martedì 30 maggio 2017

Flying

 
 

 
                " Se sei nato senza ali , non fare nulla
                  per impedir loro di crescere"

                        Coco  Chanel
 

SAPER BADARE A SE STESSI 1



(...) Per dedicarci all'amore e viverlo appieno, è necessario non
      avere troppa paura del dolore. Dovremmo cioè imparare a
      conoscere la solitudine e l'abbandono, ma anche a provare 
      sulla nostra pelle il senso di vuoto e la noia.
      Saper bastare a se stessi significa non avere paura di stare soli
      e non aver sempre bisogno dell'approvazione altrui. Vuol dire
      non chiedere sempre conferme, non entrare in una lotta di
      potere; significa fare il primo passo e cedere, scusarsi, 
      chiedere e fare presenti al partner i propri bisogni.
      Saper bastare a se stessi è fondamentale in una relazione, tanto
      che non l'ho elencato tra i rimedi da adottare per risollevare
      un rapporto. E' infatti una variabile che ciascuna persona deve
      necessariamente imparare nel corso della propria esistenza.
      Saper bastare a se stessi significa la capacità di stare soli senza
      venir presi dal panico, senza affidarsi alla prima persona che
      passa pur di stare in compagnia; vuol dire saper organizzare
      una giornata, una settimana o un viaggio anche quando non si
      è in coppia. Sembra la cosa più ovvia del mondo, ma molte
      persone si scelgono più sulla base della paura che su quella
      del piacere e della curiosità.
    " Il vostro cattivo amore per voi stessi fa della vostra solitudine
       una prigione", scriveva il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche.
       Saper bastare a se stessi significa- in conclusione - saper
       gestire la paura della solitudine.
       Potremmo sintonizzarci e sentirci parte del tutto, essere
       congiunti col resto del mondo ( il collegamento cosmico di cui
       parla la spiritualità, per cui niente esiste indipendentemente
       dalla totalità ). Poi ci siamo noi e potremmo essere una buona
       compagnia se avessimo la capacità di ritrovarci, senza
       annoiarci o darci per scontati. Imparare a non sentirsi soli
       significa superare l'estraneità per rintracciare una dimensione
       propria e riconciliarci con se stessi. La solitudine poi non è
       solo isolamento e desertificazione, è anche ascolto, possibilità
       di comprendere ciò che accade dentro di noi e attorno a noi.
       Ma per conoscersi, per essere se stessi, è necessario fermarsi
       e iniziare ad usare non solo la testa, ma anche il cuore, per
       raggiungere una coscienza più profonda, un nuovo modo di
       considerare il proprio stare al mondo, i rapporti con gli altri
       e con la realtà.
       Mi vengono in mente i monaci, che identificano la pace
       interiore con la solitudine, l'armonia con la possibilità di
       vivere in un eremo, la lontananza dal mondo come possibilità
       di equilibrio.  (...)


        Umberta  Telfener   da      Le forme dell'addio

SAPER BADARE A SE STESSI 2



(...)  E l'uso costante del telefonino?Aumenta o diminuisce la
        solitudine? Si tratta di uno strumento per acquisire autonomia
        o ci insegna ancora di più la dipendenza dal suo squillo, il
        bisogno di essere necessariamente collegati e in tanti?
        Qualcuno ha probabilmente visto il film Hello Denise, in cui
        si spiava la vita dei primi utilizzatori delle chat. La
        protagonista è una ragazza che trovava ogni genere di scusa
        per non uscire di casa. Tutta la sua giornata si svolge
        attraverso telefonate e incontri via Internet, come se la vita
        virtuale le rendesse possibile fare ciò che teme nella vita reale
        Nel film c'è anche un'erotica scena di sesso - inesorabilmente
        per telefonino-
  perché tutto viene fatto senza che l'altro sia
        fisicamente presente, ma non per questo da soli. All'epoca mi
        era sembrato un film sulla solitudine e sul tentativo di
        superarla, esorcizzandola nello stare comunque soli. Oggi
        appare piuttosto come una modalità di relazione scelta da
        molti giovanissimi. Un altro film sull'uso della realtà virtuale
        è Thomas in Love, in cui un ragazzo agarofobico, chiuso in
        casa e timoroso dell'esterno, appassionato frequentatore di
        Internet e molto interessato al sesso ( virtuale ), si innamora
        e cambia totalmente il proprio modo di comportarsi.
        Le riviste sono piene di riflessioni sul senso di solitudine
        imperante in questo secolo. La percezione di spaesamento e di
        isolamento ha probabilmente a che vedere con la perdita dell'
        illusione del futuro, e nasce dalla confusione tra distanza
       ( modalità della presenza ) e solitudine ( stato d'animo dovuto
        alla mancanza ). Robert Thurman, professore di religioni
        antiche, ha dichiarato in una conferenza:" L' Occidente è
       - al momento - il miglior punto di partenza per raggiungere
        l'illuminazione. Mai, in nessuna parte del mondo, l'uomo è
        stato così vicino al Nirvana come lo è oggi in America. Qui
        si capisce bene il senso del vuoto, del nulla perché qui noi
        viviamo già nel nulla. Siamo nulla, le nostre relazioni umane
        sono nulla e prendiamo chiunque altro per nulla.
       " Hello, Gim, hello Jhon ! ". Certo, siamo calorosissimi nel
        salutarci, ma in verità non ci importa assolutamente nulla
        dell'altro: è come se ci vedessimo questa sola volta e poi mai
        più. Ma se solo sapessimo che siamo sempre stati assieme e
        che siamo destinati a stare insieme per l'eternità!
        Ogni vita - la mia e quella di un albero - è parte di un tutto
        dalle mille forme che è la vita".   (...)


             Umberta  Telfener   da     Le forme dell'addio

SAPER BASTARE A SE STESSI 3



(...)  C'è infine una differenza fondamentale tra il sentirsi soli e il
        sentirsi rifiutati, ricordiamocelo sempre.
        Saper bastare a se stessi implica un viaggio alla ricerca della
        propria anima, in modo che nel cercarla si assuma lo stato di
        interlocutori della nostra vita, e che sia meno necessario
        perdersi e possibile ritrovarsi. Diventare gli interlocutori
        mentali di noi stessi è un passaggio fondamentale e variegato,
        come il viaggio di Ulisse. Al ritorno dalla guerra di Troia,
        come racconta l' Odissea, l'eroe ha fatto ogni genere di
        incontri, ha superato molte prove, ma sempre con una meta
        fissa davanti a sé: Itaca. Non è un caso che sia dovuto
        scendere prima negli Inferi a incontrare sua madre, e solo
        dopo sia potuto tornare al mondo dei vivi. Il legame con la
        morte è forse l'elemento più identificante dell'eroe, ma è anche
        il tema centrale per chi si sente solo. Il tema della paura della
        morte e conseguentemente dell'estraneità si ripresenta come
        una spirale nell'esistenza di ognuno di noi: le emozioni
        tornano e ritornano e vengono accompagnate da una
        comprensione sempre diversa, maggiore.
        Saper bastare a se stessi comporta il recupero della propria
        autonomia e dello spazio per i propri bisogni, per i propri
        desideri, e per le proprie esigenze ( senza per questo
        calpestare l'altro ). Vuol dire essere autorevoli e assertivi.
        E in questo percorso il lavoro ci può aiutare in quanto ci
        dà un obiettivo, oltre che diventare uno strumento necessario
        per il nostro sostentamento.
        Saper bastare a se stessi significa anche imparare a liberarsi
        dagli attaccamenti troppo rigidi a luoghi, modi di fare,
        pensieri, teorie, persone, situazioni sociali. A volte aver
        operato un processo di separazione è una necessità : se non lo
        facessimo rischieremmo di cadere in una nostalgia depressiva
        che ci porterà ad essere estranei in qualunque luogo,
        costantemente alla ricerca di una patria e di una sicurezza.
        E' come se l'attaccamento patologico ci impedisse di
        raggiungere una creatività libera.  (...)


             Umberta  Telfener   da       Le forme dell'addio

GOCCIOLIO

 
 


                                                  ...e con l'ultima traboccare...



Ci sono gocce che dissetano,
sorgenti di un miracolo improvviso
e quelle che cercano pendenze
scivolando nella via breve della fuga.
Altre mai nate, imprigionate
fra un tempo passato e uno futuro
nell'attesa perenne dell'istante.
Ci si può annegare - in una goccia -
e con l'ultima, traboccare.


          frida

domenica 28 maggio 2017

LE ESTASI DI SANTA TERESA D' AVILA

 
 

                        
                                                                       Muoio se non muoio...


(...) Nel tempo delle estasi non ci sono più passato né futuro, ma
      solo un presente che si trasforma in un istante senza fine, e che
      non ha analogie con il tempo della vita quotidiana: normale
      e patologico. Nel suo bellissimo libro della vita, Teresa d'
      Avila così parla del tempo nel corso dell'estasi : " Ricevetti la
      comunione, assistetti alla Messa e non so come feci. Il tempo
      trascorso mi parve brevissimo. Mi stupii quando suonò l'
      orologio e mi accorsi che avevo trascorso due ore in preda a
      quel rapimento e gloria "; e ancora : " Come l'araba fenice
     - ho letto - dopo essere bruciata rinasce dalle sue ceneri, così
      è trasformata l'anima e si ritrova con differenti desideri e gran
      coraggio".  (...)



     MUOIO SE NON MUOIO

     Vivo ma non vivo in me
     e attendo una tal vita
     da morirne se non muoio.

     Vivo fuori di me
     e muoio d'amore
     perché vivo nel Signore
     che mi volle tutta sua.
     Quando gli donai il cuore
     lui incise la frase
     muoio se non muoio.

     Questa prigione divina,
     l'amore in cui vivo,
     ha reso Dio mia preda
     e libero il mio cuore.
     Fa nascere in me un tale anelito
     scoprire Dio mio prigioniero
     da morirne se non muoio.

     E' lunga questa vita,
     e lunghi i deserti,
     il carcere, i ceppi
     in cui l'anima si trova.
     Il solo attenderne la dipartita
     provoca un dolore tanto acuto
     da morirne se non muoio.

     Questa vita è amara
     se il Signore non vi trova
     motivo di gioia.
     Se dolce è l'amore
     non lo è la lunga attesa.
     Spicca da me - Dio - questo carico
     più pesante dell'acciaio:
     muoio se non muoio.

     Vivo solo nell'attesa
     di morire,
     perché venendo meno il vivere,
     è certezza la speranza.
     Morte, guadagno di vita,
     non tardare: io ti attendo e
     muoio se non muoio.


          Teresa  D' Avila  da      Vivo ma non sono in me     

LA NOTTE OSCURA DELL'ANIMA ( San Giovanni della Croce )


(...) Nella straordinaria esperienza mistica di San Giovanni della
      Croce risplende l'immagina affascinante ed emblematica della
      notte oscura dell'anima: non solo metafora della condizione
      umana, ma anche un cammino, un itinerario verso l'infinito di
      Dio. La notte oscura dell'anima allude al carattere opaco e
      negativo dell'esperienza mistica, e le parole di San Giovanni
      della Croce sono queste : " L' anima, allora, non soffre solo per
      il vuoto e la mancanza  di appoggi naturali e di conoscenze - il
      che è già una sofferenza piena d'angoscia, come se uno fosse
      tenuto sospeso in aria senza che possa respirare - ma soffre
      altresì perché Dio la pietrifica, come fa il fuoco con la ruggine
      sul metallo"; e ancora : " Oltre alle sofferenze che le vengono
      dalla solitudine e dell'abbandono che prova in questa oscura
      notte, l'anima soffre anche per il fatto di non trovare
      consolazione in solide letture né sostegno in maestri spirituali.
      Per quanto le si faccia notare i motivi di consolazione che le
      vengono dai beni racchiusi in simili sofferenze, essa non può
      credervi". L'anima è lacerata dalla impossibilità di pregare e
      di elevarsi fino a Dio. " Come accadde a Geremia, le sembra
      che Dio si sia avvolto in una nube che impedisce alla supplica
      di giungere fino a lui".
      Sono parole, sono esperienze che ci dicono come l'angoscia e
      lo smarrimento dell'anima fanno parte della condizione umana
      anche quando sia segnata dalla grazia della trascendenza
      mistica; e questa constatazione non può non essere portatrice
      di aiuto e di speranza, quando le ombre della tristezza dell'
      anima scendono in noi. Ma la notte oscura dell'anima si
      scioglie a mano a mano nella luce della speranza e della fede
      che la sottraggono all'angoscia, e al silenzio di Dio.
      Il pensiero teologico di Giovanni della Croce sgorga in
      particolare dalle bellissime poesie che rappresentano il vertice
      della sua spiritualità e che testimoniano di un inesauribile
      anelito all'infinito, al mistero dell'infinito di Dio.(...)




     MODO PER ARRIVARE AL TUTTO

     Per arrivare a quello che non sai
     devi andare per dove non sai.
     Per arrivare a quello che ora non ti piace
     devi andare per dove non ti piace.
     Per arrivare a quel che non possiedi
     devi andare per dove non ti piace.
     Per arrivare a quello che non sai
     devi andare per  dove non sai.



     MODO PER NON OSTACOLARE IL TUTTO

     Quando ripari in qualcosa
     tu cessi di tendere al tutto,
     poiché per giungere del tutto al tutto
     devi lasciare del tutto il tutto.
     E quando tu giunga tutto ad avere
     tu devi averlo senza nulla volere.
     Poiché se in tutto vuoi aver qualcosa
     non hai puro in Dio il tuo tesoro.


           Traduzione di Cristina Campo
    


    



NENIA

 
 


                       ...anche il farsi compianto è bello in bocca all'amato...


Anche il bello deve morire, che dèi ed umani soggioga,
ma non tocca il cuore di bronzo di Zeus Stigio.
Una volta soltanto l'amore commosse il re delle ombre,
e ancora sulla soglia - severo - rivolle il suo dono.
Non sana Afrodite al leggiadro fanciullo la piaga,
che nel corpo sottile orrida il cinghiale incise.
Non salva il divino eroe la sua madre immortale,
quando cade alla Porta Scea e il destino si compie.
Ma ella si leva dal mare con tutte le figlie di Nereo
ed eleva il suo lamento sul figlio glorificato.
Guarda! Là piangon gli dei e le dee piangono tutte,
poiché il bello tramonta e muore la perfezione.
Anche il farsi compianto è bello in bocca all'amato,
mentre il banale sprofonda nell' Orco e più non risuona.


        Friedrich  Schiller   da        Poesie filosofiche

sabato 27 maggio 2017

VITA IN CORSO D' OPERA

 
 


                                     
                                          ...e alla fine troverai mani che tengono...



Lucidamente
Cautamente
Deliberatamente

lasciare il sentiero
quel tanto che basta
per perdersi.


        frida

venerdì 26 maggio 2017

APOLLO E DAFNE : FRA BERNINI E D'ANNUNZIO

 
 
 

                                              Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei fatta!


(...) Disse: " Inseguiva il re Apollo Dafne
      lungh'esso il fiume, come si racconta.
      La figlia di Penèo correva ansante
      chiamando il padre suo  dall'erma sponda.
     Correva, e ad ora ad or le snelle gambe
     le s'intricavan nella chioma bionda.
     Ben così la poledra di Tessaglia
     galoppa nella sua criniera falba
     che fino a terra la corsa le ingombra.
    
     Rapido il re Apollo più l'incalza
   - infiammato desio - per lei predare.
     All'alito del dio doventa fiamma
     la chioma della ninfa fluviale.
    " O padre, o padre " grida, " tu mi scampa! "
     Chiama ella il padre suo con grida vane.
     " Padre, un veloce fuoco mi ghermisce! "
      E corre, ed ansa, e le sue gambe lisce
      crescon la furia del dio predace.

     " O gran padre Penèo, perduta sono,
       ché mi si rompono i ginocchi.
       Ed ecco ella s'arresta, chiude gli occhi
       e trema e dice : " Or ecco m'abbandono".

       Una gioia s'aggiunge al suo terrore
       ignota che il divin periglio affretta.
       Tremante e nuda  dentro la chioma ode
       la vergine il tinnir della faretra,
       sente la forza del perseguitore,
       vede l'ardor pe' chiusi cigli e aspetta
       d'esser ghermita, e più non chiama il padre.
       Ma il dio la chiama: " Dafne, Dafne, Dafne! ".
       Ed ella non udì voce più bella.

       Il dio la chiama: " Dafne, Dafne! ". Ed osa
       ella aprir gli occhi: la rutila faccia
       vede da presso e la bocca bramosa
       mentre il dio con le due braccia l'allaccia.
       Rapita dalla forza luminosa
       gitta ella un grido che per la selvaggia
       sponda ultimo risuona. E l'ode il padre.
       Avido il dio districa la soave
       nudità dalla chioma che la fascia.

       Bianca midolla in cortice lucente,
       in folti pampini uva delicata!
       Tenera e nuda il dio la piega, e sente
       ch'ella resiste come se combatta.
       Tenera cede il seno; ma dal ventre
       in giuso, quasi fosse radicata,
       ella sta rigida ed immota in terra.
       Attonito, l'amante la disserra.
      " Ahi lassa, Dafne, ch'arbore sei fatta! "

       Subitamente Dafne s'impaura:
       le copre il volto e il seno un pallor verde.
       Ella sembra cader, ma la giuntura
       dei ginocchi riman dura e inerte.
       S' agita invano. L'atto della fuga
       invan le torce il fiato. Si disperde
       il senso di sua vita nella terra.
       E l'amante deluso ancor la serra.
      " Ahi lassa, Dafne, chi ti trasfigura?"

       Ma non il suo melodioso duolo
       giova a trarre colei dalla sua sorte.
       Nell'umidore del selvaggio suolo
       i piedi farsi radiche contorte
       ella sente e da lor sorgere un tronco
       che le gambe su fino alle cosce
       include e della pelle scorza fa
       e dov'è il fiore di verginità
       un nodo inviolabile compone.

      " O Apollo" geme tal novo dolore.
      " Prendimi", dov'è dunque il tuo desio?
        O Febo, non sei tu figlio di Giove?
        Arco- d' Argento non sei dunque un dio?
        Prendimi, strappami alla terra atroce
        che mi prende e beve il sangue mio!
        Tutto furente m'hai perseguitata
        ed or più non mi vuoi? Me sciagurata!
        Salva il mio grembo per lo tuo desio!

        Salvami, Cintio, per la tua pietà!
        Se i miei capelli, che t'avvinsero, ami,
        de' miei capelli corda all'arco fa!
        Prendimi, Apollo!". E tendegli le mani,
        che son fogliute, e il verde sale; e già
        le braccia sino ai cubiti son rami;
        e il verde e il bruno salgon per la pelle;
        e su per l'ombelico alle mammelle
        già il duro tronco arriva; e i lai son vani.

        " Aita, aita! Il cuore mi si serra.
         Vedi altra scorza che il petto m'opprime!
         O Febo Apollo, strappami da terra!
         Tanto furente, non sia più ghermire?
         Nuda mi prenderai su la dolce erba,
         su la dolce erba e su 'l mio dolce crine.
         Ardo di te come tu di me ardi.
         O Apollo, o re Apollo, perché tardi?
         Già tutta quanta sentomi inverdire".

         Il dolce crine è già novella fronda
         intorno al viso che si trascolora.
         La figlia di Penèo non è più bionda;
         non è più ninfa e non è lauro ancora.
         Sola è rossa la bocca gemebonda
         che del novello aroma s'insapora.
         Escon parole e lacrime odorate
         dall'ultima doglianza. O fior d'estate,
         prima rosa del lauro che s'infiora!

         Tutto è già verde linfa, e sola è sangue
         la bocca che querelasi interrottamente.
         In pallide fibre il cor si sface
         ma il suo rossore è in sommo della bocca.
         Desioso dolor preme l'amante.
         Guarda ei l'arbore sua ma non la tocca;
         l'ode implorare, ma non ha virtù.
         E chiama: " Dafne, Dafne!". Ella non più
         implora, non più geme. " Dafne, Dafne! "

         Ella non più risponde: è senza voce.
         Pur la gola sonora è fatta legno.
         Le palpebre son due tremule foglie;
         li occhi gocciole son d'umor silvestro;
         bruni margini inasprano le gote;
         delle tenue nari è appena il segno.
         Ma nell'ombra la bocca è ancora sangue,
         sola nel lauro la bocca di Dafne
         arde e al dio s'offre: virginal mistero.

         Curvasi Apollo verso quella ardente,
         la bacia con impetuosa brama.
         Ne freme tutta l'arbore, s'accende
         l'ombra intorno alla fronte sovrana;
         ogni ramo in corona si protende
         e la fronte d' Apollo è laureata.
         Pean! O gloria! ma sotto i suoi baci
         or più non sente che foglie vivaci,
         amare bacche. E Dafne, Dafne chiama.

         " Ahi, lassa, Dafne, ch'arbore sei tutta!
          Ahi, chi ti fece al mio desio diversa ?
          In durissimo tronco e in froda cupa
          la dolce carne tua or s'è conversa.
          La tua bocca vermiglia s'è distrutta,
          che pareva di fiamma ardere eterna.
          Come leggeri i piedi tuoi su l'erba,
          or radicati nella negra terra!
          M'odi tu? M'odi tu? Dafne, sei muta?

          Rispondi! ". Abbrividiscono le frondi
          sino alla vetta. Nel silenzio un breve
          murmure spira. " M'odi tu? Rispondi!"
          Move la vetta un fremito più lieve.
          Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi
          cieli, le rive alto silenzio tiene.
          Il bellissimo lauro è senza pianto;
          il dolore del dio s'inalza in canto.
          Odono i monti e le valli serene.  (...)


             Gabriele D' Annunzio   da    Alcyone  - libro III
      
         

giovedì 25 maggio 2017

DEDICHE

 
 

   Questo mondo che appartiene all'uomo non vale niente senza
   una donna a cui dare attenzioni...



So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l'unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l'ora di punta è da molto passata. So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontano dall'oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi
sospinti attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull'intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d'aspetto
di occhi incontrati che non si incontrano, di identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto. So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato
e tuttavia continui a leggere perché l'alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla
e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato,
mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa,
divisa tra amarezza e speranza,
per poi ritornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c'è altro da leggere
lì dove sei approdata, nuda come sei.


        Adrienne  Rich   da     Cartografie del silenzio

LE FRASI NON COMPIUTE

 
 


    Ti ho preso sotto la mia pelle, quindi nel profondo del mio cuore...


      Le frasi non compiute restano ruderi. C'è un intero paese in
      pericolo di crollo che stai sostenendo in te.
      Sai il dolore di ogni tegola, di ogni mattone che cade.
     Un tonfo sordo nella radura del petto.
     Ci vorrebbe l'amore costante di qualcuno, il suo lavorare
     quieto che risuona nelle profondità del bosco.
     Tu che finalmente ritorni.
     Disfi la valigia, ti scordi di partire.


           
        Franca  Mancinelli                 Inedito  

SBERLEFFO MAURITIANO

 
 



                        " Dio creò Mauritius, poi l'Eden"

                       Mark Twain
                          



Mauritius, l'Isola dei colori 1

 
 
 
 
L' isola verde

 
 
Coltivazioni

 
 
Montagne dell'isola

Mauritius, l'Isola dei colori 2

 
 
 
 
Secolare intrico

 
 
Le Flamboyant

 
 
Fiori verso il cielo

Mauritius, l'Isola dei colori 3

 
 
 
 
Terre colorate di Mauritius

 
 
Le terre dai cento colori

 
 
Montagne rosa

Mauritius, l'Isola dei colori 4

 
 
 
 
I necessari fiori di loto

 
 
Fiori e foglie

 
 
Il fiore dell'oblio

Mauritius, l'Isola dei colori 5

 
 
 
 
Trasparenze di ninfee

 
 
Dall'idea di bellezza



                                                                     Biancofiore

Mauritius, l' Isola dei colori 6




 
 
Esplosione di colori

 
 
Tappeto di fiori

 
 
Fioritura

Mauritius, l'Isola dei colori 7

 
 
 
 
Il  simposio

 
 
Il rosso vince

 
 
Tu solingo augellin, venuto a sera...

Mauritius, l'Isola dei colori 8

 
 
 
 
Au marché de Flac

 
 
Mercato

 
 
Lichis, che passione!

Mauritius, l' Isola dei colori 9

 
 
 
 
Marea

 
 
Passeggiata in spiaggia

 
 
La tana del Paguro

Mauritius, l'Isola dei colori 10

 
 
 
 
La costruzione dei velieri

 
 
Veliero

 
 
Galeone