giovedì 7 luglio 2022

LA POESIA DI MARISOL



                                                   Io non so del dolore della tela disfatta...






 IMBAVAGLI - AMATI


Le parole hanno pianificato la loro fuga.

Hanno scoperto il vuoto del linguaggio

e ci hanno messo il bavaglio.

Perché tutto alla fine è stato crudeltà.

Il fastidio di saperci scoperti

sprofondati nel fango dei nostri pretesti.

Le gambe pesanti

per i tanti cammini percorsi

alcuni furono scelti

altri ci scelsero a forza.

Tuttavia insistemmo a gridare

la parola perduta

dietro alla bocca chiusa

della cavità nel petto

della carezza mutilata.

Però l'amore

è restare anche muti

legarsi la lingua al palato

e lasciare che il cuore esploda

quando la sua unica via di fuga

è stata cancellata.



                                       ***


ANNA - STESIA


Bambina dal cuore triste

nessuno lo sa

perché il vuoto è solo nostro:

un teatro dove i pettegoli

applaudono la caduta.

Non lo vedi, bambina?

C'è una fiamma che arde nel tuo sguardo

- un fuoco che unisce i tuoi frammenti -

per dare un nuovo volto alla bellezza.



                                          ***


PENELOPE


Io non tesso un sudario

e non fuggo dal pretendenti al mio regno.

La mia unica fortuna è questo amore cucito

con l'invisibile filo dei giorni.


Come disfare ogni cucitura

dei baci che hanno chiuso le mie labbra

affinché al desiderio corrispondessero le parole?

e questo intrecciato di carezze tessute a due mani.

Come disfare ogni nodo della tua anima

che si lega con forza

alle mie viscere avvizzite?


Io non so del dolore della tela disfatta

però mi si rompono le fibre del tempo.

Mi si aprono orifizi profondi

e il mio corpo è l'ago condannato

a percorrerli di nuovo

nello sforzo di richiudere la cicatrice.





                 Marisol  Bohorquez Godoy  da    La forma del vuoto ( Trad. di G. Darconza )




mercoledì 6 luglio 2022

QUESTO IMMENSO NON SAPERE DI CHANDRA 1

 



Questo è un libro nato disordinato. E ho scelto di lasciarlo così. Perché ogni disordine ha il suo ordine interno e misterioso. Forse è l'andatura della mente, forse quella del ricordo, forse è l'intenzione di essere volatile o l'aspirazione alla semplicità, in ogni caso è qualcosa di sfuggente che non vuole essere imbrigliato in un piano: come un animale o come un albero della foresta, non addomesticati, inutili, nel senso che non si curano di avere uno scopo: sono in vita e gli basta. Il disordine è questo essere così come si è seguendo un filo illogico di stare al mondo. Il disordine di un libro lascia intravedere il suo sottotesto: niente da dimostrare, eccomi solo qui.

Un libro disordinato è un invito alla sovversione.




       Chandra Livia Candiani  da   Questo immenso non sapere ( Conversazioni con alberi, animali e il cuore dell'uomo )



QUESTO IMMENSO NON SAPERE DI CHANDRA 2


 (...) Avere amici animale e vegetali, praticare la vista meravigliata e meravigliosa introduce al sollievo dell'impersonalità. Perché andare in profondità meditando non è solo l'archeologia della storia personale, ma anche sentire che non c'è persona ,assaporare la sofferenza senza cadere nella rete del raccontarla, ma lasciando che sia lei a raccontare, se ha qualcosa da rivelarci, e sentire che i suoi racconti servono solo e renderci più precisi nella compassione verso noi stessi, più acuti nel riconoscere il c'è della sofferenza in noi e attorno a noi. Impersonalità non è diventare invisibili e innocui, ma innocenti, consapevoli della propria fragilità e della propria capacità di nuocere, consapevoli del c'è . Consapevoli anche di splendere. E splendere. Perchè c'è e i bambini guariscono in fretta se sono compresi e curati : non gli piace essere malati e lo stesso fa il cuore, anche un vecchio cuore.

Accorgersi che anche la gioia, come la sofferenza è un c'è ,  e che è diversa dall'allegria; non vuole essere dimostrata: se a un animale viene da sorridere, sorride anche se è nel deserto: non vuole essere visto, non vuole essere non visto. Dunque, la gioia c'è ed è una gioia che tiene conto del nostro dolore, non un'allegria che lo cancella. E' una gioia su misura, che ci conosce bene.

Gli animali e gli alberi insegnano a non sapere, a tollerare di stare al mondo senza l'ossessione di capire. La loro assenza di controllo mi pare renda il loro mondo non più minuscolo, ma anzi vastissimo, misterioso. Sanno abbandonarsi, conoscono e insegnano una fiducia primaria e radicale.  (...)




            Chandra Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere (Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano )



         

QUESTO IMMENSO NON SAPERE DI CHANDRA 3

 

(...) Ce lo si dimentica, ma anche noi umani abbiamo un cuore, e persino la capacità di silenzio: è vero. Gli animali sono educatori del cuore. Gli alberi del suo silenzio.

Non si incontrano di frequente persone con il cuore vivo. Ci sono tantissime persone intelligenti e anche attente e perfino sensibili, ma il cuore vivo è una qualità piuttosto rara. Anche perché varia: un giorno lo è, e il giorno dopo no; un giorno dorme e il giorno dopo è ottuso; un giorno canta e poche ore dopo piange. Però, quelli sono i climi del cuore. Il cuore è una dimora, ma non ha muri: è sconfinato. Per questo è anche pericoloso, perché invece il corpo i confini li ha e vanno rispettati. Il cuore ha un'apertura e una chiusura flessibili, ha i cardini. Il cuore può essere addestrato come si fa con un cavallo, o coltivato come si fa con un orto.

Quand'ero piccola, mi è stato detto spesso che ero senza cuore. Per questo, ho cominciato a stendere una mappa molto precisa del tragitto verso il cuore, o quello che penso sia il cuore. E' importante sapere da dove partiamo, riconoscere l'aridità del terreno o la focosità del cavallo, senza falsità né virtuosismi. Fare l'opposto di quello che sentiamo davvero: fare i buoni, i virtuosi, è creare una persona artificiale che prima o poi mostrerà i denti o distribuirà bocconi di veleno avvolti in carta argentata. Coltivare il cuore significa prima di tutto essere consapevoli di cosa sentiamo, essere onesti fino ad arrossire: a noi stessi possiamo dirlo. Ogni malvagità o meschinità accolta nella consapevolezza del cuore si trasforma in qualcosa di diverso. Scopriamo che dietro ci sono una paura e un tremore antichi e negati, oppure che c'è pronto un silenzioso clown che ci indica quanto siano anche umoristiche la nostra cattiveria, gelosia, invidia, tetraggine, falsità. Mai forzare però : chi forza crea quella stucchevole sensazione di accoglienza di tutto che è solo dimostrativa, mentre in realtà dimostra un'avidità di sottomettere tutti quanti alle proprie maestrie di prestigiatore del sorriso e dei bei gesti.

Partire da dove si è e augurarsi il bene è opera di bonifica. (...)



           Chandra  Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere ( Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano )



QUESTO IMMENSO NON SAPERE DI CHANDRA 4

 

(...) Già, ma così potrebbe sembrare che solo io so cos'è e dov'è il cuore e come funziona: sarei una specie di immusonito cardiologo spirituale. Quindi, è bene dire come ho steso la mappa per andare al cuore e cosa ho trovato. La mappa si stende ogni volta che si sente male: il punto di partenza è il crepacuore, quando si smette di far finta di niente a ogni frecciata, a ogni graffio, ferita e pugnalata.

Succede  dopo averne prese tante da sembrare uno scolapasta approssimativo e dopo essersi accorti che non è utile a nessuno. Perché ad un certo punto si smette di guardarsi attorno con aria torva e si decide di osservare il male anziché scovare il malfattore. Allora, si scopre un percorso multiforme fatto di sensazioni vergognose - di abbandono, vendetta, fallimento, rivincita, desertificazione, furore -, e di crepe freddissime e di zone quiete, un po' lacustri un po' paludose, sospese sopra la terra della propria storia, fatte di spiazzi aperti con ampia vista, dove il sentire diventa limpido e solo, senza narrazione. Poi si respira dentro al  male raccolto e anche dentro a quello inferto ( che non fa meno male ) e allora si allarga la trama del tessuto, le sensazioni si stemperano e si intravede un orizzonte, e se è molto buio, anche la luce delle stelle. Procedendo sempre a cavallo del respiro. Quando si stendono mappe celesti, del tipo : la prossima volta che vai in pezzi, non cercare di restare insieme, spolverati sul paesaggio interiore finché scopri un puntino intatto. Credo proprio che si chiami cuore o luogo fondamentale o nucleo inviolabile o orto della tenerezza. Quando chiudi gli occhi, lascia andare ricordi e anticipazioni e resta nella vastità dello spazio, senza darle nomi.

Ci sono poi le mappe terrestri: la prossima volta che ti colpiscono, anche con uno spillo nascosto nella manica del sorriso, urla forte. " Ahi! ", poi gira le spalle e vattene al più presto. Oppure mappe d'emergenza: ferma la mano di chi sta per colpire, spostati e lascia che il colpo cada nel vuoto; fai un silenzio così profondo che il colpo trovi ad aspettarlo solo l'eco. Ma anche. prima di colpire, rifletti. Prima di colpire, esita. prima di colpire, ricordati che male fa. Trasforma il colpo in parola precisa e disarmata. Aggiungi alti dosaggi di silenzio, di ascolto di cosa senti davvero in quel preciso, instabile momento.

In sintesi, sapere cosa sia e cosa senta il cuore è una faccenda di cicatrici: segui la cartina muta delle ferite e trovi il luogo spoglio che chiamiamo cuore. Da lì in poi, guardati intorno e parla pure. Lascia segnali per tutti gli altri che seguiranno le loro piste, le loro cicatrici per arrivare alla stessa spoliazione.  (...)



    Chandra  Livia  Candiani  da  Questo immenso non sapere ( Conersazioni  con alberi, animali e il cuore umano )



IL SEMPLICE OBLIO DI AGOSTI



 

                                          " Gli esseri umani, nello sforzo di venire al mondo, dimenticano tutto"  . ( S. Agosti )




Per affrontare il pensiero di Silvano Agosti bisogna assolutamente svestirsi di tutto ed entrare nel grande fiume Lete, pronti a perdere tutta la memoria occidentale.

Con l'assenza di malizia dei bambini, i quali non conoscono il male finché qualcuno non glielo mostra, l'autore di " Semplice oblio" ci racconta la storia di un ragazzino che perde " misteriosamente" il padre. Solo molti anni dopo, entrando incuriosito nello studio che fu del genitore , da alcuni segni e ricerche ritrovate, è spinto a ricercare sia il padre stesso , sia il motivo che aveva fatto allontanare il genitore dalla famiglia.

Questi aveva " scoperto " che, durante la gestazione, il nascituro elabora una sorta di memoria genetica di tutto il passato della stirpe, ma anche del futuro, come se nel suo DNA avesse un vero e proprio " pilota automatico" dell'esistenza ;che insomma tutto sia destinato a esistere già nella formazione delle cellule del feto, quindi che sia irreversibile. Quindi ognuno di noi, poiché non ha voluto immergersi nel fiume dell'oblio, rischia di spingersi verso delle scelte senza alcuna possibilità di appello, senza poterle decidere o riuscire a capirle. E pare che fosse stato il trauma dovuto a questa scoperta a spingere il padre ad abbandonare tutto :


" L'esistenza quotidiana spesso mi opprime. Ad esempio scopro di essere sposato e di avere un figlio, senza mai averlo davvero deciso o desiderato "


Il ragazzo si mette dunque in viaggio, e sarà appunto durante questa le esperienze di questa ricerca che troverà sconfessato l'amore come lo conosciamo. Con l'innocenza di chi si affaccia alla vita senza padri e senza maestri, sarà possibile scoprire ( al protagonista e a noi ) altre possibili e infinite forme di amore e di esistenza. E pure, durante questo percorso, la prima persona che incontra - come un vate - gli predice chi sarà :


" Tu sarai un torturatore di anime, quello che in oriente chiamano " un cercatore di rugiada ", un folle in cerca del nulla. Qualsiasi cosa troverai, sarà rara e futile come la rugiada. Aiuterai gli esseri umani a sopportare l'angoscia di una vita priva di un reale destino, trascorsa al servizio dei potenti". 



                        Testo liberamente tratto  da    Pangea



martedì 5 luglio 2022

I DISPOSITIVI DI GUGLIELMIN

 


                                            Dio è femmina, col suo nome da bambina...




SEROTONINA


Dici : sto bene, le cose mi vanno bene, non ho bisogno di niente,

sono in pace con me stesso. Credi che dipenda da come sei, 

da come sono le cose, dal modo in cui tu e le cose state insieme.

Se sei felice invece, per dirla senza antifona, è grazie al triptofano,

una linfa benedetta da cui sfocia un alcaloide detto del buon giorno.


Il paradiso è un'isola di cioccolato senza rischi iperglicemici

e Dio è femmina, col suo nome tonico, da bambina : Serotonina.



                                      ***


PUNTO CIECO


Ami guardare fuori, gli astri

le scolopendre, il tre per due con cui

misuri il qui e il là, il conveniente. La tua

è una sincera inclinazione a osservare gli altri,

dalla tua posizione o disperazione, da dove

puoi smarcarti per non guardare dentro,

lo sconveniente.



                                        ***


CATERPILLAR


L'ermo colle, dice, sarà spianato

dalle ruspe. Lui vede lontano: finisce

l'orizzonte con la biro e prevede

- per noi - un controllato naufragio.


Da ogni lato, tecnici piantano chiodi

e un pugno di tracce da seguire :

il futuro cresce sugli assi cartesiani

su siepi- silvie rase al suolo. Tace l'assiolo.



                    Stefano  Guglielmin   da    Dispositivi



PAURA DEGLI OCCHI



 

                                                     Come non avere paura degli occhi...



 Questo è un libro sull'assenza che è stata forte presenza. Qui i corpi hanno comandato e sono testimoni : le ossa e la pelle diventano modulazioni di frequenza, la radio da cui quello che è stato, o che ancora non è,  si fa notizia. Non è ancora lontananza, ma è già mancanza. Qui gli occhi sono memoria, ma c'è un tempo che per la memoria è troppo presto e il presente abita ancora tutte le stanze, come il dolore, che è annunciato ancora prima di essere vissuto. Quel che è certo è che dolore sarà per essere - poi - liberazione.




Come avere paura degli occhi

come sapere che tutte le bocche

professeranno il falso

e per prima la tua

dirà cose che non vuole

vedrà cose che non sa

ma il vero più del falso

resta nelle parole che non riconosco

perché non hanno la tua forma

la calce bianca dei tuoi sensi

deformati per l'occasione

parole annerite, scartavetrate

cercano rifugio tra le mie

ma non trovano

che una pace fatta di spilli

di mura che non tengono

di soldati che non parlano la tua lingua.



                                            ***


Come abitare in un paese straniero

ogni notizia che giunge da te

abbatte aerei, rovina raccolti

costruisce mura intorno

a un cielo bucato.



                                        ***


Barcollare sulle tue facce distese

inciampare nella tua fronte

farsi largo tra le voci

e chinarsi a raccogliere solo le mani più mature

lasciare le acerbe macerare sugli occhi

chiusi, sempre chiusi

avanzare fra ciglia nere

aggrappandosi al ricordo

dell' Orsa, cancellare sguardi

ammutolire salive

e rimettere al loro posto le labbra cadute

gli zigomi divelti.



                                   ***


Prima degli occhi, al posto degli occhi

le palpebre al muro

e la sfilata delle ciglia divelte

poi i capelli da incendiare all'alba

dei nostri migliori propositi

contarsi in segreto le dita

incollando i palmi

alle regioni dei vivi

prima degli occhi, al posto degli occhi

dividere le mani

in vagoni da espatriare.



                                        ***


Non basteranno gli anni

gli involucri di vuoto

in cui affondare le braccia

per ogni parola

che resta in gola e che si fa

alone umido intorno agli occhi

e sguardo cavo

nel petto ancora umano.





                           Carmen Gallo   da   Paura degli occhi



lunedì 4 luglio 2022

LA SEDUZIONE DELL'' ANALISTA

 

(...) Il trapasso e la morte sono in primo piano nel processo analitico, e c'è una profonda affinità tra questa cerimonia rituale che è l'analisi e l'esperienza della morte così come ce ne parla la letteratura religiosa di ogni tempo, in cui la morte è il riconoscimento di un destino dal quale il credente non è annientato. D'altra parte, è proprio in questo " sacro recinto" che nasce necessariamente una relazione affettiva, intendendo con essa l'attivazione da parte del paziente di tutte le forze erotiche cui fa appello l'anima per cercare risposte ai suoi bisogni d'amore, odio, fame, collera, idealizzazione, abbandono. La pressione erotica e la condivisione del sentimento di angoscia animano l'interazione analitica e - in questi casi - la seduttività del paziente è molto spesso un'arma di difesa per tentare di battere l'analista sul suo stesso terreno e con le sue stesse armi; insomma, per vincere la paura di essere sedotto seducendo il seduttore.

Sempre, infatti, l'acquisizione di una nuova coscienza e di nuova conoscenza di sé è collegata al senso di colpa, alla trasgressione, alla paura di " mettere a morte l'altro", l'altra parte di sé che deve morire, l'abito vecchio, ma anche l'altro invisibile con cui si è identificati nel profondo, il genitore interno, separarsi dal quale diventa la più tragica delle evenienze. Perchè è un " lasciare l'altro al suo destino", lasciarlo " riposare in pace ", lasciarlo morire, in poche parole significa  - per la coscienza afflitta e prigioniera - tradirlo. D'altro canto, questa autentica " discesa agli inferi ", che è l'immersione nell'inconscio, inevitabile in un processo analitico, rischia di mettere definitivamente in crisi la già precaria e solo apparente unità della persona, costretta a confrontarsi con lo sconosciuto che ospita in sé, l'Ombra. Ha allora inizio il conflitto con questa parte di sé difficile da accettare, un conflitto che può disorientare la coscienza e  depotenziarla fino a " un'ottenebramento della luce ", suggestiva metafora junghiana. Questo passaggio nell'ignoto può essere a volte così tenebroso che il terapeuta diventa per il paziente l'unico appiglio a cui aggrapparsi con quella parte dell'Io che, impegnata nell'alleanza terapeutica, non può destrutturarsi. Per sfuggire al confronto con l'Ombra, che costella la depressione e la colpa, si può anche " agire" una seduzione nei confronti dell'analista. Sin dagli inizi della sua professione, Jung sostenne che il " transfert", cioè la " traslazione erotizzata ", avesse un senso e una finalità : esso poteva nascere da difficoltà a stabilire un contatto e un'armonia emotiva, dunque come tentativo inconscio di coprire la distanza che separa il paziente dall'analista. Quando non si scorge alcun territorio comune, sorge nell'analizzando, come fosse un ponte compensatorio, un sentimento appassionato o una fantasia erotica. Questo accade spesso in pazienti psicologicamente isolati, che temono di non riuscire ad essere compresi neppure dall'analista, e che tentano di propiziarsi le circostanze e la loro inconscia avversione con una sorta di corteggiamento.  (...)



                Aldo Carotenuto   da   Rivista di psicologia analitica




LA SEDUZIONE DELL' ANALISTA 1



                                                                     Aldo Carotenuto



UN RAPPORTO PARTICOLARE


(...) Così come l'esperienza amorosa, anche l'esperienza analitica rimanda a un passaggio nella morte, assunta come metafora di un processo di trasformazione, la trasformazione attraverso la quale il soggetto ristruttura la propria personalità sulla base di una nuova dinamica intrapsichica. Muta il rapporto tra il complesso dell' Io e gli altri complessi, così che può mutare l'atteggiamento della coscienza nei confronti dell'inconscio, dell'altro da sé e del mondo. Balint ( Psicoanalista ungherese ) definisce " nuovo ciclo" il rinnovato assetto psichico del paziente che, con l'elaborazione delle difese strutturate per poter amare " al riparo dall'angoscia ", può finalmente espandere la propria capacità di amare e di godere più pienamente l'esistenza.

Così come la seduzione amorosa, avvertita come minaccia destabilizzante può suscitare reazioni difensive, anche la seduzione dell'anima ( intesa come capacità di insediarsi stabilmente nell'immaginario di un altro - genitore, amico, amante, n.d.r. ) e il suo richiamo al cambiamento può generare angosce e resistenze nell' Io : la paura della distruzione della " vecchia" coscienza arriva a bloccare lo sviluppo del processo. Perché inconsciamente ogni  paziente sa che il processo curativo avviene tramite la dissoluzione di quegli assetti interni, di quelle strutture difensive che costituiscono per lui - al presente - la base del suo, seppur fittizio, equilibrio. Gli elementi che hanno dominato fino a qual momento la vita dell'anima, devono dissolversi per fare spazio a nuovi sviluppi. Questo processo di decomposizione in vista di una ricomposizione ignota fa molta paura : qualcosa deve morire, e con essa parte di noi. Sembrerebbe che non ci sia nulla da perdere nel rigettare da sé quelle costruzioni, quegli abiti mentali, quelle difese che hanno ostacolato a tal punto lo sviluppo della persona da richiedere un intervento terapeutico. Eppure, ogni identificazione con oggetti interni " cattivi" - seppure patogena - costituisce comunque un modello di adattamento al mondo, un modello identificativo : soffro, mi affido sempre alla persona sbagliata, non riesco a innamorarmi, ho sempre lo stesso incubo... dunque " Sono ". La coazione a ripetere che rinchiude l'individuo nel circolo karmico degli errori, delle ricadute, del destino negativo, diventa alla fine un modo di asserire la propria esistenza, la propria identità. Un modo di restare fedele al proprio fantasma e di ottenere in cambio un bene vicario, l'illusione dell'amore, l'illusione dell'accettazione, l'illusione di esistere. Ed è difficile lasciar cadere le illusioni. (...)



     Aldo Carotenuto  da      Rivista di psicologia analitica




domenica 3 luglio 2022

IL LOGORIO DELLA VITA MODERNA

 





                                  La mia solitudine che col tempo ho chiamato libertà...





LA MIA SPECIALITA'


La mia specialità

a lasciar appassire i rapporti

sono bravissima, io.

Non coltivarli,

lasciarli sfiorire

con ostentata inedia

è la mia specialità,

per tornare

alle mie piccolezze,

chiusa tra il dare e l'avere

con il caso e con Dio,

alla mia solitudine

che col tempo

ho chiamato libertà.



                                      ***


STRATO SU STRATO


Strato su strato

la pelle si ricompone,

come mani di vernice

passate l'una sull'altra.

Il dolore si fa più remoto,

quasi scompare.

Diventa fossile,

icona, reliquia,

colonna portante

di una nuova vita.



                                         ***


DIMENTICARE


Con un colpo di mano,

disperdere i cattivi pensieri,

come chi smuove

acque torbide

in una pozzanghera salmastra.

Un modo come un altro

per sopravvivere.



                                        ***


PASSARE


Passare,

pagare il conto,

prendere il resto

e andare.

Lasciarsi vite intere

alle spalle e scomparire.

Pensare

che non esista

modo migliore

per ingannare il dolore.



                                  ***


QUOTIDIANO


Un tamburello,

una trottola

e un pacco di biscotti.

Silenzi di neve alla finestra.

Pensieri al litio

illuminano la stanza,

cripta museo,

noi fantasmi anzitempo.

Corridoi lunghi e spietati

ingoiano le nostre voci,

grigio passo striscia

i battiscopa in fila indiana.

Borbottano le arterie segrete 

della casa,

stride il cemento armato

dalle sue ossa lunghe.

Che senso ha la quiete

senza la tempesta?




                       Monica  Messa   da   Il logorìo della vita moderna



RIVELAZIONI D'ACQUA

 


                                                   E' il mio giardino sulla sponda del lago..



Senti questo ramo

come s'inarca nell'accordo

                    - piantato il mio stesso giorno -


e le incisioni del tronco

nelle foglie,

i furori della linfa.


Senti come si riallaccia

la sassifraga che fiorisce

sempre fiorisce prima.


Stai qui, senti

            - ti piace?-

è il mio giardino

sulla sponda del lago.



                                       ***

Il sole più freddo

acceca la neve d'alta quota

rimbalza e tuona dritto

all'alone scuro

lo strappo sull'altissimo universo

senza stelle, giovane ancora

a quest'ora del mattino.



                                            ***


Dove il prato espone la groppa

ai primi raggi sale

in controluce

il respiro della terra

che si fonde

al fiato quieto del cavallo.


Paiono docili vita e morte

insieme, terribili.



                                         ***


La nebbia a primavera perde

il fumo dei camini, sbianca

la fioritura del mandorlo

e lascia i rami neri


a ricordare com'erano

sul cielo di gennaio : adolescenti

nudi nelle trame azzurre le possibile.



                                        ***


La zona tra due onde

come una molle carica

conserva immobile

la verità dell'acqua


senza forma , colore, senza tempo

e senza neppure il nome.




                Camilla  Ziglia    da     Rivelazioni d'acqua



sabato 2 luglio 2022

LA MEMORIA DEL DOLORE DI MARIA LAURA

 



     ricordo aveva un nome altro il tempo...




ricordo

aveva un nome altro il tempo

benedetto dall'assenza del tuo nome -

leggero il tocco siderale del silenzio

pulito il tratto dell'ultimo orizzonte


la mano ferma

you can ( not ) handle this

il cuore saldo

you can ( not ) face this

la fede intatta

you can ( not ) shields this


eppure

non era certo vita questo nome

l'abulico affidarsi alle derive

il dolce consegnarsi alla narcosi

lo specchio vuoto dietro le cortine.



                                         ***


per quell'addio

io l'ora l'avrei scelta un po' più tarda

un tempo a caso

tra quelli che confidano notturni

e stanno aperti

come conflitti in terra di nessuno

porte di templi

dove l'ascesi è ancora orizzontale.



                                         ***


tutto ciò che in fondo resta alla fine di ogni cosa

è la luce del silenzio che ricuce le ferite


non è dato prevedere la misura del dolore

questa mano non è ferma

non è saldo questo cuore

e la fede si frantuma al richiamo dell'errore


ciò che resta fino in fondo quando tutto il resto è niente

è l'odore dei ricordi crocefisso dentro i versi.



                                  ***


se non avessi ucciso la parola

che ci esplorava a tratti gli endocosmi

avrei saputo forse consegnare

il giusto paio d'occhi a quella morte

che è scivolata lenta dentro il gorgo

senza uno sguardo muto da evitare.



                                       ***


non conosco la parola che stenografi il dolore

che coaguli in grafemi l'infezione dei pensieri

forse è nota di chiusura di volumi fuori stampa

un lessema desueto in idiomi che non parlo

resta vuota la casella, confessione non siglata

un silenzio raggrumato che ristagna tra le ossa.




              Maria Laura  Valente   da    La memoria del dolore



CAMPOSANTO DEGLI INGLESI

 


                                                     Cimitero degli Inglesi -   Firenze




Ancora, quando fa sera, d'ottobre,

e pei viali ai platani la nebbia,

ma leggera, fa velo, come a questi nostri 

tempi, fra i muri d'edera e i cipressi

del Camposanto degli Inglesi, i custodi

bruciano sterpi e lauri secchi.

Verde

il fumo delle frasche

come quello dei carbonai nei boschi

di  montagna.


Morivano

quelle sere con dolce strazio a noi

già un poco fredde. Allora m' era caro

cercarti il polso e accarezzarlo. Poi

erano i lumi incerti, le grandi ombre

dei giardini, la ghiaia, il tuo passo pieno e calmo

e lungo i muri delle cancellate

la pietra aveva - dicevi - odore d'ottobre e il fumo

sapeva di campagna e di vendemmia.

Si apriva la tua cara bocca rotonda nel buio

lenta e docile uva.


Ora è passato

molto tempo, non so dove sei, forse vedendoti

non riconoscerei la tua figura. Sei certo 

viva e pensi talvolta a quanto amore

fu, quegli anni, tra noi, a quanta vita

è passata. E talvolta al ricordare

tuo, come al mio che ora ti parla, vana

ti geme - e insostenibile - una pena,

una pena di ritornare, quale

han forse i poveri morti, di vivere 

là, ancora una volta, rivedere

quella che tu sei stata, andare ancora

per quelle sere di un tempo che non esiste più,

che non ha più alcun luogo.


Anche se scendo a volte per questi viali

di Firenze dove ai platani la nebbia,

ma leggera, fa velo, e nei giardini

bruciano i malinconici fuochi d'alloro.



              Franco  Fortini     da     Poesia e errore, 1947



SOGNO DI NOI



                             E sogno che sia perfettamente sorda alle notizie della morte...



Il sogno, infantile e senile, che da sveglio

mi capita di sognare se avverto desolazione,

è la confluenza di tutte le persone che nel tempo

siamo state, io e chi ho amato, in una sola essenza

che abbia qualcosa di noi tutti e soprattutto

la coscienza di ognuno sciolta in una coscienza collettiva.

Un mostro, una creatura essenziale che ci racchiuda,

come la fusione di tutti i proiettili

di una battaglia senza superstiti

fusi insieme in un bizzarro

blocco senziente di metallo.

Lì dentro ci agitiamo ancora, spingiamo

di qua e di là le nostre volontà

ma incapaci - così fusi - di crearci vicendevole dolore.

Piuttosto, il movimento testimonia ancora vita,

è accolto dall'amalgama come un solletico

che ridice ciascun nome

e il sollievo di averlo stinto dentro

la fornace che ci ha indeterminato.

Appena nati, e adulti vulnerati, e ragazzini

dal passo molleggiato - insieme - ognuno condiviso,

con i se stessi che è stato, con le voci che ha avuto,

con i movimenti che lo hanno guidato,

con i pensieri, anche i più lievi, che lo hanno abitato:

uno strepito instancabile e inudibile

dentro il gomitolo compatto che siamo diventati

per non perdere nessun filo di noi.

E sogno che sia un'aggregazione quieta e lucida e costante,

e sogno che sia una repubblica eterna o almeno

perfettamente sorda alle notizie della morte.




                     Paolo  Maccari  da      Quaderno delle presenze



venerdì 1 luglio 2022

QUESTA è LA GUERRA

 


                                          Munzir e Mustafà mutilati nella guerra in Siria



(...) Questa è la guerra. Morti, e ancora di più feriti, quattro feriti per ogni morto, dicono le statistiche. I feriti sono il " lavoro incompiuto" della guerra, coloro che la guerra ha colpito ma non è riuscita ad uccidere: esseri umani che soffrono, provano dolore e disperazione. Li ho visti, uno dopo l'altro, in migliaia, sfilare nelle sale operatorie. Guardarne le facce e i corpi sfigurati, vederli morire, curare un ferito dopo l'altro mi ha fatto capire l'unico contenuto della guerra, lo stesso in tutti i conflitti. Milioni di esseri  umani che vengono uccisi, feriti, mutilati, che si ritrovano senza più nulla, poveri e affamati, costretti a fuggire.

" La guerra piace a chi non la conosce" scrisse cinquecento anni fa l'umanista e filosofo Erasmo da Rotterdam. Per oltre trent'anni ho letto e ascoltato bugie sulla guerra. Che la motivazione - o più spesso la scusa - per una guerra fosse sconfiggere il terrorismo o rimuovere un dittatore, oppure portare libertà e democrazia, sempre me la trovavo davanti nella sua unica verità : le vittime. In guerra è impossibile contare veramente i morti ed è difficile anche fornire dati precisi per molto tempo dopo la sua fine. C'è stato, nel secolo più violento della storia umana, un mutamento della guerra e dei suoi effetti. I normali cittadini sono diventati le vittime della guerra - il suo risultato concreto - molto più dei combattimenti .  (...)




                    Gino  Strada   da     Una persona alla volta



giovedì 30 giugno 2022

PENSIERI SULLA GUERRA

 


                                                           Foto di guerra a  Kharkiv



" Solo un ipocrita senza pudore o uno sprovveduto senza cervello potrà dirsi stupito : il giusto non è nient'altro che l'utile del più forte ".


            Trasimaco -  Filosofo e oratore greco ( 400 a. C. )




" All'inizio della guerra si fa una scelta : che la tua parte è buona e l'altra cattiva . Una volta che hai fatto questa scelta, non hai più bisogno di pensare : qualsiasi cosa tu faccia - non importa quanto sia orribile - è accettabile ".


            Howard  Zinn  -  Storico americano contemporaneo



IL DISSENSO BIBLICO DI AMOS OZ 1

 


                        Giotto - Bacio di Giuda ( Cappella degli Scrovegni di Padova )



" Lo scritto di Amos Oz si occupa della figura di Giuda Iscariota. Il nome proprio è diventato sostantivo che identifica il traditore per eccellenza. Giuda / Jehudà è stato facilmente assimilato a  giudeo, determinando i sentimenti cristiani di antisemitismo e l'inconcepibile accusa di deicidio "  .  ( Dalla Prefazione di Erri De Luca ).




(...) Non sono d'accordo con Gesù sulla sua visione dell'amore universale, sulla sua idea che tutti si amino tra loro. Pensavo che questo fosse troppo bello per essere possibile; pensavo che fosse contrario alla natura umana: se ami tutti, in realtà non ami nessuno. Non è l'amore una merce rara? Non siamo forse capaci - per la maggior parte - di amare non più di cinque o dieci, forse quindici persone? Se qualcuno afferma di amare l' America Latina, o di amare il Terzo Mondo, o di amare tutte le donne, questo non dovrebbe essere chiamato amore, ma forse empatia, o adorazione, o infatuazione, affetto, ammirazione o qualcos'altro, ma sicuramente non amore.

Dissento da Gesù anche riguardo al suo invito a porgere l'altra guancia al tuo nemico: a mio modo di vedere, il male più grande non è la violenza, ma l'aggressività. L' aggressività  è la madre di ogni violenza. Molto spesso, l'aggressività dev'essere fermata con la forza, non porgendo l'altra guancia. Lotte e Margrit, due sorelle ebree tedesche mie parenti, erano adolescenti quando furono deportate dai nazisti in un campo di concentramento. Nel 1945 furono liberate da quell'inferno e salvate non da dimostranti con rami di ulivo, ma dalle truppe alleate con tanto di elmetto e mitragliatrici. Noi attivisti per la pace israeliani non dimentichiamo mai quella lezione . (...)




            Amos Oz  da  Gesù e Giuda ( Trad. di V. Mantovani )



IL DISSENSO BIBLICO DI AMOS OZ 2


 (...) C'erano un paio di altre cose sulle quali Gesù e io non eravamo d'accordo, ma nondimeno ero sempre incantato dalla sua persona e dai suoi Vangeli. Tuttavia, appena arrivai all'episodio di Giuda il traditore, dei trenta pezzi d'argento, del bacio più famoso della storia - ancora più famoso del bacio di Romeo e Giulietta, esplosi. Quella storia mi ripugnò non soltanto come ebreo, non per motivi sciovinisti e religiosi, ma semplicemente perché il lettore e il piccolo detective dentro di me si ribellavano alla totale assurdità e bruttura di questa scena. Trovavo tutta la storia assurdamente illogica e insensata.

Non c'era Google a quei tempi, ma scoprii in un dizionario che gli infami trenta pezzi d'argento erano pressappoco l'equivalente di seicento euro del nostro tempo. Secondo fonti cristiane, Giuda non era uno squattrinato pescatore della Galilea, come gli altri apostoli, era un agiato proprietario terriero della Giudea. Perché diavolo un uomo simile avrebbe dovuto vendere il suo maestro, il suo rabbino e il suo Dio per seicento euro ? E se era così malvagio e così accecato dall'ingordigia da vendere il suo maestro e il suo Dio per seicento euro,  perché avrebbe dovuto andare a impiccarsi subito dopo? Mi sembrò semplicemente incomprensibile. Ma, soprattutto, non riuscivo a concepire come qualcuno potesse offrire a Giuda anche solo cinquanta centesimi per baciare Gesù dopo l'Ultima Cena, in tal modo identificandolo, tradendolo e consegnandolo agli uomini mandati dai sacerdoti ad arrestarlo. Tutta Gerusalemme conosceva Gesù: non predicava  in ogni piazza e a ogni angolo di strada? Un paio di giorni prima aveva dato grande scandalo nel cuore di Gerusalemme rovesciando i tavoli dei cambiavalute alla porte del Tempio, quei cambiavalute la cui attività - secondo lui - sconsacrava quel luogo. ( Un gesto assai violento da parte sua. Evidentemente, doveva aver dimenticato per un momento di essere Gesù Cristo; doveva essere così pieno di rabbia da abbandonare momentaneamente i suoi stessi insegnamenti. A dire la verità, mi è ancora più simpatico per essere stato capace di arrabbiarsi proprio come voi e come me. Tengo a rimarcare anche che l'uomo che rovesciò i tavoli dei cambiavalute non poteva essere propriamente mite e docile: almeno fisicamente c'era qualcosa di esplicitamente muscolare in un uomo capace di passare da un tavolo all'altro, ribaltarli, e probabilmente affrontare e vincere la resistenza di almeno qualcuna delle vittime sbalordite...).  (...)



        

             Amos  Oz   da     Gesù e Giuda  ( Trad. di  V. Mantovani )



IL DISSENSO BIBLICO DI AMOS OZ 3


(...) Tutta Gerusalemme conosceva Gesù. Perché dare a Giuda dei soldi per baciarlo sulla guancia in modo da rendere possibile il suo arresto? Gesù non tentò di scappare o di nascondersi quando vennero a cercarlo i carcerieri : non si tagliò la barba o non si mise un cappuccio per celare il viso.Quando gli si avvicinarono con le manette, non tentò neppure di sostenere che non era Gesù ...( Per i cristiani era il segno che tutto quanto stava accadendo era predestinato e già ampiamente notificato nell' Antico Testamento, n.d.r ). Dunque, perché pagare per un bacio che doveva identificare un uomo noto a tutti? Non aveva senso per me a sedici anni, e ancor meno adesso, sessant'anni dopo.

Un'altra cosa che mi colpì è che era una storia scritta molto male, con un protagonista che assomigliava allo stereotipo hollywoodiano del cattivo di un film di serie B : una creatura ripugnante, subdola, avida, infida, ingannatrice. A questo Giuda Iscariota si è attribuito ogni cliché negativo possibile. Per di più, già allora mi resi conto che questa era una storia tutt'altro che innocente : il Giuda dei Vangeli è la velenosissima fonte dell'antico archetipo dell'ebreo eternamente demonizzato e maledetto. Un editor decente, pensai allora e ne sono convinto anche oggi, avrebbe dovuto tagliare questa storia dai Vangeli. E' una sgradevole appendice e non è necessaria per gli sviluppi della trama. Cosa sarebbe cambiato se Gesù fosse andato direttamente da Betlemme al fiume Giordano, attraverso la Galilea e la Samaria, e poi al Monte degli Ulivi e a Gerusalemme per la crocefissione e la resurrezione, senza Giuda? Senza pezzi d'argento? Senza il bacio traditore ?

Nessun'altra storia ha mai generato tanto odio, tanta violenza, tanto spargimento di sangue, tante persecuzioni, tanti genocidi quanto l'odiosa storia di questo tradimento.  (...)



              Amos Oz   da    Gesù e Giuda  ( Trad. di  V. Mantovani )



LA VITA DI MARINA



                                                          Sei stato tu a chiamare!



La vita è palmo, menzogna,

tremore di tutte le vene,

e l'anima crolla nel sogno.

I tuoi sì sono argilla selvaggia.

Grano, erba, azzurro, afa :

sei stato tu a cantare!

sei stato tu a chiamare!




                    Marina  Cvetaeva      Trad. Valerio Magrelli



A PERDERSI



                                                            Non è lapide la parola fine...




Non accanirti,

vedi come si dimena il ricordo

che ritorna in scroscio di doccia

vedi come punge il sonno col suo

ritmo che ancora

non mi abbandona.


Ora lascia perdere la foschia

che  veste i palazzi o le gocce

immolate

tra cielo e terra, lascia

che danzino oltre una preghiera

che mai si rassegna.


Non è lapide la parola fine.




                    Lorenzo Rapisarda   da    A perdersi



mercoledì 29 giugno 2022

IN FUTURO , STAREMO TUTTI BENE

 




                                                                 Staremo tutti bene...




Forse quello che ti manca sono le cose semplici,

che non è l'infanzia, ma quell'uccello

rapace che afferra l'aria con gli artigli.

Se tu sapessi che non costerebbe nulla

tenere le ali aperte come un albatro,

che potresti andare per diecimila miglia senza

un solo battito d'ali, che deve essere così,

questo glissando tra impennata e caduta,

potresti impacchettare le tue indignazioni

e andare verso la cabina telefonica

nel cielo. Un dio alla porta seduto

su un bufalo gigante ti offre un sorso

di vino per far passare l'amarezza.

La tua ultima telefonata è verso il futuro.

 Stiamo bene ,dici, Staremo tutti bene.




                   Tishani  Doshi   da     Un dio alla porta ( Trad. di A. Sirotti )



I TESTIMONI DI EMANUELE

 




        Non posso dirti mia figura intatta...



" Testimoni" potrebbe far pensare ad un atteggiamento e a un tono elegiaci, a una postura civile che l'autore invece non assume, almeno in modo frontale. Ma basta girare pagina per trovare la prima sezione , Eingedeinken, che dissipa il pregiudizio e illustra subito una delle caratteristiche di questa scrittura : Franceschetti è un autore colto, che ripone una fiducia viva - pur se tormentata - nell'armamentario di conoscenze tipiche dello scrittore umanista . ( Dalla prefazione di M. Gezzi )




Ci sono cose che non posso dirti.

Potrei darti un nome,

indicarti cose in uno spazio che è di tutti,

destinarti parole non diverse da altre che già conosci.

Eppure il nome in cui ti tengo è un segno

che affonda e brucia.

Un culmine, un segreto.

Non posso dirti mia unica figura intatta

mia croce, mia lingua nascosta.

Non  posso dirti il corpo

che mi resiste ancora,

il corpo che non è spirito

ma terra scossa, carne spalancata.



                                  ***


Il luogo dove tutto risolve deve essere una metafora,

un ponte - questo pensi,

schiacciato nell'ordigno autostradale,

tentando un'evasione metafisica -

ma il mondo non conosce la tua lingua,

le cose stanno e basta.

Segni nell'incunabolo,

forme della mancanza.



                                       ***


Ti ricordi che i vivi se ne vanno:

i muri  fatti a pezzi, le cose, i sedimenti,

la polvere inchiodata al suo silenzio.

Eppure un segno esiste, risale a filo d'acqua,

indovina uno spazio che non c'era :

la pagina riaperta, una postilla

vecchia di quasi un secolo,

un pensiero che ancora sopravvive

come in un negativo, come un fossile.



                                       ***


La prima cosa sono le campane. Un suono di nessuno,

che non ferma la pioggia, che non salva

i superstiti. Sciancati, sentinelle, trafficanti,

ovunque vittime in disuso.

Angst,

in una lingua più efficace per dire

che nel suono resiste una paura

che sai e non sai.

O forse sei solo come gli altri nell'opera del mondo,

nel nulla imprecisato, in una forma

tentata, un tu qualsiasi che si sporge.



                                    ***


Ama la tua inquietudine, che è forza germinale

insiste con voce ferma di terra,

non maledire la sete che ti abita.

Eppure questa guerra. Quest'urto,

questa prossimità con gli elementi.

Resistere per non dimenticare

il senso primitivo di casa, i corpi innamorati,

tutto il dolore che non sai trascrivere.

Oppure il pensiero che tutto sia sottrazione

e attesa. La storia che ti guarda, ti sommerge.




                 Emanuele  Franceschetti   da     Testimoni