Joseph Bodin De Boismortier ( 1689 - 1755 ) fu , in Francia, il primo musicista a vivere della propria arte, senza l'appoggio di alcun patrono o mecenate. Nativo di Thionville, in Lorena, nel 1724 si trasferì a Parigi dove svolse una fecondissima attività compositiva nel campo strumentale e vocale, ottenendo un grande successo anche come editore di pubblicazioni musicali. La sua musica fu molto apprezzata dai contemporanei, divenendo molto popolare, Ma come è accaduto con molti compositori del passato - caduto in un ingiusto oblio - la sua opera è stata rivalutata in tempi recenti. Tra le sue composizioni, le più apprezzate sono le sei sonate per flauto e clavicembalo nelle quali egli - primo in Francia - seguì la forma del concerto italiano.
" Siamo in un sogno d'una carovana /. La carovana è sogno - sogno è la carovana/. Ma noi sappiamo si tratti di un sogno/. Questa è la speranza//. ( H.B. Naqshband )
(...) Come scrive Antonio Polito su " Il Corriere" ( a proposito della tragica vicenda del Mottarone ), il problema è ben più grave delle esternalità negative provocate dalla massimizzazione dei profitti : " In questi casi si dice che si è messo il profitto davanti a tutto. Ma non è neanche così. Trascuriamo il fattore umano. Perché dietro ogni norma, dietro ogni tecnica, c'è un uomo che compie scelte in base al suo libero arbitrio; e noi dipendiamo da quello, dalla sua scala di valori, dal rispetto degli altri che lo anima, dal suo senso del dovere".
Se il vero tema è il fattore umano, la sua capacità di scelta tra ciò che è bene e ciò che è male, si converrà allora come il fattore decisivo sia l'educazione, l'introduzione alla vita e a ciò che essa davvero vale. Ma chi oggi ha chiaro che la vera scommessa sta qui?Gustave Thibon, il filosofo contadino, maestro di Simone Weil, ammoniva:" Libertà. Niente è più instabile e provvisorio di questa incredibile facoltà. Essa ci viene data perché muoia, perché sia uccisa. Tutto dipende dal livello al quale soccombe: in basso, la schiavitù; in alto, l'amore. I santi si affrettano a metterla nelle mani di Dio perché gli idoli non se la portino via". E gli idoli sono - lo sappiamo - il denaro, il successo, la fama, il benessere, la forma fisica... fate voi. Ognuno sceglie la sua forma di schiavitù. Per questo educare è la prima grande impresa, il primo grande investimento, educare all'uso della libertà, educare al sentimento delle vite degli altri, educare ad alzare lo sguardo dal proprio ombelico e immediato interesse, educare ad una costruzione comune.
Il 18 Novembre 2003, la copertina del Tg2 delle 20,30, scritta da Don Luigi Giussani per i funerali delle vittime di Nassiriya, titolava così: " Bontà è il motivo di azione per l'uomo. Se un'educazione del cuore della gente diventasse orizzonte d'azione ! Se ci fosse un'educazione del popolo, tutti starebbero meglio. " (...)
(...) Splendi come vita è una lettera d'amore alla madre adottiva. E' il racconto di un'incolpevole caduta nel Disamore, dunque di una cacciata, di un paradiso perduto. Non è la storia di un disamore, ma la storia di una perdita. Chi scrive è una bambina adottata che ama immensamente la propria madre. Poi c'è una ferita primaria e la madre non crede più all'amore della figlia. Frattura su frattura, equivoco su equivoco, si arriva a una distanza siderale fra le due, a un quotidiano dolore, fino alla catarsi delle ultime pagine. Chi scrive rivede oggi la madre con gli occhi di una donna adulta, non più solo come la propria madre, ma come una donna a sua volta adulta, con la sua storia, i propri dolori e gioie. Quando si smette di vedere la propria madre esclusivamente come madre, la si può finalmente vedere come essere separato, autonomo, e perciò tanto più amabile .(...)
Sono figlia di Lucia, bruna Mamma biologica, suicida nelle acque del Tevere quando io avevo otto mesi e lei appariva da ventinove anni nel teatro umano.
Sono figlia di Consolazione, bionda Madre elettiva, da me fragorosamente delusa.
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Non sembrano premesse favorevoli a scagionarsi dalla consolazione d'essere vivi.
Ma la vita ci ignora, ignora soprattutto i pregiudizi e l'ovvio. Tutto cicatrizza, a nostra insaputa. Le ferite si aprono e si chiudono come valve nel fondo del mare della dimenticanza, gli episodi sommersi lampeggiano, mentre la nostra superficie agisce, compra una giacca di velluto liscio color granata, fa benzina.
Mentre scendiamo dall'autobus con le buste della spesa, il mare - sotto - muove la sua misura gigantesca, manovra le sue leve nell'olio azzurro del Tempo. E noi - in alto - splendiamo.
E le parole vanno via da noi, semi sparsi come costellazioni nell'aria trasparente del mattino. Le parole ricordano tutto, quello che non sappiamo di ricordare. Per ciò, affidiamo loro la memoria. Per poi dimenticare - ancora e ancora - ripassare il raschietto sulla cera dei giorni.
E le parole vanno via da noi, dalla cera impassibile dei nostri volti, e attivano le leve submarina di altri esseri umani, uguali a noi. Che splendono - talvolta - come noi splendiamo. Senza saperlo.
Sono caduta nel Disamore a quattro anni, quando Madre rivelò. Io non sono la tua Mamma Vera.
Quella di Madre fu una decisione anticipatoria : aveva letto sul giornale la notizia del suicidio ( un altro! che cortocircuito nella mente di Madre ! ) di una diciottenne che, nel predisporre le carte per il proprio matrimonio, aveva scoperto d'essere stata adottata e si era tolta dalla vita. La ragazza doveva aver sentito sabotate le radici della propria identità. Il futuro che stava fondando, in lei valeva meno del passato. Le persone sono strane.
A quattro anni, non ero probabilmente prossima al matrimonio, né avevo intenzione di richiedere documentazione alcuna circa la mia propria ascendenza : quello di Madre fu uno scrupolo decisamente precoce, ma ho sempre compreso con sincera adesione il conflitto che la indusse in errore.
Negli anni Sessanta, i genitori si muovevano secondo la natura della quale disponevano per nascita, più raramente per cultura analitica, e agivano come meglio sapevano agire. In mancanza d'istinto parentale o lungimiranza emotiva, non consultavano lo squadrone di psicologi che oggi tende a ispezionare e circondare con cuscinetti di ipotesi e risoluzioni profumatamente pagate i nostri disagi domestici e le oscillazioni nostre.
Nella leggenda familiare, tramandata dalla memoria stessa della Madre, sembra che io abbia reagito alla Notizia gigantesca con maturità esemplare, abbracciando lei viva e presente ( lei che sola - in effetti - constatavo, con salutare senso pratico ) e rispondendo che Non ha importanza, Mamma sei tu.
Un' investitura talmente corretta da suonare inverosimile. Pensai soltanto a sopravvivere, dicendo a Madre quel che immaginavo Madre volesse sentirsi dire, perché lei non avesse a ripudiarmi? O pronunciai quelle parole per lei, gliele dissi per farla felice? Oppure Madre fu pietosa con sé e ricordò quel che avrebbe voluto sentirsi dire, ma che io non le dissi? O era tutto vero, il fatto andò com'è stato trascritto dalla memoria di Madre e il l'amavo talmente che la Sua presenza l'aveva vinta sopra la potenza minatoria d'ogni Fantasma?
Da quel momento non credette più al mio Amore. Come chi si sia frettolosamente denudato e non possa più tornare indietro. Quello che è stato visto, è stato visto.
Nella memoria di Madre, si installò un Prima, nel quale ero affettuosa e obbediente. La bambina " mansueta " che con ogni evidenza, a conoscermi ancora oggi, non sono mai stata, né potuta essere. Quella bambina angelicata venne istituita a posteriori dalla paura di Madre. E divenne il segnacolo della sua Grande Delusione. Perché -ormai - qui vigeva il Presente, il dolore della separazione. Una Verità rivelata da Madre, aveva avuto l'effetto paradossale di rendere lei Finta, sebbene ai propri soli occhi.
Negli ultimi tredici anni Madre si imbozzola - con soddisfazione - in una cava di ricordi, audio- libri e ascolti radiofonici dove abita sola, anche materialmente: impiegato qualche mese per ambientarsi nel buio improvviso della cecità, Madre torna nell'appartamento dove si era trasferita un anno prima, apparendo finalmente capace di autodeterminazione.
A settant'anni, Madre fa quello che lei stessa definisce " un colpo di testa ": rivendica il diritto al tradimento primario, ossia il diritto all'emancipazione dalla Madre e alla libertà. Si punisce quasi immediatamente diventando cieca.
Un secondo elemento determina la salutare evasione di Madre dalla famiglia: Madre non regge lo spettacolo del deterioramento della propria Madre, troppo contraddittoriamente amata, ma io rifiuto di internare Nonna in una di quelle " case di riposo immerse nel verde", come la moderna mania di ridefinire i fenomeni spiacevoli della vita edulcorandone i nomi denomina quei villini, allocati fuori le mura, dove ai vecchi non resta che impiegare interminate notti a fiutare l'arrivo della morte. Corpi ormai inutili alla rincorsa produttiva, estromessi dal cerchio urbano che hanno contribuito a edificare. Il mio amore è spiccio. Ci penso io. Incapace di abbandonare. Per motivi palesi.
La funzione cecità costruisce intorno a Madre - filamento dopo filamento - un guscio impenetrabile dentro il quale lei sta fieramente in equilibrio. Certo, il suo corpo formalmente cede all'abrasione del Tempo, però Madre sacrifica la vita per non assistere al dolore. Il dolore di sua madre che, ammalandosi, l'abbandona; il dolore di un mondo che le irride ogni utopia; infine, il dolore di non poter ricevere con gioia quanto è giovane e vivo e zampilla, a un passo dallo sfolgorìo della conchiglia dove lei si è rinchiusa.
Cecità è l'esoscheletro che custodisce la tenerezza di una donna che ancora si commuove per l'italiano scivolato, raddoppiato e perturbato dell'accento spagnolo di Julio Iglesias che, dalla radio, le parla all'orecchio nel buio, come una volta faceva il suo amore : " Se mi lasci non vale, se mi lasci non vale/. Non ti sembra un po' caro il prezzo che adesso / io sto per pagare ?".
Anch'io, donna di esorbitanti e fedelissimi amori, smetto di disegnare e dipingere quadri che Madre non può più vedere: li seppellisco in cantina come tradimenti. Li dimentico.
Madre conservale mie prime poesie. Madre se le fa leggere, ogni tanto. L'esergo è di Max Jacob : " Ta balle, mon enfant, était una prière". Madre critica duramente. Certe volte sorride. Continuo a scrivere per quel sorriso.
Negli ultimi anni di Madre ci sono pure numerosi ricoveri. C'è un intervento chirurgico, preceduto da lunghissime telefonate piene di scandalo : Madre non vorrebbe farsi operare perché sostiene di non provare più un effettivo interesse per la vita. Madre ritiene bastevoli i settantanove anni vissuti. Madre dice che non è dignitoso tirare le cose per le lunghe, dice Bisogna sapersene andare. Quando si sveglia dall'anestesia, ride parlando di Berlusconi e dell'Ordine della Giarrettiera. Nonna è morta due anni prima, siamo rimaste noi due. Madre si è fatta operare per non lasciarmi sola.
Nel Duemila c'è un Primario ( paraponziponzipò ) che mi vuole denunciare perchè Madre - per sfuggirmi - avanza brancolando nel bianco ( per lei nero ) della corsia con la borsetta sotto il braccio, gridando che non mi consegnerà mai le chiavi di casa perché la rapinerei, altro che prenderle il cambio della biancheria nei cassetti del comò. Ci sono io che mi fermo davanti alla grande porta a vetri, per imprimere nella mente per sempre questa scena di spreco, dentro la quale so pensare solo Mamma, no.
C'è un secondo Primario che mi dice che ne ha già viste tante come me e non riuscirò ad abbandonare Madre nel suo reparto. Ci sono io che sbatto la porta della sua propria stanza in faccia al Primario. La targhetta col suo cursus honorum oscilla.
C'è la diagnosi di uno psichiatra dell' Ospedale che attribuisce finalmente un nome allo sperpero grande di Madre, allo spostamento di placche geologiche di dolore che - nei momenti critici - da venticinque anni la scuote, per proteggerla dagli insulti della realtà. Ci sono io che devo appoggiarmi al muro per molti minuti, nei sotterranei del San Giovanni, perché allora non era colpa mia. Offendermi ti salva dal dolore. Allora c'ero riuscita, Mamma. Sono il tuo scudo.