venerdì 22 maggio 2020

IL DIAVOLO IN CORPO A RAIMOND 3



Leggevamo insieme al riverbero del fuoco. Spesso lei vi gettava le lettere che suo marito le spediva ogni giorno dal fronte. Dalla loro apprensione intuivo che quelle di Marthe si facevano sempre meno tenere e sempre più rare. Guardavo bruciare quelle lettere non 'senza malessere. Per un attimo alimentavo le fiamme e alla fin fine avevo paura di vederci meglio.
Marthe, che ora sovente mi domandava se era vero che io l'avessi amata fin dal primo incontro, mi rimproverava di non averglielo detto prima del suo matrimonio. Non si sarebbe sposata, lei sosteneva; giacché, pur avendo provato per Jacques un certo amore all'inizio del loro fidanzamento, questo, troppo lungo per colpa della guerra, aveva a poco a poco cancellato l'amore nel suo cuore. Quando sposò Jacques, già non l'amava più. Sperava che i quindici giorni di licenza concessi a Jacques potessero almeno trasformare i suoi sentimenti.
Egli fu maldestro. Chi ama infastidisce sempre chi non ama. E Jacques l'amava sempre di più. Le sue lettere erano di un sofferente, che tuttavia aveva posto la sua Marthe troppo in alto per crederla capace di tradimento. Inoltre accusava soltanto sé stesso, quando la supplicava di spiegargli il male che aveva potuto farle: «Mi trovo così rozzo al tuo confronto, sento che ogni mia parola ti ferisce». Marthe gli rispondeva che lui si sbagliava, ecco tutto, e che non gli rinfacciava niente.
Erano allora i primi di marzo. La primavera era precoce. I giorni in cui non m'accompagnava a Parigi, Marthe, nuda sotto una vestaglia, aspettava ch'io tornassi dalle mie lezioni di disegno, distesa davanti al caminetto dove continuava ad ardere l'ulivo dei suoi suoceri. Aveva loro chiesto di rifarle una riserva. Ignoro quale pudore mi trattenesse, se non quello che si prova di fronte a ciò che non hai mai fatto. Pensavo a Dafne. Qui era Cloe ad aver avuto un po' di lezioni, e Dafne non osava chiederle di impararle. In realtà, ritenevo Marthe piuttosto una vergine abbandonata, i primi quindici giorni di matrimonio, in mano a uno sconosciuto e più volte presa da lui con la forza.
La sera, solo nel mio letto, chiamavo Marthe, accusando me stesso, io che mi credevo un uomo, di non esserlo abbastanza per decidermi di farne la mia amante. Tutti i giorni, andando a trovarla, mi ripromettevo di non uscire prima di lei.
Il giorno del mio sedicesimo compleanno, il mese di marzo 1918, pregandomi di non arrabbiarmi, ella mi regalò una vestaglia, simile alla sua, che voleva vedermi indossare a casa sua. Nella mia gioia, rischiai di fare un gioco di parole, io che mai ne facevo. La mia toga-pretesto! Poiché mi sembrava che finora a ostacolare i miei desideri, non era stato che il timore del ridicolo, di sentirmi vestito, mentre lei non lo era, subito pensai d'indossare quella veste il giorno stesso. Poi arrossii, avendo compreso quali rimproveri conteneva il suo regalo.




                   Raimond  Radiguet   da     Il diavolo in corpo





Nessun commento:

Posta un commento