mercoledì 9 marzo 2022

LA META' DEL LETTO DI MATTEO



                                                             J. M. W. Turner  - Venice



" Canta, o Musa malinconica / di chi attende il ritorno di sé, coerente / immagina e sorprende il corpo / in questo purgatorio ". Credo che " La metà del letto" colga in questa quartina uno dei suoi apici, toccando la condanna del poeta, quella che già Baudelaire consegnava al Albatros, di sentirsi incarnato. La pena di avvertire l'essere eterno nella carne che non è tale. Il tormento di avere pensieri infiniti prigionieri di un destino non infinito. E in questa denuncia, Matteo si fa compagno di pena di ogni essere che sia davvero umano, e cioè, consapevole di questa sua dimensione luciferina di ex angelo, di reietto, di creatura decaduta, di ek- sistenza, di una perdita dell' Essere nell'esistere. Tutte le religioni, tutte le filosofie e le letterature da qui nascono e a questo mistero fanno ritorno.


                        Dall' Introduzione di Roberto Pazzi


                        


 Il buio insegna il bianco.

Soltanto nel buio di un riposo

che non si rassegna

sento l'abbacinarsi della neve.


Mi affido a troppa voce

per colmare vacuità

già complete di silenzi.



                                           ***


La sigaretta si consuma

tra le dita: ridotto a un niente

sono io dalla passione.


Per prima ti ringrazio

del seguito, della ferita:

noi siamo nel dolore

liberi davvero.


Un mozzicone si abbandona

di spalle, si fida della neve


nella salvezza che congela.



                                           ***


Tu sei i miei secondi

e vorresti sentire

" Io ci sarò per sempre ?"

A prescindere da ciò che siamo

adesso, nonostante i sentimenti,

io per sempre non lo so dire

e nemmeno tu.

Noi non lo sappiamo dire

- non perché non l'abbiamo imparato -

ma proprio perché non  lo si impara.



                                                   ***


Mi stupiva rientrare

dalla pausa alla sedia

della conferenza e trovare

la tua vuota. 

Te n'eri andata

e non mi avevi avvisato. 


Alla fine del conto

noi attendiamo sempre

- chiamalo inconscio -

una soluzione ingegnosa

e sorprendente

che ci faccia ridere.


Non avendo  pretesa


o presunzione


di essere salvati.

Ma tu da me


non saresti più tornata.



                                          ***



L'OMBRA DEL PATIO


Oggi tu risorgi

e io mi sento morto.


Non c'era legge che mi avesse impedito

di ucciderti,

soltanto una serie di conseguenze

e lo strascico del rimorso.


   ( Ponzio Pilato )



                                            ***


Qui non c'è stato abbastanza silenzio

per redimere il nostro esilio

dalla custodia dell'amore.


A Ferrara, che arranca

dopo il terremoto di maggio,

la terra si è scrollata di dosso

qualcosa di superfluo.



                                          ***


Sono solo, Venezia,

complice della tua bellezza.

Le tue curve che aprono il cielo

bilanciano l'asprezza crudele

della pausa rimasta negli occhi,

 i vuoti dei troppo pozzi.

E' l'istinto di compensare:

il mare ti aggredisce

ad ogni nuova aurora,

non si avvilisce.

Chiunque ti abbia guardata

- il desiderio di tornare

e farti propria -

ti ha resa estranea alla vita,

intoccabile.

" Guardare e non toccare"

sui tuoi zigomi ventosi.




                           Matteo Bianchi    da    La metà del letto



martedì 8 marzo 2022

LA SEPARAZIONE DI ZINAIDA

 


                                                  Ricordami, quando non ci sarò più...




SEGUIMI


L'aroma di gigli semi- appassiti

annebbia le mie fantasie leggere.

I gigli mi parlano di morte,

del tempo in cui non ci sarò più.


Pace - per la mia anima placata.

Nulla la ferisce o le dà gioia.

Non scordarti degli ultimi miei giorni,

ricordami, quando non ci sarò più.


Amico mio, so che la strada è breve

e presto il povero corpo si stancherà.

Ma so che l'amore, come la morte, è forte.

Amami, quando non ci sarò più.


Mi appare un volto misterioso...

e so che non ingannerà il cuore -

Non c'è oblio per te nel distacco!

Seguimi, quando non ci sarò più.


                       1895



                                           ***


L' URLO


Crollo, preda della stanchezza.

L' anima ferita, piena di sangue...

Davvero non c'è per noi pietà,

davvero non c'è per noi amore?


Adempiamo a una volontà severa,

quali ombre, in silenzio, senza traccia,

lungo una strada implacabile

camminiamo - senza sapere dove.


E il fardello della vita, della croce,

più si avanza e più si fa grave...

E una fine  ignota ci attende

presso porte in eterno chiuse.


Senza un mormorìo, senza stupore

facciamo la volontà di Dio.

E ci creò privo di ispirazione

e una volta creati non potè amarci.


Cadiamo, quale debole massa,

cadiamo debolmente nei miracoli.

E  dall'alto, quale lastra funebre,

ciechi, i cieli ci opprimono.


                                  1896



                                          ***


L' AMORE E' UNO


Un'unica volta la schiuma ribolle

e si spande l'onda.

Il cuore non può vivere di tradimento,

il tradimento non c'è : l'amore è uno.


Ci indigniamo, oppure giochiamo,

o ancora mentiamo - ma col silenzio nel cuore.

Noi non tradiamo mai :

se l'anima è una - l'amore è uno.


Monotona e deserta,

forte della sua monotonia,

la vita passa... E in una lunga vita

l'amore è sempre e solo uno.


Solo nell'immutato c'è infinito,

solo nel perpetuo c'è profondità.

E più si avanza, più l'eternità  è  vicina

e tutto è più chiaro : l'amore è uno.


                                  1896 



                                             ***


FINO IN FONDO


Ti porgo i miei omaggi, mia sconfitta.

Te e la vittoria amo in egual misura;

al fondo del mio orgoglio sta l'umiltà

e dolore e gioia sono sempre una cosa sola.

Sulle acque, pregne della quiete

della sera luminosa - vaga la nebbia;

nell'ultima crudeltà troverai l'infinito della gentilezza,

e nella verità divina - il divino inganno.


Amo la mia immensa disperazione,

a noi della felicità l'ultima goccia.

E un'unica cosa so per certa:

bisogna vuotare il calice - fino in fondo.


                            1901



                                            ***


TU AMI?


C'è stato un uomo che è morto per me

e so che ricordarsi di lui non serve.

Il cuore è sempre lieto della fine, come della morte,

del termine di un amore terreno - del calar del giorno.

Al dormiente io porterò la pace

e la terra dell'oblio sarà leggera.

Si è - in silenzio - allentata una vecchia catena...

Ma la vita crudele, da te mi ha allontanata.


Quando siamo noi due da soli - 

quello - il morto, il terzo - ci sta sempre in mezzo.

Mi fissa coi tuoi occhi,

mi pensa col tuo cervello.


Ahimé ! In te, com'era in lui

non c'è né fedeltà né tradimento...

E sento un terribile, languido odore di putrefazione

nei discorsi tuoi, nei movimenti - in tutto.


Non accetto il sentimento spento

che mi giunge tramite il cadavere che è in te.


E so, con cuore sempre fermo,

che non amo te, come non amavo lui.


                          1896 



                             Zinaida  Gippius



IL MALE DI DOSTOEVSKIJ

 


                                                           Dostoevskij sul letto di morte



IL MALE


 Forse pochi filosofi hanno sentito e compreso come Dosoevskij la forza del male, che vince sulle speranze, sugli ideali e sulla Storia dell'uomo. Le pagine più famose di questo autore sono quelle in cui si cimenta nella descrizione della malvagità umana.


Pur non avendo mai affrontato in modo sistematico il problema del male, Dostoevskij offre nei suoi scritti una serie di riflessioni che ci permettono una schematizzazione delle sue idee. Egli giunge a distinguere due tipi fondamentali di male :

il primo è il MALE EMPIRICO, che è il più comune : esso riguarda le passioni, i vizi e i difetti degli uomini. Verso questo tipo di male lo scrittore ha un interesse soprattutto psicologico, come dimostra nella magistrale descrizione di molti personaggi dei suoi romanzi. E' interessante notare che non c'è - da parte sua - nessun atteggiamento di tipo moralistico; anzi appare evidente una profonda comprensione ( d'altra parte  riteneva egli stesso di essere  un uomo pieno di vizi e un grande peccatore ). Possiamo aggiungere che in lui è sempre presente la convinzione che molto spesso il male è un'espressione della libertà dell'uomo e del suo desiderio di autorealizzazione. Questo tipo di male, oltre ad essere individuale, è talvolta anche sociale, e può diventare la caratteristica di una classe o di un intero popolo. Anche in questo caso il giudizio di Dostoevskij - in sostanza - non cambia.

C'è poi il MALE ONTOLOGICO : esso si colloca molto più in profondità e attira in modo straordinario l'attenzione del filosofo. Questo tipo di male non è spiegabile - a differenza del male empirico - con motivazioni psicologiche o sociali; dunque Dostoevskij non cerca di spiegarlo, ma di descriverlo. Il male ontologico si manifesta sia a livello individuale che collettivo. Per quanto riguarda quello di tipo individuale, lo scrittore ci presenta le figure dei " doppi", cioè coloro che hanno subito profonde fratture e lacerazioni nella coscienza, e in particolare quelli in cui  " la passione per le idee " spinge a manifestare fenomeni che possono far pensare a una possessione demoniaca. Nei confronti di questi personaggi Dostoevskij assume un atteggiamento di timore per il fascino spirituale che sprigionano, e che si spande su quanti li circondano. Egle ne teme la forza interiore che li rende capaci di dominare gli altri, di trasformarli, di traviarli. Essi esprimono - più o meno esplicitamente - talvolta a parole, ma più spesso attraverso il comportamento il senso dell'affermazione :" Dio non esiste, perciò tutto è lecito". Con loro non sono efficaci né la ragionevolezza  né la pazienza, né le buone intenzioni. Il personaggio che più di ogni altro incarna questo tipo di male è Stavrogin nel romanzo " I Demoni ". Anche questo tipo di male, però, non è invincibile : a volte è la vita stessa, attraverso fallimenti e delusioni, a portare ad un ripensamento; altre volte sono la sofferenza interiore del " posseduto", o la nausea, il vuoto, l'insoddisfazione, che lo spingono sulla via della guarigione spirituale.

Dostoevskij sostiene che il male ontologico di tipo collettivo è il più terribile. Esso è legato ad alcune idee e alla loro dialettica; prima di tutto a una delle idee che stanno alla base della cultura moderna, quella che di solito è indicata come " Umanesimo non religioso" e che Dostoevskij definiva con termini molto decisi e con grande chiarezza " religione dell'uomo - dio ". Questa nuova religione, che si fonda sulla negazione di Dio e sulla conseguente deificazione dell'uomo possiede - secondo lo scrittore russo - un grande fascino. Un po' alla volta essa inculca nelle menti l'idea che l'uomo è in grado di compiere, con la sola arma della propria razionalità, un cambiamento razionale della società. E in questa nuova società, che sorgerà dalla distruzione di quella attuale, l'uomo vivrà la pienezza della libertà e la piena realizzazione di sé.

Per molto tempo non se ne avvedono le reali conseguenze; poi, piano piano essa penetra e condiziona tutta l'atmosfera della vita collettiva : cambia i valori, i sentimenti e i rapporti, fino a trasformare la società intera in qualcosa che appare al filosofo russo una possessione diabolica collettiva. Si sviluppa in sostanza una dialettica che, partendo dalla promessa della massima libertà dell'uomo e della piena realizzazione di sé, porta al massimo della schiavitù e a una tale oppressione quale  la Storia non ha mai conosciuto.



                                            f.



lunedì 7 marzo 2022

SULLA BOMBA ATOMICA

 



                              

                                " L' uomo ha inventato la bomba atomica,

                   ma nessun topo al mondo costruirebbe

                   una trappola per topi "


            

                                   Albert  Eistein,  1939



PROFESSIONE : BOIA





  Ucraina: violenze e massacri della popolazione civile






COME I CONDANNATI AL PATIBOLO VENIVANO UCCISI NELLA RUSSIA DEGLI ZAR


(...) Nel XIX secolo non era facile ingaggiare nuovi carnefici disposti a condannare a morte le persone. E così si andava a pescare tra i detenuti.Ecco come avvenivano le macabre esecuzioni.

La maggior parte delle esecuzioni avvenute durante il regno di Ivan il Terribile ( 1530 - 1584 ) venne eseguita in sua presenza e alla presenza delle sue guardie più vicine.

Nel 1570, l'ex capo degli Affari Esteri di Mosca fu giustiziato per tradimento : gli oprichniki più vicini allo zar ( l'esercito privato al servizio di Ivan IV il Terribile ) tagliarono a turno gli arti di Viskovatov e ne sfigurarono il corpo.

Nel 1698, Pietri I giustiziò personalmente cinque guardie di streltsy ( unità militari dell'impero russo in forza dal XVI sec. al XVIII sec.) durante un'esecuzione di massa dopo una rivolta a Mosca. I suoi ministri, i principi Romodanovskij si cimentarono anch'essi nell'esecuzione.

Ma perché lo zar e i suoi fedelissimi dovevano farlo da soli? I membri dell' élite russa erano tutti sadici ?

In Russia, per molto tempo, non ci furono boia professionisti.

Prima che Mosca divenisse uno Stato, le esecuzioni venivano effettuate dalle milizie sotto il comando dei principi russi : una pratica che continuò nel XVI sec. Ma più tardi, nel 1649 fu introdotto il Codice del Consiglio ( Sobornoye  Ulozhenie ), il codice delle leggi dello zar di Mosca, che portò alla necessità di dotarsi di boia professionisti non tanto per eseguire le pende di morte, quanto per le punizioni corporali che venivano inflitte ai condannati prima di procedere all'esecuzione.

Il 16 maggio 1681, la Duma boiarda ordinò al voevoda ( il capo dell'amministrazione locale ) di ogni città di assumere dei boia tra la gente del posto. Se nessuno faceva domanda, il boia doveva essere scelto deliberatamente tra " persone libere ", così che nessuna città sarebbe rimasta senza boia. La paga annuale era di 4 rubli : non molto, meno di quella di un soldato dell'esercito, che era di 6 rubli ( a quei tempi una cena costava  0,04 rubli ).

Ovviamente, la legge non proibiva ai boia di fare soldi in altro modo : i parenti delle persone condannate alla flagellazione o alla fustigazione erano pronti a pagare per rendere l'esecuzione meno crudele, o per saltarla del tutto.

La chiesa ortodossa detestava i boia : secondo la versione ortodossa del mondo, un boia sceglieva l'avidità invece della misericordia. Così, i membri di questa professione, non erano autorizzati a prendere la comunione o altri sacramenti. I boia venivano evitati anche dalla gente comune; vivevano separati dal resto della comunità e anche solo mangiare alla stessa tavola ed essere loro amici veniva considerato sconveniente.

Negli anni '40 del 1700 c'era una notevole carenza di boia, così il Senato portò il loro salario a 9,5 rubli e durante il regno di Paolo I arrivò a 20 rubli , ma non fu sufficiente : pochissime persone si offrirono per questa posizione. Nel 1805 il governo permise di assumere boia tra i detenuti, ma solo tra coloro che erano stati condannati per reati minori.

I detenuti che venivano esiliati in Siberia, dovevano essere frustati e marchiati a fuoco prima di partire dalla Russia centrale, e senza boia ciò non poteva essere fatto ; così negli anni '10 del 1800, quasi tutti i boia venivano " arruolati" in questo modo. Una soluzione che in realtà permise di risparmiare denaro, visto che i boia assunti fra i delinquenti venivano pagati solo di tanto in tanto e la loro posizione non permetteva loro di godere di nessun tipi di diritto.

I boia venivano addestrati anche a mutilare : essi erano perlopiù detenuti, vivevano nelle prigioni e godevano di qualche diritto in più; molti di loro erano sarti o calzolai. Dovevano tuttavia allenare le proprie " abilità " , e a questo scopo venivano costruiti manichini di corteccia di betulla con i quali esercitarsi con la frusta. L' addestramento prevedeva circa un anno di lezioni quotidiane. Pertanto, i nuovi boia passavano molto tempo come "apprendisti" : tra le varie cose apprendevano come si svolgeva l'esecuzione e si esercitavano a prestare poca attenzione al sangue e alle urla.

All'inizio del XIX sec., in Russia si contavano così pochi boia che quei pochi che c'erano si ritrovavano a viaggiare tra le regioni del Paese dove erano previste nuove esecuzioni. Il boia si fermava uno o due giorni per completare i suoi compiti, poi partiva alla volta di un'altra città. Ma quando c'era bisogno di punire centinaia o addirittura migliaia di persone, questi viaggi potevano durare mesi.

Il pittore Lavrentij Serijakov ha ricordato come avveniva un'esecuzione nel XIX sec. :

" Due boia camminavano vicini : erano ragazzi di circa 25 anni, ben fatti, muscolosi, con le spalle larghe e camicie rosse, pantaloni a pieghe e stivali larghi.

Intorno alla piazza erano appostati cosacchi e un battaglione di riserva; dietro di loro si affollavano i parenti dei condannati. Verso le 9 del mattino, i condannati arrivavano sul luogo dell'esecuzione : 25 persone.

Al primo furono assegnate 101 frustate. Il boia si allontanò di 15 passi, poi cominciò a camminare lentamente verso i condannati, con la frusta che trascinava nella neve. Quando si avvicinò di nuovo, agitò la frusta in alto con la mano destra : si sentì un fischio nell'aria e poi un colpo. Mi sembrava che il boia tagliasse la pelle molto profondamente perché, dopo ogni colpo, asciugava una manata di sangue dalla frusta con la mano sinistra. Ai primi colpi, si sentiva di solito un gemito sordo tra i giustiziati, che cessava presto, poi venivano tagliati a pezzi come carne da macello. Dopo aver assestato 20 o 30 colpi, il boia si avvicinava a una bottiglia che stava proprio lì, sulla neve, si versava un bicchiere di vodka, lo beveva e si rimetteva al lavoro. Tutto questo veniva fatto molto lentamente".

Il 17 aprile 1863,l' imperatore Alessandro II vietò le punizioni corporali, così che i pochi detenuti / boia furono semplicemente rimessi nelle carceri comuni, per scontare la loro pena.

Nell' aprile 1879, dopo che ai tribunali distrettuali militari fu concesso il diritto di imporre la pena di morte nell'esercito, ci fu un solo boia per tutta la Russia ; un uomo di nome Frolov, che viaggiava di città in città sotto scorta militare per impiccare i condannati.



                                      Nino  Maiorino da    Ulisse online



E oggi, qual è la situazione in Russia?

Da quel che si sa e si può vedere, stanno ritornando gli Zar con tutti i loro poteri ( magari travestiti da persone perbene e che forse hanno orrore del sangue sulle fruste.  Ma tant'è : ci sono molti altri sistemi che " senza sporcarsi le mani" fanno a brandelli la gente....anche se si tratta di innocenti...).



                                       frida



domenica 6 marzo 2022

NIENTE E' COME SEMBRA ( Il vuoto )


                                                                        Il vuoto mi osserva...





VUOTO


Mi nascondo nell'ombra del vento

perché le parole domano i corpi

e mentre cammino sulla riva

il vuoto mi osserva

vestito di acque profonde.


Ascolto le intenzioni

che invocano i nomi

- gocce scarlatte su labbra cucite.

I passi li dimentico

laddove le ore rintoccano il tempo

sempre uguale che scivola via.




                                   frida



UN ROTONDO PERFETTO


                                                Cime degli alberi - Stampa su legno




 

ODE ALLE COSE ROTONDE


Non la linea retta, l'angolo acuto, la minor distanza tra due punti

ma la strada che aggira, il cerchio che rifiuta la quadratura

non la scatola, il cubo, la cella

ma cesti di frutta, sacchi di mele, mele a rotolare nell'erba

un segreto che frulla fra i rami della siepe di ligustri

accompagnando l'ondeggiare dei nidi, nidi come minuscoli cestelli

non il rettilineo, il tetragono

ma le consolazioni dei cerchi a generare nuove stelle, nuove donne

la terra mela azzurra con il suo fluido cuore ardente

non la piazza a T , il righello

ma i bocci di magnolia cerulei che spuntano da rami invernali

uova chiazzate in ceste tonde e la rotondità di O  e omega

e i parenti dei limoni : le zucche e i meloni dal ventre pasciuto

non la siepe lineare, la misura

ma una palla che rotea nell'erba di primavera come pianeta

uno dei nove sferoidi dai poli piatti orbitati da un pugno di lune

non l'altissimo, i rettangoli di Mies Van de Rohe

ma verdi cupole di cattedrali, di moschee rivestite di giada e lapislazzuli

e popolate di santi che guardano giù con le pupille dilatate dall'estasi

non il cruciforme, il perpendicolare

ma lo spettacolo di luci del planetario sopra il fiume verde

il planetario meccanico del Grande Conte e l'orecchio gigante dell'osservatorio

a forma di disco che ascolta in uno spazio curvo

non il quadrangolo, l'esaedro

ma l'occhio sorpreso del sole allo spuntare del giorno

sulle bocce in porcellana con fragole e ciliegie di Osias Beert 

accanto a una ciotola di olive marrone scuro

non il baule, lo scrigno, l'armadietto

ma la rotondità della botte d'acqua, tre botti d'acqua, tre rotondità

a echeggiare il mento e le guance di una giovane donna

la guancia mela rotonda quando lei dà un morso

come l'eclissi del martedì intorno alle sette che portò

via un morso di luna

non l'indeviabile, il lineare

ma la vasca da bagno in argilla del 3050 d.C., il suo orlo curvilineo ancora umido

il ventre e i seni della Venere di Villendorf, eternamente gravida

e liscia perché tenuta accanto al cuore ed estratta al momento del bisogno

l'ombra sulla meridiana di Tarasco che circuisce e rotea

le mani di tutti gli orologi che girano al ticktock di un'invasiva ombra circolare

non il metro, il livello, il quadriennio

ma l'orologio astronomico di Strasburgo con la sua sola ruota dentata

in cima a un sistema di ruote dentate e pulegge

che compie in 28000 anni un giro imitando il moto circolare dell'asse della terra

e preciso riproduce la rivoluzione dei pianeti

mentre ad ogni rintocco del mezzogiorno gli apostoli girano solenni intorno

l'orologio canta tre volte e uno scheletrino martella sul suo gong in ottone

non i paralleli, l'inflessibile, il quadrato

non strade e autostrade piene di visi del lunedì mattina

ma le stradelle che girano e girano attraverso meridiane di more

oltre le scintillanti minutiae di strade marine serpeggianti

tornando ai molteplici cieli di Henry Street

ai tre vicini, coi visi allineati al sole, a spettegolare sulle soglie

non l'irriducibile, l'adamantino, il settore

ma lo stagno nella foresta che contiene ogni minerale blu noto

e una ninfa dello stesso colore che si vede di rado

né quel che è rigido e non pieghi, la bacchetta

ma goccioline si foglie che scrivono il loro rondeaux in lode alla trascrizione acquosa

del concerto in A ( 440 Hz ) così come lo canta la bocca tonda dell'oboe

in lode dell'andirivieni delle danze, delle maree

al tambureggiare del bollitore del mare

lo staccato della grandine su tetti spioventi, l'intero teatro nel girotondo

in lode delle stagioni che tornano con esplosioni di prati di giunchiglie

e d'angoli muschiosi nei canali del mulino, di globi grigi in carta di riso

incollati da vespe assidue, nell'anello dei fortini su isole tondeggianti

di braccialetti e della tenacia delle loro singole connessioni

di ragnatele dal raggio rigoroso

in lode dell'autoritratto di Parmigianino, il giovane viso che sorride sbieco

da uno specchio convesso e in lode di sette mongolfiere

che osservammo a Dresda un giorno d'estate mentre

le gonfiavano sulle rive dell'Elba per portarle una dopo l'altra in cielo

in lode delle mele blu di Cezanne, di gusci di lumache che combinano forza ed eleganza

e in lode del corpo scintillante rifugiato nella carne dell'ostrica

che s'indurisce e perfeziona come un amore rimasto

fino all'ultimo nascosto.




                             Eva  Bourke   da     La latitudine di Napoli



sabato 5 marzo 2022

I TRADITORI NELL' INFERNO DI DANTE

 


                                                            I Traditori  nel lago Cocito



CANTO XXXII  DELL' INFERNO


Dante e Virgilio iniziano a muoversi sulla superficie del lago di Cocito, dove il gigante Anteo li ha deposti in un punto più basso dei suoi piedi. Mentre Dante ancora guarda la parete rocciosa del pozzo, sente un dannato che lo apostrofa e lo invita a stare attento dove mette i piedi : si volta e vede che il lago è totalmente ghiacciato, più di quanto lo sia mai stato il Danubio in Austria o il Don in Russia, e se anche su esso cedessero monti altissimi non ne farebbero incrinare la superficie. Le anime dei dannati ( traditori dei parenti ) sono imprigionate nel ghiaccio fino al viso, come le rane stanno a gracidare nello stagno al principio dell'estate; sono livide per il freddo e battono i denti come cicogne. Esse tengono la faccia rivolta all'ingiù e versano le lacrime verso il basso, dal che si capisce la pena che essi soffrono. Come in vita ebbero il cuore così duro e freddo da tradire le persone più care, così ora sono immersi nel duro ghiaccio - immobili - come immobile fu la loro vita spirituale  ).

                                                 ***

        

CANTO XXXIII


All'interno del Canto XXXIII dell'Inferno, sono due le colpe condannate, entrambe legate al tradimento. Dante e Virgilio attraversano dapprima l' Antenòra, dove sono puniti i traditori della patria o del partito, e poi la Tolomea, dove sono puniti i traditori degli ospiti o degli amici. Dal punto di vista della geografia dei peccati, siamo di fronte a uno dei punti più bassi dell' Inferno, dove sono quindi destinate le anime che si sono macchiate - secondo Dante - delle colpe più gravi : più in basso vi è solo la Giudecca, dove sono condannati i traditori dei benefattori e dove si trova Lucifero.



                                        frida



venerdì 4 marzo 2022

IL GELO DEL VOLGA

 


                                                                   Il Volga congelato.




                                "  Davvero aveva vissuto tutti quegli anni

                         senza sapere niente?

                         Ma senza sapere che cosa?

                         Che il Volga era pieno di morte.

                         Che quell'acqua era fatta di sangue e imprecazioni".

                         Che era ferocia pura".




                                 Guzel' Jachina   da   Figli del Volga




Ma fino a quando rimarrà congelato?



                                                   frida   



AFORISMA

 


                                                            Beppe Gallo -  La sposa bambina



                   "Mi sono interessato a fondo sulla dignità umana

           e ho disposto nel mio laboratorio le analisi più sofisticate 

            sull' argomento.

            Ma tutti i tentativi sono falliti miseramente

           a causa della difficoltà che ho incontrato

           a procurarmi il materiale occorrente ".



                              

                             Karl  Kraus



RICONCILIAZIONE



                                                              Re - conciliatio


 

(...) Il perdono non è ancora riconciliazione, ma è la premessa necessaria affinché questa avvenga. La parola latina reconciliatio, tradotta letteralmente, significa che diventa possibile un nuovo rapporto e una nuova convivenza tra vittime e carnefici. ( re " di nuovo"; conciliatio " unione, comunione ). Non è sempre facile decidere se mi sono già riconciliato con me stesso, con la storia della mia vita e con quelli che mi hanno ferito. Perciò è bene celebrare rituali di riconciliazione. Nei rituali mi è possibile percepire la riconciliazione, almeno per qualche istante. Allora posso avere fiducia nel fatto che questa riconciliazione abbia degli effetti anche sulla quotidianità. " I rituali - diceva C.G. Jung - sono più efficaci degli appelli morali alla riconciliazione. I rituali riescono a sciogliere i sentimenti di odio e di ostilità che agiscono nelle profondità dell'inconscio." Inoltre in essi vengono espressi sentimenti che altrimenti non troverebbero uno sfogo.. I rituali di riconciliazione creano un nuovo legame con le persone, uniscono le vittime e i carnefici e i loro discendenti.  (...)



             Anselm  Grun  da         Spezza le tue catene



mercoledì 2 marzo 2022

DAL LIBRO DEL QOELET

 


                                                        Per ogni cosa c'è il suo momento...




(...) La mente del saggio conosce il tempo opportuno. Infatti, per ogni evento vi è un tempo opportuno, ma un male pesa gravemente sugli esseri umani. L' uomo infatti ignora che cosa accadrà; che mai può indicargli come avverrà ? Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della morte. Non c'è scampo dalla lotta e neppure la malvagità può salvare colui che la compie. Tutto questo ho visto riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, quando un uomo domina sull'altro per rovinarlo. Frattanto ho visto malvagi condotti alla sepoltura ; ritornando dal luogo santo, in città ci si dimentica del loro modo di agire. Anche questo è vanità. Poiché non si pronuncia una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore degli uomini è pieno di voglia di fare il male; infatti il peccatore, anche se commette il male cento volte ha lunga vita. Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio, appunto perché provano timore davanti a lui, e non sarà felice l'empio e non allungherà come un'ombra i suoi giorni, perché egli non teme di fronte a Dio. Sulla terra c'è un'altra vanità : vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dai malvagi con le loro opere, e vi sono malvagi ai quali tocca la sorte dei giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità. (...)



                        Lettura   Qo 8, 5b - 14



LA GUERRA RACCONTATA DA POETI ITALIANI

 


                                                      Viventi siam rimasti noi e nulla più...





MARCIA NOTTURNA


Con le lanterne del tempo di guerra

si procede, e la luna ha un tenue velo,

tutte le chiare stelle ardono in cielo.

Oh, spegnete quei lumi - uomini- in terra!

Presso, nel mare, quell'argenteo gelo

trema, e ci segue. Ebbri di sonno, stanchi

di querelarsi e di cantare, i fanti

tornano sotto un luminoso cielo,

lungo il golfo che a me ricorda quello

dove nacqui, che a notte ha il tuo sorriso

malinconico, l'aria del tuo viso.

Così che intorno io mi ritrovi il bello

lasciato quando qui venni a marciare,

e i sonni dell'infanzia a ritrovare.


                                 ( Umberto Saba )



                                            ***


SAN MARTINO DEL CARSO


Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro.


Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto.


M nel cuore

nessuna croce manca.


E' il mio cuore

il paese più straziato.


                                   ( Giuseppe  Ungaretti )



                                                   ***


FORSE IL TEMPO DEL SANGUE


Forse il tempo del sangue ritornerà.

Uomini ci sono che debbono essere uccisi.

Padri che debbono essere derisi.

Luoghi da profanare bestemmie da proferire

incendi da fissare delitti da benedire.

Ma più c'è da tornare a un'altra pazienza

alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza

nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.

Al partito che bisogna prendere e fare.

Cercare i nostri eguali osare riconoscerli

lasciare che ci giudichino guidare essere guidati

con loro volere il bene fare con  loro il male

e il bene la realtà servire negare mutare.


                                      (  Franco Fortini )



                                                ***


VIATICO


O ferito laggiù nel valloncello,

tanto invocasti 

se tre compagni interi

cadder per te che quasi più non eri.

Tra melma e sangue

tronco senza gambe

e il tuo lamento ancora,

pietà di noi rimasti

a rantolarci e non ha fine l'ora,

affretta l'agonia,

tu puoi finire,

e nel conforto ti sia

nella demenza che non sa impazzire,

mentre sosta il momento

il sonno sul cervello,

lasciaci in silenzio

grazie, fratello.


                                    (  Clemente  Rebora )



                                              ***


UOMO DEL MIO TEMPO


Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t'ho visto - dentro il carro di fuoco - alle forche

alle ruote di tortura. T'ho viso : eri tu

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

quando il fratello disse all'altro fratello

" Andiamo ai campi". E quell'eco, fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue.

Salite dalla terra, dimenticate i padri :

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.


                                         (  Salvatore  Quasimodo )



martedì 1 marzo 2022

UNA POESIA CONTRO LA GUERRA

 


                                             Pieter Bruegel il Vecchio - Il trionfo della Morte




HO UN APPUNTAMENTO CON LA MORTE


Ho un appuntamento con la Morte

su qualche barricata contesa,

quando la primavera tornerà con la sua tremula ombra

e i fiori di melo riempiranno l'aria.

Ho un appuntamento con la Morte

quando la primavera riporterà giornate azzurre e belle.


Forse mi prenderà per mano

per guidarmi nella sua oscura terra;

chiuderà i miei occhi e spegnerà il mio respiro

o forse passerà ancora oltre.

Ho un appuntamento con la Morte

su qualche declivio segnato di una devastata collina

quando la primavera tornerà anche quest'anno

e compariranno i primi fiori di campo.


Dio sa quanto sarebbe meglio sprofondare

tra cuscini di seta e piume fragranti,

dove l' Amore palpita in un sonno beato,

polso contro polso, respiro con respiro e

dove sono preziosi i risvegli silenziosi...

Ma ho un appuntamento con la Morte

a mezzanotte, in qualche città arsa dalle fiamme

quando la primavera tornerà a nord anche quest'anno.


E io sono fedele alla parola data :

non mancherò al mio appuntamento.




                  Alan  Seeger   da    Un tesoro di poesia di guerra . 1917 ( Trad. di frida )



POESIA DELLA TESTIMONIANZA ( Carolyn Forché )

 


                                                                             Carolyn Forché



La poeta americana Carolyn Forché ha coniato il termine " poesia della testimonianza" per portare a conoscenza scritti di uomini e di donne che hanno sopportato guerre, prigionia, esilio, repressione e violazione dei diritti umani. La poesia della testimonianza si concentra sull'angoscia umana piuttosto che sull' orgoglio ( falso ) nazionale. Queste poesie sono apolitiche, ma profondamente interessate alle cause sociali.


                                             ***

Durante un viaggio con Amnesty International, Forché ha assistito allo scoppio della guerra civile in El Salvador e ( nella poesia proposta ) disegna un'immagine surreale di un vero incontro.

Sebbene il termine " poesia della testimonianza" abbia suscitato un vivo interesse, il concetto non è nuovo : Platone ha scritto che " è obbligo del poeta dare testimonianza" ; e ci sono sempre stati poeti ( in ogni epoca e in diverse lingue ) che hanno registrato le loro personali prospettive sulla guerra .




IL COLONNELLO


Quello che hai sentito è vero. Ero a casa sua. Sua moglie portava

un vassoio di caffè e zucchero. Sua figlia si è limata le unghie; suo figlio è

uscito per la notte. C'erano giornali quotidiani, cani da compagnia, una pistola sul

cuscino accanto a lui. La luna oscillava nuda sulla sua corda nera sopra

la casa. In televisione c'era uno spettacolo di poliziotti. Era in inglese.

Bottiglie rotte erano incastonate nei muri intorno alla casa per

strappare le rotule dalle gambe di un uomo o tagliargli le mani per allacciarle. Alle

finestre c'erano grate come quelle dei negozi di liquori. Abbiamo

cenato, carne d'agnello, buon vino, una campana d'oro era sul tavolo per

chiamare la cameriera. La cameriera portò manghi verdi, sale, un tipo di

pane. Mi è stato chiesto se mi piaceva il paese. C'era una breve

pubblicità in spagnolo. Sua moglie ha portato via tutto. Si

parlava allora di quanto fosse diventato difficile governare. Il pappagallo

ha salutato sulla terrazza. Il colonnello gli disse di tacere e si alzò

dal tavolo. Il mio amico mi ha detto con gli occhi : non dire

niente. Il colonnello tornò con un sacco usato per portare a

casa la spesa. Ha rovesciato molte orecchie umane sul tavolo.Erano come

metà di pesca secca. Non c'è altro modo per dirlo. Ne prese uno

tra le mani, ce lo strinse in faccia. Lo fece cadere nell'acqua

di un bicchiere. E' diventato vivo. Sono stanco di scherzare disse. Quanto

ai diritti di chiunque, di' alla tua gente che può andare a farsi fottere.

Spostò le orecchie a terra con il braccio e tenne

in aria l'ultimo bicchiere del suo vino. Qualcosa per la tua poesia, no? Egli ha detto. Alcune

delle orecchie sul pavimento colsero questo frammento della sua voce. Alcune delle

orecchie sul pavimento erano premute a terra.

                                 Maggio 1978



             Carolyn  Forché   da    The Country Between Us



UN POETA CONTRO LA GUERRA

 


                                                                     Sigfried  Sassoon


Ispirato da un sentimento di patriottismo, si arruolò inizialmente nell'esercito e combattè il primo conflitto mondiale dall'inizio dell'entrata in guerra della Gran Bretagna nel 1914. Tuttavia, si rese ben presto conto della discrepanza tra l'eroismo esaltato dalla propaganda e la dura realtà della guerra che i soldati erano costretti a vivere. La sua  " Soldier's  Declaration" divenne simbolo del dissenso. La lettera fu pubblicata nel 1917 quando tornò per pochi mesi in Inghilterra per curarsi da una grave ferita.

( Il 6 Luglio 1917, Sassoon scrisse una lettera al suo ufficiale comandante in cui esprimeva chiaramente la sua opinione sulla guerra. Nella lettera il poeta si mostra molto critico nei confronti del mondo in cui questa veniva gestita dalle autorità politiche, affermando che veniva prolungata proprio da coloro che avrebbero avuto il potere di portarla a termine. Denunciò il carattere offensivo della guerra, nella quale molti si erano arruolati credendola una guerra di difesa e di liberazione.)


                                                                       ***


" Io credo che la guerra in cui sono entrato credendola una guerra di difesa e di liberazione, sia diventata una guerra di aggressione e di conquista. Ho visto e sopportato le sofferenze delle truppe e non posso più partecipare al prolungamento di questa sofferenza per fini che ritengo cattivi e ingiusti. A nome di coloro che adesso stanno soffrendo, protesto contro la menzogna nella quale vengono ingannati. (...)



                                                  ***


Non hai ancora dimenticato?

Gli eventi del mondo continuano a scorrere anche dopo quei giorni difficili da accettare

come il traffico bloccato ad un incrocio:

e il vuoto della mente tormentata da spettri si è riempito di pensieri che scorrono

nel cielo illuminato della vita;

e tu sei un uomo cui fu concesso di continuare a vivere

e puoi prendere la tua parte di tempo e sperimentare la gioia.

Ma il passato rimane lo stesso - e la guerra è un gioco dannato.

Non hai ancora dimenticato?

Guarda e giura sugli uomini uccisi dalla guerra che non dimenticherai mai.



                                              ***


Ti ricordi i mesi in cui eri responsabile a Mametz -

e le notti in cui eri di guardia, installavi i cavi, scavavi le trincee e mettevi i sacchi di sabbia sui parapetti?

Ti ricordi dei ratti? E la puzza

dei corpi che marcivano davanti alle trincee in prima linea -

e l'alba che arrivava, di un bianco sporco, e il freddo accompagnato da una pioggia senza speranza?

Ti fermi mai a chiederti : " Succederà di nuovo ?"



                                                ***


Ti ricordi il rumore prima di un attacco?

E la rabbia, la pietà cieca che ti prendeva e ti faceva tremare

quando guardavi le facce tirate e condannate dei tuoi uomini?

Ti ricordi i corpi sulle barelle che cadevano indietro

con gli occhi morenti e le teste che ciondolavano - quelle maschere grigio cenere

dei ragazzi che una volta erano stati entusiasti e gentili e allegri ?



                                              ***


Non hai ancora dimenticato? Guarda in su, e giura sul verde della primavera che non dimenticherai mai.




                  Siegfried  Sassoon  da   The War Poems , New York 1918