Per far affiorare l'anima bisogna scrivere con follìa... LA SOGLIA Ieri notte ho fatto con te un lungo viaggio non importa se è stato un sogno o mi sono lanciata nel vuoto una sbarra si è mossa e mi sono trovata su una soglia ignota. Sono saltata dal tempo che mi guardava in faccia si è fatto avanti si è fermato e con una torcia in mezzo alle sopracciglia ha puntato verso gli istanti che hanno imbastito la mia vita. Cosa cerchi? Domandò. Non lo saprei dire sussurrai: il perdono il mandala quel perdono che è mio e non mi posso concedere che avanza con me e non viene da fuori quel perdono scontroso che mi risuona nelle tempie mi opprime e mi fa sgorgare le lacrime che lavano. Ci fu un silenzio scomodo alla fine me la squagliai l'universo mi porgeva la mano lo accolsi mi accolse fui bruco crisalide gazzella e una donna dagli occhi abbagliati. Non c'era nessuno niente una paura a spirale mi rizzava il corpo. Iniziai a camminare il terreno era rugoso mi feriva i piedi sarei potuta tornare non volevo un masso in lontananza mi avviai da quella parte era ricoperto da orditure di muffa ascoltai i suoi singhiozzi spenti avanza avanza implorava non salire sul mio corpo non hai ancora visto tutto il panorama è terso e anche se scorrono miracoli come l'amore il mare i fiori i cristi e i buddha e tant'altro e di più è saturo di violenza. Ero incuriosita ma tremavo vi sono donne violentate continuò corruzione tirannie guerre ingiuste tra fratelli emigranti che cercano i loro familiari e non li trovano mai vengono torturati uccisi e sospiri e pianti e grida. Inclinai la testa e ripresi a camminare. Sulla soglia non ci sono strade né sentieri né segnali la libertà è piena respiro libertà non so cosa farmene. Sono sempre stata cauta al diavolo la cautela i timori le colpe ho ignorato la follia la tengo lì nascosta la tengo legata viaggia con me viaggia non so plasmarla in parole. Per scovare le verità per far affiorare l'anima bisogna scrivere con follia. I ricordi smarriti dove sono? Claribel Alegria da Amor sin fin
NUOVA ARS POETICA senza più affanni né aspirazioni scrivo soltanto per non morire prima del tempo per liberare l'amore e il rancore dalla feroce battaglia delle viscere e non dimenticare mai gli artefici dell'usura anche ( per sentire ) ogni tanto quel nirvana transitorio di tutta la creazione furtiva del silenzio. *** LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO mi commuove il passaggio in cui Cristo con la frusta in mano furente senza controllo rovescia i banchi gridando ai venditori di colombe e ai cambiavalute: Portate via queste cose. Non fate della casa di mio Padre un luogo di mercato. e se questo pianeta errante è il tempio del santuario la casa del Padre non sarà necessario con la frusta in mano scacciare di nuovo quei vecchi mercanti insediati oggi tra gli alti e bassi di Wall Street. *** DA SOLO A CASA non voglio muovere un dito mi abbandono mi astraggo fuggo dall'avvenire e dal progresso mi nascondo negli armadi dell'infanzia nella tana dell'autismo ne sono prova i mozziconi che lascia sparsi la mia irrequietezza i vestiti appesi a ogni porta i piatti scioccamente sporchi non fingo quest'inerzia sono stanco di me e degli altri dei morti del giorno delle tasse che aumentano dei salari che non bastano dell'impunità che protegge sempre i politici di non essere io di non poter vivere come nei miei sogni. *** SONO STANCO... di essere fedele al regno della tua assenza sono stanco di far crescere l'inquietudine e dover lasciare tutto e inseguirti senza inseguirmi inseguendoti lungo le mappe del tuo sogno sono stanco dei reincontri del tornare una e un'altra volta alla cerchia dello sradicamento e della memoria *** UTOPIA DEL SOLITARIO cerco una parola che diriga il gregge e dietro di lei le altre s'incatenino una dopo l'altra fertili tra il fuoco di ciò che è perduto una parola che contenga in sé il segreto dell'indicibile e la chiaroveggenza del già detto che allacci le isole del cuore e in ciascuno di loro il mare rompa docile i suoi insonni una parola prodigiosa che cancelli il nemico col solo pronunciarla e al tempo stesso conformi uno specchio dove l'uno possa vedersi nell'altro e l'altro si veda in noi e nell'immemorabile una parola che evochi la pioggia e le sue sorti e come il vento visiti le regioni ed essendo già pane tutti gli uomini si uniscano in lei. *** FIGLIO se piangi il mio cuore s'intristisce e come un flauto tende a ripetere il gesto inutile di nasconderti questo secolo che perfeziona il crimine se sorridi o accendi l'aria sol tuo riso la mia anima diventa un sole benefico dove non entra il dubbio ed è preciso e certo il futuro. *** PER LA MEMORIA DI TUTTI dicono che gli uccelli piantarono gli alberi che portarono i semi dalla stessa mano di Dio e li sparsero per il mondo affinché l'uomo non si sentisse più solo dicono che li dipinsero di verde perché il verde rinfresca gli occhi e la speranza che diedero ali alle foglie affinché l'autunno non si sentisse nudo e i venti non perdessero la loro memoria e per tutto questo dicono che gli alberi non sanno vivere senza i loro uccelli e gli uccelli allo stesso modo non sanno vivere senza i loro alberi. Osvaldo Sauma da Utopia del solitario
Che tu possa ritrovare la poesia nella tua anima... ( S. A. )
Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo 6/ 7 Agosto 1916 (...)Perché non ho baciato le tue ginocchia? Avrei voluto fermare quell'automobile giù per la costa, tornare a piedi, nella notte, che c'è il tuo petto per questa bambina stanca. Tornare. Come una bambina, quella del ritratto a dieci anni.Non quella che t'ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t'ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse - quasi - e non vedesse lo spazio intorno, le querce, l'acqua, il regno mitico del vento e dell'anima... Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia. Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d'oro. E non ho baciato le tue ginocchia. I nostri corpi sulle zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo. Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m'avevi portata così lontana. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l'acqua correre tra i sassi. Oh tu non hai bisogno di me! E' vero che vuoi ch'io ritorni? Come una bambina di dieci anni. E' vero che mi aspetti? Rivedere la luce d'oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d'autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino, ti amo.Ho visto i miei occhi stamane, c'è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. E' vero che mi hai detto Amore ? Non hai bisogno di me, eppure la gioia è così forte. Sono tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me sono sicura. E poi non è vero: sono sicura anche di te. Vivremo: siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra: ti aiuta a portare i tuoi sogni! Scrivimi! Sibilla (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo 7/ 8 Agosto (...) Notte. Possa tu riposare, mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno e sono felice. M' hai promesso di farti rivedere ancora più bello, mia bella belva bionda. Come passerai questi giorni e queste notti? Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa. Ci siamo meritati il miracolo: lo vivremo tutto. E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche momento,dall' avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede, Dino. Mi sento ancora così forte, per questo scambio del nostro sangue. (...) Sibilla (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo 9 Agosto 1916 (...)Dino,provo qualcosa di tanto forte che non so come lo reggerò. Sei tu che mi squassi così? Che cosa m'hai messo nelle vene? E sempre ho negli occhi quella strada col sole,il primo mattino, le fonti dove m'hai fatto bere, la terra che si mescolava ai nostri baci, quell'abbraccio profondo della luce. Dove sei, che mi sento così strappata a me stessa? Mi chiami, o m'hai dimenticata?Oh ti voglio ti voglio,non ti lascerò ad altri, per la mia vita ti voglio e per la mia morte. Dino, dopo questo, non si può essere più nulla,oh, sapere che anche tu lo senti, che rantoli anche tu così... Mi aspetti - dimmi - mi aspetti, vero? Saremo soli sulla terra. Bruceremo. Hai visto che siamo vergini, che qualcosa non ci fu mai strappato? Per noi. Più a fondo, più a fondo, ci mescoleremo allo spazio, prendimi, tienimi, io non ti lascio, bruceremo. Dimmi che mi manca così il respiro perché mi chiami, perché mi vuoi.... (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Prima metà di Ottobre, 1916 (...) Rina adorata, perdonami,perdonami o abbandonami così è troppo cara cara, non so ti scrivo ti aspetto e so che non verrai, questa sera parto, andrò a Firenze, perché hai voluto staccarmi da te dimmelo, sarò felice ugualmente, mi aiuterai a staccarmi da tutto, a liberarmi, sei buona ti ho amato ti adoro non puoi abbandonarmi così - Ecco dunque. Rina Rina Sibilla Aleramo Rina che amo Sibilla mia sì ridi cara, ridi così io sarò felice e potrò morire. Rina quanto sei cara. Forse verrai e vorrai ancora vedermi ecco quanto ti posso dire ancora. Se questa sera non sei venuta, adorata sola gioia mia quanto ti amo non so più ho bisogno di te, verrò a Pontedera e tu mi dirai poi mia cara. Rinetta Rinetta aspetta il tuo amore che soffre addio. No non vengo devi guarire ed essere bella. Vado a Firenze e tu mi scriverai fermo posta. Addio dunque. (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Marradi, 30 ottobre 1916 (...) Mia cara amica, sono troppo stanco e troppo ammalato per cercare di comprendere. Prendo il partito dei più deboli, il mio solito partito: parto. Regalo a chi ne ha bisogno quel poco di poesia che può essere sorta dal nostro amore. Non posso dirti altro dopo questo. Mia cara, sono realmente ammalato, non ho potuto sopportare l' attesa e le tue lettere. Ricevo ora il telegramma. Parto domattina per la Casetta. Là c'è il silenzio. Io ti amo tanto e rimpiango la poesia solo perchè essa saprebbe baciare il tuo corpo di psiche e il tuo viso roseo e nero colla bocca sfiorita di faunessa. Perdonami se non voglio essere più poeta neppure per te. Sai che neppure le acque e neppure il silenzio sanno più dirmi nulla - e senti la mia infinita desolazione. Ti porto come il mio ricordo di gloria e di gioia. Ricorda quando soffrirai colui che ti ama infinitamente e porta per sé solo il tuo colore. L'ultimo bacio dal tuo Dino che ti adora . (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Dino Campana IN UN MOMENTO In un momento Sono sfiorite le rose I petali caduti Perché io non potevo dimenticare le rose Le cercavamo insieme Abbiamo trovato delle rose Erano le sue rose erano le mie rose Questo viaggio chiamavamo amore Col nostro sangue e con le nostre lacrime facevamo le rose Che brillavano un momento al sole del mattino Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi Le rose che non erano le nostre rose Le mie rose le sue rose P.S. E così dimenticammo le rose. Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Milano, 30 Maggio 1917 (...) Ti ho sognato - mi eri coricato accanto - mi sono svegliata che dicevi : " perdonami" . Eri tu, Dino - ti ho proprio rivisto, sentito. Allora vuol dire che lo sai finalmente che t'ho amato? Lo sai che cosa orribile è stata la tua cecità ? Quei tuoi occhi che chiudevi, erano fatti per il sole. Per me e per te. O Dino, Dino, e ora è troppo tardi. Non posso più. Io sono sempre quella della notte in cui partisti da Firenze, piango come quella notte, è come se avessi quattro anni, lacrime senza risposta in mezzo alla via di una bambina battuta e sperduta. E nessuno più m'ha toccata. Ero pura, Dino - perchè hai voluto negarlo, e sapevi di mentire? Sono pura - e mi sento morire - e ormai è troppo tardi, amore, povero mio, mio, ch'io sola ho amato. Ti perdono. Ricordati. Avevo fede nell'anima tua. Salvala come se dovessimo ritrovarci. In sogno lo saprò, forse. Mio! Ti perdono. Vivi Sibilla (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Firenze, 6 Settembre 1917 (...) Cara Sibilla, oggi faccio frasi: ossia:il mondo un deserto senza di te, oppure che cosa devo fare della mia verginità, oppure mi contenterei di vederti di abitare nello stesso paese perchè il mondo è etc. Sibilla, ti supplico, ti ho amato, lo sai, ti assicuro ti giuro che non posso vivere così, tu non puoi privarmi della tua presenza, non posso vivere senza vederti, senza saperti. Ti giuro che non domando neppure il tuo saluto, sarò la tua ombra nella vita se vuoi, il ricordo di un amore che ti seguirà, felice così. Né per vivere né per morire posso essere senza di te. Ti ho adorato tanto questi mesi in mezzo al mio tormento mentre credevo di morire. Ma lassù c'era il ghiaccio e il silenzio, tu mi avresti dopo ritrovato puro dopo tutto il silenzio di tutte le cose. Sibilla perdono, per te sola ho fatto tutto. Non mi offenderò, sarò il tuo amico silenzioso, non domando la gioia, voglio solo vederti. Farò tutto quello che mi comandi. Sibilla, perchè vuoi che muoia così lontano da te ? Dino (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Marradi, 27 Settembre 1917 (...) Cara Sibilla, mi lasci qua nelle mani dei cani senza una parola e sai quanto ti sarei grato. Altre parole non trovo. Non ho più lacrime. Perché togliermi anche l'illusione che una volta tu mi abbia amato è l'ultimo male che mi puoi fare. Ma pure spero ancora in una tua buona parola, di quelle che si scrivono ad un amico inutile e lontano, un tuo sorriso di riflesso e tante tue notizie sulle righe.. Cara, chi ti fu caro, fu Dinuccio, è vero? (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Manicomio di S. Salvi, Firenze 17 Gennaio 1918 (...) Cara, se credi che abbia sofferto abbastanza, sono pronto a darti quello che mi resta della mia vita. Vieni a vedermi, ti prego. Tuo Dino (...) Sibilla Aleramo & Dino Campana da Un viaggio chiamato amore ( Lettere 1916- 1918 )
Questo - dicesti - era il posto... Mi domando da quale autunno venga la realtà fuggente che mi attornia: c'è un'aria risentita, scaldata appena dall'inganno dell'ultimo garbino, e quasi mi addolora il mare che comincia ad imbiancare, poi - d'un tratto - si solleva e ribolle, trafitto dalla grandine. Un'invecchiata pace guarda quel granire dal cielo. E mi riparo in ciò che accade. *** Le ragazze scrivevano i nomi sulla sabbia e con la mano cancellavano in fretta i segni offerti al rischio di un'ondata. Chissà se sono stato nelle storie vissute grazie a un dito che scrive sulla rena, se il gioco era un segnale per il dopo, ogni nome una larva di qualcosa o icone senza idee, solo graffiti. *** ( A Valentina ) La prova decisiva fu il frugare nei nidi, finché non ti sfiorò l'odore di una casa con le finestre aperte. Scendeva il fiato dolce della salvia dal rugoso velluto del suo verde: e questo - dicesti - era il posto. *** Vieni a trovarmi, ora io posso dirti come fu che quel giorno il sole mi si spezzò sul viso e non vidi che te. Eri paziente e fiduciosa, la voce scivolava tra i denti simile al biancospino della siepe in corsa su quel lato della strada; forse volevi stare in faccia al sole e io pensavo: resta dove t'imbanca la tua mite bordura. Idina, lascia che a me si arrossi il viso e ti tolga, piccola Abele, quel tramonto dagli occhi. *** Noi parliamo di Dio quasi origliasse per sapere che cosa ne pensiamo, ed è arduo non nominarlo invano, specie da quando - irato - ha scelto il suo nascondimento. Se si rivela solo nell'assenza è ancora Dio o un indicibile demiurgo? Ci terrà dentro un'ombra sconosciuta e silente? Ci scioglierà l'enigma del ritorno? Sergio Zavoli da L'infinito istante Ora che tutto ti è svelato, ora che ogni enigma della passata vita si è sciolto, come quei segni sulla sabbia presto cancellati prima che arrivasse lo sfregio dell'onda; ora che sai... riposa, finalmente! E - se puoi - manda un segno per noi. Ma io sento che è un arrivederci... frida
La tua voce fiaba di orchidee e centauri eccita parole, il volo e fatiche di titani. Alluvione di polline, giungla di girasoli. *** La tua voce dondola la febbre e la carezza, la bestia e sulla fune cadono le stelle. Escono dal sommergibile canti di orche e versi di sirene. *** La tua voce indugia, in attesa del bacio del lupo e il fischio della lontra gode il salto del torrente. Lo zampettìo del cervo trafigge la spirale di due falchi. *** La tua voce muggito del mare ferito dallo scoglio, il buio essuda demoni, infila nella tasca e perde sabbia. Cristallo d'ametista ricama salsedine sulla pelle. *** La tua voce pasta che sfama e non si addenta, tuffo nell'inchiostro di papaveri, fruscianti nocciole attese al sole. Sentieri cavalcati da amazzoni in conflitto con la fuga. *** La tua voce una nube di dialoghi in assolo e lucidi deliri di sciamani. Astri in embrione e i sensi che risvegliano l'altrove. Cristina Corradi da Immersa nella tua voce
I capelli di lui neri come la canna lucidata di un fucile... TERRORI NOTTURNI Lei ha così forte la sensazione di qualcuno che la insegue, qualcuno scuro o vestito di abiti scuri, un uomo tanto rabbioso, tanto astuto che non c'è possibilità di sopravvivenza. Ogni notte cerca di pensare a qualcosa che possa convincerlo a risparmiare i bambini. Ogni notte lo sente fuori dalla casa fissarne la superficie lattea come un corpo, le strisce del tetto come capelli unti e pettinati, tutte le rigide aperture vittoriane, come una donna spaventata la notte di nozze.come la sua stessa madre penetrata e ancora penetrata da un uomo che odiava, i capelli di lui neri come la canna lucidata di un fucile. *** L'AMORE TRA NOI Quell'amore tra di noi che io chiamo un nato morto appeso per i piedi - ultimamente l'ho visto muoversi, Padre. La sua forma bendata blu e nera ha ruotato leggermente, una crisalide su una radice resistente. L'ho visto muoversi delicatamente, viola - livido, le linee della fasciatura come foglie di cavolo avvolte strette, che si fanno secche e scure ai bordi. Ho visto la radice resistere, un artiglio, l'involto che si apre leggermente e si richiude più stretto intorno al corpo. Come un pipistrello apre il suo mantello di pelle e se lo riavvolge intorno, penzolando all'ingiù, il sangue pulsa nella sua testa come un cuore - questo amore tra di noi, questo amore cieco che si nutre bene, non sbatte mai contro nulla, e allatta i suoi piccoli. *** SONO LA MOGLIE DELLO STRIZZACERVELLI Sono la moglie dello strizzacervelli, la madre originaria che si aggira, il coltello che pende dalla mia mano. La mia gonna vi soffoca tutti come un piumino. Ho deposto uno strato extra di osso intorno all'uovo. Io sono quella nel sogno, quella che vi insegue, col mangime lanciato come uno sparo dal mio archetipico grembiule. Io sono il sudario, quella che torce il collo ridendo. Io sono quella. Nell'angolo buio mi dondolo veloce come un pollo che scappa dal coltello, le spalle balenanti aperte e chiuse, forbici. Sono nell'angolo a fare la maglia, i miei ferri sono roventi, guardatevi da me, eh, io sono la madre che volevate uccidere. Aspetto il momento giusto con lui, dondolandomi, facendo a maglia, scopando, elevandomi assoluta in nero schizzato di sangue. Non c'è ritorno. Il vecchio orologio della mensola ticchetta irritato come tacchi alti, il mio cuore picchietta appuntito come ferri, facendovi arrabbiare. Attraverso tutti i vostri sogni scattando in velocità, ogni notte, attraverso trenta sogni blaterando e scricchiolando e brandendo. Proteggendovi da colei che apre le sue gambe e un profumo dolce come miele si diffonde come musica che dolce ritorna. Io sono la nera madre di vita, che fa roteare i polli di fronte a quei bei cancelli della bianca madre di morte che canticchia ritorna che viene nel mondo che ami che dice ne ho bisogno in questo istante e solo tu puoi farlo per me. *** PRIMITIVO Ho sentito dire dei civilizzati: il matrimonio si fonda sul parlare, elegante e onesto, razionale. Ma tu ed io siamo selvaggi. Sei entrato con una busta, me l'hai porta in silenzio. Riconosco il maiale alla Moo Shu lo annuso e capisco il messaggio: ti ho soddisfatto grandemente la scorsa notte. Sediamo in silenzio, uno accanto all'altra, a mangiare, i lunghi pancakes che penzolano e schizzano, la salsa fragrante gocciolante, e ci scambiamo occhiate sospettose, senza parole, gli angoli dei nostri occhi nitidi come punte di lance lasciate all'entrata per mostrare che un amico siede con un amico qui. *** INFINITA BEATITUDINE Quando per la prima volta vidi la neve riempire l'aria con le sue delicate impronte, dichiarai che non avrei mai voluto vivere dove non nevicava, e quando il primo uomo si fece strada dentro di me, e lacerò il passaggio, ed entrò nella piccola stanza, e spostò la tenda così che io potessi entrare, seppi che non sarei mai più potuta star lontana da loro, la strana specie con i massicci zoccoli insanguinati. Oggi siamo sdraiati nella nostra piccola stanza da letto, color oro scuro col riflesso di neve, e mentre i fiocchi scendono delicatamente dal cielo tu sei venuto dentro di me, spingendo di lato la tenda, a rivelare la piccola stanza color oro scuro col riflesso di neve dove siamo sdraiati, e dove tu sei entrato in me e hai spinto la tenda di lato, a rivelare la piccola stanza, color oro scuro col riflesso di neve, dove siamo sdraiati. Sharon Olds da Satana dice
Un cuore: è possibile prendere a battere di nuovo nel dolce cloroformio delle parole...
CHIEDIMI Chiedimi per quale ragione sono qui. Potrei consolarti con risposte simili a ponti ricurvi o armature fatte per proteggere il cuore dell'uomo. - Per quale scopo sei qui ? Ho detto per quale ragione, non per quale scopo. Suvvia, non è poi così difficile: in fin dei conti arriva per tutti il giorno in cui ci facciamo questa domanda; almeno una volta tutti abbiamo remato in un mare pesante come piombo. - Per quale ragione sei qui? Ecco. Ora ci siamo. Vedi: il vento soffia dove vuole e strappa con la sua follie le promesse e i vecchi ricordi senza futuro. Ciò che vedi qui non è quello che s'è perso ma quel ch'è sopravvissuto all'uragano, stretto e tremante a un traliccio, il paesaggio dopo la battaglia; di nuovo la speranza instancabile si rialza e innalza la sua bandiera tra il fumo dei giorni distrutti. Un cuore: la sua ostinazione. Il suo non volersi fermare. Tutto ciò che voleva essere e non riuscì a raggiungere, rinato un'altra volta perché è possibile prendere a battere di nuovo, anche senza un perché, nel dolce cloroformio delle parole. *** PERDUTO Dove ho perduto qualcosa, cammino con più cautela. Non so se troverò quello che cerco, ma questo luogo è come un tempio: in esso esiste tutto ciò che è possibile. Dove ho perduto qualcosa, quel qualcosa mi chiama e una parte di me chiama quel ch'è perduto. La cautela non va bene per incontrarci: la cautela serve per non calpestare il luogo sacro dove dimora l'oscuro animale della speranza. *** LA MEMORIA FERITA Mi fanno paura gli specchi, questi esseri che, dopo essere stati fatti in mille pezzi, seguitano ad esistere in ogni loro frammento. Assomigliano troppo a un cuore. *** NOI ALTRI All'improvviso ti è chiaro: ogni notte è un cristallo che si frantuma nel viaggio di ritorno al giorno, e con esso la nostra immagine si disfa nel cammino. Al risveglio, la luce di nuovo ci confonde: non c'è nulla da temere, i fantasmi non esistono - amore - perché siamo noi i fantasmi. *** SERA DA CANI Camminano senza fretta estranei al diluvio universale di questa sera da cani; come se la specie fosse già in salvo nella solida arca del suo fragile abbraccio. Succede spesso e inspiegabilmente: in ogni amore del mondo ci si salva dal naufragio. Alfonso Brezmes da Ultramor
Valentina Lisitsa Mentre Chopin si trovava a Vienna nel 1830, scoppiò a Varsavia l'insurrezione contro la dominazione russa. L'artista rimase sconvolto e si rammaricò molto di non trovarsi nella sua patria. Quando, a Settembre dell'anno successivo, mentre era in viaggio verso Parigi, seppe che l'insurrezione era stata repressa nel sangue, maturò in lui la decisione di diventare una sorta di bardo della sua patria, così crudelmente martoriata. Chopin non dava titoli simbolici alle sue composizioni, ma il titolo " La caduta di Varsavia " - dato in seguito da altri - allo studio op. 10 n. 12, certamente corrisponde all' anima di questa composizione, dove lo spirito battagliero fa un certo contrasto con l'ispirazione delicata e sentimentale che caratterizza le opere di Chopin. frida
A simmetrie inesatte voto la mia pena. Tendo all'alto, ma stramazzo sfinita a terra quando ho conferma della mia ragione dandoti colpe non a torto. Triste è questa condizione di Cassandra che non vorrebbe più credere in se stessa. ***
A volte ho come l'idea di decompormi non scompormi ma andata a male, putrescere, imputridire. Non mi muovo, non un passo odoro, ascolto quello sbriciolarsi come d'ossa che viene dall'interno. Lo sminuzzare, ridurre in poltiglia di quelle già polverose sostanze di cui sono o ero fatta prima di sbucciarmi le ginocchia cadendo su spigoli e pungiglioni così simili a delle braccia distese a indicare me. *** Disfatta nella forma qua - aspetto sono liquido: miscuglio decoroso, mi adatto a ogni tua richiesta, sono ancella: alla pigrizia di fine giornata - lavoro affanno o scocciatura tua. Ti avvolgo: mi faccio coperta placenta e dissolvo sto zitta. Approfitta: sono i giorni della muta il corpo molle e delicato, malleabile scorza. Domani tornerà la forza, le chele che attanagliano. Sconfiggerò il leone. *** Come Campana facciamo, e l'Aleramo quando un po' tesi si scambiarono i pareri e già fu tardi per tornare indietro. Passami il termine, e poi non t'arrabbiare se a sera torno a casa mia col seno pieno di parole e un turbamento nuovo di zecca, da tenere per l'inverno. *** Come sarebbe la mia vita se non fosse questa vita ma altre vite non vissute, o vissute altrove. Come felice sarei, o infelice, se non vivessi la mia vita ma qualche altra vita che esiste e c'è, se non esiste questa, la mia. Ma chi ha deciso nell'antologia del possibile che fosse proprio questa e non un'altra, dove io magari non ci sono nemmeno. Federica Gallotta da Modiindefiniti
Quando lui fa cenno di avvicinarci, noi lo uccidiamo...
Chiediamo all'istrice di non chiudersi di non temere le conseguenze gli promettiamo tre apparizioni per illustrare il suo pensiero " Rispetteremo il Suo stile di vita bando alla troppa pubblicità ", vorremmo non fosse prevenuto aprioristico male informato poco disposto alla contraddizione alla ricchezza del dialogo ché noi siamo dialettici sintetici ancipiti anfibi antitetici non tolleriamo l'intolleranza incoraggiamo un'onesta discordia la geometria non euclidea diciamo all'istrice di non sdegnare fiducia stima storia millenaria e quando lui con un cenno di stizza fa segno piano di avvicinarci come per dirci chissà che cosa noi lo uccidiamo. Paolo Febbraro da Elenco di cose reali