" Nei versi di Eleonora Rimolo vi è una reazione al dissesto esistenziale, dopo una lunga e inevitabile consunzione, al fine di consentire la sopravvivenza e il superamento di ciò che appare ostacolarla in modo invincibile. Ricorre nella sua opera una sotterranea inquietudine che finisce per vestire la realtà, in cui l'autrice identifica un altrove indefinito e originario, attraente e mortale nel contempo. L' intraducibile sentimento della saudade, misto di piacere sottile e di malinconia pungente, insieme al pensiero di ciò che poteva essere e non è stato, con un forte senso del sogno e della perdita, permea la sua opera, risolvendo quella che a prima vista può sembrare una contraddizione. E' una poesia che non salva, consapevole dell'ineluttabilità dei destini umani, ed è proprio questa coscienza a corrompere, di un veleno dolcissimo e irrinunciabile, ogni momento di dolore e di serenità, in una compresenza di piacere e di patimento che si intrecciano in un fortissimo sentire, in un dinamismo attivo che si fa carico del passato, dell'incertezza e dell'indecifrabile, senza precipitare nel vuoto di senso e nella certezza del dissolversi del futuro, per tratteggiare- in ultima istanza,- la necessità di cogliere il frutto dell'ora prima del suo imminente inasprirsi. ( Mario Famularo )
All'occorrenza il tuo cranio diventa
una sfera colorata, maiolica con frattura:
è quello il punto esatto in cui la debolezza
abdica e tutti i manifesti volano via
angeli di carta ci premono la nuca
sul bordo tagliente della gioia.
***
A Natale non c'è spazio per la cronaca
nessuno legge i giornali, le edicole
sono chiuse: Krenz und Abend - croce e sera -
il suono che fanno le tracce umide
dei tuoi passi. Domani qualcuno
tenterà di riconoscerle, il fischio
della civetta dirà che sono trascorsi
nove anni dall'inizio dell'inverno
e la distanza tra la bocca e la roccia
gelerà per sempre il nostro naturale
decomporci in schegge di terra.
***
A mani nude gli studiosi scavano le fondamenta
piegati sul fossato: dicono che vi siano tracce
di una civiltà antichissima, credono a quanto c'è
dietro la superficie, pure se la pioggia impasta la pietra,
li sporca di melma, complica l'esercizio della ricostruzione.
E' triste questo nostro bisogno di ordine,
lo strappare la radice e non trovare il seme:
è un franare senza poter bloccare la discesa,
precipitare a brandelli privi del termine di caduta.
***
Quell'abbraccio te lo sei preso tutto,
lo hai sentito premere tra le scapole:
un bene semplice che non ti raggiunge.
E' una trincea la casa materna dove mi ospiti,
in cui i morti spiano le mie voglie, i tuoi gesti
misurati: non eccedi in niente, emargini
ai miei occhi le stanze più intime, chiedi scusa
per il disordine e poi dici di no, pronunci
le parole " vuoto " e " fermo" per intendere una fine,
per benedire nel sonno dopo la fatica
questo uso incosciente dell'affetto.
***
A volte la macchina del mondo si ferma
con un lungo fischio e io non so
quale passato usare mentre riposi,
se tu mi sia remoto o prossimo. Come un fossile
la parola segnala il resto parziale di un organismo,
" All'instabilità tumultuosa della malattia, serve di contrappeso la solidezza delle strutture poetiche: decise, obbedienti, serrate. In questo senso l'opera di Cléry Celeste si impernia sull'incessante discordia tra la vita e il mistero della sua presenza nel mondo; tra la carne e il suo non conosciutissimo sapore. Queste trasmutazioni prodigiose si svolgono tutte sullo sfondo della quotidianità. così, dalle prospettive infinite dei centri medici, si potranno tirar fuori : i camici, i pulsanti, i moduli del consenso, il posto macchina. Ogni oggetto contribuirà nel suo piccolo a restituire un intimo diario delle cose viste e vissute sul posto di lavoro. Un diario, senza il quale le cose rimarrebbero soltanto delle cose e i pensieri su queste ultime assomiglierebbero a dei canarini in pensione nelle gabbie del burnout . " ( Michele de Virgilio )
Se volessi accostare i versi di Giovanni Ibello alle pennellate di un pittore, mi viene in mente Hieronymus Bosch. In entrambi c'è uno spirito ironico e ribelle, a tratti caustico. Le visioni e le ispirazioni del poeta nascono da credenze popolari e sfondi post bellici. Nel diorama poetico di Ibello, ciò che viene nominato ed evocato, suggerisce la presenza di fiabe, maghi, alchimia, sette, e sullo sfondo simboli che si moltiplicano in continuazione. Le poesie presentano figure che stanno fra l'animalesco e l'umano, descritte utilizzando la categoria del grottesco. In questa incessante e inusuale incarnazione e raffigurazione, emergoni come scogli in un mare in burrasca visioni e accostamenti sempre più inconsueti.
Indosso e calzo ogni mattina forzando, come se avessi sempre un altro numero, un'altra taglia. Cresco ancora nel buio, come una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Poi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso. Nello stesso istante perdi anche la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno abituato. Non resta che cercare il tuo abito. Scivolare come un raggio, fino al calare della luce.
***
Aspetto che scenda la luce, resto qui, fino a che iniziano a camminare le pietre. Si schiudono come uova deposte da una madre che si è fatta di sabbia. Affiorano a un tratto le piccole zampe e la testa. Vengono a un mondo che ha già chiuso gli occhi. Mi avvicino: le stringo in una mano, le tengo sul petto. Poi le accompagno a riva, le riconsegno.
***
A un tavolo di distanza sediamo, ai lati opposti di uno specchio. A tratti affiora una parte del tuo viso o del mio. Ci conosciamo, socchiudiamo gli occhi. Portiamo qualcosa alla bocca. Con piccoli scatti del muso un passero si allontana e ritorna. Tu hai spezzato il pane. Da uno spazio aperto, da un angolo bianco, aspetti.
Sulla tovaglia un piccolo quadrato premuto dalle tue dita. In una coltivata, operosa distrazione.
***
Chini la testa da un lato e mi guardi. Hai le braccia aperte, mi porgi un osso. Grande come un femore. Non so se è bianco, se ha ancora un po' di carne.
" ripeto: lavoriamo per giorni sopra le parole; da giorni lavoriamo silenziosi intorno al nero. componiamo saggiamente le immagini; disegniamo immagini nere e silenziose. lavoriamo di silenzio e di nero." Sono queste la prime righe dell'ultima prosa di " Qualcosa che sembra la neve", la breve suite che introduce la terza e ultima parte di "Pronomi personali ". Se si volesse tradurre questa breve sequenza, si potrebbe chiedere aiuto ad una particolare tecnica dell'arte dell'incisione: la maniera nera. Questa tecnica consiste nel granire la lastra, rendendola così nera, e da qui raschiare per tirar fuori le immagini, le zone di luce precedentemente incise. Lavorare per sottrazione - dunque - per arrivare " dentro le cose, di fronte all'evidenza..." ( M. C.)
doveva riprendere prima o poi
l'usanza di mandarci cartoline
o forse codici, messaggi più sottili
quando il tempo affonda
e nessuno torna per nessuno.
un rigo appena per finalmente dire
che molto più ci sopravvive
il saluto giunto da lontano,
che va tutto bene, che la vita
piano piano diventa
un gesto inutile nell'aria.
***
oggetto delle tue perlustrazioni
tutto si allontana, diminuisce,
perde valore.
ora come sempre
il cielo concede a tratti l'azzurro
illimpidisce, arriva dentro le cose:
per quanto possiamo reggere
di fronte all'evidenza
per quanta ingenuità si dilati
nello spettro discreto dei colori,
le tue mani sono ancora nere
non c'è più nessuna remissione
abbiamo un freddo lungo di anni
e di anni una debole stagione.
***
fissavo l'ombra sul muro e per esercizio
contemplavo le forme disfarsi agili
lungo il filo delle mattonelle. così, per più giorni,
nervoso come il morso del nero,
in parte obliquo e in parte solo cedimento,
mio sembrava il tuo corpo di carne compatta,
soda, del tutto insensibile al tatto,
poi divenne più esile, stremò
l'ovale del bel volto sulle tapparelle chiuse,
nel reparto intensivo dell'ultimo piano
cedette la pressione, la poca luce
emise un breve rantolo, e io docile fissavo
l'ombra più lunga sul muro, e salutavo.
***
per finire un verso senza fondo
chiedi alla città elettrica
qualcosa di nuovo, una felicità
non usata. per mettere mano alla polvere
chiedi alla polvere di prenderti tutto:
mente, cuore e tallone. per dormire insieme,
ricordati di non assecondarmi.
***
avrai due anni, forse tre, al massimo
cinque e già parli di natura, mozart
e qualche altra indecenza raccontata
a scuola, sotto ai temosifoni.
ma ora che ti dedichi con perizia
all'esercizio della ninnananna
io guardo con orrore la pozza nera
dove affoghi i capelli
insieme a tutto il corpo
e provo uno stupore quieto
nel dirti che ognuno è solo
in questo dolcissimo viandare.
Marco Corsi da Poeti italiani nati negli anni '80 / '90
(...) La fragilità è considerata abitualmente un'esperienza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso, estranea allo spirito del tempo, e invece nella fragilita' si colgono valori di sensibilita' e di delicatezza, di gentilezza e di dignita', di comunione con il destino di sofferenza di chi sta male. La psichiatria, quando sia psichiatria umana e gentile, psichiatria dell'interiorità, non può guardare alla fragilità umana come a un sintomo di un disturbo psichico, ma come a una forma di vita dotata di senso: cosa che mi è stato possibile constatare nel cuore della follia : testimonianza di una stremata e ultima fragilità, nei miei anni di lavoro in un ospedale psichiatrico. Come definire la fragilità? La fragilità è una cosa ( una situazione ) che si può rompere, e fregile è un equilibrio emozionale che si può frantumare, ma fragile è anche una cosa che non può se non essere fragile, essendo questa la sua natura. Sono fragili, e si possono rompere, non solo le nostre emozioni e le nostre ragioni di vita, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre tristezze e i nostri slanci del cuore, ma anche le nostre parole che non sempre sanno consolare e ridare speranza al dolore ( L'area semantica di fragilità sconfina senza fine in quella di debolezza e di sensibilità, di delicatezza e di vulnerabilità, che ne completano gli orizzonti tematici ). (...)
(...) Le emozioni nel loro nascere e nel loro morire, nel loro accendersi e nel loro spegnersi, sono in gioco in ogni esperienza di fragilità e su di esse è necessario riflettere.
Le emozioni sono molteplici nelle loro parabole semantiche, ma l'elemento comune a ciascuna di esse è il portarci fuori dai confini del nostro io, e metterci in contatto con il mondo delle persone e delle cose. Le emozioni nascono in un baleno in noi: alcune è possibile arginarle e tenerle sotto controllo, altre sono inafferrabili e non è possibile se non riviverle in noi. Ci sono le emozioni, e c'è il pensiero, c'è la vita razionale e c'è la vita della ragione , e solo nella misura in cui ci siano concordanze fra l'una e l'altra, è possibile intravedere gli orizzonti di senso della vita. Riconoscere il valore delle emozioni, ridare ad esse dignità non significa negare il valore della ragione. Le emozioni dicono quello che avviene in noi, nella nostra psiche, nella nostra interiorità, nella nostra anima. Ci sono tesi inclini a sostenere come la conoscenza possa avvenire solo liberandoci dalla emozioni, che non ci consentirebbero di vedere le cose nella loro realtà; e ci sono tesi inclini invece a sostenere come la conoscenza non sia possibile se non sulla scia di emozioni che vivono in noi. Il pensiero moderno è contrassegnato dalla tesi che la conoscenza emozionale, la conoscenza, alla quale ci portano le nostre emozioni e la nostre passioni, è rivelatrice del senso dell'esistenza: del suo destino. (...)
(... ) Confrontarsi - in psichiatria - con le persone ferite nelle loro emozioni, significa saper intuire cosa ci sia e cosa si muova nella vita interiore di chi sta male e di chi soffre. La linea segreta di ogni psichiatria dovrebbe essere quella portata a cogliere i significati che si nascondono nell'universo delle emozioni ferite dalla vita. Senza questa ricerca ardente e febbrile dei valori e dei significati che si nascondono in esse, non si riescono a cogliere le sofferenze, gli aneliti alla morte volontaria che incombono sulla vita ferita e lacerata dal dolore dell'anima. Le emozioni e i modi di riviverle si rispecchiano nei modi di essere, nei modi di trasformarsi del corpo e molte emozioni possono essere decifrate solo mediante questi modi di essere del corpo. Non è facile interpretate i linguaggi delle emozioni se non ci si educa ad ascoltare le ragioni segrete dei volti e degli sguardi, del sorriso e delle lacrime, che parlano dei nostri stati d'animo, delle nostre attese e delle nostre speranze, delle nostre illusioni e delle nostre disillusioni, delle nostre angosce e dei nostri timori. Non si può vivere senza emozioni e le emozioni sono intessute di fragilità. Grandi emozioni si agitano nel cuore dei pazienti che la psichiatria cura, e sono emozioni nelle quali ne va del vivere e del morire, della vita e della morte, che sono presenti con le loro ombre dolorose in ogni incontro. Non è facile conoscerle nelle loro segrete incandescenze e nelle loro nascoste fenomenologie, nei loro ondeggiamenti e nei loro cambiamenti, nelle loro espressioni che si rispecchiano nelle parole e negli sguardi, nei volti e nel sorriso, indecifrabili talora. (...)