reparto. Un' " insalata di
       parole", come egli scrisse in uno dei suoi manuali. Jung cercò
       di porvi un qualche rimedio mettendo insieme le parole grazie
       ai suoi esperimenti associativi. Ma sbagliavano entrambi: l'
       insalata di chiacchiere non si riferisce alle chiacchiere, si
       riferisce piuttosto all'insalata. Non v'è dubbio che Bleuler
       abbia inventato l'espressione per analogia con l'insalata di
       lattuga tagliata a pezzi, condita con olio, aceto e sale che ogni
       giorno veniva servita quale contorno nei pasti ospedalieri
       svizzeri. ( Lo so per esperienza perché, quando andai laggiù a
       trovare Jung, lui non mi sistemò al Bar-au - Lac ( celebre
       albergo e ristorante di Zurigo n.d.r.), bensì al Burgholzli
      ( l'ospedale dei matti ).
       Bleuler, che non beveva nemmeno una birra e che avrebbe
       trovato incomprensibile persino una conversazione fra
       colleghi a una cena di lavoro, che non sapeva nemmeno cosa
       fosse un'insalata interessante, come avrebbe potuto capire i
       discorsi degli schizofrenici?
       Ah, questi svizzeri, quante ne hanno fatte vedere!
       Quante volte devo ripeterlo: non sono i pazienti che hanno
       perso il cervello, sono i loro "cervelli " che si sono persi.
       Una buona insalata di chiacchiere potrebbe essere la migliore
       occasione per farli ritrovare.


      Mettete un pacco di pasta carta in una
      pentola d'acqua bollente ( non adoperate quelle
      paste matte a forma di conchiglie o di fusilli:
      servono solo per insalate psicotiche italiane e
      non andrebbero bene per le nostre insalate del
      Nord  Europa ). Fatela cuocere finchè non
      diventi morbida. Mettetela, una volta scolata,
      in un'insalatiera sfregata precedentemente con
      aglio. Aggiungete qualche fetta di pomodoro,
      peperoncino, scalogno, una scatoletta di tonno
    - oppure qualche altro pesce o frutto di mare
      se il vostro ospedale se lo può permettere
    ( e anche il più esiguo bilancio può permettersi
      un'acciuga di tanto in tanto ) - qualche oliva,
      una manciata di basilico tagliuzzato, o
      almeno un pugno di prezzemolo, sale e pepe.
      Condite l'insalata con olio di oliva e mescolate lentamente.
      Lasciatela raffreddare fino all'ora di cena.
      Al momento di servire, spargetevi sopra tocchetti di tocco
      ben aromatizzato ( se non sapete che tipo di tocco
      utilizzare, meglio lasciar perdere l'insalata di chiacchiere
      e accontentarsi di una semplice insalata di lattuga ). (…)


 
     James Hillman e Charles Boer da     La cucina del dott. Freud   

           

lunedì 27 novembre 2017

LE STORIE CHE CURANO ( Freud-Jung- Adler ) 1

 
 

" Fare anima significa affrontare il viaggio verso la Grande Soglia, che è la terra dell'immaginale"


(...) Un tempo l'arte dello scrivere si prefiggeva un intento
       terapeutico, quello di donare la catarsi e l'unità tematica a un'
       anima. Oggi può mettere a nudo, ma raramente guarisce.
       Come i terapeuti hanno ignorato il loro impegno nella poiesis,
       così i poeti hanno dimenticato la loro funzione terapeutica.
       Nel nostro secolo non ci volgiamo alle arti per guarire.
       Abbiamo una nuova arte cui si richiede questa funzione : la
       psicoterapia. Perfino gli artisti vanno in analisi e questo
       perché la psicoterapia, più delle arti, è impegnata nel
       riportare l'anima della Prosa alla Poesia ( come dice Hegel ):
       una redenzione della psiche, dal suo pedestre " realismo" a un
       risveglio, da parte del cuore che immagina, delle sensibilità,
       delle intimità, dei ricordi.  La terapia riscatta il mondo sottile
       delle immagini dal mondo grossolano dei fatti, e volge l'anima
       verso gli Dei. Per questo - naturalmente - ha invaso il campo
       delle arti e della critica d'arte diventando, coi suoi rituali, i
       suoi maestri, le sue " botteghe", la forma d'arte predominante
       nel nostro tempo. Essa è la sola che ardisca di penetrare nella
       vita immediata dell'anima individuale e di impegnarvisi, con
       l'intento di  guarirla dalla sua condizione prosaica e
       offrendole una nuova storia per le sue immagini. (...)


             James Hillman  da   Le Storie che curano ( Freud-Jung-Adler )

LE STORIE CHE CURANO ( Freud-Jung-Adler) 2


(...) Questa " storia", questa finzione, l'ho chiamata " base poetica
      della mente". Immagino che la mente sia fondata non sulle
      microstrutture del cervello o del linguaggio, ma su quelle storie
      supreme, gli Dei, che costituiscono i modelli fondamentali del
      nostro agire, credere, conoscere, sentire e soffrire, dove
      possono persino trovare dimora. E' soltanto nelle storie che
      questi Dei si mostrano ancora. La mente è fondata  nella sua
      stessa attività narrativa, nel suo fare fantasia. Quel " fare" è
      poiesis . Conoscere la profondità della mente significa
      conoscere la sue immagini, leggere le immagini, ascoltare le
      storie con un'attenzione poetica che colga in un singolo atto
      intuitivo le due nature degli eventi psichici, quella terapeutica
      e quella estetica.
      Nell'atto di cogliere l'immagine, la coscienza poetica e quella
      terapeutica si fondono in un unico punto focale: l'interesse
      appassionato per l'immagine. Tutti siamo pazienti dell'
      immaginazione.
      Il suo carattere di inutilità non solo allontana la psicoterapia
      dagli schemi medici di guarigione e dai modelli secolari di
      assistenza, ma la porta anche ad una miglior comprensione
      dell'accusa che le viene mossa di essere un lusso cui indulge la
      classe agiata. Elitaria, ombelicale, narcisistica; il divano, una
      chaise - longue per il borghese, e l'appellativo di " nevrotico"
      qualifica riservata soltanto a chi può pagare per sentirsi
      definire tale.
      Questi addebiti dimostrano quanto la gente comune abbia
      avvertito che la psicoterapia è un'attività estetica.
      Le stesse identiche accuse sono state rivolte all'arte. (...)


            James Hillman  da   Le Storie che curano ( Freud-Jung-Adler)


LE STORIE CHE CURANO ( Freud-Jung- Adler )3



(...) L'addebito deve essere psicologizzato: non la classe agiata, ma
      piuttosto la classe poetica, e non in quanto ceto sociale  o
      economico, ma come classe nel senso platonico, dove il termine
      indica una prospettiva interna al corpo politico, esistente anche
      in ciascun individuo. Non soltanto i poeti sono poeti: una parte
      di ciascuno di noi funziona poeticamente e appartiene alla
      classe poetica. Questa classe è continuamente impegnata nell'
      attività immaginativa, che dal punto di vista delle altre classi è
      sempre inutile e sempre una piacevole perdita di tempo.
      La psicoterapia è l'arte che coltiva questa classe della psiche.
      Essa coltiva le sue attività immaginative, quelle che di continuo
      tornano sulla finzione di curare il nostro amore, il nostro
      passato, la nostra morte. Come tale, la psicoterapia è un'
      educazione all'abilità immaginativa della classe che ha tempo
      a disposizione: insegna l'arte di vivere tra immagini. Inoltre,
      come qualunque altra arte, la psicoterapia è interminabile: c'è
      sempre un'altra figura della fantasia, un altro sentimento o un
      altro sogno che chiedono di essere modellati.  (...)


            James Hillman  da   Le Storie che curano ( Freud-Jung-Adler)

LE STORIE CHE CURANO ( Freud-Jung- Adler) 4



(...) Vedere la terapia su un fondo estetico - avendo presente la
      terza critica di Kant, e non la prima e la seconda ( ragione ed
      etica ) - richiede una revisione dei nostri progenitori: Freud,
      Jung, Adler . Per vederci impegnati nella terapia come arte,
      dobbiamo vedere anche loro impegnati allo stesso modo,
      leggerli come facilitatori di immagini la cui lotta essenziale si
      svolgeva con le passioni e le configurazioni dell'immaginazione
      Dobbiamo cioè deletteralizzare le teorie freudiane, junghiana e
      adleriana e apprezzarle di nuovo come tentativi di formulare
      l'immaginazione in storie, per il cui tramite la poiesis possa
      procedere in ogni anima individuale,attraverso il travestimento
      immaginativo chiamato " cura". Poiché non era la cura ciò che
      più contava nel loro rapporto con i casi - compreso il proprio -,
      bensì il fare immagini.
      La storia del movimento psicoanalitico è di per sé come un
      romanzo continuo, in cui ogni nuovo capitolo si apre con
      rivelazioni sui personaggi principali - le loro lettere, le loro
      battaglie, i loro incesti -. Il romanzo della psicoanalisi ne
      anticipa le " teorie". Lo sviluppo del pensiero di Freud e la
      scoperta di Jung della psiche autonoma così come viene
      narrata nelle sue memorie, si dispiegano come trame
      romanzesche, popolate da straordinari personaggi fiabeschi.
     " Tutto sta nella mente " diceva la psicoanalisi, " compresi i
       casi e i loro fatti, compresa la stessa psicoanalisi".
       Perché la mente è poiesis , che " fa " finzioni letterarie per
       guarirsi dai suoi poeti letteralizzati.  (...)


              James  Hillman   da   Le Storie che curano ( Freud, Jung, Adler )


LE STORIE CHE CURANO ( Freud- Jung- Adler ) 5



(...) La capacità della psicoterapia di guarire dipende dalla sua
      capacità di continuare a ri-raccontarsi in rinnovate letture
      immaginative delle sue stesse storie. E' per questo che in modo
      ricorrente torniamo ai nostri fondatori, come gli Scolastici a
      Tommaso, come gli americani a Whitman, Hawhtorne e
      Melville. La filosofia platonica è rimasta vitale dopo 2500 anni
      perché Platone, e quel meraviglioso vecchio bislacco di 
      Socrate sono stati ri-visti daccapo da ciascun platonico in ogni
      periodo.
      Quel che rende una psicoterapia capace di guarire - e per 
      guarire intendo restituire il senso del vivere e del morire all'
      interno di un cosmo immaginale; un ricondurre la propria
      costrizione umana ai modelli di necessità che governano l'
      immaginazione - quel che rende ogni terapia capace di guarire
      è una percezione immaginale di se stessa, quell'orecchio 
      rivolto a ciò che sta facendo, dicendo, scrivendo.
      Essa cura costantemente il proprio linguaggio con un terzo
      occhio, un terzo orecchio. Ogni arte in cui si inaridisce l'
      immaginazione diventa una scuola letterale, una serie di
      tecniche, una professione. Quando la psicoterapia non è più
      capace di ascoltare i propri fondatori come figure dell'
      immaginazione che parlano all'immaginazione, o di trattare
      come voci i propri principi, cosa può dire allora alle figure
      e alle voci del paziente?
      Il modo migliore di mantenere il flusso delle immagini perché
      la poiesis possa continuare, è quello di lasciare che le voci
      dell'anima- come i personaggi di una fiaba - continuino il
      loro racconto anche quando il libro è già chiuso. La psiche
      consiste essenzialmente  in immagini - diceva Jung - e noi
      dobbiamo sognare il mito insieme ad essa. Siamo guidati da
      finzioni- diceva Adler - e anche i nostri scopi sono finzioni.
      Analisi interminabile - diceva Freud. La cura durerà finchè
      potrà essere mantenuto il senso romanzesco, perché la morte
      è l'unica vera guarigione - diceva Socrate.
      Che questa visione sia priva di fondamento corrisponde a quel
      carattere di inutilità che viene riferito alla classe poetica.
      Fatevi coraggio.  (...)


              James  Hillman   da   Le Storie che curano ( Freud- Jung-Adler )

            
                     

lunedì 2 gennaio 2017

IL CODICE DELL'ANIMA - LA BELLEZZA 1




(...)Di tutti i peccati della psicologia, il più mortale è la sua
      indifferenza per la bellezza. Una vita - in fondo - è una cosa
      bella. Ma, leggendo i libri di psicologia, non lo si
      immaginerebbe mai. Ancora una volta, la psicologia viene
      meno di fronte al suo oggetto di studio. L'apprezzamento
      estetico delle biografie non trova spazio né nella psicologia
      sociale né in quella sperimentale e nemmeno nella psicologia
      terapeutica. Il loro compito consiste nell'indagare e nello
      spiegare, e se per avventura dovesse saltar fuori nel materiale
      studiato un fenomeno estetico ( e non solo in casi cosi
      manifestamente estetici come quelli di Jackson Pollock, di
      Colette o Manolete), esso verrà spiegato da una psicologia
      priva in partenza della minima sensibilità estetica.
      Ciascuna svolta del destino può avere la sua interpretazione,
      ma ha anche la sua bellezza. Basta guardare l'immagine di
      Menuhin che volta le spalle infuriato al giocattolo dalle corde
      di metallo; " Pappamolle" che fa navigare le sue barchette
      nella vasca; il piccolo Gandhi con le sue orecchie a sventola
      e le sue paure. La vita, intesa come immagini, non sa che
      farsene di dinamiche familiari e predisposizioni genetiche.
      Prima di diventare una storia, ciascuna vita si offre alla vista
      come una sequela di immagini. Chiede innanzitutto di essere
      guardata. Anche se ciascuna immagine è certamente pregna
      di significati e suscettibile di un'analisi notomizzante, quando
      saltiamo ai significati senza apprezzare l'immagine, perdiamo
      un piacere che non potrò essere recuperato da nessuna
      interpretazione, per quanto perfetta. Senza contare che avremo
      eliminato il piacere della vita che stiamo considerando : la
      bellezza che essa dispiega sarà diventata irrilevante per il suo
      significato.
      Con peccato " mortale" della psicologia, intendo il peccato del
      mortificare, quel senso di morte che ci prende nel leggere la
      psicologia degli addetti ai lavori, nell'udire la lingua, la voce
      monotona, nel vedere la ponderosità dei suoi testi, la
      pretenziosità seriosa, i pomposi annunci di nuove " scoperte",
      che più banali non si può, i placebo tranquillanti del fai-da-te
      psicologico, le sue scenografie, le sue mode, le sue riunioni di
      Facoltà e i suoi studi e ambulatori, quelle acque stagnanti
      dove l'anima si reca per farsi curare, ultimo rifugio di una
      cultura abburattata, che sforna panini bianchi stantii e senza
      crosta, muro di gomma contro cui rimbalza la speranza. (...)


          James Hillman   da    Il  codice  dell'Anima

IL CODICE DELL'ANIMA - LA BELLEZZA 2



(...) Trascurare la bellezza è trascurare la Dea, che allora è
       costretta a reintrodursi di soppiatto nelle Facoltà come
       molestie sessuali, nel laboratori come ricerche sul
       comportamento sessuale e di genere, negli studi e negli
       ambulatori come appuntamenti seduttivi. E intanto, la
       psicologia senza bellezza diventa vittima delle sue stesse
       censure cognitive, ogni passione spenta nello sgomitare per
       la pubblicazione e per la cattedra. Senza bellezza c'è poco
       piacere e ancora meno umorismo. Le grandi motivazioni
       sono lettera morta per categorie psicologiche come " delirio
       di grandezza " e "  inflazione dell' Io ", mentre l'avventura
       delle idee è costretta nelle dimensioni di un progetto
       sperimentale. Quel po' di romanticismo che riesce a
       sopravvivere, fa capolino nel desiderio di aiutare chi soffre, e
       allora ci si iscrive a qualche corso di formazione per
       psicoterapeuti. Ma se la vocazione è quella di aiutare il
       prossimo, conviene andare a far pratica da Madre Teresa,
       anziché aspettarsi che una psicologia senza anima, senza
       bellezza e senza piacere possa preparare ad aiutare chi
       soffre. Contro le proprie afflizioni, la psicologia non dispone
       di manuali- fai- da te.  (...)


             James  Hillman  da      Il Codice dell' Anima