lunedì 19 aprile 2021

LA COMPLICITA' DEL PLURALE

 


                                    V. Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità




" Tra le tante scritture poetiche nei dintorni della figura paterna emerse in questo tempo, " La complicità del plurale" si distingue proprio per la pluralità interpretativa e per sovrapponibilità delle esperienze; per la capacità dell'autore di parlare di sé, della propria esperienza agendo nel contempo immagini e suggestioni che avvengono in nome di tutti. Non è talento indifferente, se collegato alla domanda d'esordio: sì, Marco, questa scrittura valeva assolutamente l'accedere e assolutamente vale  l'essere condivisa e letta". ( Dalla prefazione di Augusto  Pivanti ).





Scegliere la bontà e l'accortezza

di appuntarsi la morte

all'inizio della vita ( portiamo al polso

il conto alla rovescia da compiere).

Segnarla sopra un foglio piegato

tenerlo con noi nel portafoglio

sopportare la temperatura dell'energia

consumarla fino alla sorpresa, nudi

del vento che sfoglia.



                                                  ***


D'improvviso, mentre cammino,

mi accorgo di non avere la tua firma.

E' un passaggio della mente

senza preavviso

perché tu capiti e abiti.


Inconsapevole il passo rallenta

cercando nella memoria un foglietto

un appunto conservato che porti

quel tratto elegante delle linee

l'alternanza di curve e spigoli

a definire un profilo che non trovo.


D'improvviso, mentre cammino,

mi accorgo di non avere

il tuo nome

scritto da te. Scrivere

è il verbo che ti perde.



                                                ***


Ci pensavi alla morte

mentre guardavi il giardino rimasto

al di là dal vetro? Aveva conosciuto

le tue mani, i nodi del lavoro.

Da settimane metteva arbusti irregolari

una spina incontrollata; osa di più

prendere l'aiuola che sembra cercare

come un figlio distante

le cure di una zappa o una parola

per un pensiero da dissodare.



                                                 ***


Spostando dall'angolo

un mobile mai rimosso

sollevando d'aria residui lievi

impigliata in una piuma

per caso una mosca vuota:

involucro d'ali e corpo senza peso.

Viscere perse, riverberi fiacchi

luce che passa e scompone.


La casualità di un angolo e l'ingombro

di un mobile: nessuna tomba o lapide

solo una silenziosa noncuranza

della morte per la vita.



                                            ***


Ora ti metto un po' da parte

i verbi un po' da parte. Ora

sembra che certi posti parlino meno

come una distrazione della mente

odori andati e suoni

una trasparenza nei colori.


Sei stanco ora, siamo stanchi


lasciamo stare ogni cosa.




                     Marco Bellini    da    La complicità del plurale



domenica 18 aprile 2021

LA LUNA NEGLI OCCHI ... ovvero ... AMARSI UN PO'



 

"Il lago - qui- è calmo stanotte. Quella volta che venimmo insieme era arruffato dal vento."   da  Géneve  -  La luna negli occhi  





FILO


Sei apparsa e subito fuggita,

improvvisa e magica.

Ti aspetto nell'angolo dell'incredulità.

Quale amore senza dolore?

Vorrei tu non sapessi più gioire

senza questo filo che ti lancio da lontano.


Dopo l'ebbrezza dell'eroismo

come rassegnarsi alla banalità?

Vieni, inventiamo un'altra scena,

per rinascere uniti.



                              Ottavio  Rossani   da   La luna negli occhi


 

LE PAURE DELL'AMORE

 



                                "Quando sentiamo il bisogno di un abbraccio,

                   dobbiamo correre il rischio di chiederlo."



                               Emily  Dickinson



SOMIGLIANZE DI FAMIGLIA

 


                                                      Fernando Botero - La famiglia





ESSI


Essi, loro i pronomi della lontananza,

della distanza, della genealogia, della progenitura,

gli antenati, gli specchi evocabili,

avi, trisavoli,

siamo noi i loro fantasmi possibili,

noi evocati dall'anteriorità, noi

posteriori, prodotti ultimi e provvisori.

Essi, loro, i bisnonni ci chiamano al mondo

col loro casuale intreccio

di matrimoni, partenze, stanzialità.

Una danza onomastica ha variato

le doppie nei cognomi

per identità affidate all'udito dell'ufficio anagrafe.


Noi, discendenti imprevedibili.



                                         ***


VOI


E i tuoi genitori ?

Prevengo qui una domanda

che ad un certo punto potrebbe

rivolgermi il lettore come io

l'ho rivolta a me sistemando queste carte


cioè trascrivendo il quadernetto

nero dove sta scritto , in tedesco,

sul frontespizio una data - da agosto 1017 -

e una parola , Familienabolichkeiten

( somiglianze di famiglia )

e dove un VOI ricorrente nelle pagine

era destinato - originariamente -

a indicare voi, i miei genitori.


Dialogare con voi su carta

è più  difficile che investigare gli avi,

navi di carta nei ritratti appesi

in color seppia, più agevole

rivolgermi loro piuttosto che a voi,

che potete chiedermi conto o chiarimento.

Non so, mi verrebbe da dire

che troppo passato ci ingolfa

ancora gli abbracci

e che mi dispiace di non riuscire

a restituirvi tutto l'aiuto

che mi avete dato.



                                           ***


IL DOVERE DELLA DISCONTINUITA'


Si apre per noi, Sara,

col tuo arrivo, la possibilità

- o almeno il tentativo doveroso -

di non tramandare 

gli sbagli, i vizi, i tratti, i tic

che noi riconosciamo

essere stati i batteri delle nostre famiglie.

Tu ci dirai - può darsi - dopodomani,

che nuovi inciampi, originali,

nuove colonie infettive

saremo capaci di produrre,

amandoti,

ma intanto oggi

siamo consapevoli

che questo ti dobbiamo:

fermare i virus silenti

che viaggiano indisturbati e volentieri,

lungo gli alberi genealogici

( ansie, paure, ipocondrie,

pessimismi, sfiducie,

infelici meditazioni sul Sé 

e sul Mondo, scetticismi vari...)

Compito nostro

è l'essere antibiotici

e setaccio di famiglie:

ri- tramandarti il Bene

fermando la coazione al peggio.



            Matteo Pelliti   da     Somiglianze di famiglia




sabato 17 aprile 2021

LA RAGIONE DELLA POLVERE ( Due tramonti )

 


                                                          Addio, è un dirsi sottovoce...




E' qui che si spezza e frantuma l'attesa,

è qui che si fa livido e incerto

anche l'incanto, il senso della fine.


Nel tornare della rondine a primavera,

nel desiderio dei miei occhi,

nella danza di un nuovo aprile.


Tutto ciò che vive soffre,

un grido di rabbia e d'amore.



                                               ***


Andiamo  da sempre verso un luogo

senza tempo e senza nome;

l'ora muta della sera avvolge

in un sudario i nostri volti

e ciò che di noi rimane.



                                               ***


Scorrono in te sorgenti,

brevi istanti di vita che

torna e non muta.


Ho osservato inerme il morire,

l'inesorabile farsi polvere

e svanire di tutte le cose.



                                            ***


Misura della dimenticanza

contro il tempo breve

della memoria:

tutto è così sfocato

e lontano, un esistere che

a nessuno appartiene.


Tu sei la nave, il navigante e il mare,

in questo cielo deserto

che non sappiamo guardare.



                                                 ***


Addio, è un dirsi sottovoce

anche grazie  per le piccole cose

che abbiamo dimenticato

di benedire quando ancora

eravamo vicini.




                        Luca Pizzolitto   da   La ragione della polvere



UNA MATTINA

 


                                       Il mattino corrisponde alla parola che lo chiama...




Cavo la certezza di una tua quieta volontà -

grande valle luminosa.


Gli ulivi crescono come mani

fino alla piega dei rami.

I  tronchi invecchiano sereni.

L'erba è mangiata dai cani.


Senza pretese si aprono i fiori,

sono bianchi e gialli, toccati dal viola.

Il mattino corrisponde alla parola che lo chiama.


Apri anche tu gli occhi insieme alla valle.

Occhi che mi ricordano.




                          Lucia  Brandoli     Inedito



DI TU IN NOI

 


                                                        E il limite era di vele. Azzurro...




Ti tengo

nell'entroterra dell'anima

in un respiro di due sillabe


nel silenzio che fanno gli occhi

quando spalancati sentono

quel perdersi bello

nel nulla del passo.



                                           ***


Quel mio ritornare a te

da tutte le strade

per sottrarci da tanta morte


e ricucire i luoghi

feriti

di una vita che qui

è stata viva

per un poco.



                                        ***


L'errore è all'inizio

in quell'inesausto vivere in trincea


l'errore è nel mezzo

in quel fermo andare e tornare

al taglio


l'errore è in prossimità della fine

in quel minuto puntare

lo specchio sgomento


la conseguenza del mattino

uno schianto in due tempi


e il limite era di vele

azzurro.



                                           ***


Dove l'azzurro si fa curva

e la vita è una frattura 

in fiore sul muro


è qui 

dove vivo

anche quando sono altrove


misuro la strada in frammenti

di noi


guardo due volte

guardo da vicino

anche quando è lontano


e se trattenere non posso

tocco

ogni cosa

con le nostre canzoni


la prima

la seconda

l'ultima


e imparo la perdita.



                                           ***


Di tu in noi

tengo ogni cosa

perfino i refusi

delle ore metodiche


piano 

mi muovo nell'ingombro

del nostro tempo

a piedi nudi

fra le formule giudiziarie

il cappello antipioggia

e le risate sulle scale


lascio ogni passo

ogni impronta

lascio ogni gesto


qui


dove avevamo una scadenza


faccio ogni cosa

per l'ultima volta.





                     Cettina  Caliò   da       Di tu in noi



LA MATERIA OSCURA DI RAFFAELA

 



" La violenza è semplice;le alternative alla violenza sono complesse".  ( Friedrich  Hacker )





NON LA PRIMA


Dopo l'urlo, lo sfasciarsi

della diga.


Non la prima.

Stesso schianto

nel racconto di chi parla

dopo anni di silenzio.

Stesso niente

dopo il colpo.


C'è una stanza - labirinto

che si inonda

poi si svuota nuovamente

                            - invisibili i relitti

come oggetti tra gli oggetti.



I suoi mostri sono anfibi

e non nascono dal sonno

in cui cade la ragione

ma dal gioco elaborato

che è usato

per coprire

la scissione.



                                          ***


ESERCIZIO DI DISCERNIMENTO


Guarda bene.

In ciascuno, erbe sane e veleni.

                             Ma è la dose

che dà forma al tutto.

E' il suo impatto

il suo costo

è ciò che prevale.



Non confondere il buio

del quale

si rivela il profilo

per tenerne nascosta la massa

                            la violenza

che si dice ( se ammessa )

ferita

- accudita persino dal mondo -

anche quando

tra i corpi

scavalca il confine.



Non è alieno il suo seme

a nessuno.

Tu stai attenta al terreno

dove cresce

si allena

si sdoppia

rinverdisce ogni volta.

                        Scappa

prima.



Se là crolli

ti daranno la colpa.



                                               ***


NON CREDE SIA ACCADUTO


Non crede

non solo  chi non vede



non crede

chi beve allo zampillo

ricorda

il fresco sul palato

e ignora, non si cura

del ristagno



non crede

chi scambia ciò che vede

per riflesso

effetto secondario

provocato



non crede

chi ha fede solamente

in ciò che è familiare



non crede

chi crede

che l'ombra si redima

col suo aiuto

e non sospetta il buio

che finge e si sottrae



non crede

che in fondo

non può farlo



se è vero

che forse non crediamo

in ciò che non sappiamo

poi affrontare.



                                       ***


NON VOGLIO COSTRUIRE


Non voglio costruire

un tempio o una pira

versare libagioni

sullo spacco

né mantenere vivo

il fuoco che reclama

il suo dolore.



Non voglio si prolunghi

questa fiamma

che non mi definisce

e a cui non appartengo.



Ma se la spengo

in fretta

arrivano al suo posto

altre ombre

più lunghe sulla terra:



ingiusto

portarle dietro intatte

                    - e fare anche del sonno

una zavorra.





                     Raffaela  Fazio     Inediti 



venerdì 16 aprile 2021

L'ELOGIO DI ERASMO

 


" Quanto più un uomo invecchia, tanto più si riavvicina alla fanciullezza, finché lascia questo mondo in tutto come un bambino al di là del tedio della vita e al di là del senso della morte " . ( E.d. R. )




Se i mortali si guardassero

da qualsiasi rapporto con la saggezza,

la vecchiaia neppure ci sarebbe.

Se solo fossero più  fatui, allegri e dissennati

godrebbero felici di un'eterna giovinezza.

La vita umana non è altro

che un gioco della Follìa.



                     Erasmo da Rotterdam   da   Elogio della follìa



LA PERDITA ( e il perdono ) DI ROBERTO

 


                                                               Pace e speranza...



" La perdita e il perdono" è dedicato alla memoria di Marion Lignana Rosenberg, Christian Tito, Giuseppe Panella, Gianfranco Palmery, Carola Meschini. E' dedicato all'albero ombroso della mia famiglia : persone che mi sostengono oltre il dovuto e ben più di quanto io riesca a fare con loro. Infine è dedicato a tutte e a tutti coloro che hanno popolato con benevolenza i miei primi cinquant'anni. Da un triennio avevo in mente che questa prova fosse il mio canto del cigno e che terminasse nel gennaio 2020, mese del mio cinquantesimo compleanno. Ciò che è avvenuto dopo lo sappiamo tutti e si preannuncia solo di sfuggita nel libro : il senso catastrofico che spira tra le pagine promana quasi unicamente dalla riflessione sull'urgenza climatica, perciò la pandemia ha reso la raccolta - nella misura in cui non vi si impernia - suscettibile di essere presa per il trastullo di un ricco epulone rifugiatosi su un panfilo al largo, o comunque di una persona così superficiale da non percepire il profondo sconvolgimento antropologico ancora in atto e chissà per quanto. Ho deciso di correre il rischio e di mantenere l'orizzonte temporale come era originariamente inteso, resistendo alla tentazione di inserire versi che pure - durante il lockdown, si sono copiosamente manifestati. Possa questo libro valere se non altro come fotografia ante SARS - CoV -2. Di quel che verrà ideato, nominato o pronunciato dopo, si occuperanno con più efficacia, penne giovani, fiorite lungo l'epidemia o quasi... Almeno è ciò che auspico. "


                                       Roberto  R. Corsi




UN DILETTANTE


Concedetemi - almeno - l'onore

di tenermi per persona educata:

vi rendo la Poesia

esattamente come,

anni fa, l'ho trovata.


E noi che rilkianamente pensiamo

alla nostra poesia come ascesi, avremmo l'emozione,

che quasi sgomenta,

di apparire su un blog letterario altolocato - proprio come

da sempre sognavamo - ma col verso circondato

da pubblicità di biscotti per cani, cotechini, zamponi.


Rimuovo la tua email dall'elenco contatti

proprio come - con dolcezza - stacco i fiori

essiccati ( troppo presto per poterli ostentare ai villeggianti ) del platycodon :

dicono che possa provocare una minima rigenerazione,

ma non si sa se sia vero. Linfa bianca mi cola sulle mani,

mi sento e sentirò un assassino, come con te. Come le mille volte

in cui non ti ho vissuto abbastanza. Par délicatesse

j'ai perdu ma vie et par peur mon innocence.



                                          ***


A SE INDRAGOSTI


Nella tua lingua,

" innamorarsi" fa pensare a un fantasy,

a un viluppo di draghi nell'arengo sessuale agostano,

o anche a un'aragosta,

che è un po' come ami tu, come sei fatta.

Strappa via il guscio, deponi l'armatura:

avrai la sicurezza

che non posso bollirti ( ma neppure servirti ).



                                         ***


JEUX DE VAGUES


Accetta un consiglio : vai in spiaggia

fuori stagione, un pomeriggio di mare mosso.

Avrai in mente- mentre giungi - il classico distendersi

dell'onda, come lingua; il suo morire,

quel placato lasciarsi assorbire

dalla battigia.



E' questo il diagramma della vita, per i più.

Ma, se farai attenzione, ti sorprenderai

altre onde, affluenti,

deboli per scavare un canale di risacca

e trovar pace; ugualmente chiamate

all'indietro, a scontrarsi e sfilare di lato

alla normalità delle novelle che accorrono.


Un gioco, solo un grumo di attimi,

zampilli e schianti.

L' esistenza: l'offesa.

Al mondo, distratto come te poco fa, resterà

il passo trionfante delle frangenti; nulla

del vano bramare agnizione, eufonia

con ciò che - onnipotente - in giovinezza


già mi scavalca.



                                          ***


KAVAFIANA CON COTTURA 10'  A 200°


E  se proprio non puoi la vita e la poesia che desideri,

gustale di nascosto come una pizza surgelata al salame piccante:

qualcosa di rapida chimica prosaica semipiena soddisfazione,

qualcosa che nelle ottobrate solitarie, tra il crepuscolo marino

e le partite di coppa, ti torni pratico e a genio

anche se va tenuto celato al naso arricciato dei puristi,

a stilose profumiere sempre in cerca del dettaglio di classe,

a questo mondo smanioso di accessoriare il nulla.

Non sprecare la vita nel troppo dilettevole commercio

con gli altri, nel cercare una recensione, una presentazione,

una leccata in più alla frigida scena letteraria, fino a far diventar te stesso

una cosa non tua: una fetta che qualcuno - distraendoti - ti sfila dal piatto. 



                            Roberto R. Corsi   da   La perdita e il perdono



giovedì 15 aprile 2021

MATERNITA' MARINA

 


                                                         Margarita Sikorskaia -  Mother




32 poete lasciano in solchi -che sanno di mare e di sale - i propri versi su ciò che da sempre affascina particolarmente lo spirito dei poeti : il mare e la maternità.



I fiori nascono sui desideri

che non cancellano e non si dannano.

Quello che deve accadere

non è ancora avvenuto.

Ed esiste, ed è vero.

La sua presenza è in quest'aria ferma.

I fiori e i desideri hanno lo stesso

modo di tacere e poi scoppiare.

Non sempre l'altezza comanda

o il male è il fuoco migliore.

L' amore crepita nel nostro destino.


                                 (  Anna  Ruotolo )



                                           ***


Un tempo fui donna e uomo

con spalle grandi e calli sulle mani.

Un tempo fui pentola calda sul fuoco.

Sole e luna fui.

Fui campo di battaglia

salmo in maggiore

canto di stagione.

Un tempo fui mulattiera

roccia che muta

la bambina col soldino in tasca.

Fui rapimento

eccessiva bellezza

la croce del Santo.

Un tempo fui grano e fatica.

Senz'altro fui madre.

Madre fui

e non temo tempesta.


                              ( Alma  Spina )



                                        ***


Crescevano animali straordinari

quando tendevamo l'orecchio alla tana

l'arca che avrebbe portato in salvo ogni cosa

riordinato le parti e l'istinto.


La madre era la grande noce da mordere

il latte nutriente che sfama i giovani lupi

nell'attesa maturazione del nome.


Avevamo i piedi immersi alle caviglie

su cui germogliavano nature di sale e di pietra

come bocche pronte a frantumarsi sull'onda.


L'oceano lo sa, l'oceano lo grida:

" E' tempo di credere, di trasformare

la voce in pane quando risuona il tuo nome

sul vento compresso e accucciato nel ventre

dove la tana è il ritorno alle acque ".


                                  (  Ksenja  Laginja )



          A.A. V.V.    Maternità marina ( a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian )



DEVI ANCORA INVENTARE EURIDICE

 


                                                    Tiziano Vecellio -  Orfeo ed Euridice




CORRISPONDENZE


Dove il pensiero

per poco rompe

gli argini della mente,

si compiono

corrispondenze.



                                        ***


ORFEO


La vita non più intima

e priva di rivelazione

lascia che la carta

s'imbratti del sangue

del nostro amatissimo

Orfeo.



                                              ***


IL MALE SEMPLICE


Mescoli le carte con il gatto

sulle ginocchia.


Mentre la nebbia

ti accarezza il sangue e la gola.


Senti il male semplice.


L' addio

che ti strappa le vene.



                                          ***


UN PRECIPIZIO


Profilo di settembre,

sole tra le sbarre.


La penna finisce

i confini del ritratto.


Le lacrime cadute

dentro al libro.


Un precipizio.


I  nostri occhi.



                                         ***


IL GIUDIZIO DEL MARE


Un sentiero di sassi bianchi

e polvere lambisce il giudizio

del mare.

Un taccuino perduto

insieme alla ragione.


Scrivi poesie sugli scontrini

che trovi nelle tasche

dei pantaloni.


Devi ancora inventare Euridice.




               Gianluca Chierici   da   Devi ancora inventare Euridice


" Orfeo non si nomina, non nomina Euridice. Nemmeno la perdita è nominata perché non è descritta. Ciò che leggiamo in questo libro è la conseguenza della perdita, e cioè il rapporto con la scrittura. I testi ( brevissimi ) sono dunque un sillabario esistenziale, invocazioni senza l'oggetto dell'invocazione, proposizioni filosofiche lontane dal mondo che ormai ha assolto il suo compito ; un compito destinale. Il poeta è l'Orfeo che ha ormai versato tutte le sue lacrime , scrive tra grandi pause e cadenze minime di pensiero, tra il ricordo e il silenzio improvviso, tra il  tempo dell'apparizione di un fantasma e la soglia della sparizione. Silenzio, dimenticanza, camera fredda, sepoltura di se stesso nell'altro. Davanti allo sguardo, ecco i libri, l'inganno e la verità dei libri, la memoria e la promessa. I segni vorrebbero essere indicazioni, significati e invece svaniscono come l' Ombra. Quell'ombra percepita con lo sguardo all'indietro, nell'istante stesso della sua sparizione. Solo alla fine avvertiamo un senso di lacrime : leggiamo di quell' Ombra, del nome di Orfeo ed Euridice."



                                      Sebastiano  Aglieco



mercoledì 14 aprile 2021

FILOSOFIA AL FUTURO

 


"Coloro che sono in grado di pensare al futuro hanno cervelli profetici e visionari." (C. Trivellin )





(...) Interpreto la svolta postumana come una felice opportunità di decidere insieme cosa e chi possiamo divenire, una possibilità unica per l'umanità di reinventarsi in senso affermativo, attraverso la creatività e il miglioramento delle relazioni etiche, e non solo in senso negativo, attraverso la vulnerabilità e la paura . (...) *




                 Rosi Braidotti  da     Il postumano. La vita oltre l'individuo, oltre la specie, oltre la morte.



*Il libro presentato è del 1914, ma mi sembra che le questioni che pone siano ancora più attuali pensando ad un ( possibile ) futuro post - pandemico.


                                           frida




LA VITA COM' E'

 


                                                        Non tutti i ricami si dicono nodi...




Libere e improvvise

deviazioni

al fondo di giganti

e di sospiri

è per l'ascolto

che pensiamo

a un viso scarno

a un occhio fermo

che ci mostri

su uno schermo

la purezza di una vita

che tramonta.



                                           ***


Impossibile

staccare il vecchio

e il nuovo

nella calma mattutina

dove un fiore

più che visto

era sognato

nell'estasi mirabile

e assassina

di un presente solido

distratto già diffuso

ma assediato.



                                            ***


Succedeva 

più spesso all'inizio

che il vento

potesse ingannare

portando sui lati

degli occhi

un diverso supplizio

una nuvola vaga

un giudizio

che dava allo sguardo

il suo antico

esausto osservare.



                                               ***


Non tutti i ricami

si dicono nodi

di fili e di fumo

ci sono fulgori

che l'aria inesausta 

concede

ai suoi frutti immaturi

alle idee desolate

alle solite note

che appaiono a noi

ghirigori visibili

solo tra i flutti.



                                             ***


La nascita sorda

di un vero sentire

è nel gelo del sonno

nei granuli duri

che un giorno

saranno

la grandine sparsa

caduta sul melo

velata dal freddo

e rubata dal vento

per scrivere 

questo nel cielo.




                 Giorgio Bonacini    da    I segni e la polvere



A MIA MADRE



                                     Pablo Picasso. Maternità. La madre e il figlio, 1903





S'è affacciata la morte,

implacabile memoria,

nella fila di luci

che per te ho fotografato

l'altra sera osservando

lumi dall'alto

e subito ho pensato che il più caro

e chiaro di quei lumi

fossi tu,

ripartita invece da un attimo

e per sempre perduta

come la collana di turchesi che indossavi

ogni ultima sera di villeggiatura.


Era la morte

nel mare già di piombo

quella linea più scura

dove andavo un tempo remoto

tutte le sere fino in fondo,

oltre il faro alla fine del molo

a nominare invano il tuo nome,

qualche volta a bestemmiarlo,

ed era soprattutto quando

lo invocava il maestrale al mio posto,

liquido e violento sulle labbra.


Una luce strascicata

e come un biscotto trapassata

se nel tè lo tieni a mollo

quel momento di troppo

all'inizio del mattino

e il meglio sul palato è già svanito

assieme all'effetto da poco

del tuo nome così padano,

Luciana che strascichi la luce

fino a chissà dove.


Cosa poi succede non lo so

se tutte le volte che ritorno

dopo guardo  più  in alto l'incavo

della cima apuana con la sua

cava di marmo

nel mare rispecchiata.


Bagliore di bianco, nient'altro

che l'ultima, l'ultima mia

fine dell'infanzia.




            Alberto Bertoni    Inedito ( Semplici abbandoni )


 

MAESTRE D'AMORE ( Ouverture ) 1


Comincerò questo libro sull'amore convocando a madrine le donne, alle quali Dante attribuiva uno spontaneo " intelletto d'amore ". Proprio a loro viene naturale al poeta di rivolgersi per dire di lei " de la mia donna ". Pur convinto che  mai potrà " sua laude finire ", intanto vuole " ragionar d'amore ", desidera " isfogar la mente", perché anche a questo serve parlare d'amore : " a fare" l'amore. A far sì che l'amore prenda corpo di parola.

Era un modo di dire delle generazioni passate - ancora mia madre raccontava di " aver fatto l'amore " con mio padre per anni, prima di convolare con lui a nozze felici. Intendeva dire che il devoto spasimante andava a casa di lei: si sedeva in salotto,e parlava, parlava... Lui la corteggiava con discrezione, lei lo ascoltava con pudore. Accadeva a volte che la conversazione si animasse di una certa esuberanza: Marina era una giovane donna spiritosa e intelligente, Angelo un giovane assai cortese e ironico e non si saranno di certo negati il contatto degli occhi, né la carezza rapida e leggera delle mani sulla spalla, sulla guancia. Dominavano però incontrastate le parole. A dimostrazione che l'amore più che un'azione, è un discorso . ( Anche dalle mie parti lombarde, fino a una buona metà del secolo scorso, per due che erano fidanzati, si usava dire " Se parlen... ", n.d.r. ) .

Così non c'è bisogno di sottolineare - credo - come, proprio in quanto discorso, l'amore prenda nei vari secoli diverse intonazioni, grazie alle metafore di cui di volta in volta si ammanta e si traveste. Metafore che mutano grazie alla costante oscillazione di senso delle parole stesse, che vibrano in un campo semantico animato da ambiguità, contiguità e contrasti, creando così un mondo di emozioni e di pensieri mutevoli e cangianti. Del resto, grazie a scivolamenti appena percettibili di senso, cambia l'orizzonte delle nostre esistenze, che prendono forma e significato per l'appunto all'inteno di un universo linguistico.



                          Nadia  Fusini  


                                                                       (  continua )


MAESTRE D'AMORE ( Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre ) 2

 

(...) Ecco allora che cosa davvero significa il joi : significa che chi chiedeva - già secoli e secoli fa - dell'amore, sapeva già, e bene, che se c'è del godimento in amore, è godimento del nulla che c'è, che è tutto; e insieme un nulla che ha molti nomi  - tra cui galanteria, sogno, humor, gioco, tendresse. E se l'accoppiamento per gli animali non è un problema - va d'istinto, ci pensa la natura - nel mondo umano, nel caso dell'uomo e della donna, non è affatto così. E questo perché l'uomo e la donna parlano. O meglio, in loro ça parle, è per dire che è nella loro natura, in ciò che non hanno scelto di essere, ma sono - e nella loro esperienza, e dunque nella loro determinazione finita, per il fatto di essere quello che sono, e cioè essere pensanti e parlanti - è proprio da qui che deriva il fatto di trovarsi espropriati della loro propria natura. E' per questo che per un uomo e una donna il rapporto con l'altro non va da sé, ma si complica; e la sessualità e ogni moto del corpo si articolano come fossero un fatto di altra specie, rispetto a quella istintuale. Non c'è tropismo che d'istinto orienti una donna e un uomo al rapporto reciproco. Forse che noi uomini e donne facciamo qualcosa  per istinto? Forse che mangiamo per istinto? In tedesco ci sono addirittura due verbi diversi per nominare l'atto del mangiare ( essen  nell'uomo e nella donna ); mentre nella bestia si presenta come un divorare ( fressen ). E tuttavia- come negarlo - c'è in noi, uomini e donne un appetito di fusione, che però non è affatto detto che si realizzi nella stretta sessuale. Anzi, osserviamo addirittura che di per sé il godimento sessuale non necessariamente crea rapporto con l'altro. All'opposto, il godimento, il godimento  in tutto e per tutto sessuale, è semmai l'effetto di un movimento in certo qual senso sadico,  che per come avviene e fa uso di ciò di cui gode, e cioè del corpo proprio come fosse un mezzo, e del corpo dell'altro alla stessa maniera. E poi, è davvero un godimento unitivo? (...)



        Nadia Fusini    da    Maestre d'amore ( Giulietta, Ofelia , Desdemona e le altre )



MAESTRE D'AMORE ( Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre ) 1

 


                                                        Khristian  Kohen -   Othello



(...) Se entreremo - come entreremo - nella camera di Desdemona, non sarà per assistere all'amplesso tra il Moro e la veneziana. Di quello - in modo volgare e chiassoso - come un ossesso Iago strepita a squarciagola per le calli di Venezia: urla che sì, proprio ora, mentre Venezia dorme, il Moro e Desdemona stanno facendo " la bestia a due schiene ". E' un'immagine indimenticabile per la sua rozza indecenza, che Iago rilancia riproponendo una figura retorica, " la bete a deux dos ", per l'appunto, che nel suo più antico impiego cortese nominava l'osmosi di due corpi in uno. In modo innocente la usa Rabelais per descrivere la luna di miele di Grangola, padre di Gargantua, con la sposa Gargamella, che " facevano spesso e volentieri insieme la bestia a due schiene e si massaggiavano allegramente la ciccia". Così raccontava Rabelais al capitolo terzo della sua grandiosa opera, a tal postura alludendo senza nessun secondo senso perverso, né insinuazione blasfema. In effetti, tra le posizioni più semplici ispirate a un ingenuo kamasutra, quella che vede l'uomo coricato sopra la donna da lui " coperta" è la più ovvia, la più economica. Ma in questo caso - nel caso di Otello e Desdemona - ciò che acceca lo sguardo e scatena l'orrore è che lo stallone, che coprirebbe la bianchissima, nivea Desdemona, sia proprio il nero Otello. E' il contrasto cromatico che offende. E accende l'incubo di una profanazione. Volutamente profano è il linguaggio che Iago usa e Brabanzio ne coglie immediatamente il tono : " Sei un infame - gli dice , sei un uomo vile: con la tua lingua dissacri la purezza". E' però vero che Desdemona è fuggita con il Moro. E' falso invece che i due amanti siano impegnati nell'atto di " fare la bestia a due schiene"; anzi, i due amanti proprio in quel momento si stanno unendo nel vincolo del matrimonio. E di fatto, nella tragedia, non avranno il tempo di conoscere dell'amore l'aspetto carnale. Il joi  è nel loro caso continuamente differito - dettaglio essenziale alla trama e niente affatto secondario per comprendere come a tema nella tragedia sia proprio l'impossibilità dell'accoppiamento. Non per motivi di decenza Shakespeare ci tiene fuori  della camera da letto degli sposi, ma perché tale atto non può che rimanere off- scene. Anche se i due attori lo mimassero in scena, noi ne saremmo comunque fuori. Poiché se qualcosa accade lì, è dell'ordine di un'esperienza indicibile .  (...)



    Nadia  Fusini  da   Maestre d'amore ( Giulietta, Ofelia,  Desdemona e le altre )



MAESTRE D'AMORE ( Ouverture ) 2

 

Che l'amore stia al cuore del discorso filosofico, che l'amore si nutra di parole, non è un'affermazione da prendersi alla leggera; anzi, dovrebbe metterci in guardia. Farci insospettire. Perché? Perché il discorso filosofico è una variante del " discorso del padrone" - ci insegna un maestro socratico, Jacques Lacan. L'insegnamento da tenere presente, onde serbare perlomeno il sospetto che in amore non sia in gioco soltanto il sentimento, l'emozione. Semmai, l' amore mira all'essere, e non a caso - da che mondo è mondo - nel discorso d'amore hanno trovato figura questioni fondamentali alla nostra stessa esistenza e si sono rappresentati conflitti incomponibili e irresolubili per il pensiero. Perché l'amore, oltre che un atto, è pensiero e conoscenza. Così lo presenta Diotima, cui Socrate si rivolge riconoscendole un'indiscussa autorità in materia. D' amore lei si intende, in amore lei è sapiente. Come le donne precocemente apprendano un fine intelletto d'amore lo racconta anche Shakespeare. Anzi, nelle sue commedie e tragedie, egli sviluppa una scienza dell'amore che frutta in quelle meravigliose donne amanti che inventa, mirabili protagoniste di storie vuoi tragiche, vuoi comiche, o romanzesche, e alle quali mi affiderò perché nelle diverse passioni che agiscono e patiscono ci mostrino di che cosa si tratta quando si parla d'amore.



  Nadia  Fusini   da  Maestre d'amore ( Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre )


 

MAESTRE D'AMORE ( Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre ) 3


 (...) Senz'altro c'è  nell'uomo e nella donna in amore  una spinta alla cattura. E senza meno, sempre, nel gioco erotico, l'altro viene massacrato in nome del suo bene. C'è da sorprendersi? Forse non sappiamo che in nome dell'amore si può uccidere il prossimo? E che all'ombra dell'amore - tra i suoi veli - la Salomè solleva il fantasma dell'odio? C'è ambivalenza e duplicità in amore, tanto più quando lo si presenta come un miraggio di fusione con l'altro in nome del bene dell'altro. Ci si può sbagliare a volte, e chiamare amore l'odio. In più, malgrado la retorica sublime dell'incontro, non sempre l'amore fa uscire il soggetto da sé: spesso l'amore è e rimane un sentimento narcisistico. Chi soffre in amore, il più delle volte - in verità - gode della sua ferita come fa il melanconico, il cui lamento è anche un compiacimento.

L'amplesso nuziale non sarà concesso a Otello e Desdemona per via di interferenze militari e per le losche trame di Iago. Sì che alla gioiosa morte dell'orgasmo si sostituirà la luttuosa morte per soffocamento della donna, della quale a tutti gli effetti Otello può vantarsi di non " aver versato il sangue". No, infatti Desdemona muore vergine. Otello non  l'ha " penetrata ". E ora la strangola. E' davvero uno sciocco, Otello, si è fatto giocare da Iago come il cornuto che non è, e come tutti i mariti cornuti, risulta un uomo ridicolo e sbaglia la mossa. E ora punisce con la morte Desdemona, che non solo non ha " dormito " con un altro uomo, ma non ha " dormito" neanche con lui. Sì che risuona definitiva e senza appello la sentenza di Emilia : " Moro, lei era casta. Ti amava, Moro crudele." Sì , Desdemona amava Otello, era pura e muore di una morte incolpevole.

Con dovizia di particolari Shakespeare ci fa capire che Desdemona e Otello non hanno consumato l'amplesso nuziale, e insiste sull'ironia tragica che vede Otello appunto uccidere una vergine onesta e una moglie sincera, la quale muore con sulle labbra la fede dell'amore. Nel matrimonio. Nell'uomo che ha sposato.

Otello ama, ma non capisce niente. E uccide l'innocente. E' amore questo? Se lo è, si tratta di cattivo amore, di amore non intelligente che danneggia più dell'odio. Mentre l'amore che salva è amore intelligente, l'amore attivo che allontana il male e avvicina al bene. Ma dell'amore intelligente si farà conoscenza nelle commedie; nelle tragedie no, non c'è scampo: vince l'amore cattivo. (...)



 Nadia  Fusini  da   Maestre d'amore ( Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre )