venerdì 22 maggio 2020

IL DIAVOLO IN CORPO A RAIMOND 2




Le dissi: «Non me ne andrò. Lei mi ha preso in giro. Non voglio più rivederla».
Se non intendevo ritornare dai miei, non volevo neanche rivedere Marthe. Piuttosto l'avrei scacciata da casa sua!
Ma lei singhiozzava: «Sei un bambino. Non capisci dunque che se ti chiedo di andartene, è perché ti amo».
Le risposi con astio che capivo benissimo i suoi doveri e che suo marito era in guerra.
Scuoteva la testa: «Prima che tu ci fossi, ero felice, credevo di amare il mio fidanzato. Lo scusavo di non capirmi bene. Sei stato tu a rivelarmi che non l'amavo. Il mio dovere non è quello che tu pensi. Non è di non mentire a mio marito, ma di non mentire a te. Vattene e non credermi cattiva; presto mi avrai dimenticata. Ma io non voglio essere la causa della tua vita infelice. Piango perché sono troppo vecchia per te!».
Quella parola d'amore era di una puerilità sublime. Qualsiasi passione avessi provato in seguito, mai più si sarebbe ripetuta l'adorabile emozione di vedere una ragazza di diciannove anni piangere perché si sente troppo vecchia.

Il sapore del primo bacio mi aveva deluso come il frutto che si assaggia la prima volta. Non nella novità, ma nell'abitudine scopriamo i piaceri più grandi. Dopo alcuni istanti, non solo mi ero abituato alla bocca di Marthe, ma già non potevo più farne a meno. E proprio allora lei voleva privarmene e per sempre.
Quella sera, Marthe mi riaccompagnò fino a casa. Per sentirmi più vicino a lei mi stringevo nei panni, e la tenevo per la vita. Non diceva più che non ci si doveva rivedere; al contrario, era triste all'idea che ci saremmo lasciati di lì a poco. Mi faceva giurare mille follie.
Giunti alla casa dei miei genitori, non volli che Marthe ripartisse da sola, e l'accompagnai a casa sua. Quelle bambinate non sarebbero certo finite, perché lei volle accompagnarmi di nuovo. Accettai a patto che mi lasciasse a metà strada.
Arrivai in ritardo per la cena. Era la prima volta. Imputai al treno il mio ritardo. Mio padre finse di crederci.
Più nulla mi pesava. Per strada, camminavo leggero come nei miei sogni. Fin qui ero stato costretto a dolermi di tutto ciò che, da fanciullo, avevo ardentemente desiderato. Del resto, la riconoscenza mi guastava i giocattoli regalati. Quale valore avrebbe per un bambino un giocattolo che si dona da sé solo! Ero ubriaco di passione. Marthe era mia; non ero stato io a dirlo, era lei. Potevo toccare la sua faccia, baciare i suoi occhi, le sue braccia, vestirla, rovinarla, a piacer mio. Nel mio delirio, la mordevo là dove la sua pelle era scoperta, affinché sua madre le sospettasse un amante. Avrei voluto marchiarvi le mie iniziali. La mia selvatichezza infantile riscopriva gli antichi significati dei tatuaggi. Marthe diceva: «Sì, mordimi, segnami, vorrei lo sapessero tutti».
Avrei voluto baciare i suoi seni. Non osavo chiederglielo, pensando che me li avrebbe offerti lei stessa, come le sue labbra. Passati alcuni giorni, presa l'abitudine di avere la sua bocca, non miravo ad altra delizia. 





                       Raimond  Radiguet   da    Il diavolo in corpo


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