lunedì 15 giugno 2020

PERCHE' HAI APERTO QUELLA PORTA?



Francisco( Ruiz Udiel,.) aveva molti amici e di molti luoghi, eppure era solo. Lo ha lasciato scritto nel suo libro di poesie Alguien me ve llorar en un sueño (Qualcuno i vede piangere nel sogno), di cui ho scritto l’introduzione quando fu pubblicato qualche anno fa.
Non confidava ciò che sentiva dentro, eppure non ho mai pensato a un senso di abbandono così potente da portarlo a togliersi la vita.
Ci siamo incontrati diverse volte. Fin dal primo libro ha mostrato il suo valore poetico sulla base di un colloquio urbano irrigato da immagini inquietanti, molte delle quali relazionate con la solitudine (“La mia solitudine è mia madre impressa in un pugnale”). Francisco era un giovane sveglio, caldo e calmo, per lo meno questo io percepivo. Noi poeti siamo carne di paradosso: mentre rileggo l’ultima e-mail che mi ha inviato qualche giorno prima di morire per sollecitarmi l’invio di alcuni miei testi poetici alla rivista “Carátula”, guardo di sbieco nello schermo una poesia che ho appena finito di scribacchiare: parla della sua morte. Sento che questo tipo di poesie non arrivano nemmeno a sfiorare ciò che vorremmo dire.
Impotenza e domande: “Perché hai aperto quella porta? / La compagnia di nessuno ti faceva sentire nessuno? / Chi intrecciava abbandono con dita che dicono addio?”.
Qualcosa chiedeva Francisco, che qualcuno lo ricevesse nel suo viaggio, nel suo stare, nel suo fare. Leggo nuovamente il suo libro dove campeggia la morte: “Siamo luce morta strofinata / con piccoli pezzi di cielo / su sonnambuli specchi”.
Qui c’è tutto. Nella mia prefazione ho parlato, tra le altre cose, dell’atmosfera della sua poesia in relazione a “uno stato di perdita” in un tempo di asfissia e “ciò che è succhiato dal nulla”. Anche del fantasmagorico, un’aria da incubo e un personaggio “Andrés” (Francisco stesso?) circondato da “alcuni” che vogliono (secondo il poeta) “divorare le sue spoglie, accarezzare la sua solitudine con acidi e metalli fusi” (secondo me).
Ormai non posso più dialogare con Francisco di questa e tante altre cose.
Sarebbe di qualche conforto pensare, unendosi ai versi di Luis Cordoza y Aragón, che soltanto la morte conosce la strada di casa?
Non ho dubbi che Francisco era una persona cara, ma chi può misurare l’affetto, le sue amputazioni, i suoi travasamenti. Qualcuno sa perché la morte lavora?
Se riuscissi a scrivere il poema per Francisco mi piacerebbe finirlo con questo verso: “Quella mattina hai fatto colazione?”




                                 Jorge  Boccanera



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