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venerdì 27 dicembre 2019
LE DISOBBEDIENTI ( Presentazione )
Che cosa unisce Artemisia Gentileschi, stuprata a diciotto anni da un amico del padre e in seguito protagonista della pittura del Seicento, a un'icona della bellezza e del fascino novecentesco come Frida Kahlo ? Qual è il nesso tra Elisabeth Vigée Le Brun, costretta all'esilio dalla Rivoluzione Francese, e Charlotte Salomon, perseguitata dai nazisti ? C'è qualcosa che lega l'elegante Berthe Morisot, cui Manet dedicò appassionati ritratti, alla trasgressiva Suzanne Valadon, l'amante di Toulouse - Lautrec e di tanti altri nella Parigi della Belle Epoque ? Malgrado la diversità di epoca storica, di ambiente e di carattere, un tratto essenziale accomuna queste sei pittrici : il talento prima di tutto, ma anche la forza del desiderio e il coraggio di ribellarsi alle regole del gioco imposte dalla società.
In questo libro l'autrice racconta, con instancabile attenzione ai dettagli dell'intimità che disegnano un destino, la vita di sei pittrici nella loro irriducibile singolarità. Incontriamo così la giovanissima Artemisia in fuga dalle calunnie romane dopo un processo infamante, che si fa strada nella Firenze dei Medici, ma non vuole rinunciare all'amore; Elisabeth Vigée Le Brun, acclamata ritrattista della regina Maria Antonietta, che attraversa l' Europa, contesa dalle corti più importanti senza mai staccarsi dalla sua bambina; Berthe Morisot, ostacolata dalla famiglia e dai critici accademici che diventa la première dame degli Impressionisti; la scandalosa Suzanne Valadon, amante e modella dei grandi artisti della Parigi di fine Ottocento, che sceglie di farsi lei stessa pittrice combattendo la povertà e i preconcetti; Frida Kahlo, straziata dalla malattia fin dalla più giovane età, che sfida la sofferenza fisica e i tormenti amorosi con le sue immagini provocatorie e il suo travolgente look.
Tutte loro, nei ritratti del libro, guardano negli occhi chi legge e invitano a scoprire l'audacia con cui hanno combattuto e vinto la dura battaglia per affermarsi, cambiando per sempre- con la loro opera - l'immagine e il posto della donna nella storia dell'arte.
( f. )
LE DISOBBEDIENTI 1
Berthe Morisot ( E. Manet )
IL TALENTO E LA VITA
(…) Avrei voluto vivere a Parigi quando Berthe Morisot conosce
Edouard Manet. E' un momento magico per la pittura : tutto
cambia, e cambiano anche gli uomini le donne e i loro cuori.
Berthe è bella e riservata, Edouard affascinante e
intraprendente. Forse si amavano, certamente si attraggono.
Ma, qualsiasi cosa sia avvenuta tra loro, quell'amore segreto
si è riversato nella pittura di entrambi. Lui le dedica dei
ritratti meravigliosi, ma lei non vuole essere soltanto una
modella : vuole dipingere, stare dall'altra parte della tela
proprio come lui. E ci riesce : sarà presente - unica donna -
alla prima, celebre mostra degli Impressionisti.
Berthe è la bellissima ragazza dipinta da Manet che guarda
davanti a sé con occhi ardenti e in mano un mazzolino di
violette su una parete del parigino museo d' Orsay.Ma è anche
l'autrice di una celebre maternità laica La Culla qualche
sala più in là nella stessa galleria che racchiude tanti
capolavori. Tra i due quadri passa una corrente di desiderio
che mi ha colpita, non solo per la bellezza con cui accende le
opere, ma per il misterioso intreccio di arte e vita nel quale le
immagini catturano. E' dal fascino della storia di Berthe, la
ragazza borghese che ha saputo dire di no agli obblighi e ai
divieti della famiglia e della società per diventare una grande
artista, che è cominciato il mio viaggio nella costellazione
femminile raccontata in questo libro,andando avanti e indietro
nel tempo. Le donne di cui scrivo sono diverse tra loro per
epoca, situazione familiare, carattere, povere o benestanti,
istruite o quasi analfabete. Ma c'è qualcosa di essenziale che
le accomuna: il talento e la voglia di non piegarsi alle regole
del gioco imposte dalla società del loro tempo. Fragili ma
indomabili, hanno saputo difendersi con tenacia dalle
aggressioni della vita.Dalla violenza maschile,come Artemisia
Gentileschi, stuprata da un amico del padre; dalle avversità
dei tempi, come Elisabetta Vigée Le Brun, esiliata dalla
Rivoluzione Francese; dalla ferocia della Storia, come
Charlotte Salomon in fuga dai nazisti; dai tormenti della
malattia, come Frida Kahlo; dalla gabbia dei pregiudizi,come
Suzanne Valadon. Nelle loro vite tempestose e luminose,
ognuna mi è sembrata caratterizzata da una speciale virtù,
un'arma dell'anima per reagire alla prepotenza del mondo
circostante. Virtù faticose come : coraggio, tenacia, resistenza,
ma anche altre considerate come vizi :irrequietezza, ribellione,
passione. (…)
Elisabetta Rasy da Le disobbedienti ( Storie di sei donne che hanno cambiato l'arte )
LE DISOBBEDIENTI 2
(…) Quando finalmente sono diventate le artiste che volevano
essere, ognuna a modo suo ha rivolto alla realtà femminile uno
sguardo diverso e partecipe,capace di raccontare gioie e ferite
come la mano maschile non aveva mai fatto. E ognuna di loro,
con la sua energia e indocilità, ha contribuito a cambiare la
posizione femminile nella gerarchia artistica : da un'eterna
periferia al centro della scena.
Marcel Proust rimproverava al critico Charles de Sainte -Beuve
di dare troppo risalto alla biografia quando parlava di uno
scrittore. La scrittura nasce altrove, sosteneva l'autore della
" Recherche ". E come si può negare che la scrittura o la pittura
e l'arte tutta nascano in quell'altra vita fatta di tutto ciò che nella
quotidianità non trova spazio : amori impossibili, sogni
irrealizzati o irrealizzabili, atti mancati, fantasie, visioni ?
Ma è anche vero che tutti questi meravigliosi scarti è la vita a
produrli. L'arte è un'altra cosa, ma la vita è la fonte. La vita
delle donne - poi - lo è moltissimo, piena di divieti, di obblighi
e desideri difficili, come è ancora, ma soprattutto è stata.
Le donne che nei tempi passati sono riuscite a diventare delle
artiste importanti, hanno dovuto combattere una lotta corpo a
corpo con il proprio tempo, hanno dovuto superare ostacoli,
impossibilità, incomprensioni, condanne.
Per questo sono state maestre di disobbedienza. (…)
Elisabetta Rasy da Le disobbedienti ( Storie di sei donne che hanno cambiato l'arte )
La culla ( Berthe Morisot )
LA VECCHIA E LA VANITAS 1
(…) La Vanitas , che si diffonde nell' Europa della Riforma, delle
sette religiose e della Controriforma, non è affatto un parente
povero della natura morta, ma un parente molto più ricco. Ciò
che nelle meravigliose tavole imbandite fiamminghe o nei
succosi crostacei napoletani,o nella grassa selvaggina francese,
in mezzo a vasi e piatti e cristalli preziosi e tovaglie e sopra -
tovaglie di tela finissima perfettamente stirate, è solo ricchezza,
orgoglio e vanità, nella " vanitas " è molto di più : è caducità e
morte, vale a dire qualcosa che, dall'ordine della materia, passa
all'ordine dello spirito. L'opera non è soltanto un oggetto di
ammirazione : è anche un oggetto di meditazione. Con un solo
quadro - insomma - due acquisti : l'immagine ci racconta una
cosa : il godimento, e insieme il suo contrario : l'annientamento.
Naturalmente se si aspira al supremo talento dell'ambiguità,
bisogna saperci fare - come Baugin - che, al massimo, concede
al formulario del genere una candela che non è neanche troppo
consumata dalla fiamma, ma sempre imprime ai suoi oggetti
fermi il sigillo di una desolazione, nel senso etimologico del
termine, cioè " lasciar solo ". In genere però i pittori della
vanitas vanitatum ci andavano pesanti:il teschio faceva bella
mostra di sé più o meno al centro della tela in mezzo ad oggetti
più che allusivi, come gusci di conchiglie, ramoscelli secchi e
attorcigliati, petali malandati, pipe spente e derelitte, e ceri che
hanno perso l'ultima fiamma. Ma la terribile e mostrificante
fuga del tempo aveva altri modi per dirsi. (…)
Elasabetta Rasy da Figure della malinconia
Natura morta con libri ( Baugin )
LA VECCHIA E LA VANITAS 2
(…) Nelle avventurose vicissitudini nelle quali sono state coinvolte
alcune delle non molte opere di Giorgione, una delle più
singolari riguarda Panofsky,il quale era convinto che il ritratto
di donna anziana, detto La vecchia , fosse opera di Tiziano e
non del pittore di Castelfranco. Non solo perché - a suo dire -
" la preoccupazione di Tiziano nei confronti del potere distruttivo
del tempo si manifesta fin dai primi passi della sua carriera,ma
anche perché " questo quadro è impressionante e quasi
spaventoso".La vecchia si apparenta a Tiziano perché il mondo
di tale artista " si estendeva dall'idillio alla tragedia, dalla
tenerezza alla brutalità, dalla seduzione alla repulsione, dal
sublime al volgare." Al contrario,Giorgione possedeva non solo
tutte le qualità immaginarie necessarie a un grande pittore,
accompagnate da un gusto squisito che rifuggiva dal male e
dalla bruttezza, ma gli mancava la capacità di atterrire. Non vi
è nulla di meno terrificante della sua "Tempesta ". Invece,
osservandole isolate e affiancate, mi è capitato di essere
atterrita di fronte al primo ( La vecchia ) e di essere invasa da
una strana e seducente malinconia di fronte al secondo ( La
tempesta ). In mostra presso l'antico palazzo veneziano a
Santa Maria Formosa è soprattutto " La vecchia", quel volto
che ci tiene a mostrarsi rovinosamente segnato dal tempo, a
far contrasto con la magnificenza degli antichi spazi, e
soprattutto, a minacciarla .(…)
Elisabetta Rasy da Le forme della malinconia
La vecchia ( Giorgione )
LA VECCHIA E LA VANITAS 3
(…) Qualcuno ha sostenuto che la donna aggredita dalla corsa
irrispettosa del tempo fosse la madre del pittore; qualcun altro
ha voluto ravvisare una somiglianza tra il volto della donna,
che è appunto una madre, della Tempesta e il viso della
misteriosa anziana dello spietato primo piano. Certo è che
questa tela, precariamente e miracolosamente salvata dalla
vecchiaia che tormenta le opere come gli umani,non ha soltanto
o soprattutto le caratteristiche di un ritratto.I lineamenti - è vero
- sono minutamente realistici: la bocca semisdentata, la piega
nasolabiale come una ferita non rimarginata, le rughe come
cicatrici e gli occhi non solo rimpiccioliti dalla fatica delle troppe
cose viste - l'infinita fatica del guardare - ma come stabilmente
prigionieri di quella particolare e disperata vivacità che solo le
lacrime danno allo sguardo. E d'altra parte, malgrado il cartiglio,
qui non è rappresentata una semplice figura allegorica: anche se
dalla mano ripiegata spunta la scritta Col tempo, che è una
sorta di beffarda didascalia dell'immagine, quella figura è reale.
Anche perché la donna sulla tela sta parlando:il pittore l'ha colta,
come in una polaroid, con la bocca semiaperta di chi sta dicendo
qualcosa, qualcosa che dice anche con il gesto della mano, rivolto
verso il petto coperto da una povera veste, mentre si affaccia da
uno sfondo senza definizione,tenebroso come è l'abisso del tempo,
ma anche il paesaggio della psiche.
Guardami, dice inequivocabilmente quella donna : guardami. (…)
Elisabetta Rasy da Figure della malinconia
La Tempesta ( Giorgione )
giovedì 26 dicembre 2019
LA VECCHIA E LA VANITAS 4
(…) In pittura ci sono molte vecchie, qualcuna - in genere se
aristocratica - dignitosa, qualcuna autorevole e ammirevole,
per esempio La vecchia signora che legge di Rembrandt del
1655, che è una fonte di luce non solo simbolica, se tutto il
volto di lei ne è illuminato.Ma per lo più la vecchiaia femminile
è sinonimo figurativo di orrore, dell'orrore della vecchiaia
molto di più di quanto non lo siano le immagini di uomini
vecchi: il passaggio del tempo nuoce a tutti, la morte aspetta
tutti, ma la vera vecchiaia è quella femminile perché in essa si
annida la disfatta non solo del corpo, ma della sua vanità.
Guardami, dice la donna di Giorgione, emergendo da una
minacciosa nigredo .Un gesto violento per un figlio mostrare
la decadenza materna,ma anche un gesto crudele per una madre
esibire la propria senilità disfatta al figlio,tanto più che al figlio
sarebbe spettata ( sarebbe , come molti uomini del suo tempo,
Giorgione non tagliò il traguardo della vecchiaia morendo nel
1510, poco più che trentenne, al colmo del successo ) la
senescenza diversa dei maschi che non conoscono quella
speciale e specifica fragilitas della carne femminile. Forse
però quella donna dai capelli inariditi come foglie secche, non
si sta mostrando al figlio: forse si sta mostrando allo specchio e
dall'altra parte c'è una donna giovane e bella - lei stessa - cui
balena improvvisamente - come in una fiaba nera - la terribile
apparizione. (…)
Elisabetta Rasy da Figure della malinconia
La vecchia signora che legge ( Rembrandt )
LA VECCHIA E LA VANITAS 5
(…) Panofky, convinto come si è detto che La vecchia fosse di
Tiziano, le contrapponeva " come una specie di La vecchia al
contrario", un'altra opera tizianesca dipinta tra il 1512 e il
1515, cioè La donna allo specchio del Louvre, citando alcuni
versi dei Sonetti di Shakespeare, soprattutto " Thy glass will
show thee how thy beauties wear ", il tuo specchio ti mostrerà
come le tue bellezze sfioriscano. La voce della psicanalisi,
costeggiando il mistero del desiderio femminile, ha lasciato al
Novecento una famosa domanda : cosa vuole una donna ?
Giorgione, con la sua intramontabile Vecchia e Tiziano con
la sua bellezza allo specchio, ne hanno lanciata un'altra,
non meno temibile : cosa vede una donna allo specchio?. La
presunta madre del pittore di Castelfranco espone il suo
disordine senile come lo scrittoio di Baugin mostrava il disordine
dei propri oggetti. Corpi inanimati dimenticati, corpi animati da
dimenticare: questo è l'ordine della Vanitas che - col tempo -
cambierà iconografia ma non potenza. (…)
Elisabetta Rasy da Figure della malinconia
Donna allo specchio ( Tiziano )
martedì 28 febbraio 2017
LA SCIENZA DEGLI ADDII 1
Sono io, Nadezda... Osip, dove sei?
(...) Ma quando gli amici vanno via, il the è finito e la stanza è
silenziosa, la memoria e le mani la tormentano. Come
testamento la ricetta della marmellata di arance confidata all'
amica non le basta. E' vero, le poesie sono al sicuro, non
bisogna trascriverle né ripeterle giorno e notte, ma proprio per
questo, ora che la sua missione è conclusa, a lei che cosa resta
se non l'immagine di quel vecchio consumato come un'inutile
moneta dalla lima del secolo belva?
Le sue mani non vogliono star ferme, la memoria non le dà
tregua. Finchè un giorno capisce. La memoria le dice che c'è
dell'altro da salvare, che un altro testamento è possibile. Non
può andarsene dal mondo senza aver raccontato quanto sa di
quell'uomo allegro che ha vissuto con lei e mai ha lasciato che
perdesse il coraggio. Deve raccontare quanto sa della sua
terribile epoca. E dei versi, e degli uomini, dei vivi e dei morti.
E delle donne, quelle che hanno seguito gli uomini nella
deportazione e quelle che sono rimaste a casa come lei, a
torcersi nell'angoscia, perseguitate, sole, tacendo, mordendosi
la lingua. Del resto, Osip e lei non hanno mai creduto che il
tempo si muova in modo lineare, progressivo. Il tempo se ne
va e poi torna, torna a passare dove è già passato, raccoglie,
sposta, riporta: per questo l'occasionale reca il segno dell'
eterno. Ma soprattutto non vuole avere davanti agli occhi l'
immagine di lui come l'ha visto l'ultima volta, un uomo confuso
che inciampa e rabbrividisce mentre altri uomini in divisa lo
portano via all'alba senza il tempo di un saluto. Tantomeno il
vecchio cencioso della baracca. Vuole riportare l'immagine di
quel giovane sottile e pensieroso che recita cantando, a cui lei,
coi tacchi, arriva al mento e che guarda da sotto in su con
insolito stupore. L'uomo che ha conosciuto in un giorno di
festa quando, senza intendersene molto di uomini, ha fatto la
sua scelta, la scelta giusta.
Così un giorno a Pskov, malgrado la vicina la stia spiando e
il cuore, invece di battere, si ostini a borbottare come un ospite
seccante, prende una risma di fogli, una scorta delle amate
sigarette Belomorkanal e inforca gli occhiali rosa da vecchia
zia, per cui tutti la prendono in giro.
E si mette a scrivere. (...)
Elisabetta Rasy da La scienza degli addii
LA SCIENZA DEGLI ADDII 2
(...) Scrive e scrive, anche quando è stanca, o quando è malata,
quando le fragili ossa della mano si ribellano - pagine su
pagine, vita su vita.
Questo è il testamento : le orme nella memoria - la memoria
non è sempre stata il suo bene, la sua salvezza? Stavolta non
sarà Orfeo a cercare Euridice agli Inferi, passando per quella
porta dell' Ade, laggiù in Crimea, che fa sognare Osip e i suoi
amici. Sarà Euridice, con l'incantesimo della memoria, a
cercare Orfeo. E non se lo lascerà sfuggire. Del resto, se lei
fosse stata Orfeo, non si sarebbe certo voltata a guardarla,
Euridice. A lei non era necessario guardarlo, Osip, per sapere
che le era vicino. (...)
Elisabetta Rasy da La scienza degli addii
LA SCIENZA DEGLI ADDII 3
(...) Ora non vede più neanche la luce fastidiosa della stanza
accanto : è tutto buio, o quasi. C'è un raggio, Osip l'ha scritto
in una poesia, e in una poesia tutto si avvera. Avrebbe voluto
seguire il raggio, diceva Osip nei versi, e che lei, Nadezda,
diventata raggio, imparasse dalla stella il senso della luce.
Sappi che mormoro, e mormorando ti affido al raggio che dura
in eterno, bambina mia - così aveva scritto Osip quarantatré
anni prima.
Ora non sente più il brusio della casa, ma quel mormorio sì, lo
sente : il mormorio delle labbra che si muovono e che niente
può far tacere. Anzi, ora che tutt'intorno c'è un silenzio
profondo, riconosce la voce: è una voce inconfondibile, che
recita cantando. Non riesce ancora a vederlo perché c'è un
gran buio, ma segue la traccia della voce. La voce è forte, deve
essere molto vicino, nel raggio insieme a lei. La voce è ancora
più forte, e si confonde con la sua, perché anche lei sta
parlando...
Sono io, Nadezda... Osip, dove sei? (...)
Elisabetta Rasy da La scienza degli addii
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