mercoledì 11 novembre 2020

POESIE DI VLADIMIR SERGEEVIC



  Col mio amore profetico ti proteggevo...


NON PER VOLONTA' DEL DESTINO


Non per volontà del destino, non per disegno

degli uomini, non per tuo disegno

io presi ad amarti, e col mio amore profetico

ti proteggevo, e ti protessi

dal male ascoso, dalle reti segrete.


Lascia pure che si addensino i nembi d'attorno

e che soffi sinistra tempesta e che desti il tuono le eco:

non paventare! lo scudo del mio amore

non cadrà dinanzi al fato tenebroso:

fra te e la furia del cielo esso sta ancora saldo,

così come un tempo.


E quando la morte avrà smorzato

dinanzi a noi due le lampade della vita terrena,

la fiamma dell'anima eterna ci condurrà

- come la stella d' Oriente - là dove la luce 

è inestinguibile. E là - davanti al Signore - tu sarai allora

dinanzi al Signore d'amore - la mia risposta.



                                               ***


ANGUSTO E' - LO VEDO - IL TUO CUORE PER ME


Angusto è - lo vedo - il tuo cuore per me,

ma spezzarlo mi dorrebbe. Oh, se ardesse in te

una sola scintilla, una scintilla sola di fuoco vivo!

Tu sei una gelida, perfida ninfa.


Ma non è nelle mie forze abbandonarti, dimenticarti,

ché il mondo si smagherebbe di tutti i colori,

e, in quella notte cieca, mute per sempre

diverrebbero tutte le folli fiabe e le folli canzoni.



                                            ***


MIA CARA, NON CREDO


Mia cara, non credo affatto alle tue parole,

né ai tuoi sentimenti, né ai tuoi occhi credo

e neppure a me stesso; credo soltanto

alle stelle che splendono in alto.


Fiume latteo, mi inondano

quelle stelle di sogni veritieri,

e in un deserto senza confini

allevano per me fiori non terreni.


E tra quei fiori, in quella eterna estate,

intrisa di argento azzurrino,

come bella tu sei, e come puro, libero

in quella chiarità siderale è l'amore.



                                           ***


OH, QUANTO IMMACOLATO AZZURRO


Oh, quanto immacolato azzurro v'è in te, e quanti,

quanti tenebrosi nembi! Come chiara ti splende

- al di sopra - la luce di Dio; come in te è ardente

e sfinente la fiamma del male!


Come in te arcanamente - con odio invisibile - si sono

incontrati nell'anima i due eterni poteri, come in te

stranamente, avvinghiandosi - folla scomposta -

si sono mischiate le ombre dei due mondi!


Ma ho fede: corrusco di folgori, il verbo divino

incederà attraverso codesta caligine, e tutto

diromperà in travolgenti ruscelli il nembo

tenebroso nella valle devastata


e la detergerà di lucente rugiada, spegnerà

il fuoco delle potenze maligne. La volta celeste schiuderà

il proprio splendore, e di immobile luce

tutta illuminerà la bellezza della terra.



                                              ***


A CHE LE PAROLE?


A che le parole? Attraverso la sconfinata distesa

dell'azzurro, le armoniose correnti delle onde eteree

ti recano l'impetuosa fiamma dei desideri

e il segreto sospiro di un tacito amore.


Trepido, presso la cara soglia,

lo sciame dei sogni obliati incontro ti accorre.

Non è lungo l'aereo cammino:

un attimo solo, e ti sono dinanzi.


E in quell'attimo dell'incontro invisibile

il mondo non terreno di nuovo ti illuminerà della sua luce,

e con angoscia e amore scuoterai via dalle palpebre

il greve sogno della consapevolezza terrena.



                               Vladimir  Sergeevic  Solov'ev   da   Poesie


lunedì 9 novembre 2020

L'OSSO, L'ANIMA ( di Bartolo )

 


                                                                      Accoglimi...


DELLE PENE


Alla prova dei fatti

non ci fu di che essere allegri:

torti, errori, viltà,

debolezze del cuore,

insanie che inquinarono la mente.

Pagammo in disparte nascondendo

le voci, l'ammontare,

i conti d'impossibile chiusura.

Vorremmo un'era

forte, aperta, decisa

di pubblica chiarezza per le pene.

Non più pagare mediante equivalenze,

con conguagli privati, silenziosi,

ma tormenti, tenaglie squillanti

maschera gogna ruota rogo.

Visibile a tutta la città

la corda che ci gira per il collo.



                                               ***


LA SEDE ADATTA


L' anima dilata

deforma questi oggetti della terra,

carica le cose d'assoluto,

altera colori, sconvolge

volumi, valori, affida

nobili poteri a corpi vili.

Muove fuochi e pensieri all'infinito

mentre il cerchio è già scritto nel suo giro

e l'immobile centro allunga raggi

i monotoni raggi fino al limite.

L'anima non trasmodi,

non faccia movimenti esagerati,

se li fa, taccia

- non si lagni quando

casca nel concavo, in un fosso

o sbatte sulla piatta superficie.

Quello che lei vuol fare

è un altro discorso.

E questa non è la sede adatta.



                                              ***


UN 30 AGOSTO


Si vide subito che si metteva bene:

eventi macroscopici nessuno,

il sole a un passo da settembre

diede la prima razione

alle isole di fronte;

il mare mandò lampi di freschezza, 

il caldo soltanto fra tre ore,

un immenso celeste, ancora un giorno

per l'uva e gli altri frutti di stagione,

tra i pochi rumori di paese

l'ossigeno sibilando disse

di non farcela più con quel suo cuore.

Di primo mattino la morte di mia madre.



                                                ***


OGGI


Oggi ignorando tutto

di questo giorno,

se d' Avvento o Passione,

ignorando i colori, le pianete,

m'inginocchio nella tua casa

sotto la tenda che portiamo ovunque

per aprirla per chiuderla a tua offesa,

aprirla ancora, nei boschi

in fuga, su secche, su frangenti,

dal capolinea a un punto della corsa.

Non frugarmi, non chiedere.

Tu sai il perché d'un labbro

che si sporge più dell'altro.

Accoglimi.

Assieme ai pesci sguazzanti all'ingrasso

nell'acqua del Giordano

nella tua conca di marmo,

ai due cani

ringhiosi clandestini

che baruffano nell'angolo più buio

della tua navata.



                                              ***


L'OSSO


Avanti, sputa l'osso:

pulito, lucente, levigato,

senza frange di polpa,

l'immagine del vero,

ammettendo che in questo

unico osso avulso dal contesto

allignino chiariti, concentrati

quesiti fin troppo capitali.

Credo che tu non possa 

farcela: saresti

cenere nella fossa,

anima da qualche parte.



                             Bartolo  Cattafi   da    L'osso, l'anima



LETTERE ( dal lago di Como )

 


                                                    " Addio monti sorgenti dall'acque..."

" Mio caro amico,

 rammenti quel pomeriggio lassù, all'orlo del bosco, dove fanno il nido le due pojane? Di quando in quando esse si libravano planando nella azzurra immensità. L'occhio riposava seguendo le loro volute: la nostra vita interiore si concentrava nello guardo e tutto il nostro essere, quasi sospinto lassù dalla potenza di quella forza libera e ondeggiante, sentiva profondamente la pienezza dello spazio...Laggiù - lontano - si stagliavano contro il cielo i nitidi profili delle catene dei monti, e più addietro stava aspettando la terra che da vent'anni non avevo più visto, e io sapevo che - ritornandovi - questo nuovo incontro sarebbe stato per me molto importante.

( ...) 

Mi sembra di trovarmi in un mare agitato: tutt'attorno a me l'onda si frange, si ritira, si abbassa, precipita, nuovamente si gonfia. Voglio vedere se riesce a trovare la direzione da prendere e la giusta via. Voglio sapere ciò che hanno davanti a sé le migliaia di figure e di avvenimenti del nostro tempo. Tanto profondamente mi sento impegnato in questa faccenda, che la prima volta che essa si chiarì nella mia coscienza, ne rimasi spaventato. Devo sapere che cos'è. Tu conosci la leggenda di Edipo, come egli fosse interrogato dalla Sfinge e come la sua vita dipendesse dal trovare la soluzione dell'enigma propostogli. Orbene, è come se noi fossimo interrogati nello stesso modo: anch'io personalmente. non so ancora dove mi condurrà questa questione. Comincio, procedendo passo per passo.

(...)

Avevo appena calcato il suolo italiano, quando mi sentii come preso da problemi di singolare portata, ma dietro ad essi stava qualcosa che rendeva assai tristi. Mi si veniva svelando ciò che è l' Europa, ciò che significa l'appartenenza a un popolo,quella del sangue, ma anche il legame stabilito dagli uomini dalla fedeltà e dallo spirito, ciò che sono l'umanità e il mondo - spesso mi era sembrato che queste cose formassero il suolo concreto su cui poter camminare, un'atmosfera reale, un vero spazio, così necessari alla vita così come lo sono al corpo lo spazio che ci circonda e l'aria che respiriamo. Tutto questo però era grande e possente: non era ciò che rendeva triste. La causa della tristezza era questa: io sentivo come tutt'intorno a me fosse cominciato un grande morire..."



             Romano Guardini  da  Lettere dal lago di Como ( 1923 - 26 )


PAUL ELUARD IN POESIA



                                            La curva dei tuoi occhi fa il giro del mio cuore...



I TUOI OCCHI


La curva dei tuoi occhi fa il giro del mio cuore,

girotondo di danza e di dolcezza,

aureola del tempo, culla notturna e sicura;

i tuoi occhi non m'hanno sempre veduto,

io non so tutto quello che ho vissuto.


Foglie di luce e schiuma di rugiada,

canne del vento, sorrisi odorati,

ali che rischiarano il mondo,

navi di cielo cariche e di mare,

sorgenti dei colori, a caccia d'ogni suono.


Profumi schiusi da una covata d'aurore

che giace ancora sulla paglia degli astri,

come il giorno deriva da innocenza,

intero il mondo dai tuoi occhi puri

e il mio sangue fluisce in quegli sguardi.



                                            ***


ANCHE QUANDO DORMIAMO


Anche quando dormiamo vegliamo l'uno sull'altro

e questo amore più greve del frutto maturo di un lago

senza riso e senza pianto dura da sempre

un giorno dopo l'altro una notte dopo di noi.



                                          ***


IN VIRTU' DELL'AMORE


Ho liberato la stanza dove dormo, dove sogno,

liberato la campagna e la città dove passo,

dove sogno da sveglio, dove il sole si alza,

dove nei miei occhi assenti la luce si addensa.


Mondo a casaccio, senza superficie e senza fondo,

dalle grazie dimenticate appena riconosciute,

la nascita e la morte mescolano il loro contagio

nelle pieghe della terra e del cielo confusi.


Non ho separato nulla ma ho raddoppiato il mio cuore.

Amando, ho creato tutto : reale, immaginario.

Ho dato la sua ragione, la sua forma, il suo calore

e il suo ruolo immortale a colei che mi illumina.



                                               ***


SENZA AVVENIRE


La donna circuisce un piccolo uomo collerico

che non vuole né dormire né sognare ma conoscere

e che rifiuta di morire senza amare tutto.


Piccola donna paziente, tu lo fai calmare

e impazzisce secondo la volontà della tua carne.


Pesi sul suo cuore e dai sollievo al suo corpo

nel buio terribile lo rendi immobile.

Egli vive senza avvenire.



                                                   ***


NOI DUE


Noi due tenendoci per mano

ci crediamo ovunque a casa nostra

sotto l'albero dolce sotto il cielo nero

sotto ogni tetto nell'intimità

nella strada vuota in pieno sole

negli occhi vaghi della folla

accanto a saggi e a folli

tra i fanciulli e gli adulti.

L'amore non è fatto di misteri

noi siamo l'evidenza stessa:

credono d'essere a casa nostra

tutti gli innamorati.



                       Paul Eluard   da    Derniers  poèmes d'amour



sabato 7 novembre 2020

PERVIGILIUM VENERIS ( La Veglia di Venere )

 


                                                     "Cras amet qui nunquam amavit;

                              quique amavit, cras amet".


                                            ***


                                                  "Domani ami chi non ha mai amato;

                            e chi ha già amato - domani - torni ad amare".



                           

                                   Carme di anonimo latino del II sec. in onore di Venere


Veglia di Venere: poemetto latino di 93 settenari trocaici, anonimo, variamente datato tra il sec. II e il sec. IV e, di volta in volta, attribuito a Floro, Apuleio, Nemesiano, Tiberiano. È un inno a  Venere, dea dell'amore e forza vivificatrice della natura, da intonare in occasione della festa notturna (pervigilium) ai piedi dell'Etna, in Sicilia, per festeggiare l'arrivo della primavera. Interpretato come canto popolare o carme dotto, è suggestivo nella semplicità che nasconde un'arte raffinata. Proposto in italiano, in versi martelliani, viene qui presentata una traduzione/reinterpretazione con 10 numerose integrazioni e brevi aggiunte. Sostanzialmente fedele all’originale latino fino alla penultima stanza, nell’ultima si rilevano le differenze più marcate. L’autore ha introdotto, arbitrariamente, alcuni versi in più ed esteso quelli esistenti, dando completezza alla tragica leggenda di Tereo, chiamando anche Procne (rondine) quale diretta protagonista, insieme alla sorella Filomela (usignolo), a partecipare alla celebrazione e alla gioia della Primavera incipiente. Il breve congedo dell’autore latino, alla fine, è stato riscritto quasi completamente, adattandolo alla malinconica chiusura del canto. La versione italiana, pur discostandosi qua e là, dove più dove meno, dall’originale è stata composta con il proposito di restare fedeli - anche a costo degli scostamenti detti " allo spirito " della composizione originaria, come naturalmente sentita - oggi - dal traduttore.



ROSE SU ROSE

 


                                                                Le rose sono vita, sì...



LA VECCHIA


Allora la vecchia mi disse:" Guarda questa secca rosa

un dì ammaliata dallo sfarzo della sua stagione;

il tempo che sbriciola le altissime mura

non defrauderà il libro della sua saggezza.

In questi petali secchi c'è più filosofia

di quella che la tua dotta biblioteca può darti;

essa sulle mie labbra pone la magica armonia

con cui sul fuso incarno i sogni della mia rocca".

" Sei una fata" le dissi. " Sono una fata " mi disse 

e della primavera celebro l'esultanza

dando la vita e il volo a queste foglie di rosa".

Si trasformò in una principessa profumata

e nell'aria sottile - dalle dita della fata -

volò la rosa secca come farfalla.


                                     Rubén  Darìo


                                        ***


ROSE


Rose, rose, fragranti rose belle,

color d'ambra, di fuoco, d'arse bocche

già flaccide, di nevi ancor non tocche,

sul ramo a due a due come sorelle:


rose in bocciolo, rose in giovinezza

piena, rose disfatte per eccesso

di godimento, rose che l'amplesso

del sol spaccò per meglio averne l'ebbrezza:


rose a cespuglio, a siepi, a serti, a densi

grappoli traboccanti da muraglie

basse, chiudenti il viator fra le maglie

d'aromi, a frenesia di tutti i sensi!


Ora soltanto la caduca e folle

vostra grazia m'attira, or che non posso

cogliervi più, né mordere con rosso

riso al dolcior di vostra carne molle:


or che in terra non mia, gioia e certezza

d'altri, dietro cancelli a me serrati,

offrire al sol vi scorgo i vellutati

petali per un giorno di bellezza.


                                     Ada  Negri


                                         ***


TU SULLE NUBI


La discesa.


Sì, questa sera non è un'immagine,

le nubi sono rose, sì,

le rose sono vita, sì.


Questa sera tu sei tu,

non è nube l'amore in me,

è vita la rosa in me.


                         Juan Ramon  Jiménez


                                           ***


L'AUTUNNO


Le rose arrugginite dell'autunno

osservano lo spazio bianco dalla pioggia -

la pioggia cuce il cielo alla terra

con  mille brividi e punti -.


E tutto si corrode, si deforma,

cola, gronda madido,

ma non per sempre, dalla disperazione -

per poco, dalla lussuria.


                                         Maria Pawlikowska


                                              ***


SALMO


Nessuno ci impasta di nuovo, da terra e fango,

nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.

Nessuno.


Che tu sia lodato, Nessuno.

E' per amor tuo

che vogliamo fiorire.

Incontro

a te.


Noi un Nulla 

fummo, siamo, resteremo, fiorendo:

la rosa del Nulla,

la rosa di Nessuno.


Con 

lo stimma anima - chiara

lo stame ciel - deserto

la corona rossa

per la parola di porpora,

che noi cantammo al di sopra 

- ben al di sopra -

della spina.


                           Paul  Celan



L'EROS DI VERA PAVLOVA



                                                     Rammentami così come adesso...


           

Quanto poco mi è dato congiungermi

con te in incavi, sporgenze e solchi.

Quanto poco: solo gomiti e ginocchia

per puntellarmi. Insaziato appello

di penetrare nei pori della pelle, nel flusso

del tuo sangue come una cascata di montagna,

aderire ai meandri di cervello e viscere

e - come radici - intrecciare le vertebre

così che solo la scure vi si

quanto poco mi è dato dalla stolta natura :

adattare in un unico incastro

l'elementare armatura maschile.



                                          ***


CON TENERA PUNTA DELLA LINGUA


Sul tenero i versi migliori si scrivono

con la tenera punta della lingua -

sul tuo palato, sul petto,

con fine grafia, sul ventre ...

Ma no - amato - io scrivevo buona buona.

Posso - con le labbra - cancellare

il tuo punto esclamativo?



                                            ***


OSPITE


Prima senza resistenza

mi concedo alla tua linfa,

Maschio : impeto, pressione.

poi ti ricordo: il pube

sotto la polpa cela l'osso,

e tu non padrone sei, ma ospite.



                                                ***


PERCHE' IO SUPREMA TUA MORBIDEZZA


Perché io suprema tua morbidezza

son fatta della tua suprema durezza:

dalla tua costola?

Perché nulla vi è di duro in te

che mai non diverrebbe morbido

in me.

Io - tuo secondo Io.

Tu - mio secondo Tu.

Pronome privo

di lunghezza e altezza

eccitante e sola ampiezza,

vastità e durata

e candela nuziale.



                                        ***


MI TIENI LE BRACCIA


Mi tieni le braccia: credi

d'avermi catturato?

Lascerò il corpo, coda di lucertola.

E quel che tra le mie gambe cercavi

ti toccherà cercarlo tra le stelle.



                                         ***


RAMMENTAMI COSI'


Rammentami così

come adesso: distratta e tagliente.

E la parola che batte contro la guancia

come una farfalla contro la tenda.




                                Vera  Pavlova   da    La nuova poesia russa



venerdì 6 novembre 2020

IL FUOCO DI OL'GA

 


Dio di verità, Dio del risveglio...



INFANZIA


Ricordo la prima infanzia

e il sogno sull'oro piumino.


Un sogno o per davvero?

Qualcuno mi vide,

qualcuno entrò nel giardino

e in piedi mi sorrise.


- Il mondo - dice - è un deserto.

Il cuore dell'uomo è una pietra.

Amano gli uomini quel che non sanno.


Non ti scordar di me - Olga -

e io non dimenticherò nessuno.



                                                 ***


E come il cuore d'un antico racconto

batte in molte lingue -

Tu, che non abbandoni alcuno mai

perduto, che la lebbra

sollevi con un soffio come cenere,

che dalla risacca delle generazioni

un popolo Ti raduni -

Dio di verità, Dio del risveglio,

Dio di colui che senza te perirà.



                                           ***


Lo sai, ti amo tanto,

che se l'ora verrà

e mi porterà via da te,

non mi porterà via:

come si può dimenticare il fuoco?

                            come si può dimenticare

che la felicità vuole essere

                            e il dolore vuole non essere?

Lo sai, ti amo tanto,

che non distinguo

il respiro del vento, il sussurro dei rami, la vita della pioggia,

la via simile a una candela,

quel che mormora la tenebra aliena,

che accese la mente come un cerino

e persino il povero battito

della farfalla rinsecchita sul vetro.



                                          ***


Al flauto il flauto risponde,

non d'osso né di legno,

ma quello che tengono i monti

tra caverne e fenditure

danno alle corde non dissimili corde

e alle parole la parola.


E alla stella della sera che rapida sale

risponde la preghiera del mio cuore:


Tu porti mille stelle all'aperto,

stella della sera,

e di mille preghiere

s'incendierà il mio cuore,

miriadi di preghiere per una sola cosa:

destati!

Guardami - amico mio ispirato -

vedi come arde la notte.



                                                 ***


Dice lo stagno:

avessi mani e voce,

oh come avrei saputo amarti, coccolarti!

Gli uomini - sai - sono avidi e malati

sempre: strappano i vestiti degli altri

per farsene bende.

A me invece non occorre nulla:

la tenerezza- credi - è una guarigione.

Ti appoggerei nel grembo le mani

come fa il cagnolino di casa,

e scroscerei la voce dall'alto

come fa il cielo.




                    Olga  Sedakova     da  Solo nel fuoco si semina il fuoco


I CHIODI DI AGOTA



Eppure continuo a cercarti nera e amorfa...


CHIODI


Sopra le case e la vita

nebbia grigia lieve


con le foglie a venire

degli alberi nei miei occhi

aspettavo l'estate


più  di tutto

dell'estate amavo la polvere bianca

calda polvere

insetti e rane vi morivano soffocati

se non cadeva la pioggia

per settimane


un prato e piume viola sull'erba

crescono

gli uccelli il collo dei pozzi

il vento stende sopra una sega


chiodi 

puntuti e smussati

chiudono porte montano grate

tutt'attorno sulle finestre

così si edificano gli anni così si edifica

la morte.



                                          ***


NON MORIRE


 Non morire

non ancora

troppo presto il coltello

il veleno, troppo presto.

Mi amo ancora.

Amo le mie mani che fumano

che scrivono.

Che tengono la sigaretta

la penna

il bicchiere.

Amo le mie mani che tremano

che puliscono nonostante tutto

che si muovono.

Le unghie vi crescono ancora

le mie mani

rimettono a posto gli occhiali

affinché io scriva.



                                           ***


ANCHE TU TE NE VAI


Si è spenta la luce niente

ha più senso informi

figure si allungano fino al mio cuore adesso

pronuncia le parole che

tra colpi e paure

non riuscivi a pronunciare.


Ti ricordi le immobili

strade morte sulle quali

un uomo camminava nella pioggia e piangeva


dove sei finito amore mio non oso

guardarti così dura ormai

è la distanza tra te e me

eppure continuo a cercarti nera e

amorfa cammino per la città

di chi sa essere felice e villaggi

mestamente silenziosi dove nessuno mi conosce

mi fermo su soglie estranee appoggio

la fronte bagnata a porte chiuse.


Su immobili strade morte

un uomo camminava nella pioggia e piangeva.


E ti ricordi i nostri dubbi.


Bianche silenziose volavano via le sere

sedevo sulle panchine fedeli

guardavo l'acqua e sapevo

che ormai anche tu te ne saresti andato.



                                            ***


LA FINESTRA DELLA NOTTE


La finestra era aperta era la finestra

della notte piena di buio e di vento

eppure l'estate fluttuava sopra le strade e pensavo

che domani non sarai più qui.


Non piangevo solo temevo le vertigini

nel vuoto che ti lasci dietro

non c'è niente a cui possa aggrapparmi

neanche la tua mano sarà qui domani.


Non che tu valga più di chiunque altro ma

per un qualche caso ho attribuito a te

ogni bellezza e tristezza e adesso che

te ne vai ho perso l'appoggio sto ferma non so

in quale direzione girare il viso.


Che importa tanto a tutti i costi devo continuare a vivere

domani uscirò in strada morti camminano

per queste vie anche io sarò pallida se solo sapessi

dove andare da chi e perché.



                                       ***


TI ASPETTAVO


Ti aspettavo in fondo alla strada nella pioggia

andavo a capo chino ti vedevo lo stesso

ma non riuscivo a sfiorarti la mano.

Ti aspettavo su una panchina le ombre degli alberi

cadevano sulla ghiaia fresca

come anche la tua ombra mentre ti avvicinavi.

Ti aspettavo una volta di notte sul monte

crepitavano i rami quando li hai scostati

dal tuo viso e mi hai detto che non potevi restare.

Ti aspettavo a riva con l'orecchio incollato

a terra sentivo il tonfo dei tuoi passi

sulla sabbia morbida poi si fece silenzio.

Ti aspettavo quando arrivavano i treni lontani

e le persone tornavano tutte a casa

mi hai fatto un cenno da un finestrino il treno non si è fermato.




                           Agota   Kristof   da      Chiodi


Scrive  Agota Kristof  :  "  Non ho ancora trovato la parola per qualificare ciò che è capitato. Potrei dire dramma, tragedia, catastrofe, ma nella mia mente chiamo tutto questo semplicemente " la cosa " per la quale non c'è parola."

Agota Kristof ha preferito andare in fabbrica come operaia piuttosto che consegnarsi a una carriera di insegnante. Ha affermato che la fabbrica - per scrivere poesie - va benissimo : " Si può pensare ad altro e le macchine hanno un ritmo regolare che scandisce i versi.".

" La poesia, prima di essere poesia, è una posizione poetica, è un abitare stabilmente in un non luogo, in un " vuoto", un abitare spaesante ".

Per la nostra poeta, quella " zona spaesante" del mondo è stata l' Ungheria del comunismo sovietico, quel regime dispotico e capillare di controllo e di educazione delle coscienze, l'ideologia della felicità promulgata per decreto poliziesco e il conseguente abbandono da parte della poeta del suo paese e della sua lingua, il trovarsi perciò " senza lingua", o meglio, " spodestata" tra due lingue ( la propria  e quella  francese di Neuchatel che assunse come lingua - madre ).



                                                 (  f.  )




mercoledì 4 novembre 2020

POESIE EDITE E INEDITE ( Corazzini )

 



Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ha che le lacrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

                ( S. C. )




SONETTO D'AUTUNNO


Dorma l'autunno e sogni ancora biondo

il dolce vecchio, e il sonno gli consoli

anche una gioia rapida di voli,

gli ultimi, Santo Stefano Rotondo.


Forse, domani non varrà un giocondo

subito trillo a risvegliare i broli,

forse, domani i nostri cuori - soli -

turberanno il silenzio profondo.


E noi, dolcezza, non lo desteremo

il soave malato che non ha

più la speranza della guarigione


come l'anima nostra, senza remo,

e senza vele, che non tornerà

mai più nel porto di salvazione.



                                            ***


SONETTO DELLA NEVE


Nulla più triste di quell'orto era,

nulla più tetro di quel cielo morto

che disfaceva per il nudo orto

l'anima sua bianchissima e leggera.


Maternamente coronò la sera

l'offerta pura e il muto cuore assorto

in ricevere il tenero conforto

quasi nova fiorisse primavera.


Ma poi che l'alba insidiò co' l lieve

gesto la notte e, per l'usata via,

sorrisa venne di sua luce chiara,


parve celato come in una bara

l'orto sopito di melanconia

nella tetra dolcezza della neve.



                                              ***


INVITO


Anima pura come un'alba pura,

anima triste per i suoi destini,

anima prigioniera nei confini

come una bara nella sepoltura,


anima, dolce buona creatura,

rassegnata nei tristi occhi divini,

non più rifioriranno i tuoi giardini

in questa vana primavera oscura.


Luce degli occhi, cuore del mio cuore,

tenerezza, sorella nel dolore,

rondine affranta nel mio stesso cielo,


giglio fiorito a pena sullo stelo

e morto, vieni, ho spasimato anch'io,

vieni - sorella - il tuo martirio è il mio.



                                                ***


GIARDINI


O piccoli giardini addormentati

in un sonno di pace e di dolcezze,

o piccoli custodi rassegnati

di sussurri, di baci e di carezze;


o ritrovi di sogni immacolati

di desideri puri e di tristezze

infinite, o giardini ove gli alati

cantori sanno di notturne  ebbrezze,


o quanto v'amo! I sogni che rinserra

il mio core fioriscono, o giardini,

lungo i viali, ne le vostre aiuole.


Io v'amo, io v'amo, o fecondati al sole

di primavera in languidi mattini,

o giardini, sorrisi de la terra!



                          Sergio  Corazzini    



IL PIANISTA



                                    Al Nowoczesna, nessuno badava alla mia musica...


Wladyslaw Szpilman era un pianista di talento, ebreo polacco vissuto a Varsavia durante il periodo dell'occupazione tedesca. Il pianista è un film che racconta in modo sobrio la sua tragica vicenda che fu una vera e propria odissea : rinchiuso nel ghetto costruiti dai tedeschi per gli ebrei di Varsavia, Szpilman fugge poco prima della deportazione nei campi di concentramento - dove invece finirà la sua famiglia - e inizia a vagare, nascondendosi in appartamenti vuoti dove alcuni polacchi danno asilo agli ebrei. Dalle finestre di questi gelidi rifugi, l'uomo assiste solo e impotente, tormentato dalla fame e dalla paura, al massacro dei suoi amici, alle battaglie tra tedeschi e partigiani polacchi, fino all'arrivo di reggimenti russi che liberarono la sua città.
Il film, pur nella sua crudezza, regala momenti di rara poesia, come nella scena d'apertura, dove Szpilman interrompe un concerto alla radio polacca sottoposta a bombardamento; a quella in cui si esibisce al piano davanti a un ufficiale tedesco che, ammirato dal suo comportamento, gli salva la vita; alle tragiche riprese del ghetto di Varsavia completamente distrutto dopo la fuga dell'esercito nazista.
La realtà descritta dal regista ci invita a vedere con occhi nuovi la storia dell' Olocausto, per questo Il pianista è un film che riesce a far comprendere - senza retorica né eccessi - come siano importanti le cose, anche quelle più piccole e banali, che fanno di un uomo una persona; come sia indispensabile credere in alcuni, saldi principi; avere uno scopo nella vita e portarlo avanti nel migliore dei modi e nel rispetto degli altri.
Avere altresì delle gioie, dei sogni, delle aspirazioni e fare una vita normale , cioè da uomo.


                                  
                                          frida



lunedì 2 novembre 2020

I PONTI E I CERCHI DI CARMELO



                                                  Quanti congedi la mia mano conterà...



Il dolore era già

prima di noi,

sconosciuto alla voce,

alla parola.

Sulla cima era

povero il grido,

un alfabeto ingolato,

senza forma,

guardato dai falchi

assiepati per bere.



                                           ***


Nessuno potrà dimenticare

la morte correre

tra i fiori,

o negare di aver visto

le madri affamate

della bellezza di un solo volo.

Non è diverso al mattino

separare gli occhi dai colori

e misurare le distanze

tra i ponti e i cerchi.

Nessuno potrà dire:

" Non è vero, non oscilla

ancora il trapezio,

non si vede tutto il segreto.


O tirarsi indietro.



                                                 ***


MARIA


Io, fratello di Maria,

sono qui, dove sarà domani,

perché questo è il luogo

deciso, la via che scende

e sale.

Leggo il nome, la data,

guardo i fiori,

inadatto con la mia prosa

irresoluta, disossato

da tutti i calendari,

da ogni distacco

che ancora dura.

E' viva nel tempo

la cosmologia dei cerchi,

della parola cantata

dai cipressi,

egemonia musicale

e senza spreco

delle perdite.

La sua immagine è intatta,

guarda davanti a sé

addensarsi il nuovo

sposo del nulla,

dio di morte

sedotto dalle mie spalle

irriducibili.



                                          ***


Anche tu, amore mio,

sorella che muti

e trascolori,

almeno così ti scorgo

nel sorriso che ci accorda

più dei giorni,

curi bene gli scuri

tu, pittrice

che non fosti mai,

sei vicino e in mezzo

a tutti i cancelli,

e lì fulminea,

liberata dai capelli,

fai ordine, regali luce.



                                             ***


Noi che dureremo un secolo

nell'intimità senza risposta

delle prove di luce,

noi giovani assoluti,

fratelli, e senza età

qui e in noi,

entrerà l'oratorio dettato sul ponte.

Nel richiamo senza appello

di molecole rimaste calde

come manoscritti sull'acqua,

quanti meridiani segnerà

la memoria, quanti congedi

la mia mano conterà in profondità

mentre in superficie,

come due rivali vincitori,

nel giro imperioso del tempo

l'ombra e il sole

riporteranno il miracolo alla riva.



                                                        ***


Perché dovremmo sapere

l'alone, via e dimora 

dei morti, non basta 

la tensione dell'aria

quando ricoveriamo tra le braccia

le cose tremende e vive?

Nel cammino della frase

la risonanza del suono

sta nel culmine delle parole

piccole, e la bocca già abitata

sorride nella scena del tempo.

Deve essere certo

il buio che confonde

e tiene unito il mondo,

che nello schermo intero

sveglia il futuro

e lega, come in un film

che rimane muto,

tutte le note.



                              Carmelo Pistillo    da    I ponti, i cerchi

    

QUESTIONI DI ETERNITA' ( ma piccole...)

                  


                 Il poco, il breve che non sapevamo - vivendoli - capaci d'immenso...



SEME CONTUMACE


la stanza dove

siamo due ombre del suo imbrunire:

nel letto, quattro ricci

di pube,

la vagina che ha insanguinato

o i graffi per la tua unghia

fuori misura,

ci abbiamo scavato le fosse

di noi, fino alla rivalsa

- il seme è debitamente morto,

quattro orbite

di seme contumace,

quattro mosche beate

su quei grumetti nell'ultimo sole.



                                      ***


A QUELLA CON CUI DORMIVO COSI' BENE


cambiare letto e, prima di svegliarsi, l'incubo

di non sapere dove si è

e la luce, la luce poi, in quale punto

sia una madre possibile

...e se mi accadrà anche più dentro al sogno

che chiamano il nessun posto

( parliamo di morte, tanto

siamo in casa dell'impiccato ) ?

... allora, non trovando la lampada, non potrò

sapere se sono vivo

a tentoni appoggiando l'orecchio al tuo cuore

a qualche aritmia

non sarò più uno

che si ascolta sulle tue pareti della mia prigione

- non servirà sussurrarti :

" svegliati, è tardi ".



                                                 ***


... diletto, convinciti, è una sera

come le altre,

ci faremo luce insieme,

ora, fra poco

dovrò

pur ritrovarla la lampada:

era qui

solo un eterno fa

... amore, il gioco

- aspetta, abbi pazienza -

sta per ricominciare: nessuna

assenza, manchi solo tu,

cosa vuoi 

che sia, un'inezia:

io battezzato

in tua lingua

in tua posa.



                                                 ***


DETTAGLI DI SANGUE


di tanto amarti perduto

non resterà che questo:

il ricordare a strappi come ci si leva

una benda per rabbia da una ferita

fresca

solo frammenti, dettagli a sangue, o svolte

fulminee,

il senso del dolore prima che il dolore esulti:

il poco, il breve

che non sapevamo vivendoli capaci d'immenso.




                   Alberto  Bevilacqua   da   Piccole questioni di eternità