lunedì 23 maggio 2022

LA MINIMA STUPENDA DI LUCIA

 


                                              Che coraggio ci vuole a chiamare amore...




       

CHE CORAGGIO


Che coraggio ci vuole

a chiamare

le cose. A chiamare le cose

col loro nome, a dirle

così

come vanno dette.


Che coraggio ci vuole a scegliere il non,

che coraggio ci vuole

a chiamare

amore.

Che coraggio ci voleva a dirtelo,

amore, e a mostrartelo,

amore, e a sentirlo così,

amore,

silenzioso pudore,

che coraggio,

che coraggio ci vuole.



                                       ***


AUGURI


Gli auguri li faccio in ritardo anche a te

incorniciata fra i muri

bianchi di un fossato,

una porta di pietra,

un'agave e un'acacia. Le spine

che stacchi una a una,

che mi porti a vedere,

come facevo coi gatti,

le prendo e le lascio cadere,

come topini

esausti di paura

nella notte.

Come me.



                                       ***


UNA SORPRESA


Una sorpresa per terra

tra le gambe,

una sorpresa grande.

Bagnata,

un po' viola.


Ti vedo,

e stavolta è vero, lo so

c'è sempre una prima volta

per imparare le cose.

Ci spalanchiamo gli occhi,

e stavolta so che li terrò

spalancati per sempre.


Per esercitarmi a dirti ciao,

e tornare

dove tu sei venuta.



                                        ***


BOSCHI


E' al buio che apparteniamo,

alla terra umida sotto la pelle,

in cui rifugiarsi,

in cui respirare,

a cui tornare.



                                          ***


AL MIO GIORNO DI NEVE


Ciascuno ha il suo giorno di neve

una piccola ferita intatta

precisa

non importa se era mercoledì

i giorni di neve non fanno parte del tempo

lasciano impronte scure sui marciapiedi

in mezzo alla strada,

le impronte di chi se ne va.


A ciascuno il suo giorno di neve,

i piedi freddi,

gli spicchi di marciapiedi.

A ciascuno la sua scatola vuota

piena di foglie.

A ciascuno la sua ultima foto.




                   Lucia  Brandoli     da     Una minima stupenda



LA FELICITA' ( secondo Seneca )

 


                                                                 Lucio Anneo Seneca



2


(...) Quando si discuterà sulla vita felice, non mi si potrà rispondere come si fa nelle votazioni :" Sembra che la maggioranza sia da questa parte"; infatti, proprio per questo è il parere peggiore. Le cose di questo mondo non vanno poi così bene al punto che i pareri migliori sono di gradimento ai più. La folla è la prova del peggio. Cerchiamo dunque quello che sia meglio da farsi, non quello che è più scontato, e quello che ci può portare al possesso dell'eterna felicità e non quello che ha l'approvazione del volgo, che è un pessimo interprete della verità. E chiamo volgo sia quelli che indossano la clamide che quelli che portano la corona: io non guardo al colore delle vesti con cui la gente si copre; non credo ai miei occhi nel giudicare un uomo, ho una luce migliore e più sicura con cui distinguere il vero dal falso; è l'animo che deve trovare il bene dell'animo. Questo, se avrà mai l'agio di respirare, e di ritirarsi in se stesso, oh, quasi torturandosi da solo, confesserà la verità e dirà : " Tutto quello che ho fatto finora non vorrei che mai fosse stato fatto, e quando ripenso a ciò che ho detto, invidio quelli che sono muti; tutto quello che ho desiderato lo ritengo una maledizione dei miei nemici ; tutto quello che ho temuto - santi numi - quanto migliore era di quel che ho bramato! Con molti ho avuto a che dire, e dopo l'odio mi sono riconciliato ( se mai ci può essere riconciliazione tra i malvagi ), ma ancora non sono diventato amico di me stesso. Ho fatto ogni cosa per innalzarmi sulla moltitudine e mettermi in evidenza per qualche mio pregio : ma che altro ho ottenuto se non di espormi ai dardi e mostrare alla malvagità dove mordere? Tu li vedi questi che lodano l'eloquenza, inseguono le ricchezze, aiutano chi ha credito, esaltano il potere? Tutti, o sono nemici o - il che è lo stesso - possono esserlo : quanto numerosa è la folla degli ammiratori, tanto lo è quella degli invidiosi. Perché allora non cerco qualcosa che realmente senta come un bene e che non debba mostrare? Queste cose che noi stiamo a guardare ammirati e dinanzi alle quali noi ci fermiamo, e che gli uni additano stupiti agli altri, brillano di fuori, ma dentro sono ben misere " (...).



                Lucio Anneo  Seneca    De vita beata



IL FEMMINILE LUNARE DI VIVIANE

 


                                                               Siamo strani bambini...



Ahi, quanto mi spingo

fin quassù e quanto mi affido

e come mi affido

- non per sfizio bislacco -

e quanto procedo e come procedo

nel tuo pieno - vuoto silenzio

che non ha da essere


in attesa che il giorno sopraggiunga.



                                      ***


L'unica certezza sei tu,

che provi l'afflizione delle cose


ma non sempre i vetri di casa sono limpidi

compaiono aloni


qualche volta manca il tempo

per pulirli fino alla completa trasparenza.



                                           ***


Siamo strani bambini

finché con le stagioni 

ci guastiamo

e qualcosa sfugge

e infatti non siamo più

strani bambini

restiamo strani e basta.

Col tuo arcaico sguardo

ne sei testimone.



                                          ***


Qui per qualche tempo


della luce

- dell'origine della luce 

e il suo funzionamento -

nessuno sa più niente.



                                       ***


Luna piena stasera,

femmina fino al midollo.

Così voglio sognarla.

Invece, ho sognato me senza midollo.



                                        ***


Nello spazio irrespirabile

- detto fatto -

lei scioglierà le braccia azzurre

nascoste - nascostissime -

dietro la schiena

e forse cingerà le nostre spalle

e forse le sue carezze pioveranno.



                                       ***


Il meteo prevede cielo stellato

nottetempo,

domani ci sarà il sole

e nebbia tenace sulla Val Padana.

Della luna il meteo non parla

forse perché interrotto dalla pubblicità.

Allora lei si toglie gli occhiali

legge d'istinto le vicende.



                                    ***


Ha naso di segugio

veglia sulle cose che non durano a lungo.

" Buonanotte" dice la luna.

" Buonanotte" rispondiamo noi.


Lei luccica però,

noi siamo fiochi lumi del nonostante.




                   Viviane  Ciampi   da    Femminile lunare



domenica 22 maggio 2022

SEMBRAVA IL SOLE ( a Carola )

 


                                                                Fa freddo staccarsi da sé



Da questi testi brevi ed essenziali trapela un Io vigile e accorto, che controlla con attenzione ogni aspetto della scrittura: dalla metrica, alla sintassi, al lessico, così che la poesia finisce con lo scaturire da un felice connubio tra la sfera emotiva e l'intelletto. Nell'incontro fra luce e ombra, l'autrice dà vita a suggestive evanescenze, a immagini impalpabili, flash non perfettamente messi a fuoco, quasi reminiscenze di sogni o reperti di memoria che affiorano nella loro labile sostanza. Siamo - di fatto - di fronte a una poetica dell'astrazione, dalla quale gli oggetti del quotidiano sono pressoché assenti. Della medesima e rarefatta inconsistenza non è esente la dimensione corporea; eppure il corpo rivendica - di tanto in tanto - la propria carnalità, ma questa viene pronunciata con la medesima pacatezza, senza alzare il volume della voce : ecco - allora - che viene sussurrata l'irruenza dei colpi inferti, dei nervi che sussultano, dell'impeto ansimante dei respiri. Tale propensione ad astrarre si lega ad una percezione del mondo diversa dall'usuale, che può generare un senso di incomunicabilità; e la solitudine è un atto di nascita e di rinascita, è il dolore necessario del lasciar andare parti di sé che si rifrangono in volti incontrati lungo il cammino, sulla linea del tempo che congiunge l'origine al dopo; un tempo reso - a tratti - immobile dal potere dello scatto, dell'istantanea che ferma l'istante, fissando sul foglio bianco quella parola destinata a scivolare nel silenzio e nel vuoto.




Non sempre i nostri corpi hanno una notte 

precedente. Chissà se alla tua casa

basterà mai il silenzio del mare

quando non l'accompagnerà più

il nostro nudo e continuo chiamarci.

Pulsa, bandiera al vento, la tua pelle.



                                    ***


Qualcosa è successo : come quel giorno

di Sicilia i capelli intrappolati

tra le ciglia suggerivano forse

il sentimento: più di ciò che siamo,

di accorgersi della solitudine

nell'essere impotenti a se stessi

tra i rumori sordi delle palpebre.



                                      ***


Lasciar andare la terra è cullarsi

in altri luoghi, è precipitare al di là

di noi stessi, l'aspetto soffocante

del conoscersi, il primo desiderio.



                                        ***


Tornare allo stesso sogno di prima

ci fa sparire nel paesaggio

mattutino : nel gioco di un fremito

sorprendo il sussurro dei nervi,

tutto quello che trema in questa stanza.



                                           ***


Quando la mia ombra ti entrava negli occhi

faceva rabbrividire, lecito

custode, ogni altra cosa scompariva

e alla memoria non restava altro che

il cielo in terra, e ciò che non si dice.



                                       ***


I giorni passati sono ormai veglie

consacrate, lo è il fuoco prematuro

in questa casa; nel suo crepitare

vi è come una premura : la suprema

grazia di una parola udita, e basta.



                                      ***


Capitava che la risposta fosse

il cielo  stesso, le ombre che formava

ondulate di noi interi e senza mai

del tutto lasciarsi comprendere.



                                        ***


Fa freddo a essere vigili nel mondo

di veglia e più vigili su una terra

che dorme : fa freddo a staccarsi da sé,

scossi anche noi dormienti dal vento

che passeggeri ci solleva appena.




               Carola  Allemandi  da   Sembrava il sole



                                          Notturno 023  di Carola Allemandi



venerdì 20 maggio 2022

VITA E POESIA DI ANAGNOSTAKIS 1

 


                                                     Le sere sempre senza luce...




Nato a Salonicco nel 1925, laureato in Medicina con una specializzazione in Radiologia, in piena guerra civile e come conseguenza della sua attività ideologicamente contraria a quella del regime, fu arrestato nel 1948, torturato, condannato prima a morte e successivamente imprigionato fino al 1951 nelle carceri di Jedì Kulè di Salonicco, famose per la loro durezza.

Sin dagli annni della sua adolescenza ( 1944 ), Anagnostakis si distinse per i suoi sentimenti antinazisti e antifascisti e successivamente si schierò contro il potere oppressivamente conservatore posto in atto dai Britannici dopo gli accordi di Varkisa nel 1944 e la deposizione delle armi da parte della mano armata del PCG.

La Rivista " Avvio", ben riflette le idee politiche postulate da Anagnostakis sia nella poesia che nelle pagine di critica ivi pubblicate, che coniugavano per la prima volta in Grecia la prassi poetica con l'azione politica, come premessa di una nuova e coinvolgente etica fondata sull'indipendenza di pensiero e su un perentorio rifiuto di direttive provenienti " dall' alto", ciò che gli valse la radiazione dal partito nel 1946.

Negli anni dal 1945 al 1962 il poeta pubblica sei raccolte di versi, dopo il quale ci fu un lungo silenzio poetico che durò fino al 1971, quando pubblicò l'ultimo complesso di poesie dal titolo " Il bersaglio", ultimo atto di libertà di espressione prima dell'imposizione di una soffocante censura. In una delle rare interviste concesse, Anagnostakis precisò la ragione di quel silenzio quasi decennale : " Nell'alterato paesaggio della nostra epoca, non scriverò ancora. Ho completato la mia opera: scelgo il silenzio".

Anagnostakis è stato inserito nelle cerchia dei poeti caratterizzati come " politici", definizione che egli sempre rifiutò in modo categorico : " Mi hanno considerato poeta puramente politico, ma personalmente non credo di esserlo. Sono un poeta della politica e dell'amore, due cose che si combinano. E' l'epoca che combina questi due caratteri. Voglio dire perciò :" Non si poteva essere poeta d' amore dimenticando la cornice politica  nella quale - in quell'epoca - le passioni politiche erano così rigogliose. L'elemento politico e l'espressione politica erano insiti in ogni situazione d'amore ".

In questo senso la poesia di Anagnostakis si avvicina molto a quella di Paul Eluard, poeta d'amore ma non meno politicamente impegnato. Il solo punto di diversità fra i due sta nella scelta della " funzione poetica" : in Anagnostakis si manifesta  secondo la " funzione" realista", mentre in Eluard in quella surrealista.



                                       ( f. )




VITA E POESIA DI ANAGNOSTAKIS 2

 

ATTESA


Stanze ingiallite, donne anemiche

le sere senza luce, figure inverosimili.

passavano, passavano accanto a noi e noi non volevamo più

conoscerli.

Questi uomini chi li ha abbandonati, perché ci hanno

assassinato il sole?

Le sere sempre senza luce, la nebbia ci piantonava.

Ignoti rumori perduti, bambini che piangono a mezzanotte

e una lontana amara armonica che ferisce sempre lo stesso

motivo

( Forse Oscar, Thomas o Hans Bauer da Norimberga )

Notti innumeri vegliavamo, vegliavi con noi.

a Parigi, a Londra, a Leningrad, nella mitica Belgrado.

Cosa tenevi nelle tue mani, dove la tua voce ci chiamava?

Noi ti aspettavamo senza mai flettere e le sere erano sempre

senza luce.

Nelle stanze ingiallite si aggirava la tua ombra incerta

ci indicavi sopra le lacrimose finestre una estrema speranza

un lampo nelle notte, una Primavera infuocata.

E  noi vegliavamo la notte e vegliavi con noi.

a Parigi, a Praga, a Leningrad, nella mitica Belgrado.

Nelle nostre mani violentemente manipolavamo un'estrema

goccia di vita.

E invano ti abbiamo atteso.



                                       ***


ADESSO


Adesso non rimane null'altro le nostre due - tre parole in un

angolo della strada

molto in fretta non ci fu tempo per così insignificanti

indefinitezze.

Non dimenticherò che avevamo degli amici e un giorno non

li abbiamo più trovati.

Forse più pesante divenne la nostra mano, avendo un giorno

maggiormente

percepito il mondo.

Adesso, superfluo ogni discorso, ciascuno meno

degno dell'altro.

I suoni,i colori, la sensazione gridano con un nuovo

significato.

Abbiamo imparato la necessità dell'amarezza e compatito

l'altro e imparato

a temprare la nostra memoria e approfondire il nostro cuore.

Adesso ormai chi abbasserà la testa in vane suppliche:

queste due - tre parole rimaste incompiute forse un giorno

non si compiranno mai.

- Cosa mai finirà e mai diremo che è finito? -

Qui tutto si misura senza pietà, vogliamo amare senza limiti.

Adesso ormai non s'è ristretto il nostro braccio per

accogliere tutti gli uomini.



                                        ***


UNA VOLTA...


Una volta erano i laghi infelici dell'estate

le scaglie iridescenti sulle battute dei nostri remi

i crepuscoli agostani delle pende dell'adolescenza

le primissime stelle che rabbrividivano nel cielo.

Una volta erano i giardini squisiti della sera

il denso fogliame al piccolo crocevia

tante canzoni come sussurri nelle notturne attese.

Tu ed io parlavamo delle ultime pioggerelle della Primavera

di qualche libro chiuso gettato sull'erba

di una sensazione venuta per diventare morte

di una infinita poesia che la nostra gioventù sfogliava.

Un giorno conquisteremo questa nostra perduta visione

quando non più il tuo sonno tormenteranno gli incubi della malattia


sopra le nostre mura scagliando un grido di sacrificio.

Un giorno la conquisteremo, sarà nuovissima l'adolescenza

quando i laghi saranno diventati trivi per i cuori degli uomini


e sciabolate scintilleranno nei colpi dei nostri corpi

conquisteremo quel crepuscolo agostano del dolore

fuorilegge.


Le primissime stelle che benedicevano il nostro ardire

i giardini squisiti con le rose recise dai nostri figli

sparse ed estranee nel piccolo crocevia

con le canzoni dell'Estate calde nella carne della nostra

passione

col libro che parlava di te, di me, di colui che ti è accanto

con una indomabile sensazione venuta per diventare Vita

con la Poesia divenuta Amore.



            Manòlis  Anagnostàkis   


Le poesie presentate non risultano inserite in nessuna raccolta: sono del tutto sconosciute se si pensa che sono state pubblicate una sola volta negli anni 1945 - 46- 47 nella rivista anti regime " Lettere libere" poi eliminata e letteralmente scomparsa.

Sono state ultimamente ritrovate dallo studioso e ricercatore Vassos Vofnvas  e tradotte da Crescenzo Sangiglio.



giovedì 19 maggio 2022

VANGELIS CI HA LASCIATO...

 



                                           La tua musica sonora ed esplosiva,

                         ma anche così intima al cuore,

                         mi mancherà.

                         Che tu possa avere visioni di luce.



                                  frida




AMPI MARGINI ( di nostalgia )

 


                                                               La felicità è un abisso...



Alcune delle poesie di questo testo sono impressioni: fotogrammi potremmo dire, attraverso i quali sfilano i ricordi : un padre, l'amore, la famiglia, città iconiche. C'è una vena nostalgica lì - latente  o qualche volta esibita - eppure il  passato non è una lama: è piuttosto uno specchio retrovisore al quale rivolgere uno sguardo benevolo. Il tempo è un flusso personale e spesso - a scandirlo - è la logica emotiva degli eventi e i margini sono ampi. Tutta l'ispirazione è questione di memoria : ci pensa la poesia all'eternità.




Vorrei che queste poesie

le leggessi prima che sia tardi

eppure non so se sia il caso;

come tutte le volte

che dovevo parlarti

e ho rimandato, o tutte

le cose che volevi dirmi

e non è capitato.



                                     ***


Con te sono venuti i vicoli, il banchetto

dei libri a Mezzocannone e la lava

d'acqua di quando piove - sembra

non possa smettere - le case si scurano

si fanno fragili, friabili, si piegano

ti seguono, ti ha accompagnato

pure la poltrona scassata messa

fuori da Filosofia, due si sedevano

si baciavano e poi si allontanavano.



                                       ***


Credo si possa essere felici

come è vero questo momento

in un cortile di San Sebastiano

le panchine vuote

a quest'ora nell'aria

resiste l'odore di sigarette spente

io matricola notturna cosa spero di imparare?

Cosa ascolto mentre guardo verso

la finestra dove ai tuoi studenti insegni

dove cerchi di sbrigarti e magari

sbirci l'ora oppure in basso

e mi trovi, scampato a calli e ponti

al primo freddo, al mio passato.



                                       ***


Precipito, acqua piovana

come foglia d'inizio autunno

prendo colore scivolando in basso

soprattutto non parlo

in questo volo radente

e non pronuncio niente

è questo che ti sto spiegando

a ogni vuoto d'aria

stretta allo stomaco

ramo che spezzo col peso

la felicità è un abisso.



                                        ***


Imparassimo almeno dalle foglie

cadere nella stagione giusta

mantenendo un tono di decoro

la scelta del colore

chiedersi del volo :

fuori dallo stormo come l'aquila

o l'armonico motivo del migrare

davanti al mare

per una volta non accontentarsi.




                    Gianni  Montieri  da    Ampi margini




mercoledì 18 maggio 2022

LA DONNA ( Il serpente che danza )

 


                                                A una donna . Alle donne. Sulle donne...





IL SERPENTE CHE DANZA


Oh quant'amo vedere, cara indolente,

delle tue membra belle,

come tremula stella lucente,

luccicare la pelle!

Sulla capigliatura tua profonda

dall'acri essenze asprine,

odorosa marea vagabonda

di onde turchine,

come un bastimento che si desta

al vento antelucano

l'anima mia al salpare s'appresta

per un cielo lontano.

I tuoi occhi in cui nulla si rivela

di dolce né d'amaro

son due freddi gioielli, una miscela

d'oro e di duro acciaro.

Quando cammini cadenzatamente

bella nell'espansione,

si direbbe - al vederti - che un serpente

danzi in cima a un bastone.




                 Charles  Baudelaire    da    Les fleurs du mal


CARA TU ( Lettera ad una ex moglie ) 1

 

Foto tratta dal web      


 

" Vi siete separati, è vero, ma perché devi odiarlo? " Da questa domanda nasce la lettera che l'autore indirizza a una virtuale ex moglie e in cui la scena è occupata da due personaggi : Marta ed Enrico, simbolo di tante coppie che vivono la medesima situazione. In questa lettera, amara e diretta, si affronta uno dei problemi meno noti della nostra società: i mariti e padri separati che prima di ogni altra cosa sono " uomini" separati. Uomini di ogni età e ceto sociale che spesso perdono tutto, incalzati da giudici che fanno poco per interpretare la situazione in chiave più equa, e che vanno così  ad ingrossare le file dei nuovi poveri. Un esercito silenzioso e rassegnato.



(...) Ti scrivo perché anche Tu, cara, sei una delle tante. Una dei milioni di un altro esercito di reclute ugualmente infelici e incompiute. Una donna separata con figli, rappresentante di una categoria che quarant'anni fa faceva scandalo. Non sono sciocco. So bene che le tue antenate venivano trattate come reprobe, done poco frequentabili, tentazioni a piede libero pericolose per l'equilibrio delle altre famiglie, e anche le più fortunate venivano considerate testimoni di un fallimento grossolano e drammatico che tutti - comprese le amiche - sintetizzavano con una frase insopportabile : " Non è stata capace di  tenerselo". Di tenersi il marito, o il matrimonio. Una fallita. Oggi siamo tanto moderni, ci stiamo abituando alle famiglie allargate e alle famiglie larghissime, ma il ritornello è lo stesso: appena giri le spalle c'è qualcuna che - tra un sospiro sincero e un commento acido, di te dice esattamente la stessa cosa. Non sei stata capace di tenertelo. Che inutile e bestiale umiliazione. La tua rabbia la capisco, credimi. Vorrei che partissimo da una reciproca concessione che Enrico deve a te, e tu a Enrico: tutti e due state vivendo un grande dolore. Tutti e due annusate l'odore acre del fallimento. Tutti e due oggi siete parte di una guerra incivile dove non vince nessuno. Tutti e due avete il diritto al riconoscimento della vostra sofferenza. Dunque metti da parte per un attimo l'asfissia, lo stritolamento dei meccanismi di controllo sociale, il blasone, l'onorabilità, ciò che " dice la gente", quello che ti pare; torna in te e ricorda che anche Lui, il tuo ex compagno o ex marito, è una goccia del mare nero. E' uno dei tanti, uno che sta, numero tra i numeri, nel numero grande di uomini che possono riconoscersi in questa lettera. Ti scrivo perché Tu possa provare almeno a capire. Se ne avrai voglia. Se aprirai il tuo cuore, di nuovo. E allora iniziamo dalla fine (...)




              Angelo  Mellone  da  Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )



CARA TU ( Lettera a una ex moglie ) 2

 

(...) La fine, è che era finita la vostra storia. Non stiamo troppo a girarci intorno. Tu che sei una lottatrice e una testarda, sai che la verità è questa. Era finita. Lo so che non andavate più d'accordo da anni. Tu non ricordi bene quando è accaduto e nemmeno Lui, ma ad un certo punto non è stata più la stessa cosa. In tanti rapporti che finiscono, esiste il ricordo di un punto di cesura, di un momento preciso della vita di coppia in cui la scintilla che ogni giorno dovrebbe rinfocolare la passione e la voglia di stare insieme, smette di accendersi e portare calore. Arriva il giorno X, il giorno maledetto in cui ti svegli e, magari a colazione, ti accorgi che quell'uomo o quella donna che ti sta di fronte è un estraneo o persino un invasore. Arriva il giorno in cui senti freddo. So che quando accade - è successo anche a te, Cara Tu - vivi questo strappo come se fossi la prima e l'unica persona al mondo ad avvertirlo e a farti carico di questa situazione orrenda e straniante. Esiste un istante, un istante infame in cui scopri che non hai più niente da dirgli, proprio a Lui, a colui al quale avevi giurato amore eterno. La conversazione boccheggia, annaspa : ci si riduce a discutere delle poppate, della scuola dei figli, delle bollette da pagare, al massimo delle prossime vacanze. Ma senza gioia. Piccoli stratagemmi retorici per coprire il vuoto che vi separa. Per il resto, siete stranieri l'uno all'altra. Così è accaduto ance a voi. Solo che non avete ancora deciso chi è stato il primo a chiamarsi fuori. (...)



                 Angelo Mellone  da   Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )


CARA TU ( Lettera a una ex moglie ) 3

 


(...) Enrico, come spesso accade agli uomini, non parla con acrimonia quando descrive la vostra crisi matrimoniale. Lo vedo pacato, più che altro dispiaciuto, e per certi versi incredulo. Lo capisco: ti senti trattato da delinquente quando invece non hai fatto alcunché di male. Enrico sa, che quando qualcosa si rompe, i cocci sono di tutti e due, e se una cosa è rotta, stabilire chi ha fatto il danno è cosa poco utile. Mi dice : "Abbiamo tutti e due la nostra parte di responsabilità". Ma su questo uomini e donne sono diversi. Dove l'uomo cerca velocemente una ricomposizione, voi volete lo scontro, lo pretendete, lo cercate. E Tu, ovviamente, sei convinta che la colpa sia sua, dell'infame bastardo stronzo fallito figliodiputtana mentecatto. Tutta sua. Per intero. E se la colpa del naufragio è il fardello del maschio, la deve pagare. Lo ripeti ogni giorno alle tue amiche o a tua madre, e soprattutto lo ripeti a te stessa perché il mantra del è-tutta - colpa-sua resta un grande esercizio di autodifesa, il migliore, il più semplice. Caricare sulle spalle dell'altro l'intero peso del fallimento, che liberazione! Non avrai mai la scocciatura di guardarti allo specchio e chiederti se e dove hai sbagliato anche Tu, chiamando a te il fantasma dell'errore. Così, la tua occupazione principale diventa la minuziosa catalogazione delle ragioni per le quali Tu eri e resti sempre la stessa, la stessa che quell'uomo ha amato  e magari sposato, mentre Lui è diventato un " totalmente altro". Un essere irriconoscibile con cui non andresti a prendere neppure un aperitivo, e la cosa che più ti scoccia e persino ti fa ribrezzo è che quell'essere odioso, quell'obbrobrio calzato e vestito, è il padre dei tuoi figli, e purtroppo su questo non puoi farci niente.(...)




                         Angelo Mellone  da   Cara Tu ( Lettera a una ex moglie )



lunedì 16 maggio 2022

POETE DEL '900 ( Katherine Mansfield )

 


                                                              Catherine  Mansfield...




L' INCONTRO


E cominciammo a parlare,

guardandoci un attimo, imbarazzati e schivi.

Intristivo nelle lacrime crescenti,

ma piangere non potevo; e ardevo

prenderti per mano, se la mia

non avesse tanto tremato.

La somma quindi facesti dei giorni

che portavano a un altro convegno,

benché ognuno sentisse nel cuore

che appartato andava ormai per sempre.

Il suono d'una campana acuta infittì la stanza.

" Ascolta" dissi. " Batte alta

come un cavallo in galoppo perso nella notte".

La morsa delle tue braccia mi fece tacere,

finché il rintocco travolse il battito dei nostri cuori.

" Non posso andare " , scandì la tua voce,

" quanto vive in me è qui in eterno".

Così in disparte te ne andasti.

Il mondo era mutato. La campana giunse sopita,

e sempre più fioca divenne una minuta cosa.

Confidai all'oscurità : " Se si ferma devo morire".



                                          ***


DORMENDO INSIEME


Dormendo insieme... com'eri pigro e stanco!

Sulle calde pareti della nostra stanza la fiamma

brulicava, sul soffitto e sul gran letto bianco.

Un pallido bisbiglio parlavamo

da bambini veri, per un attimo di sonno

ognuno a turno squillava rapito:

" Non ho punto dormito".


Era un mill'anni fa?

Mi svegliai nelle tue braccia, una volta

ch'eri perso al fondo d'un torpore,

e un belante soffio di pecore mi trasse

in muto striscio alla finestra:

sulla neve vidi gli agnelli zampettare.


Oh gregge di pensieri col pastore Spavento,

vecchia desolata larva del gelo,

ch'entrasti nello stabbio del mio cuore!

Forse mill'anni... Non era invece 

ieri che, due fanciulli dall'antico tremore,

tenendoci avvinti nell'oscurità

dormivamo la stanchezza comune?



                                         ***


UN GIUNCO, UN'ERBA SONO


Un giunco, un'erba sono

che ora si piega e dondola

su una sponda diruta.

Anche una lunga erba livida

che ondeggia come fiamma,

sono una canna,

una frusta conchiglia che dirama

in eterno lo stesso canto,

un viluppo di sterpi,

una bianca pietra abbagliante,

un ossame.

Fin che nella sabbia

m'immergo di nuovo,

e mi giro, e qua e là mi protendo

a un angolo marino

nella luce calante,

quando la luce scompare.

Ma se torni, non dire:

" Ella non è più qui in attesa,

ha dimenticato". Con cespi, per gioco,

con erbe e pietre non ci siamo mascherati

mentre passavano le strane navi,

lente, gravi, dinanzi a uno sciame di spuma

che l'isola nativa scioglieva dolcemente

e le bolle di schiuma ponevano sulla pietra.

L'iride degli arcobaleni? Guarda diletto...

No, esse sono andate.

E le vele e il cielo muovono insieme.




                   Catherine  Mansfield    Trad. di G. Altichieri



LA LEGGENDA ETERNA ( Sì dolce è il tormento...)



                                              Dunque l'ultimo sogno anche è finito?




Aganoor fu a suo tempo una figura centrale della vita culturale di fine '800. Nacque nel 1855 da nobile famiglia armena e la sua storia si intreccia con quella tra alcuni dei letterati più noti dell'epoca : nel suo salotto passavano abitualmente Fogazzaro, Verga, Di Giacomo, Capuana e la sua corrispondenza con questi autori, oltre che la formidabile testimonianza di un'epoca , costituisce un'opera letteraria di grande valore. Sposata con il senatore Guido Pampilj, morì nel 1910 , lasciando un vuoto culturale e un marito affranto ( che si sparò il giorno dopo ).Le liriche qui proposte sono estratte dalla raccolta " Leggenda eterna " , pubblicata agli inizi del Novecento.





IL CANTO DELL' AMORE


Può dunque una parola, una sommessa

parola, detta da un labbro che trema

balbettando, valer più d'un poema,

prometter più d'ogni miglior promessa?

Può levarsi - a quel suono - una dimessa

fronte, raggiando, qual se un diadema

la cinga, e può dar tanto di suprema

gioia, che quasi ne rimanga oppressa

l'anima? Io credo svelga oggi dai cuori

ogni ricordo d'amarezza, ormai

sazio d'umane lagrime, il destino.

E' così certo! Non mai tanti fiori

ebbe la terra, e il cielo non fu mai

né così azzurro, né così vicino!



                                       ***


IL CANTO DELL'ODIO


Fugge al mar nelle fredde ombre del vespero

una fanciulla dalle guance smorte.

Non ha negli smarriti occhi più lagrime

ma il gran proponimento della morte.


Laggiù, tra lieti amici, allettan facili

trionfi e vani amori un freddo core

oblioso; laggiù di plauso echeggiano

le affollate per lui stanze sonore.


Dagli abissi - improvviso - assorge un demone

e passa nella notte alta gridando:

- Possa tu come un disperato piangere,

quella morta fanciulla indarno amando -.



                                       ***


GLORIA


Lei soltanto invocò, per lei s'impose

dure vigilie, a lei rivolse il canto

dall'ali audaci, effuso nell'ardito

spirito; e finalmente venne, e tanto

raggiavan le ciglia portentose,

le immense ciglia piene d'infinito,

che i colli intorno e le sopite lande

risero come al lume di un'aurora.

Non sorrise il poeta, e con altero

gesto scostando le febee ghirlande

che a lui porgea la radiosa : - Il vero

sei tu? ( disse ), il mio sogno era più grande.



                                    ***


VISIONE


So d'un palazzo dalle mura antiche

triste così c'ha di sepolcro aspetto;

bruno di muschi dagli sproni al tetto,

ingombro l'atrio d'edere e ortiche.

Dentro, un'ava grinzosa, in sé raccolta

dinanzi al focolar deserto e spento,

segue a narrar con infantile accento

una leggenda che nessuno ascolta.



                                        ***


RITORNO


Al suo tornar nella solinga stanza

chiesero l'ombre del nido romito :

- Dunque mentiva la dolce speranza ?

Dunque l'ultimo sogno anche è finito?

Ella sedette e immobile rimase

con gli occhi persi in fantasmi lontani:

poi finalmente, nascondendo il volto

nelle piccole mani,

scoppiò in singhiozzi.




              Vittoria  Aganoor   da    Leggenda  eterna



domenica 15 maggio 2022

POETE DEL '900 ( Else Lasker - Schuler )

 


                                                 Dacché cerchi le mie conchiglie...




IN SEGRETO, DI NOTTE


Io t'ho prescelto fra tutte le stelle.


E sono sveglia - fiore

attento,

fra il canto basso del fogliame.


Le nostre labbra per cercare miele,

le nostre notti lucenti sbocciate -.


Alla luce gloriosa del tuo corpo il mio cuore

accende i cieli.


Tutti i miei sogni pendono al tuo oro.

Io t'ho prescelto fra tutte le stelle.



                                           ***


TE SOLO


In una cinta di nuvole il cielo

porta la curva luna.


Sotto l'icona - falce della tua mano

voglio riposare.


Il mio volere dev'essere sempre

quello della tempesta - sono un mare

senza riva.


                                Pure dacché tu cerchi

                   le mie conchiglie, il cuore mi risplende.



                                            ***


UN VECCHIO TAPPETO TIBETANO


L' anima tua, che ama la mia, con lei

è tessuta nel Tibet del tappeto.


Raggio in raggio, colori innamorati,

stelle che corteggiandosi si rincorsero nel cielo.


Posano i nostri piedi sul prezioso,

a mille miglia di distanza.


Dolce figlio del Lama sopra il trono muschiato,

da quanto la tua bocca già mi bacia la bocca,

e la guancia

nei tempi dell'intreccio variopinto?



                                          ***


SEPARAZIONE


In una notte fiammante di stelle

ho fatto perdere la vita all'uomo

a me vicino.

E quando il sangue suo verso il mattino

scorse tubando,

il suo destino mi guardò sinistro.



                                                 ***


FINE DEL MONDO


C'è un piangere nel mondo, come se

fosse morto il buon Dio,

e l'ombra plumbea che giù cade pesa

con gravezza di tomba.


Nascondiamoci, vieni, più vicini,

la vita giace in ogni cuore come

dentro una bara.


Tu ! baciamoci forte -

bussa al mondo un anelito, di cui

noi dobbiamo morire.




           Else Lasker - Schuler     Trad. di Maura  Del Serra 




            

TUTTE LE COSE CHE CHIUDONO GLI OCCHI DI ANNALISA

 


                                            L' equilibrio del ricordo e la dimenticanza...



                      

I nostri corpi complementari

il tuo chiarore

la mia esile oscurità.

Tua è la pietra dell'inverno

il seme dormiente nel giaciglio scuro

le mani che sanno dove premere.

A me resta l'albero lontano

il bianco che si accumula piano

il fiore pallido

esitante fra le dita.



                                       ***


E' questa l'ora del fuoco

in un tempo deciso oltre il cielo.

Rendi caldo il mio posto liquido

infondi l'idea del grano,

dell'impasto che poi sarà pane.

Il tuo mezzogiorno ampio

in questa luce di fondale.



                                           ***


Guarda chi è fuori da me, chi esegue

le cose e mai ne perde traccia

e resta nell'attino che cuce le stagioni.

Chi pensa come scrive

riga dopo riga, devoto al suo dire.

Hanno case ariose e forme esatte

l'equilibrio del ricordo e la dimenticanza.



                                             ***


Il fiume esala corrente

respira, e il cielo si alza.

Il posto si accresce, prende forza dagli occhi

diventa un'idea che insiste

quasi un desiderio di luce.

Luogo terso, specchiante

che contiene un arioso fluire.



                                     ***


Mai vorrei occupare

uno spazio più grande di questo.

Sottrarre ai fiori il colore

sconvolgere la calma del bosco d'autunno.

I miei sono luoghi piccolissimi

punti in fuga

a stento trattenuti dalle foto.

Ho poche pietre, pochi oggetti

una minuscola vita.

Mi assopisco nell'anima

di chi sente nell'aria un presagio,

guardo la sua mano - altissima - nel cielo

senza chiedermi come

sia diventata luce.



                                        ***


All'improvviso scende un grande silenzio

e un ordine pallido

si dispone nella casa.

I  pasti serali hanno la disciplina delle cose fredde

dei corpi tenuti a distanza. Nessuno 

guarda la sedia vuota al suo fianco.

Lì c'è un luogo in cui la luce arriva piano

il punto che ci guarda e va taciuto.




             Annalisa Ciampalini  da   Tutte le cose che chiudono gli occhi