giovedì 20 ottobre 2022

ERICA DONZELLA ( Pordenonelegge )





Nessuna luce ti è dovuta.

Di ogni cosa prendi

quel poco

che rimane indifeso.

Inciampa pure.

La notte non dura.



                                             ***


Eravamo due.

Ho su questo corpo la sottrazione

di mani in fuga

di bocche sigillate

delle lingue sciolte senza patto d'amore.

Conosco per addizione il mio dolore.



                                             ***


Vorrei rivedere le tue mani.

Ricordare l'impronta ferita dalla lama

il callo ruvido di dolore.

Moltiplicare l'impossibile distanza

colmare con la poesia

gli anni in cui avevo il tuo respiro.



                                            ***


Nel futuro tuo prossimo

è lieve la vita che vortica.

Per gravità

tenderai a correre

come un livido uscito dal cuore.



                                              ***


Metti in conto

l'abbraccio dei fantasmi

e chiediti se non sia questo

un miracolo senza necessità di morte.

L' eventualità che la meraviglia possa innamorarti.

Ancora.



                                             ***


Benedetti gli esseri

quando resistono in un bacio

alla morte, incandescenti.

Sia santificato il sudore primordiale dei corpi.

Non siamo ancora finiti.



                                          ***


Nella mia crisalide di ferro

ho cresciuto ali di parola

che non volano.

Vado nel vuoto che non pretende.

Una carezza di notte. L' amore.



                                         ***


Le mie ossa in transito

sono la caviglia e il polso.

Quando cammino a passo veloce

sento il mio nome

fare rumore di rotto.



                                       ***


Non ti piace la mia luce

angolare

non ami il comporre

sporco del mio pensare.

Dovrei dire : voglio.

Mentre la riga della voce si spezza

e tu

rimani alla finestra.





                         Erica Donzella   da     Scrusciu



MARINA CORONA ( Pordenonelegge )




 


CALIGINE


Ti ricordo nell'ora che cade

sulla marina blu,

ti ricordo con un clangore

di anelli ferrigni

che attorcono il cuore.

Sono frecce le mie dita

lasciate cadere ai tuoi piedi,

indici accusatori trinciati.

Qui gli alberi hanno il verde

che colora le palpebre alla luna.

Ti ricordo e tu, luce impura,

allaghi nell'aria salina,

che il mare solleva, caligine scura.



                                               ***


I BALCONI


Domenica, una casa di pietra

dove sospira

il fiore grigio della solitudine.


Un'alba incendia i balconi

li svelle dalle pallide facciate

li porta come barche

addormentate sui raggi, aquiloni.


Io spalanco la finestra

cammino sulla veranda amputata,

altana d'aria, stringo un raggio

lo annodo alla cintura, non cado.


Io non piango di domenica.



                                           ***


L' OMBRA


Di te era rimasta la buccia

scura come una carruba: l'ombra

recisa con le forbici dal margine dei piedi,

staccata dalla suola delle scarpe,

afferrata con due dita a pinza

l'ho buttata nella cesta dei rifiuti,

al piovasco un rigagnolo la spingerà nel tombino,

mi passerò la mano sulla fronte

a cancellare un pensiero

e una rondine volerà oltre l'orizzonte.

Cavaliere di ghiaccio che ti sciogli

nella nebbia della città,

cuore inghiottito,

e mi si forma a partire dalle labbra

un viso di Madonna ridente.



                                                     ***


L'INCONTRO


Incappucciato, un occhio e una guancia celesti

e l'altro occhio di nera caligine

adesso ti riconosco:

uscito dal maniero dai vetri rotti,

conosco il tuo mantello bicolore

di pipistrello e d'agnello

e il tuo cuore scisso in due valve :

una era la mia culla

l'altra un laccio crudele, lo scudiscio

che mi lascia la traccia sulla pelle.



                                                 ***


DI NOTTE


Ci siamo amati di notte

facendo il caldo

sotto coperte di tempo

di stagioni che strillavano

ci ficcavano spilli nella pelle

gli istrici - capelli pungevano

ci siamo amati di notte

il buio aveva occhi spalancati.




                       Marina  Corona   da   Alfabeto morse di Novembre




martedì 18 ottobre 2022

POESIE PER MARINA ( Mariage d' amour )

 


" Addio, cara. Togliti l'anello, abbonati a una rivista di moda . E puoi sputare in faccia a chi prenderà il mio posto " . ( J. B. )





POESIE DEDICATE A MARINA BASMANOVA


Lo sai, al calare dell'oscurità,

cerco di stimare ad occhio,

calcolando il dolore su una linea retta,

lo spazio che ci separa.

E in qualche modo i numeri si sommano alle parole,

da dove si avvicinano a te

la confusione che parte dalla A,

la speranza che parte dalla B.

Due viaggiatori, stringendo ciascuno una torcia,

si muovono contemporaneamente nell'oscurità,

moltiplicando all'alba la separazione,

senza essersi neanche incontrati nella mente.



                                           ***


Io ero soltanto ciò

che tu sfioravi col palmo della mano,

su cui nella sorda, scura

notte chinavi la fronte.


Io ero soltanto ciò

che tu, in basso, percepivi:

un'incerta fisionomia all'inizio,

molto dopo - lineamenti.


Proprio tu, appassionata,

a destra, a sinistra

il padiglione auricolare,

sussurrando, creavi per me.


Proprio tu, tirando

la tenda, nella umida cavità

della mia bocca, mettesti la voce

che ti chiamava.


Io ero semplicemente cieco.

Tu, comparendo, nascondendoti,

mi donasti la vita.

Così lasciano impronte.


Così si creano i mondi.

Così, dopo averli fatti, spesso

li lasciano ruotare

elargendo doni.


Così buttiamo ora nel calore,

ora nel freddo, ora nella luce, ora nelle tenebre,

persa nell'universo

la sfera gira.



                                            ***


ELEGIA


Ancora adesso, ricordando la tua voce,

mi eccito.Cosa che, tuttavia, è naturale. Poiché le corde vocali

non si possono paragonare a un nudo muscolo, ai capelli, alle borse

sotto freddi occhi e non se le fanno sotto per il cedimento

delle cose con l'età. Preso fuori dalla carne, il suono

non si logora a causa dell'attrito

sull'aria rarefatta ma, miope, tra due mali

sceglie di solito il maggiore : la ripetizione

di quanto già detto. La testa sobria

vortica per questo fortemente a lungo nelle notti

proprio come un disco che consuma le parole,

e le dita impediscono l'un l'altra di estrarre l'ago

dalla tortuosità chiusa - come dando onore

all'ossessione in forma di scarsità del testo

a fronte dell'abbondanza della melodia. Sai, al mondo ci sono

cose, oggetti tra loro così saldamente

legati che, cercando di avere davvero

la nomea di madre ecc ecc, la natura

potrebbe fare ancora un passo e unirli

a due a due : il tum tum del fox trot

con una gonna di crespo di seta, la mosca e lo zucchero, noi

in ultima analisi. Cioè superare in rango

i risultati di Michurin. Il luccio già da  ora ha

scaglie del colore di una lattina,

del colore di una forchetta in mano. Ma la natura, ahimè, divide

più spesso che mescolare. E riduce più spesso

che aumentare; ricorda la dimensione delle bestie

nella selva del Pleistocene. Noi siamo solo parti

di un grande insieme da cui si dipana un filo

verso noi tipo cavo del telefono, restando

del dinosauro la semplice colonna vertebrale.

Ma non ho da chiamare

per suo mezzo da nessuna parte, eccetto come il giorno dopo,

dove risponderà solo un invalido - poiché

chi ha perduto un arto, la fidanzata, l'anima

è il prodotto dell'evoluzione. E comporre questo numero è per me

come uscire dall'acqua sull'asciutto.



                                           ***


Cara, oggi sono uscito di casa a sera tardi

a respirare l'aria fresca che spirava dall'oceano.

Il tramonto si spegneva sulla piccionaia come un ventaglio cinese

e una nuvola si alzava come il coperchio di un pianoforte da concerto.


Un quarto di secolo fa nutrivi una gran passione per il kebab e i datteri,

disegnavi a china sul block notes, canticchiavi,

ti divertivi con me; ma poi ti sei messa con un ingegnere-chimico

e, a giudicare dalle lettere, sei diventata straordinariamente stupida.


Ora ti vedono nelle chiese i provincia e nelle metropoli

nelle messe funebri di amici comuni, di quelle che vanno adesso in costante

successione; ed io sono felice che ci siano al mondo distanze più

inconcepibili di quelle fra te e me.


Non fraintendermi: alla tua voce, al corpo, al nome

non mi lega più nulla. Nessuno  li ha distrutti,

ma per dimenticare una vita ad un uomo è necessaria, come minimo,

ancora un'altra vita. E io ho compiuto questo destino.


Hai avuto anche tu fortuna : dove ancora, tranne forse le fotografie,

continuerai a vivere senza rughe, giovane, allegra, beffarda?

Poiché il tempo, scontratosi col ricordo, riconoscerà la sua impotenza.

Fumo nell'oscurità e aspiro il marciume della bassa marea.



                                        ***


" Tema di una poesia sull'amore può essere praticamente tutto quello che si vuole : i lineamenti della ragazza, un fiore tra i suoi capelli, il paesaggio dietro la sua casa, la corsa delle nuvole, il cielo stellato, un qualche oggetto inanimato. Può non avere nulla a che fare con la ragazza : può descrivere il dialogo fra due o più personaggi mitologici, un mazzo di fiori avvizziti, la neve su una banchina ferroviaria. Tuttavia i lettori sapranno di leggere una poesia ispirata dall'amore grazie all'intensità dell'attenzione che si presta a questo o a quell'altro dettaglio dell'universo. Giacché l'amore è l'atteggiamento nei confronti della realtà, normalmente di qualcuno mortale nei confronti di qualcosa di infinito. Da lì la necessità, dettata da questa intensità, dell'espressione verbale. Da lì la ricerca di una voce meno precaria della propria ".

    (  L' altra ego )



 Iosif Brodskij   da    Stichotvorenij i poèmy  ( Versi e poemi )




lunedì 17 ottobre 2022

FRA MUSICA E POESIA : PUSKIN & GLINKA

 


                                                   Non starò a rimpiangere le rose...




L' UVA


Non starò a rimpiangere le rose

appassite a una lieve primavera;

mi è cara anche l'uva sui tralci

a filari maturata su un pendio.

Bellezza della mia fertile valle,

gioia d'autunno dorato,

affusolato e diafano

come le dita di una tenera fanciulla.



                                                   ***


CHE T'IMPORTA DEL MIO NOME


Che t'importa del mio nome?

Esso morirà, come il triste rumore

dell'onda che batte contro una lontana riva,

come un suono notturno in un profondo bosco.


Esso, sul foglietto di un album

lascerà una morta traccia, simile

al ricamo di una iscrizione tombale

in una lingua sconosciuta.


Che c'è in questo nome? Da tempo dimenticato

nelle agitazioni nuove e ribelli,

alla tua anima esso non darà

puri, teneri ricordi.


Ma nel giorno della tristezza, nella quiete,

pronuncialo con nostalgia;

di' : c'è una memoria di me

c'è al mondo un cuore nel quale vivo...



                                            ***


TIMIDO INIZIO


Un voi vuoto con un tu caloroso

scambiava lei nel parlarmi

e suscitava nel cuore innamorato

i più bei sogni di felicità.

Davanti a lei sto in silenzio,

di distogliere gli occhi non ho forza

e le dico : - come siete cara -

e penso  - come ti amo.



                                     ***


TI AMAI


Ti amai, anche se forse

ancora non è spento del

tutto l'amore.

Ma se per te non è più tormento

voglio che nulla ti addolori.

Senza speranza, geloso,

ti ho amata nel silenzio e soffrivo;

teneramente ti ho amata come

- Dio voglia - un altro possa amarti.



                                            ***


RICORDO IL MAGICO ISTANTE


Ricordo il magico istante:

davanti m'eri apparsa tu

come fuggevole visione,

genio di limpida beltà.

Nei disperati miei tormenti,

nel chiasso delle vanità,

tenera udivo la tua voce,

sognavo i cari lineamenti.

Anni trascorsero. Bufere

gli antichi sogni poi travolsero,

scordai la tenera tua voce,

i tuoi sublimi lineamenti.


E in silenzio passavo i giorni

recluso nel vuoto grigiore.




           Aleksandr Puskin  da    Opere



domenica 16 ottobre 2022

LA TERRA DI RISULTA DI MIA

 


                                                            Pietà in questa notte altrui...




PIETA' DI NOI


Pietà di noi, pietà,

dell'erba che non cresce, pietà,

del tetto e la facciata, degli usci

senza chiave, pietà, dei nostri

ambienti vuoti, pietà del suono e

della luce, ancora spenti


pietà, di noi qua dentro, pietà,

con le finestre finte

pietà, dell'abitarci assente

del non poterci stare

pietà, pietà, pietà,

di noi in questa casa, pietà,

in questa notte altrui.



                                        ***


A BURIDANO *


Forse io non so scegliere

e potrei un giorno morirne,

sei tu ad affermarlo

e ne sembri convinto.

Rimarrei qui forse ad aspettare

che la scelta si compisse da sé,

sei tu ad insegnarlo

e non ne hai alcun dubbio,

e alla fine vincerebbe la fame

o una forma mortale di inedia,

sei tu a ricordarlo

lo ripeti e lo scrivi.

Ma che dire del violento tepore del fieno

nella notte o la mattina d'inverno;

che sai dirmi del suo folle profumo

a insinuarsi nel sonno più ottuso...

Su, prova a dirmi dell'urgente colore

che si strugge in quei due cumuli accesi

e non si può che toccare, annusare,

riguardare, riguardare

senza osare scegliere mai.



                                         ***


JAGDTROPHAE


La famiglia si è smembrata

ed è rimasta la mia testa

a sorprendere l'amore

in prospettiva inusitata,

a difendere la noia sorvegliare

l'ansia al cubo aspettare che

la luce faccia il giro dello

spazio e poi sparisca tutto

sotto sorvolato senza

il corpo e i suoi bisogni

senza voce a grugno aperto

la mia testa qui da sola.




                  Mia Lecomte   da  Terra di risulta



* A Giovanni Buridano, filosofo medioevale, è attribuito un paradosso secondo il quale, se un asino venisse costretto a scegliere tra due cumuli identici di fieno, nell'incertezza finirebbe per morire di fame.




sabato 15 ottobre 2022

POESIE DI ORTEN

 


                                           Chiedete alle rose di richiudersi in boccio...




Vi scrivo, Kàrina, e non so se siete viva,

se già non siete dove non c'è desiderio,

se intanto non è finita la vostra

                                           precaria età.

Siete morta? Chiedete dunque

                                          alla vostra pietra

di farsi lieve. Chiedete alle rose, signora,

di richiudersi in boccio. Chiedete

                                          al disgregarsi

di leggervi la lettera del mio

                                          disgregamento.

La morte tace al cospetto dei versi

                                          nei quali vengo a voi,

giovane così crudelmente e appena

                                          sul maturare

che nella mia giovinezza a un re

                                           mi fa somigliare

d'un perduto reame. Ma voi lo sapevate.



                                            ***


Il bosco sente, di notte, il tuo fruscìo, mia cara,

stormisci nella sua chioma e scorri giù dai suoi rami

con l'umido della rugiada; la tua mano silenziosa

fruga i nidi assonnati, tiepidi come il tuo grembo.


Sei tutta brividi, quando intoni ai fiumi

i miei versi, hai paura e un pudore ti arrossa

le spalle esili e i seni accosto ai quali aspetto

che tu me li porti alle labbra, umidi di parole.


Tu non sai, non sai forse ciò che è stato pronunciato,

tu non sai quante volte ho sospirato il tuo nome,

non sai che ti possiedo come il bosco, come l'ombra


che si allarga , e a te non presente mi avvicina.

Ah, mi sveglierò, riapriranno gli occhi i miei sogni,

con nuova gloria risorgerò dalla rovina.



                                            ***


DI CHI SONO?


Io sono dei piovaschi e delle siepi

e delle erbe chinate dalla pioggia

e della chiara canzone che non gorgheggia,

del desiderio che sta chiuso in lei.

Di chi sono?

Io sono di ogni piccola cosa smussata

che mai spigoli ha conosciuto,

dei piccoli animali che reclinano la testa,

sono della nuvola quando è straziata.

Di chi sono?

Io sono del timore che mi ha tenuto

con le sue trasparenti dita,

del coniglietto che in un giardino in penombra

esercita il suo fiuto.

Di chi sono?

Io sono dell'inverno ostile ai frutti

e della morte, se il tempo lo chieda;

io sono dell'amore di cui sbaglio la porta,

al posto di una mela ai vermi lasciato in preda.




                Jiri Orten  da  La  cosa chiamata poesia ( Trad. di G. Giudici

                  


IL LINGUAGGIO RAUCO DI VEGLIANTE





( Dentro di me è un animale selvaggio

che una volta fu ferito a morte

e non sopravvive, se sopravvivere può dirsi,

che proteggendosi, separandomi dai cari

esseri, viventi e scomparsi, o che vorrebbero

diventarlo  - suppongo -, ma non si può

far ragionare il piccolo solitario,

supplire al torto prima delle parole.


Prima è una parola illusoria, non conduce a

nient'altro che a condurre i nostri passi al niente

quando non ci si ritrova sotto al vento

dell'approdo, la corrente buona che ti tiene

dritto all'erta, pronto a raccogliere

a mordere a baciare quest'ombra di bellezza ).



                                        ***


ESPERIENZE

( Esperienza del niente )


C'è questo silenzio, c'è tutto quello

che scriviamo come elusione distratta

di ciò che un tempo ci ha spinti a dire,

a scegliere questa parentesi dove sussiste

ciò che sei, che vibra in dispersa voce.




 ( Esperienza, esfoliazione )


Cadono le foglie, cadono i capelli, le maschere

e noialtri presto cadremo, così

numerosi che mai avremmo creduto che tanti

ne avesse disfatti colei che non ha occhi

per piangere sulle nostre spoglie di cipolla, la camusa.



                                            ***


TERMINUS POST


Ti ricordi quelle sere di quasi primavera

cielo profondo in cui contemplavamo Venere

trionfante e fredda lontano dai nostri virus

la cui paura già ci lasciava vacillanti?

Ora che il mondo intero si stravolge

e rifiuta di fare finta ancora

di poter ricominciare tutto come prima,

dalle nuvole chiniamo gli occhi all' humus.


Era, dopo, un sogno sotto le palpebre,

orizzonte nascosto dietro volti

di cari esseri desiderosi di tornare alla terra,

progetto di feste d'amore e di viaggi...

Ricordi queste parole di un solitario :

siamo tutti vapore di una stessa nube.


             (Inedita, 20 Marzo 2020 )



                                              ***


Tutto ciò che puoi scrivere è cancellato

dal crepuscolo che scende su di noi

tra i vani conciliaboli degli ospiti

di questo albergo per cui nessuno ha chiave.

Ma la straziante dolcezza del fogliame.



                                          ***


ABITARE L'INVISIBILE


Se a lungo ascolti

i piccoli rumori emessi dalla casa

un fruscìo basso

continuo sottostante

ti consegnerà al mondo ripudiato.



                                           ***


DOPO


Anche stamani, Dio, Grande

Madre, o chi altro, Coniglio

scuoiato, Vi supplico

di dimenticarvi di noi - trascurabili

e stanchi di subire, di contemplare

l'inutile bellezza, di provare

dolore, non avete di meglio

da fare -

              tra di voi nella corte del cielo?




                  Jean - Charles Vegliante  da   Rauco in noi un linguaggio ( Trad. di M. Lecomte )



venerdì 14 ottobre 2022

UN AMORE DIVERSO

 


                                              Finestre azzurre per far entrare gli uccelli...




NELLA PROSSIMA VITA


Avremo una porta bianca da chiuderci alle spalle

finestre azzurre per far entrare gli uccelli

legna odorosa per accendere il fuoco nel camino di pietra

trasparente acqua calda nella vasca rossa.


Avrò cura di te e mi sentirò al sicuro; impasterò il pane

mentre dipingerai, mi disseterò quando scriverò

il faggio del pavimento sosterrà i nostri passi

colori audaci e parole tonde ci proteggeranno dal freddo.


A ogni risveglio affonderemo le mani nella carne. Nella terra

faremo l'amore d'estate, leggeremo lo stesso libro in inverno,

salteremo nel blu attraverso le pareti, oltre il soffitto

sogneremo bambini verdi da cullare sul prato fiorito.




                         Sheila  Moscatelli    Inedito



giovedì 13 ottobre 2022

LO SCRITTORE AMERICANO E LA RAGAZZA PERBENE 1

 




(...) Nelson Algren, questo grande scrittore americano è famoso nel mondo per due ragioni di gran lunga inferiori alla sua eccezionale qualità letteraria: per la sua storia d'amore con Simone de Beauvoir e per il film ricavato dal suo romanzo The Man with the Golden Arm. Della sua decina di libri rimasti nel silenzio degli specialisti, delle esperienze drammatiche, delle amarezze frustranti e della fine più tragica di qualsiasi suo racconto si è parlato poco, con un'ingiustizia letteraria e umana che non ha tenuto conto di quanta parte ha avuto nella formazione della Scuola di Chicago e della cosiddetta " narrativa proletaria " e di quanto ha inciso nel costume dell'inquieto dopoguerra d' America.

La Beauvoir cercò Algren su suggerimento di  Mary Guggenheim ( amante innamorata di Nelson Algren ) e gli telefonò una sera del febbraio 1947. Lei sulla quarantina, molto bella ed elegante e soprattutto piena di energia. Nelson Algren alto, magro, biondo, attraente e circondato dalla sua reputazione di poeta maledetto mescolata a quella di sociologo comunista fanatico. L' incontro divenne una grossa storia d'amore che la Beauvoir ebbe cura di reclamizzare fino a raccontarla nel romanzo Les Mandarins. Cominciò il giorno stesso dell'incontro: Algren l'accompagnò a vedere la Bowery di Chicago ( la Beauvoir ne approfittò per scrivere un articolo), entrarono in un bar con un minuscolo gruppo di orchestranti e guardarono vecchi diseredati brutti, ubriachi, finiti, ballare con gioia; poi la fece camminare con la sola meta di mostrarle " il pilastro di povertà su cui si basa la società americana" e poi la riportò a casa a riposare e senza indugi fecero l'amore. Da lì in poi furono sempre in contatto e fu durante un viaggio a New York che frequentarono l'alta società letteraria, ma soprattutto passarono giorni e notti nella camera d'albergo di Nelson. I due avevano molte affinità sia in politica che in letteratura e lo scrittore faceva volentieri da Pigmalione americano alla raffinata scrittrice francese, che fu travolta dall'erotismo appassionato, dalla tenerezza e dalla fantasia del giovane amante, accettando da lui un anello nuziale che non si tolse mai più dal dito. 

Nelson continuava a chiedere alla Beauvoir di vivere con lui, del tutto ignaro del problema di Sartre, che in qualche modo però esplose quando il " maitre à penser" le scrisse che " la sua ragazza era partita " e dunque lei doveva rientrare prima del previsto: la scrittrice inventò per Algren una certa sceneggiatura che doveva scrivere con Sartre, ma questi cominciò a sospettare qualcosa e, sentendosi tradito, partì senza perdonarle il fatto che, mentre lui aveva interrotto il suo lavoro per lei, lei non era disposta a fare altrettanto. Nonostante tutto però le chiese di sposarlo, e il rifiuto della Beauvoir gettò su di lei definitivamente tutte le responsabilità del loro disastro. Quando Simone partì, non programmarono nessun successivo incontro. Da quel momento la Beauvoir cominciò a bombardarlo di lettere proponendogli una visita, ma Algren la respinse (...)




         Fernanda Pivano  da   Lo scrittore americano e la ragazza per bene ( Storia di un amore : Nelson Algren e Simone de Beauvoir )




LO SCRITTORE AMERICANO E LA RAGAZZA PER BENE 2

 

(...) Sempre più deciso a staccarsi da lei, se ne andò a Chicago a giocare a poker e quando ritornò le disse che aveva in mente di risposare Amanda ( sua precedente moglie, n.d.r ). Fu una Beauvoir disperata quella che Algren accompagnò all'aeroporto dopo aver perso tutti i contanti che aveva. Le disse addio, ma prima che l'aereo partisse le mandò un mazzo di fiori rossi in ricordo di antichi tempi. Ma la scrittrice riuscì successivamente a farsi invitare ancora una volta, scrivendogli che non aveva smesso di amarlo. Si lasciarono dopo essere rimasti ore senza parlare, e quando la Beauvoir gli disse che almeno li univa una vera amicizia, Nelson Algren rispose senza grazia : " Non è amicizia .Io non ti potrò mai offrire niente meno di amore ". La Beauvoir continuò a scrivergli lettere appassionate, ma Algren le concluse scrivendole tra l'altro : " La delusione che ho provato tre anni fa, quando ho cominciato a capire che la tua vita apparteneva a Parigi e a Sartre, è ormai antica e si è smussata. Quello che ho cercato di fare da allora è stato riprendermi la mia vita". Continuarono a scriversi per anni, ma lo scrittore non smise mai il suo risentimento finché, nell'agosto 1952 gli arrivò l'ultimo colpo di Simone che gli raccontò del suo nuovo amore col giovane Claude Lanzmann, futuro autore del film sull' Olocausto  Shoah.

La Beauvoir era stata una parte importante nella vita di Nelson Algren per più di diciassette anni e fu per lui drammatico troncare il loro rapporto: dopo la primavera del 1965 non si videro e non si scrissero più e da lì cominciò anche la sua decadenza professionale.

Nel febbraio 1980 Algren seppe che era stato nominato membro dell' Accademia americana di arti e lettere e quando un giornalista andò a casa sua per intervistarlo, vide che aveva uno scatolone di latta che conteneva le trecento lettere d'amore della Beauvoir. Lo scrittore gli  disse che siccome la signora aveva pubblicato alcune delle sue lettere, lui aveva intenzione di vendere all'asta le sue. Gli disse : " Se metà della corrispondenza è resa pubblica, allora può essere resa pubblica anche l'altra metà. Del resto non hanno più un valore sentimentale per me ".  (...)




         Fernanda Pivano  da  Lo scrittore americano e la ragazza perbene ( Storia di un amore: Nelson Algren e Simone de Beauvoir )  



LO SCRITTORE AMERICANO E LA RAGAZZA PERBENE 3

 

Martedì 2 Luglio 1947


(...)  Tu dici che all'inizio  non sapevi con chi avevi a che fare. Io nemmeno, non avevo mai sentito parlare di te ed è la cosa più strana nella nostra storia. Sapevo certo che mi attraevi quando ho lasciato Chicago per la prima volta, ma nulla su chi eri. Sono arrivata a Chicago sfinita dalle discussioni, esasperata da tutta quell'esistenza astratta che avevo conosciuto a New York e desiderosa di non sentirmi più che una donna nel cuore di un " uomo perbene". Avevo sentito che ai tuoi occhi- appunto - ero una donna, e questo mi era piaciuto perché mi piacevi. Ma che cosa sarebbe successo esattamente? Sarei stata attratta da te come la prima volta? E' per questo che ho voluto prendere una camera  d' hotel. E poi nel corso della giornata mi hai sedotto, quando mi hai baciata mi è piaciuto e sono stata felice di dormire con te. E' solo il giorno dopo che ho fatto veramente conoscenza con te; dapprima sono stata sensibile al modo in cui mi amavi, poi ti ho amato tout court. Oggi ho l'impressione di conoscerti da molto tempo, che siamo stati amici per tutta la nostra vita, sebbene il nostro amore sia così nuovo. Mio caro, notte e giorno mi sento avvolta dal tuo amore, che mi protegge da ogni male: quando fa caldo mi rinfresca, quando soffia il vento freddo mi riscalda. Finché mi amerai non invecchierò mai, non morirò. Quando immagino le tue braccia intorno a me, sento la scossa di cui mi parlavi, e tutto il corpo ne resta indolenzito. (...)



                                     Simone



LO SCRITTORE AMERICANO E LA RAGAZZA PERBENE 4


Ramatuelle, 19 Aprile 1948


(...) Marito mio.Non mi aspettavo la lettera di questo pomeriggio, la posta arriva sempre più velocemente. Qui sole, vita tranquilla, piacevole in questo magnifico paese dove ti aspetto, dove mi avvicino a te. Non sono mai stata così felice da quando ho lasciato la nostra casa, sono felice da sveglia, felice quando dormo, felice quando cammino tra i rovi, felice quando leggo parole americane, quando scrivo il mio libro, quando mi crogiolo al sole: ti amo.

Questa donna che è andata a letto con tanti uomini senza averne mai amato uno solo veramente, non può nemmeno concepire che vi sia differenza tra l'amore e il letto. Voglio dire che per lei l'amore fisico non può avere alcun rapporto con il cuore, l'anima, il cervello, con l'amore tout court, l'amore completo. Per lei, l'accoppiamento arriva così raramente a procurare piacere alla donna, che uomini e donne si odiano cordialmente quando lo fanno. Capisco che cosa vuol dire. Per una donna dev'essere disgustoso andare a letto con qualcuno senza neppure un briciolo di amicizia, solo per soldi o per divertirsi. Avrei voluto spiegarle che in compenso si può amare un uomo quando si va a letto con lui, amarlo col cuore perché si è felici fisicamente, e amarlo fisicamente quanto più il corpo si identifica col cuore. Con te, tra il piacere e l'amore, io non ho mai sentito differenza, non più che tra il mio corpo e il mio spirito. E' una donna completa che ti desidera. Non sono più nient'altro - ormai - che questo ardente, fiero, impaziente e felice desiderio di te.



                                   La tua Simone


 

LO SCRITTORE AMERICANO E LA RAGAZZA PERBENE 5

 

8 Agosto 1948


(...) Molto presto Sartre ed io ci legammo l'un l'altro, io avevo 22 anni e lui 25, io gli davo con entusiasmo la mia vita e me stessa. Fu il primo uomo con il quale sono andata a letto e nessuno prima mi aveva neanche baciata. Da molto tempo le nostre esistenze si confondono, e ti ho già detto a qual punto sono legata a lui, da un amore che tuttavia si avvicina piuttosto a una fraternità assoluta - sessualmente, non è stata una gran riuscita, essenzialmente a causa sua: non è appassionato per il sesso. E' un uomo caloroso, vivo, in tutto salvo che a letto. Me ne accorsi subito malgrado la mia mancanza di esperienza e a poco a poco ci sembrò inutile, se non addirittura indecente, continuare a dormire insieme. Rinunciammo, dopo circa otto o dieci anni poco coronati da successi in questo campo. E' allora che apparve Bost, giovane e bello, dieci anni fa. Molto più giovane di me, era stato allievo di Sartre, che l'amava enormemente. Adoravo camminare con lui - d'estate- in montagna. Ebbe una storia con una mia amica russa, e alla fine la sposò, anche se la nostra intimità con entrambi non si interruppe mai. Era una relazione piacevole, non passionale, un sentimento senza gelosie né menzogne, una grande amicizia e insieme un'immensa tenerezza. A parte Sartre e Bost, tre volte nella mia vita ho passato una sola notte con degli uomini,  degli amici che conoscevo già e che mi attraevano benchè non ci fosse alcuna possibilità di allacciare un vero legame con essi. Quando tornai a vederti a Chicago, prevedevo un'avventura di questo genere: tu mi piacevi e avremmo potuto condividere giorni piacevoli. E' per questo che dico che mi hai preso in trappola. Non mi aspettavo assolutamente un amore, non pensavo di essere sedotta e tu! tu mi hai fatta innamorare di te, ritornare a Chicago e amarti sempre di più. Tu capisci, ora, che avevo l'obbligo di parlarne con Bost, anche se questo fu un po' la morte di qualcosa.

Tutto questo, Nelson, non è che un altro modo per dirti che tra le tue braccia ho conosciuto un amore vero, totale, l'amore in cui il cuore, l'anima e il corpo sono una cosa sola. Non c'erano bei ragazzi l'anno scorso, non ce ne saranno quest'anno, non ce ne saranno mai più, credo.  

Arrivederci, Nelson, parlarti mi ha sollevato. Bacio le tue labbra in sogno.



                                   Tua  Simone




    Fernanda Pivano  da   Lo scrittore americano e la ragazza perbene ( Storia di un amore : Nelson Algren e Simone de Beauvoir )



martedì 11 ottobre 2022

IL PADRE NOSTRO DI ALESSANDRO 1

 


                                                           Liberaci dal male, Domine...


"Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro : " Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose : " Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse : " Pasci i miei agnelli ".

(...)

Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse : " Mi vuoi bene )" e gli disse : " Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene ", Gli rispose Gesù: " Pasci le mie pecore."

 ( Dal Vangelo di Giovanni )





PIETRO E L'AMORE CHE LIBERA



" Avrei voluto che non finisse mai, avrei voluto durasse in eterno. Fino a quel momento, l'istante esatto in cui ebbi paura. Gesù alzò lo sguardo e guardò Pietro negli occhi. Non erano di tenerezza i suoi occhi, né di dolcezza. Erano gli stessi che avevo visto quando si confrontava con il demonio, occhi acuminati e sicuri, taglienti. Non  credere a chi ti racconta della sua apparizione sulle rive del lago con la morbidezza di un amplesso: l'incontro con il Vivente non è mai una carezza. Unicamente il lessico era d'amore, il resto fu un esorcismo. Pietro doveva decidere di farsi liberare oppure no. E quel giorno Pietro rischiò di morire, e forse anche noi con Lui.



                                            ***


" Liberaci dal male ", masticavo tra me e me mentre avrei voluto che Gesù lasciasse la presa. Perché insisteva? Perché assaliva Pietro? Come l'angelo con Giacobbe : parlavano d'amore, ma in realtà lottavano. Pietro non si meritava questa prova, poteva morire. Era troppo dura. " Liberaci dal male", ripetevo tra me e me, ma in quel momento ho avuto paura di credere che il male fosse Lui stesso, quel Vivente che non ci lasciava in pace, quel Risorto che non ci permetteva di elaborare il lutto da soli, di quell'innamorato tradito che tornava a infilzare il cuore del traditore con la domanda più perversa  e pericolosa : mi ami?



                                                 ***


Ringraziai di non essere stato il prescelto: cosa avrei potuto rispondere? Che non lo sapevo più, che non sapevo cosa volesse dire amarlo, che comunque ero scappato e che ho fatto quello che potevo. Che non poteva umiliarmi con quella domanda. Cosa ne sapevo io dell'amore? Ricordo di aver pensato di odiare quel Maestro che ci aveva rapito dalla tranquillità delle nostre vita e non ci lasciava andare nemmeno da morto. Che ci perdonasse e basta, oppure ci dimenticasse. Ma perché pretendere da Pietro una risposta? Per fortuna non scelse me, non sarei stato pronto. E forse non lo sarei neppure ora.



                                             ***

Pietro dimostrò una forza che mi lasciò senza parole. Alla prima domanda del Maestro, a quella pretesa d'amore, io avrei solo giurato che sì, certo che lo amavo, e che può succedere di sbagliare, ma l'amore, quello rimane... Pietro invece fece una cosa enorme e così iniziai a capire cosa significa davvero farsi liberare dal male. Si inizia come Pietro: smettendo di fidarsi solo di sé. " Tu lo sai, gli disse ". Pietro in quel momento smise di appoggiarsi sulle proprie forze soltanto e coinvolse il Risorto: decidi tu se sono degno d'amore. E tutti ammutolirono.



                                           ***

Pietro stava uscendo da sé, non contava più sulle proprie forze soltanto. Dal male ci si libera confidando in un amore più grande. E' difficilissimo, vedi? Significa cedere, comprendere che nessuno si salva da solo, che per quanti sforzi tu faccia, per quanta passione ci metta, per quanta santità e amore tu creda di possedere, sarà sempre e solo l'atto d'amore di un altro a salvarti la vita. " Tu lo sai", disse Pietro.  Tu lo vuoi? E allora liberami.



                                            



                  Alessandro Dehò  da   Padre Nostro



IL PADRE NOSTRO DI ALESSANDRO 2

 

" Pasci i miei agnelli " e poteva finire lì, poteva bastare. Ci si libera dal male uscendo da se stessi e prendendosi cura di un pezzo di mondo che non è nostro, perché è solo Suo. Ci si libera dal male comprendendo che è male legare a sé le persone, usarle anche a fin di bene, trattarle come un possesso. Poteva finire lì, tutti abbiamo sperato che finisse lì, ma il Risorto non si accontentò.



                                               ***


Forse anche Pietro credeva che il Maestro si sarebbe fermato. Invece insistette, come in una specie di tortura : " Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Stava scavando, ecco quello che stava facendo quell'uomo seduto sulla riva sassosa di un lago; quell'uomo ancora vivo non si accontentava. La risposta all'amore ha radici profonde, bisogna scendere in profondità, andare lontano. Liberarsi dal male significa andare a pacificarsi con i padri, con Giovanni e con tutti gli altri che hanno provato ad amarci e l'hanno fatto come hanno potuto. Bisogna andarci, abbracciare le radici, perdonare, giustificare. Era come scendere in un abisso senza la sicurezza di poter riemergere. Ci si giocava tutto. Si giocava tutto in uno sguardo. Se Pietro si fosse sentito umiliato, avrebbe ceduto. Nessuno sapeva: Pietro avrebbe retto quella discesa agli inferi? Avrebbe retto di lasciarsi toccare così in profondità? Avrebbe riconosciuto misericordia in quelle domande che sembravano spietate? Avrebbe perdonato i propri padri? Ma solo così ci si libera dal male, scendendo e impedendo alle radici di infestarsi con i detriti del passato. Era un atto coraggioso quello di Cristo con Pietro, era un itinerario di liberazione profonda.



                                             ***


Pietro scendeva, ma trascinava con sé anche il Maestro. Io avevo paura: vedevo due uomini che sprofondavano insieme. L' amore è rischioso : ci si può perdere. Io avevo paura di perdere entrambi: potevano rimanere sepolti per sempre. Eppure nessuno dei due lasciava la presa, precipitavano nel cuore di tenebra dell'uomo. Questo è credere, non altro. Serve coraggio per farsi liberare dal male. Serve il coraggio di rischiare di morire.



                                                 ***

Fu Pietro a sfinirsi, rattristandosi in volto. La terza richiesta era l'ultima e lui, come in apnea, lui che si era appena tuffato in mare senza sapere in che gorgo sarebbe stato trascinato di lì a poco, disse : " Tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene". Tu sai tutto, ma adesso - ti prego - riportami in superficie. Dipende solo da te, da te che sai tutto. Se vuoi, io ci sono. Tu sai tutto, sai anche che dal male non ci si libera una volta per sempre; sai che sbaglierò ancora, sai che ti tradirò ancora: tu sai tutto, tutto di me. Se vuoi amarmi, se vuoi salvarmi, è solo una tua scelta. Dipende solo da te. Io da me non posso fare nulla. Mi arrendo all'amore, non posso far altro.



                                               ***


Pietro scese agli inferi di se stesso e comprese che non aveva altra scelta. Ormai Cristo era carne della sua carne, corpo di Cristo. " Puoi chiedermi se ti amo all'infinito, ma lo sai solo tu. Io so che posso decidere tutto di me, ma non posso decidere di dimenticarti. In me sei come un tumore, sei metastasi, sei ossessione, sei condanna, ma ti amo. E sento che non mi abbandoni. Il dubbio che tu mi abbia rovinato la vita rimarrà fino a quando non ti vedrò faccia a faccia; ma cosa vuoi che ti dica? Se questo sia amore, solo tu puoi saperlo. Io sono in mano tua, fai di me ciò che vuoi, ma sappi che se mi lasci, io muoio, dipende date. Solo tu puoi liberarmi dal male. E l'unico male che vedo e che mi fa paura è la tua assenza".





                          Alessandro Dehò  da    Padre Nostro




domenica 9 ottobre 2022

TUTTO IL POETICO DI EMILY



                                                             

                                                           Lunghe le notti e brevi i giorni...




Cadano le foglie cadano muoiano i fiori

lunghe le notti e brevi i giorni

mi parla di felicità ogni foglia

fluttuando dagli alberi d'autunno

sorriderò quando ghirlande di neve

fioriranno dove un tempo era la rosa

canterò quando una notte morente

incalza un più tetro giorno.



                                             ***


AGOSTO 1837


Il sole è tramontato la lunga ombra dell'erba

oscilla tetramente al vento della sera

e l'uccello ha lasciato la vecchia pietra grigia

e ha cercato il caldo rifugio di un nido.


Nel solitario orizzonte che mi circonda

non vedo immagini non odo alcun suono

se non il soffio del vento lontano

che sospira sul mare d'erica.



                                         ***


La notte intorno a me si oscura

i venti soffiano con gelido furore

ma un sortilegio mi ha cinto di catene

e io non posso, non posso andare.


Gli alberi smisurati inclinano

i rami spogli carichi di neve

la tempesta discende a precipizio

e io non posso andare.


Nuvole sopra nuvole nei cieli

deserti oltre deserti sulla terra;

ma non vi è orrore che mi possa muovere

io non voglio, io non posso andare.



                                         ***


Sera, perché la tua luce è così triste?

l'ultimo raggio così freddo?

Ssst, noi sorridiamo con la stessa allegria

ma il tuo cuore sta diventando vecchio.



                              Emily Bronte   da   Poesie ( Trad. di A.L. Zazo )

               


sabato 8 ottobre 2022

QUANDO I PRESIDENTI CHIEDEVANO SCUSA

 


                                                                       Boris  Eltsin




Gli anni Novanta furono terribili per la Russia: la popolazione si impoverì e il Paese perse il suo status di potenza mondiale. Boris Eltsin rimase presidente per tutto il decennio e benché fosse probabilmente un democratico sincero, fu del tutto incapace di guidare il Paese nel momento più difficile, anche a causa del degrado progressivo delle sue condizioni di salute e della corruzione della sua famiglia e del suo entourage. In quel decennio nacque la classe dei cosiddetti " oligarchi", cioè imprenditori che, approfittando della crisi economica, della corruzione e della completa dismissione dello Stato, accumularono enormi ricchezze e ampio potere politico. Nel 1995 in particolare, Eltsin mise in atto lo schema noto in inglese come " loans for chares", cioè" presti in cambio in cambio di azioni ". Secondo questo schema gli oligarchi investirono somme estremamente modeste per sostenere i bilanci dello Stato che andava in bancarotta ( e per finanziare la rielezione di Eltsin nel 1996 ), e in cambio ricevettero la proprietà di alcune delle più importanti aziende pubbliche del Paese.

I biografi  del presidente concordano sul fatto che, con la fine del secondo mandato presidenziale, Eltsin e la sua famiglia ( che in russo era nota ai tempi come " La Famiglia ) stessero cercando un sostituto che potesse garantire i loro interessi economici  e il loro status. In quegli anni - peraltro - furono avviate varie inchieste giudiziarie contro la presunta corruzione del presidente e di vari membri della Famiglia. In ogni caso, tra il 1997 e il 1998 , gli oligarchi e la Famiglia si convinsero che Putin, un burocrate ( apparentemente ) malleabile, sarebbe stata la persona adatta per sostituire Eltsin.

E Putin si trovò così la strada spianata per la presidenza. Nell'agosto 1999. Eltsin nominò Putin ( fino ad allora un perfetto sconosciuto ) Primo Ministro e aggiunse che lo considerava suo successore designato.

Il resto della storia, dal 2000 ai giorni nostri, è cosa nota.


                                         ***


" Voglio chiedervi perdono. Per i sogni che non si sono avverati e per le cose che sembravano facili ma che si sono rivelate terribilmente difficili. Sto chiedendo il vostro perdono per aver fallito nel sostenere le speranze di coloro che hanno creduto in me quando dicevo che saremmo passati dal grigio, stagnante passato totalitario a un futuro luminoso, prospero e civilizzato. Ho creduto in quel sogno. Ho creduto che avremmo superato l'ostacolo con un solo salto. Non ci siamo riusciti. In alcune cose sono stato ingenuo, e i problemi si sono rivelati molto più grandi di quanto pensassimo. Abbiamo avanzato tra errori e fallimenti. Molte persone sono state devastate da questi tempi di sconvolgimenti.

Voglio che sappiate - non l'ho mai detto prima, e voglio dirlo adesso - che il dolore di ciascuno di voi è stato il mio dolore, il dolore del mio cuore. Ho trascorso notti insonni agitandomi a pensare cosa poteva essere fatto per rendere la vita più facile alle persone, anche di poco.

Ora me ne vado. Ho fatto tutto ciò che ho potuto."



                 Dal discorso delle dimissioni del Presidente Eltsin al popolo russo nel Dicembre 1999.

Fu l'ultima volta che un leader russo chiese scusa in questo modo.



                                       (  f  )