giovedì 4 giugno 2020

ORIGINE DELLA VIA LATTEA





                                  Origine della Via Lattea  (  Leggendo la tela del Tintoretto )





Nel celeste boudoir della regina Era, il dio Ermes tenta,
lei dormiente, di spillarne il latte
nella bocca del neonato Ercole.
Naturalmente, come succede sempre in questi miti,
accade un imprevisto: il latte schizza via
verso un cielo indaco, incendiandosi in piccole fiammelle
che gli dei, più tardi, coglieranno e disporranno
come fa un gioielliere con le sue pietre splendenti
sul velluto, ad un angolo così perfetto che la luce
fa dire a una donna ti prego, amore, prendimi questo.
Non riesco a distogliere lo sguardo dall’angolo a destra
del dipinto, e mi torna in mente l’uomo
che mi manca, lontano cinquecento miglia. Una coppia
di pavoni sta accoccolata su un cuscino
regale – il maschio osserva attento la fonte di luce che esce dal seno della regina.
Un cherubino incombe sugli uccelli, pronto con la rete
a rapire i favoriti di Era se lei fa tanto di
ribellarsi. I pavoni dovrebbero accorgersi del pericolo,
ma non è così: lui è intento, e la femmina si volta di lato
come se fosse già stanca, o infastidita da quello splendore.
Segretamente vorrei che fossero catturati, messi in un sacco insieme per farli guardare ancora dalla stessa parte, piegare il collo vicini a progettare la fuga, giurando di tornare al loro salice – le sue fronde come una trina, così basse da toccare terra.


Aimée Nezhukumatathil



La poesia, scritta da Aimee Nezhukumatathil – una giovane autrice americana di origine indofilippina – si occupa di un aspetto che accomuna la poesia e le arti figurative: la potenza simbolico-evocativa delle immagini, che possono condurre la riflessione poetica (e il ragionare dello spettatore) su strade imprevedibili e sorprendentemente relativizzate.
Così il sopruso subito dalla regina degli dei, l’impossibilità di agire secondo la propria volontà, trova il suo contraltare simbolico nell’immagine “periferica” dei due pavoni che sono mentalmente lontani tra loro e che paradossalmente possono ritrovare unità e intimità attraverso la cattura da parte del cherubino sospeso sopra a loro con una rete. Alla poetessa viene in mente la distanza che la separa dal suo amante e il peso delle costrizioni fisiche che si frappongono al loro amore e alla possibilità di condividere la stessa esperienza estetica.
Così un’immagine di grande apertura stellare e cosmica (presente sin dal titolo del quadro e della poesia) si chiude con il suo opposto: il vagheggiamento di un luogo intimo, chiuso, inviolabile – come testimonia l’efficacissima immagine finale del salice.


Andrea Sirotti


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