mercoledì 25 novembre 2020

LA MALINCONIA MERAVIGLIOSA ( Discorsi di commiato del Buddha e di Gesù ) 2

 


(...) Cuore vuoto - in definitiva - perché non esiste un nucleo, un'essenza stabile, un'identità precisa e definita di quel cuore stesso. Come appunto afferma sempre il Buddha : " anatta, vale a dire Non sé ". Non esiste da nessuna parte un sé, un cuore come deposito di un qualcosa di immutabile, preciso e definito, un'essenza fissa che permane in noi e che ci definisce in una nostra stabile identità. Non solo il cuore del Buddha, ma il cuore di ognuno di noi - a ben vedere - è vuoto: traversato incessantemente da innumerevoli contenuti, ma privo di un contenuto determinante e costante, che ci identifichi al punto di poter dire : " Io sono così, ero così e rimarrò così anche in futuro perché il mio cuore è fatto così". Colui che crede questo, si illude perché nell'intimo, nel cuore di noi stessi non esiste un sé immutabile. E non solo costui o costei si illude, ma anche soffre. Perché cercando di alimentare, di nutrire la supposta, ma illusoria essenza stabile del proprio cuore, andrà incontro soltanto a una sequela di delusioni e di rimpianti. Ci innamoriamo di una persona perché crediamo che corrisponda all'essenza del nostro cuore, e quella persona - inevitabilmente - prima o poi la perderemo, lasciando affranto il nostro cuore... Ma se si arrivasse a capire che il cuore è vuoto, ecco che potremmo accogliere ogni amore, momento per momento, senza mai fissarci, impuntarci su alcun amore prediletto. Pronti sempre ad accogliere, ma anche a lasciare andare, senza strazio, senza rimpianto. Perché il cuore del saggio illuminato è amabile, è amorevole, è ospitale... ma è un cuore vuoto.  (...)



Giampiero Comolli  da  La malinconia meravigliosa ( I discorsi di commiato del Buddha e di Gesù )



LA MALINCONIA MERAVIGLIOSA ( Discorsi di commiato del Buddha e di Gesù ) 3


(...) Gesù invece... Gesù ha un cuore pieno: gonfio d'amore e gonfio di dolore. Gesù ama tutti, ma predilige i " suoi che erano nel mondo" e li vuole amare fino al limite estremo, sino " alla fine" ( Giov. 13, 1 ). Gesù, seduto a tavola durante la sua ultima cena con i discepoli, lascia che uno di loro se ne stia dolcemente " inclinato sul suo petto"; non un discepolo a caso, ma proprio " quello che Gesù amava" ( Giov. 13, 23 ). Il che è come dire: in tale profluvio d'amore verso tutti, c'era posto anche per un di più, per un discepolo amato magari non più degli altri, ma in modo speciale, particolare, differente. Giusto con tutti e amorevole con tutti, Gesù non amava però in modo equanime e disinteressato, distaccato come il Buddha. Amava invece in modo appassionato, fino ai singhiozzi. Come quando egli si trova di fronte alla morte dell'amico Lazzaro: " Gesù pianse" ( Giov. 11, 35 ). Questo, che è il versetto più breve di tutta la Scrittura, ci mostra Gesù in lacrime per un altro amico, da lui amato in special modo. Il Buddha invece non piange, non si sarebbe mai sciolto in singhiozzi. Un vero maestro della lievità ha sì compassione per il pianto altrui, ma non piange con chi sta piangendo: sa consolare, ma il suo cuore rimane lieve, vuoto, imperturbato.  (...)



      Giampiero Comolli  da   La malinconia meravigliosa ( I discorsi di commiato del Buddha e di Gesù )

         

martedì 24 novembre 2020

LA RABBIA DELLE DONNE



 " Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono " ( Bertold Brecht )


(...) Ha una cattiva fama, è vero, eppure la rabbia ha anche una sua utilità. E per quanto riguarda le donne? Sono in molte a temere la rabbia - quella degli altri - ma anche la propria. Non amano provare irritazione, collera, né avvertirla negli altri. Si vergognano della propria rabbia o addirittura la disprezzano. Alcune non vi hanno accesso, non la avvertono ( o non vogliono avvertirla ), né si rendono conto delle ripercussioni fisiche provocate dalla rabbia repressa. Altre donne - al contrario - stizzite e arrabbiate lo sono spesso, a volte anche troppo, ma non sanno esprimere tali emozioni in modo adeguato, pertanto le reprimono o cercano di attenuarle. Come conseguenza, la collera esce allo scoperto nel momento meno adatto e a volte in modo troppo impulsivo, o con toni troppo accesi. Ecco allora che vengono subito definite bisbetiche, isteriche o melodrammatiche. Non stupisce - pertanto - che molte donne non amino la propria rabbia. A quanto pare, si tratta di un'emozione considerata " poco femminile". Per fortuna ci sono anche donne che pensano: io la mia rabbia la apprezzo, ne ho bisogno per difendermi, per far valere me stessa e i valori in cui credo. Raccontano che solo grazie a questa emozione hanno trovato il coraggio di affrontare cambiamenti importanti nella propria vita. La rabbia e l'irritazione - la sua forma più attenuata - ci aiutano a fissare limiti ben definiti e a proteggerci, ma soprattutto queste emozioni ci segnalano che c'è qualcosa che non va, e che certi nostri bisogni importanti non ricevono l'attenzione e il rispetto dovuti. (...)



          Almut  Schmale - Riedel   da    La rabbia delle donne

   

IL COMPAGNO DI VIAGGIO DI ROBERTO

 


                                                Trova il tuo passo, importante è arrivare...


Non è linea il corso di natura

che l'uomo traccia per saldare

desideri di una vita sbriciolati.


Rotto il giocattolo, il bambino batte

i pugni piange voglio il giocattolo

fino a sfinirsi.


Come bolle affogano nel cielo

i sogni che si sporgono troppo.


A te è dato tendere i fili

e asciugare i vestiti.



                                             ***


Da quando è nato Pietro, a casa manca tutto:

le borse per il secco, i biscotti a colazione,

la giacca in pulitura, il faretto della sala.

Si fa brina la muffa sulle arance,

sugli scaffali scadono le cose,

anche il frigo spesso è vuoto.


Ma non è che ricomprando tutto

la casa tornerà normale.



                                                  ***


Un figlio malato  è un sogno spaccato

i cocci sul  tavolo ovunque.

Il primo errore è volerli riattaccare

evitando di varcare la tragedia.

Il secondo è non capire

che quel vaso mai c'è stato.



                                          ***


Eravamo il lievito del pane,

un cucchiaio di odori stropicciati.

Ora guardo a ponente, primavera

per noi non ci sarà.

Bruciavo di volerti ancora

com'eri. Ora corto

è il fiato, le forchette a parlarsi

sole  nella bonaccia del pranzo.

Lascio il timone, conto alla rovescia.

Come afferrano l'alba le labbra

cucite, le gemme innevate?



                                          ***


COSE  DA DIRE A PIETRO


Poche strade sono diritte, spesso solo dentro noi.

Guarda sempre l'orizzonte, ad ogni curva cambierà.

Coltiva l'attenzione, metti nello zaino solo quello che ti serve.

Lungo la salita pensa al libro vetta.

Trova il tuo passo, importante è arrivare.

Dopo la salita, goditi la discesa senza fretta.

Vincere non insegna nulla. Devi prendere per conoscerti, però non troppo.

Aggiusta i pezzi con coraggio, è la vita che ti è data.

Non temere di cadere, qualcuno ti raccoglierà.

Dopo il temporale l'aria si pulisce.

Ridi, che la vita è una.



                Roberto Cescon  da              Silloge inedita



lunedì 23 novembre 2020

LA LETTERA DI FRANCESCA

 


                                                        Del futuro non parliamo mai...



PROSPETTIVE


Del futuro non parliamo mai:

vogliamo evitare la sofferenza

di non sentirci uniti per sempre,

di morire sotto il fuoco amico

dei diversi desideri altrui:

vivere esistenze separate

sopprimere l'istinto naturale

a corpo morto attendere la domenica.


Siamo vuoti a perdere

senza gli utopistici

progetti di vita,

tipo un giorno essere

finalmente felici.


                                        ***

                                                                          

BOCCONE AMARO


Non mi piace mangiare con gli estranei

e nemmeno parlare, condividere

le chiacchiere, doversi mostrare affabili

sorridendosi a vicenda di continuo

per far più vere le parole tra noi,

gli sguardi complici quando a turno

ci si dimostra a proprio agio con la vita.


Ogni volta mi sento fuori fase,

un animale selvatico

che non riesce a vedere altro

se non lo spazio incolmabile

che ci divide, la fatica

che ci vuole per apparire umani.



 Francesca  Donazzan  da Quadernario ( Almanacco di poesia contemporanea )




domenica 22 novembre 2020

QUASI UN INFINITO PER IVANO

 


                                             La poesia brucia la misura per dirsi addio...


Ho imparato dalle figure smunte

che le ossa hanno l'armonia dignitosa

quasi di un ventaglio

briciole d'avorio che congiungono

la carne a ciò che pensa.

Ho capito

che in una mano non ci sta neanche la malizia dei nervi

né piccoli inverni o indecifrabili artifici

che permettono di leggere l'acqua del lago

non sempre amato

ma dove un rapido canto s'è conquistato l'eco.



                                                  ***


Sparo su di uno straccio usato

sull'esistenza scaltra dei rimorsi

sono come la luna condannato

a stare in alto per colpa dei poeti

piloti senza viaggio o latitanti.

Prendo in ostaggio i raggi

- di sole ora si parla -

reliquie di luce clandestina

da lì sparo sulle ombre meridiane

sui feudi di catrame delle fiabe

vado in verso e uccido io per voi.



                                        ***


Dondolo aggrappato alla bestia

con gli occhi sui nidi dove

rattrappiti volatili chiedono carne;

una lingua di vacca sostituisce la luna

alcune gocce di sangue

provano a contrastare il riflusso

di onde senza colore.

Un porco sgozzato mi intima:

parola d'ordine!



                                           ***


Qualcuno si chiede se io ami

se durante il giorno cerco

o risolvo, se almeno vedo.

Quando guardano le mie labbra

o le mie mani

e più maliziosamente giù, fra le cosce

sento sul corpo le domande

che mi attraversano

come una forca farebbe con  la paglia.

Se faccio sanguinare il vento

se trasformo le foglie fredde

in involtini di carne,

se i cavalli bianchi del mio rinascimento

sono esposti sul bancone di una macelleria,

non rinuncio alla mia umanità come voi

del resto.



                                              ***


Muso contro muso

si scambiano le lingue

ciascuna lecca il suo sorriso

le bestie gravide

sono tutto il resto del corpo

di rupe e di vetro.



                                   ***


Simile alla carta

insorgi agli occhi fino a farti cenere

poi chiudi la finestra

prima che i sedativi imparino la notte

la poesia come la rivoluzione non è mai amorosa

brucia la misura per dirsi addio

eppure non manca lo stupore al frastuono del verso

c'è un sottosuolo di voragine e firmamenti

nella cantafera della ghiaia sulla tomba.



                           Ivano Ferrari da    Macello e  Rosso epistassi


Ferrari si è sempre tenuto a grande distanza da ogni concessione minima al sentimentalismo, preferendo il paradosso e la contraddizione. Il male che serve al bene. L' apparente grevità - mescolata alla grazia e all'intuizione - implode in un timbro lirico che fuoriesce - gravido - in molti versi. D' altra parte il poeta ha sempre vissuto " contro ", distante da gruppi letterari, distante da lavori patinati e intellettuali, ma pago in prima persona del suo rapporto con la poesia, che è faccenda da consumare ( soprattutto ) in solitudine.

Questo - appunto - riesce a fare la poesia : purezza del timbro e semplicità del canto; questo ci investe  nella lettura del suo " degrado". E dato che la nostra vita non è certo armoniosa e tanto meno glorificante, Ferrari ci fornisce le" visioni" della presa di coscienza, senza filtri storicistici e senza dogmi : ci dice insomma che abbiamo poco tempo per darci delle risposte. Ci induce dunque a vivere.



LE DI - STANZE DI GIULIA



                                                                               
                                             Ho scelto la casa al mare perché c'è il mare...
                                               
                                                                     
                                                                                         

Ho scelto la casa al mare

perché c'è il mare

ma non pensavo alla sabbia.

Mi entra dalle finestre

si deposita sul mobilio

un immobile sudario

e sulle rughe ogni giorno

più fitte e la notte

entrano spifferi mi fanno

invecchiare più in fretta.



                                               ***


Nella mia casa c'è un bagno

che è quello grande e c'è una vasca

di quelle larghe da comodo suicidio

ma quando accade il male scelgo

il bagno piccolo che è in fondo un po' nascosto

mi chiudo a chiave aspetto aspetto

                                               aspetto

                                                   che passi.



                                         ***


Un luogo che sia mio

mi imponga un legame

mi tenga stretta ai divani.



                                                 ***


Se si potesse mangiare di spalle

schiena contro schiena

e con le mani! Invece quando è in casa

vuole una cena vera la tovaglia

i piatti i tovaglioli di stoffa.

E io che sono goffa

mi sento venire meno le posate

mangio a rate, distratta,

seduta di sbieco pronta a scappare.



                                         ***


A volte lavo i piatti per ore

per non voltarmi vedere

quella crepa sul tavolo : e se

iniziasse ad aprirsi spaccasse

tutta la casa e io ci cadessi

dentro e morissi e non restasse

niente di niente?


La notte sogno spesso un fiume nero

che mi porta via.




                             Giulia  Rusconi    da    Distanze


sabato 21 novembre 2020

SOTTO LE STELLE DEL JAZZ

 


                                                         Così eravamo noi...

                                     così eravamo noi....


                                              f.



NOTTE... AMICI

 


                                                               Di questi tempi...

                                  è possibile fare altrimenti?


                                         frida



LE POESIE DI BELLA

 


                                                     Nel silenzio tutto è fragile, di vetro..



NON DEDICARMI TROPPO TEMPO


Non dedicarmi troppo tempo, 

non pormi troppe domande.

Non sfiorare la mia mano 

coi tuoi occhi buoni, fedeli.


Non seguirmi in primavera 

lungo le pozzanghere.

Lo so: una volta ancora, nulla

verrà fuori da questo incontro.


Forse pensi: è per superbia

che non mi vuole amico.

Non la superbia, ma l'amarezza

tiene così alta la mia testa.



                                               ***


NON POSSO GRIDARE


Non posso gridare. Non posso chiamarti.


Nel silenzio tutto è fragile, di vetro.

La testa reclinata sulla leva

anche il telefono dorme.


Attraversando la città addormentata

voglio arrivare a un vicolo bianco,

voglio accostarmi alla tua finestra

in gran silenzio e teneramente.


Nasconderò nelle mie mani l'eco

del sonoro disgelo delle strade.

Spegnerò le fiammelle dei lampioni

perché non si sveglino i tuoi occhi.


Ordinerò alla primavera 

di soffocare le sue voci notturne.

Allora, sei così tu quando dormi?

Le tue mani hanno perso vita,


la stanchezza furtiva si è annidata

nel folto delle rughe, intorno agli occhi.

Domani voglio baciarli a lungo, a lungo

perché non ne resti il ricordo.


Veglierò il tuo sonno fino all'alba,

andrò via col vento fresco del mattino,

dimenticando le mie orme sulla neve

tra le foglie dell'anno passato.



                                          ***


TENEREZZA


E' così tangibile questa mia tenerezza

così piena di allusioni concrete

che talvolta acquista forma e peso

e prende corpo in un oggetto.


D'un tratto, su un angolo del tavolo,

si trasformerà in un vaso antico,

e tu ti chinerai meravigliato

ad osservarne gli arabeschi.


Sussulterà stupita la tua casa

e tutti cadranno dalle nuvole.

- Da dove viene questo vaso? -

chiederai accigliato a tua moglie.


- E l' antiquario che prezzo ha chiesto ? -

Ti prego, non rimproverarla.

Sono soltanto io che rido e piango,

io che vivo da te così lontana.


Sono le mie lacrime di vetro

così pesanti nel cadere a terra

che risuonano come grosse schegge

di bicchieri rotti nel silenzio.


E' perché non posso mai vederti,

oppure solo a tratti, di sfuggita,

che io compio - invisibile al tuo sguardo -

i miei incantesimi innocenti.


Improvvisamente, come sulle cime dei monti,

ti avvolgerò una nuvola.

Urlerai - Ma insomma, non c'è pace!

Da dove è uscita questa nuvola?-


Su, non essere superstizioso,

non fare scongiuri come le donnette:

sono i cristalli della mia tenerezza

che si sono posati sul tuo capo.


Sono io che, scioccamente e con dolcezza,

sola - in disparte - uso la magia

per creare piccole follie

che ti facciano pensare a me.


Ma come fanno le persone buone,

giocando con le mie magiche virtù,

io ti proteggo da tutte le sventure

e così io alleggerisco il mio dolore.


Adesso addio! E Lavora!

Il mio scherzo verrà dimenticato.

Ma sono sicura di restare nelle fiabe

che un giorno racconterai ai tuoi bambini.



                                         ***


E IN ULTIMO TI DIRO' :  ADDIO !


E in ultimo ti dirò - Addio,

e non promettermi amore.

Perderò la ragione, o troverò

la sublime serenità della follia.


Come mi hai amata? Pregustando

l'offesa della fine. Ma non è questo...

Come mi hai amata? Offendendo i principi

dell'amore. Ma in modo così goffo...


Crudeltà del fallimento: io

non ti perdono. Vivo, cammino,

vedo il bianco mondo

ma il corpo mio è deserto.


La mente vorrebbe ancora un piccolo

lavoro. Ma sono deboli le mani.

E uno sciame di odori e di sapori

in volo sghembo si allontana da me.



                          Bella  Achmadulina  da   Tenerezze e altri addii



giovedì 19 novembre 2020

POESIE DALLA CIUVASCIA



Canto popolare russo


 SILENZIO


Nell'invisibile bagliore

di polverizzata malinconia

conosco l'inutilità come i poveri l'ultimo vestito

e i vecchi mobili

e so che questa inutilità

al paese è necessaria e me la chiede

fidata come un patto segreto:

tacere come la vita

per tutta la mia vita.



 2 

Il tacere è un tributo, ma il silenzio è per me.



3

Abituarsi a tale silenzio

come il cuore in azione non si sente

come anche la vita

come anche qualche suo posto

e in questo io sono - come la Poesia è

e io so

che il mio lavoro è arduo e solo per se stesso

come nel cimitero della città

l'insonnia del guardiano.



                                                ***


DA 28 VARIAZIONI SU CANTI POPOLARI CIURVASCI *


XVIII


Io canto, ed è come se tra le lacrime

qualcosa balenasse nel fuoco del tramonto -

io che vado nel vecchio campo

col mio cavallo.



                                               ***


XIX


E nella nebbia

la verde quercia

non ha niente più forte di un ramo

per stormire.



                                            ***


XX


Queste mani e questa terra

resteranno morte in terra straniera,

il fumo della locomotiva ci colpisce la faccia :

non perderà la memoria una volta per sempre.



                                                ***


XXI


E a un tratto - quiete, come se

io, per questo, fossi solo al mondo,

e la tormenta fuori, la tormenta nell'orto,

la tormenta nei campi.



                                                 ***


XXII


E  il giorno s'è quietato, come se

qualcosa fosse morto in esso,

e la volpe dorme ai piedi del monte

coperta dalla rossa coda.



                        Gennadij  Ajgi  


La Ciurvascia è una Repubblica russa e la lingua ciurvascia è un idioma turco parlato in Russia.

Il poeta Ajgi è una figura controversa : scrivendo come tra il sonno e la veglia, egli creò una poesia piena di silenzi, che suggerisce visioni, ansietà e gioie e che può essere diversamente interpretata. La sua poetica è pacata e semplice, rifiuta la ricchezza del lessico e la retorica di alcuni suoi contemporanei. Inoltre è intensamente orale : il pubblico era affascinato dalla sua potente dizione. E' il poeta del silenzio e della luce. Una delle sue raccolte porta un'epigrafe attribuita a Platone : " La notte è il tempo migliore per credere nella luce ".



LA DANSE MACABRE DI SAINT- SAENS

 


                                                       Danse macabre -   Saint - Saens


L' opera di Camille Sant- Saens ( 1835 - 1921 ),si pone a cavallo di due secoli; di lui sappiamo che - ai suoi suoi tempi, fu considerato un conservatore e che, ai primi del Novecento disapprovò apertamente diverse tendenze che si andavano diffondendo in  Francia e in Germania. Ma, nello stesso tempo possiamo osservare che egli fu anche un innovatore e che i musicisti francesi della successiva generazione e ( che non potevano certo essere definiti " conservatori " ) furono suoi discepoli e trassero da lui importanti ispirazioni. 

Precoce ingegno musicale, a tredici anni fu ammesso al Conservatorio di Parigi, formandosi come organista e pianista. Fu compagno di studi - tra gli altri - di Franck e Bizet. Nel 1853 fondò anche la Scuola di Musica Classica e Religiosa allo scopo di formare organisti per le chiese di Francia. Sebbene Saint- Saens venisse etichettato come " conservatore ", si adoperò per far conoscere ed apprezzare musicisti innovatori come Schumann, Liszt e Wagner; in particolare si mise alla scuola di Lizst che conobbe personalmente e da cui fu molto apprezzato. La produzione artistica di Saint- Saens è vastissima e si estende ai più diversi generi: concerti, sinfonie,opere, poemi sinfonici, sonate, musica da camera. Negli ultimi anni, egli espresse esplicitamente la sua disapprovazione per le tendenze più eversive della musica di allora, richiamando alla necessità di rifarsi sempre ai fondamenti melodici e armonici della musica : in particolare, i suoi giudizi severi su autori quali Debussy, Stravinsky e Schonberg, gli attirarono l'accusa di eccessivo consevatorismo.

Il suo più celebre poema sinfonico è la " Danse macabre" del 1874, cioè una danza di scheletri in cui ha un ruolo importante lo xilofono, che vorrebbe evocare la percussione delle ossa nella danza dei morti. L'orchestrazione dell'opera rivela una grande maestria, e la composizione è stata in tempi più recenti molto rivalutata per la festa di Halloween.



                                            frida 


martedì 17 novembre 2020

QUANDO SI DICE SPERANZA...

 


                                                 Insegnami l'arte dei piccoli passi...



LA SPERANZA


La speranza è un essere piumato

che si posa sull'anima;

canta melodie senza parole e non finisce mai.

La brezza ne diffonde l'armonia

e solo una tempesta violentissima

potrebbe sconcertare l'uccellino

che ha consolato tanti.

L'ho ascoltato nella terra più fredda

e sui più strani muri.

Eppure, neanche nella necessità

ha chiesto mai una briciola a me.


                       ( Emily  Dickinson )



                                            ***


INSEGNAMI L'ARTE DEI PICCOLI PASSI


Non ti chiedo né miracoli né visioni

ma solo la forza necessaria per questo giorno!

Rendimi attento e inventivo per scegliere

al momento giusto

le conoscenze e le esperienze

che mi toccano particolarmente.

Rendi più consapevoli le mie scelte

nell'uso del mio tempo.

Donami di capire ciò che è essenziale

e ciò che è soltanto secondario.

Io ti chiedo la forza, l'autocontrollo e la misura:

che non mi lasci - semplicemente -

portare dalla vita,

ma organizzi con sapienza

lo svolgimento della giornata.

Aiutami a far fronte

- il meglio possibile -

all'immediato

e a riconoscere l'ora presente

come la più importante.

Dammi di riconoscere

con lucidità

che le difficoltà e i fallimenti

che accompagnano la vita

sono occasioni di crescita e maturazione.

Fa' di me un uomo capace di raggiungere

coloro che hanno perso la speranza.

E dammi non quello che io desidero

ma solo ciò di cui ho veramente bisogno.

Signore, insegnami l'arte dei piccoli passi.


                      ( Antoine de Saint - Exupéry )


                                       ***


                                         ***


HO DETTO ALLA MIA ANIMA DI ASPETTARE


Ho detto alla mia anima di stare ferma, e di stare ad aspettare senza sperare.

Perché sperare sarebbe sperare la cosa sbagliata:

di stare ad aspettare senza amore.

Perché l' amore sarebbe amore per la cosa sbagliata;

ma resta ancora la fede.

Ma fede e amore e speranza sono tutte nell'attesa.

Aspetta senza pensare, perché non sei pronto per pensare.

E allora l'oscurità sarà luce e l'immobilità sarà danza.


                               ( T. S. Eliot )


                                      ***


VOGLIO, AVRO'


Voglio, avrò - 

se non qui,

in un altro luogo che ancora non so.

Niente ho perduto:

tutto sarò.


                                 ( Fernando Pessoa )


                                            ***


IO LI CONOSCO I DOMANI CHE NON ARRIVANO MAI


Io li conosco i domani che non arrivano mai.

Conosco la stanza stretta

e la luce che manca da cercare dentro.

Io li conosco i giorni che passano uguali

fatti di sonno e di dolore- sonno

per dimenticare il dolore.

Conosco la paura di quei domani lontani

che sembra il binocolo non basti.

Ma questi giorni sono quelli per ricordare

le cose belle fatte

le fortune vissute

i sorrisi scambiati

che valgono baci e abbracci.

Questi sono i giorni per ricordare

per correggere e giocare.

Sì, giocare a immaginare domani

perché il domani - quello col sole vero - arriva

e dovremo immaginarlo migliore

per costruirlo.

Perché domani non dovremo ricostruire

ma costruire e - costruendo - sognare.

Perché rinascere vuol dire costruire

insieme uno per uno.

Adesso però state a casa pensando a domani

e costruire è bellissimo,

il gioco più bello.

Cominciamo...


                                    ( Enzo Bosso )




O MIA BELA MADUNINA...



                                             Qui se piove non saltano fuori le lumache...



BRERA


A Milano sospeso sulla vergine

c'è un uovo - intorno

stanno tutti in silenzio

per non romperlo.



                                             ***


MONTENAPOLEONE


Che pena che dev'essere ogni giorno

vestirsi da qualcosa - portarsi in giro

le penne del pavone senza nemmeno

il premio dell'orgoglio.



                                                  ***


LORETO


Mi dicono che qui c'è stato un crimine

di piazza - ora invece grazie alla tecnologia

sottoterra ha aperto un enorme negozio

di gastronomia - ci calano dall'alto

prosciutti formaggi lasagne surgelate

quintali e quintali di derrate - prima però

nel ventre la piazza nascondeva

una smisurata macelleria - vanto

dei commercianti - sfilavano maiali

scannati, batterie di tacchini,

quarti di bue, di sopra intanto

la piazza continuava la sua perfetta vita

circolare - gente macchine autobus


la città - si sa - che gran caos

che traffico

quale violenza.



                                           ***


PALMANOVA


Qui se piove non saltano fuori

le lumache - non c'è terra che odori

dopo l'acqua - al massimo un'aiuola

spartitraffico con dentro seduto un albanese

che finge una gamba con qualcosa

- da dentro le automobili comunque

non è tanto facile vedere.



                                                    ***


VIA ANDREA COSTA


In questa strada così avara e sempre uguale

con stagioni così prossime

a un'immagine muta, ininterrotta

in quest'erta indigenza spirituale - auto case

semafori - ho imparato l'alfabeto essenziale

dell'esistere - quel dire limpidissimo

sempre prossimo al rischio,

alla scomparsa.



                Giovanna  Zoboli  da    A Milano nessuno è milanese


lunedì 16 novembre 2020

GLI ALBERI AL TEMPO DI ANA


 

                                 Datemi una foglia che non mi assomigli...



L'OCCHIO CHIUSO


Nemmeno un istante oso chiudere gli occhi

per paura

di stritolare fra le palpebre il mondo,

di sentirlo ridursi in  frantumi

come una nocciola fra i denti.

Quanto tempo potrò tenerlo in vita?

Guardo angosciata e soffro come un cane

per l'universo che non ha riparo

e morirà nel mio occhio chiuso.



                                           ***


LO SO LA PUREZZA


Lo so, la purezza non frutta,

dalle vergini non nascono figli,

è la suprema legge dell'impuro

la tassa sulla vita.


Azzurre farfalle generano bruchi,

generano frutti i fiori tutt'attorno

la neve bianca è calpestata,

la terra calda è infetta.


Incontaminato l'eterno dorme,

l'atmosfera brulica di microbi,

puoi non nascere se non vuoi,

ma se esisti ti aspetta la tomba.


E' felice la parola nella mente,

- pronunciata - l'orecchio la diffama,

su quale piatto della bilancia 

pesare - sogno muto o fama?


Tra silenzio e colpa

cosa scegliere - mandrie o loti?

Oh, il dramma di morire in bianco

o la morte di vincere comunque...



                                            ***


LEGAMI


Tutto è me stessa.

datemi una foglia che non mi assomigli,

aiutatemi a trovare un animale

che non gema con la mia voce.

Là dove la calpesto, la terra si spacca

e morti che hanno il mio sembiante

li vedo abbracciati a procreare altri morti.

Perché tanti legàmi con il mondo,

tanti progenitori e coatta discendenza

e tutto questo insensato assomigliarsi?

M' incalza l'universo con i miei mille volti

e non posso difendermi se non contro di me infierendo.



                                              ***


DELLA TERRA DA CUI VENIAMO


Su, parliamo

della terra da cui veniamo.

Io vengo dall'estate:

è una patria fragile

che qualunque foglia

- cadendo - può annientare;

ma il cielo è così greve di stelle

che talvolta pesa fino a terra

e se ti avvicini senti l'erba

solleticare le stelle ridenti,

e i fiori sono così tanti

che ti dolgono

le orbite bruciate dal sole,

e i soli rotondi pendono

da ogni albero.

Da dove vengo io 

non manca che la morte,

e tanta è la felicità

che quasi ti addormenti.



                                          ***


SONO COME UN OCCHIO DI CAVALLO


Sono come un occhio di cavallo

riparato dal mondo.

Non chiedermi

quando sarò da te

quali alberi e quali fiori

ho incontrato.

Io vedo soltanto il sentiero

e di tanto in tanto

le ombre delle nuvole

inviarmi messaggi

che non capisco.



                                       ***


UN TEMPO GLI ALBERI AVEVANO OCCHI


Un tempo alberi avevano occhi

- posso giurarlo -

so di certo

che vedevo quando ero albero:

ricordo che mi stupivano

le strane ali degli uccelli

che mi sfrecciavano davanti;

ma se gli uccelli sospettassero

i miei occhi,

questo non lo ricordo più.

Invano ora cerco gli occhi degli alberi.

Forse non li vedo

perché albero non sono più,

o forse sono scivolati lungo le radici

nella terra,

o forse,

chissà,

solo a me era parso

mentre gli alberi sono ciechi da sempre.

Ma allora perché

quando mi avvicino

sento che

mi seguono con gli sguardi

in un modo che conosco;

perché, quando stormiscono e occhieggiano

con le loro mille palpebre,

ho voglia di gridare:

- Cosa avete visto? -




                Ana Blandiana  da   Un tempo gli alberi avevano occhi



sabato 14 novembre 2020

ADOVIOLENZA 1

 

 "Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l'indifferenza dei buoni ".  ( Martin Luther King )

" Il mondo in cui i ragazzi e le ragazze di oggi sono immersi è un mondo in cui - in effetti - sono caduti tutti i sembianti e tutti i veli. Non sembra esserci più spazio per credere non solo nelle diverse figure dell'autorità, ma neanche negli ideali che hanno mosso le generazioni che li hanno preceduti: politici, religiosi, sociali etc. I tentativi di costruire dei movimenti ideali intorno cui aggrapparsi e che diano un senso all'esistenza, vengono immediatamente fagocitati e trasformati in nuovi oggetti che alimentano la macchina consumistica : ne sono un esempio la miriade di gadget all'insegna dell'ambientalismo che hanno invaso il mercato, fino alle prospettive di una nuova crescita economica o di un radioso futuro basato sulla green economy.  Come enunciava Lacan, già nel 1972 : " Il discorso capitalista è qualcosa di pazzamente astuto: esso ingloba tutto, trasformando in oggetto di consumo, e quindi in plusgodere, ciò che potrebbe tradursi in ideale". Non resta - per alcuni - che aggrapparsi a un Altro assoluto, autoritario, feroce : dai raggruppamenti settari ai fenomeni di radicalizzazione. Ma anche le aggregazioni di stoffa piuttosto immaginaria che si costituiscono per mezzo dei social : " Si nota come prendono piedi oggi le teorie del complotto, al punto che ci si stupisce del numero di scolari, di studenti liceali o universitari che vi aderiscono. Si tratterebbe del loro modo di evocare il grande Altro, ma in una forma degradata e molto cattiva".

Dunque, i ragazzi e le ragazze del nostro mondo contemporaneo si trovano sguarniti di strumenti per trattare la pulsione, per addomesticarla, per canalizzarla.".



Paola  Bolgiani  da  Adoviolenza ( La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti)


* Testo prodotto ad opera di  GRiM ( Gruppo ricerca minori )



ADOVIOLENZA 2

 

" Nel testo " En direction de l'adolescence" , Jacques - Alain Miller si interroga e ci interroga : la violenza può essere considerata un sintomo? La sua risposta è No: la violenza non è un sintomo, intendendo il sintomo per come Freud lo ha messo in valore: una soluzione di compromesso, la risultante di uno spostamento, di una sostituzione del soddisfacimento pulsionale. Il sintomo così inteso produce sofferenza e può diventare motivo di interrogazione, se messo al lavoro dell'inconscio. Ma se la violenza non è un sintomo, allora non dovremmo attenderci né sofferenza né interrogazione. La violenza fra i giovani è - quando lo è - fondamentalmente un problema per il mondo adulto e per la società. Tuttavia ciò non comporta ancora che si traduca in " sintomo sociale", sempre attenendoci alla definizione or ora richiamata di  sintomo. Un problema è ciò che si cerca di rimuovere, di cancellare, di risolvere, di debellare. Le risposte che vediamo dispiegarsi a livello sociale rispetto alla violenza fra i giovani, in genere testimoniano i loro effetti di impotenza: né la comprensione , né l'autorità paiono infatti poter arginare questo tipo di fenomeno.

Un sintomo - come detto - può produrre interrogazione. Ed è questa la prospettiva: lasciarsi interrogare dal fenomeno della violenza, per mettere in rilievo - prima di tutto - che occorre fare dei distinguo. Un'azione violenta può essere un appello, un richiamo all'Altro, affinché introduca o faccia valere quel limite che manca. Può anche essere un modo per individuarsi, costituirsi un'identità riconosciuta dall' Altro, per esempio come " bullo" o " teppista " oppure come appartenente a un certo gruppo violento: un'identità che non si lega a un ideale, ma a uno specifico godimento. Un modo per dire, per riconoscere e far conoscere l'indicibile; una sorta di cortocircuito attraverso il quale provare a trattare quello che riguarda solo se stessi con un predicato universale ".



   Paola Bolgiani  da  Adoviolenza ( La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti )


* Il testo è stato prodotto da  GRiM ( Gruppo di ricerca minori )


          

ADOVIOLENZA 3


 " In altri casi, l'azione violenta può essere un modo di rompere i legami che l'adolescente sente come insufficienti, un modo paradossale per uscire dall'impasse del rapporto con l'Altro vissuto come mancante o carente, o peggio, come impostore, rompendo ogni ancoraggio. Ancora, l'azione violenta può essere un modo per cercare di trattare, limitare, circoscrivere un'angoscia debordante o invasiva, che in tal modo viene localizzata ( per esempio attraverso agiti contro il proprio corpo, o azioni distruttive ) e che produce - come molti ragazzi testimoniano - un effetto di sollievo. Infine  - ma l'elenco non è esaustivo - la violenza è soddisfazione " diretta" della pulsione di morte: il bambino o il ragazzo violento trova una soddisfazione nell'atto stesso di distruggere. Ricordiamo che Freud aveva messo in rilievo nella sua opera che in certe condizioni " straordinarie", come quella della guerra, gli uomini potevano lasciarsi andare ad atti di crudeltà e brutalità incompatibili con la loro morale in situazioni " normali". Aveva attribuito questo scatenamento al venir meno della funzione regolatrice operata dalla cultura e dalla tradizione: cioè dagli ideali. Aveva anche messo in rilievo come la libido, cioè la funzione del desiderio, potesse fare ostacolo alla forza oscura del godimento che la guerra può scatenare".




Paola Bolgiani  da  Adoviolenza ( La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti ) 


* Il testo è stato prodotto ad opera di  GRiM ( Gruppo di ricerca minori ) 

    

giovedì 12 novembre 2020

LA GRATITUDINE


 
      Pier Leone Ghezzi   La Gratitudine


"I Would maintain that thanks are the highest form of thought, and that gratitude is happiness doubled by wonder."


Gilbert Keith Chesterton



" Sosterrò sempre che il ringraziamento è la forma più alta di pensiero, e che la gratitudine non è altro che una felicità raddoppiata dalla sorpresa "