Epicuro : siamo felici quando proviamo piacere
(...) Ma non potrebbe essere che la felicità semplicemente si
identifichi con il piacere?
Questo è quanto sostiene Epicuro. La dottrina secondo cui la
felicità è il piacere, si colloca nell'ormai consueto schema
eudaimonistico: la felicità è il fine supremo, e se la felicità è il
piacere, quest'ultimo sarà il fine della nostra vita.
Ma l'interpretazione che Epicuro dà del piacere è però
piuttosto sorprendente perché egli muove da una filosofia del
piacere, ma giunge - attraverso un percorso argomentativo
molto rigoroso - a una filosofia della moderazione.
Quando pone il piacere a fondamento della natura umana,
Epicuro pensa ai piaceri dei sensi, ma non al tipo di piacere
che consiste in una forte stimolazione di essi,quanto piuttosto
a quel genere di piacere che si confà alla natura dell'organo
su cui agisce ( per esempio, se è vero che bere può dare
piacere all'organismo, non è però detto che bere molto
intensifichi proporzionalmente il piacere ). Questi è
determinato allora da una sorta di equilibrio ed è più corretto
intenderlo come assenza di dolore, che come attività.
" La voce della carne è : non avere fame, non avere sete, non
avere freddo.Chi queste cose abbia o si aspetti di avere, può
pareggiare in felicità anche con Zeus ".
( Epicuro- Sentenze )
La carne non cerca i piaceri, ma si contenta dell'assenza di
dolore. Se le persone desiderano altri piaceri, per esempio
quelli della tavola, la responsabilità ricade esclusivamente
sull'anima e sulle false opinioni di cui è imbevuta. Il filosofo
epicureo dovrà essere in grado di analizzare e riconoscere i
propri desideri,dovrà capire quali meritano il soddisfacimento
perché procurano quel tipo di piaceri che costituiscono la
felicità e quali invece siano irrilevanti o addirittura dannosi.(...)
Maurizio Ferraris da Le domande della filosofia: Cos'è la ricerca della felicità?
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giovedì 5 ottobre 2017
mercoledì 4 ottobre 2017
FELICITA' ( Cos'è la ricerca della felicità ? ) 2
(...) Epicuro divide i desideri in naturali e necessari ( per esempio
bere quando si ha sete ), naturali ma non necessari ( per
esempio bere una birra anziché semplice acqua ), non naturali
e non necessari ( il desiderio di fama e di gloria ). I primi sono
quelli indispensabili per la nostra felicità. I desideri naturali e
non necessari - invece - sono quelli al cui soddisfacimento
possiamo rinunciare perché esso non elimina alcun dolore (
potevamo soddisfare la sete anche con la sola acqua ). Se
questi desideri sembrano fortissimi, non è per la natura del
nostro organismo, ma perché siamo preda di vuote opinioni. I
desideri non naturali e non necessari nascono esclusivamente
dalle opinioni e non hanno alcun rapporto con le reali esigenze
della nostra natura.
Il piacere non è disgiunto dalla virtù, anzi queste sono
necessarie affinché il piacere sia scelto nel modo più opportuno
I piaceri vanno scelti anche tenendo conto dei possibili dolori
successivi e calcolando le conseguenze. Dunque la prudenza,
cioè la capacità di svolgere questo calcolo, è per Epicuro
ancora più importante della filosofia :
" Principio e bene massimo in tutte queste cose è la prudenza,
la quale è perciò più pregevole della stessa filosofia, come
quella da cui tutte le altre virtù traggono origine, e che
insegna non essere possibile vivere nel piacere ove non si viva
con prudenza, temperanza e giustizia "
( Lettera a Meneceo )
In realtà, però, anche la filosofia, lontana dall'essere solo un'
attività speculativa, ha grande importanza per la conquista
della felicità. Epicuro sapeva che l'assenza di dolore non
garantisce da sola la felicità e che ci sono altri motivi di
turbamento, per esempio il timore della morte e la paura degli
dei, e pensava che la filosofia potesse contribuire a vincere
queste paure: sapendo come stanno le cose riguardo alla
nostra natura e all'universo, gli uomini saranno in condizioni
di dissipare questi timori.
Per esempio, alla paura della morte, egli opponeva il celebre
argomento secondo cui, quando c'è la morte non ci siamo noi,
equando ci siamo noi non c'è la morte:
" Il male che più fa rabbrividire - ed è la morte - non è dunque
nulla per noi perché quando noi siamo, non c'è la morte, e
quando c'è la morte, allora non siamo "
( Lettera a Meneceo )
Maurizio Ferraris da Le domande della filosofia : Cos'è la ricerca della felicità?
FELICITA' ( Cos'è la ricerca della felicità? ) 3
(...) Cardine di questa argomentazione è l'idea che l'anima sia
mortale, perché è di natura corporea non meno dello stesso
corpo. Ma perché mai dovremmo tranquillizzarci a questo
pensiero? Se la nostra paura fosse solo quella di non conoscere
il nostro destino dopo la morte, l'idea di cessare di esistere
potrebbe forse procurarci un qualche sollievo: meglio cessare
di esistere che vivere nei tormenti. Ma la nostra paura più
grande è proprio quella di cessare di esistere. Epicuro non
trascura questo aspetto del problema, perché tra gli argomenti
più interessanti che l'epicureo deve richiamare per fronteggiare
la paura della morte c'è quello che deriva dallo stesso porre il
piacere come il fine della vita. Una vita dedita alla tranquillità
e all'assenza di turbamento, non è una vita che si sviluppa
secondo un piano, un piano che la morte potrebbe spezzare, ma
è una serie di momenti in sé completi e conchiusi. Ad ogni
punto della sua vita, l'epicureo può dire di " aver vissuto", cioè
di aver perfezionato la propria esistenza, anche se questa è
stata brevissima. Epicuro fa evidentemente tesoro della
distinzione aristotelica fra attività e movimenti: per lui la vita
è un'attività come la contemplazione di un quadro, perché può
essere interrotta in ogni momento senza perdere significato, e
non un movimento come l'attraversamento della strada, che
non è invece compiuto fino a che non si arriva dall'altra parte.
Se la vita è concepita in questo modo, è chiaro che la sua
lunghezza non ha più grande importanza e il desiderio di
immortalità può essere ridimensionato: l'istante felice è
talmente perfetto che non si sente il bisogno di protrarlo
indefinitamente. La mancanza di prospettiva sul futuro
permette di vivere alla giornata, di gioire di ogni momento
come se fosse l'ultimo e di accogliere ogni ora futura come se
fosse un dono inatteso. Questo aiuta l'uomo, nelle prospettiva
epicurea, a liberarsi dalla preoccupazione per il futuro e a
tenersi al sicuro dai rovesci della fortuna. Un altro importante
e universale motivo di turbamento è il dolore fisico, la malattia.
Per Epicuro essa non deve spaventarci perché - se è lieve - è
sopportabile, se invece è grave termina presto con la morte,
che già abbiamo imparato a non temere.
Tali motivi di turbamento vengono dunque ridimensionati
opponendo loro argomentazioni e tesi filosofiche, che vanno
usate in modo terapeutico contro le false opinioni e concezioni
che annebbiano la nostra mente.
La sintesi di queste tesi si riduce a quattro brevissimi punti: gli
dei non fanno paura; non si deve temere la morte; è facile
procurarsi il bene e altrettanto evitare il male.
E' il celebre " terrafarmaco" o medicina quadripartita: il
talismano del filosofo epicureo. (...)
Maurizio Feraris da Le domande della filosofia : Cos'è la ricerca della felicità?
domenica 15 gennaio 2017
EPICURO : SUL TEMA DEL MALE
" La Divinità o vuole abolire il male e non può, o può e non
vuole; o non vuole né può ; o vuole e può. Se vuole e non può,
bisogna ammettere che sia impotente, il che è in contrasto
con la nozione di divinità; se può e non vuole, che sia
malvagia, il che è ugualmente estraneo all'essenza divina; se
non vuole e non può, che sia insieme impotente e malvagia;
se poi vuole e può - sola cosa conveniente alla sua essenza -
donde provengono i mali e perché non li abolisce? ".
Epicuro, Frammento 374
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