Gennaio, 1942 (…) Ebbene,cara Anna, la verità bisogna dirla, se non si muore.Da alcuni giorni i nostri rapporti si svolgono con dei " Come sta?" " Mi telefoni" " Ho piacere di rivederla" " Grazie della telefonata ". E invece le cose non stanno in questi termini diplomatici. Le cose - almeno da parte mia - stanno così: da venti giorni mi sembra letteralmente di impazzire.Non so lavorare, m'affumico il cervello con la pipa, passeggio, la notte - intorno al mio letto - faccio penosi calcoli con le dita - e a tutti domando la stessa cosa; mi sono rimasti solamente due pensieri: uno scintillante come il sole e uno nero come la morte. E il primo è che tu sei la più dolce, bella, intelligente, candida ragazza del mondo; e il secondo che sei tanto giovane, e io no. Gli anni, che prima guardavo con simpatia come bravi cavalli che m' avessero portato, ora li odio perché mi hanno portato così lontano da te. A mia madre stessa - che adoravo - non so perdonare di avermi fatto nascere così presto. Che fretta c'era di mettere al mondo un balordo personaggio? Avrebbe potuto aspettare. Se fra te e me non ci fossero questi anni, avrei chiesto mille volte di sposarti: mille volte ti avrei sposato davanti a mille altari, facendomi domandare da mille preti se fossi contento di sposare te, per avere il piacere di rispondere mille volte sì. Ma questi orribili anni! Perché non li ho tutti in un braccio? Me li taglierei io stesso, con un coltello da cucina. E d'altra parte, questo - sugli anni - non è che un ragionamento e non può nulla contro la furia dei miei sentimenti. Vorrei che tu fossi presente a quello che succede dentro di me " in tuo onore ". Fuggiresti spaventata. Ma è un bene che anche tu partecipi all'accanito diverbio nel quale sono tutto preso e a cui è ormai ridotto il mio lavoro, il mio sonno, il mio riposo. E dov'è andato l'umorismo? Lo caccerò via per sempre, come un servitore che si è nascosto nel momento del bisogno. Nei primi giorni ho cercato di prendere appunti, di trarre spunti comici da me stesso, ma non è servito a nulla. Ma tu, non mi scriverai nulla? Può darsi che tu sia già innamorata di un altro e io parli ad una ragazza che già ascolta una voce che la persuade di più. In questo caso, tutto quello che succede appartiene solo a me e il suo piccolo orecchio non udrebbe d'ora in poi che parole cortesi. Tutti i dolori potrei sopportare per te, tranne quello di riuscirti fastidioso. In ogni modo, rimani quello che sei:candida, dolce, intelligente e soave. Non ascoltare i consigli dei registi, non perdere la dolcezza perché essi hanno bisogno di un tono risoluto,nè smettere per un solo minuto il candore perché questi imbecilli avranno pensato un personaggio poco candido. Il mio odio per il cinema non avrebbe più limiti. E ora straccia questa lettera e calpestala con la scarpina. Ma scrivimi. Addio, cara Anna Vitaliano Br. (…) Vitaliano Brancati e Anna Proclemer da Lettere da un matrimonio
6 Ottobre 1945 (…)Sono passate otto ore da quando sei partita, e io sono andato avanti, da un minuto all'altro minuto, assistendo ogni volta al miracolo di averne la forza. Ora mi pare di essere cascato. Ti assicuro, ti giuro che ringrazierei il cielo se mi concedesse di non andare più avanti. Ho il terrore della sera che è già prossima. Tra poco sarà buio: le strade nere, la scaletta… Ma dove sarà il tuo braccio, dove sarà la tua mano, dove saranno le cose che dici dopo aver capito e inteso nel modo che tu sola sai? E domani, peggio: con la luce, le strade di Catania, i caffè, il ristorante " Lorenti ", la torre...strumenti di tortura insopportabili! Perché questa crudeltà ? E' questa la felicità di amare la più bella, la più nobile, la più dolce,la più intelligente e sensibile ragazza del mondo? Sei questo, tu, Anna? Anna deve significare dolore, dolore mortale e terribile? E insieme la sola cosa al mondo per cui valga la pena di vivere? Anche il ricordo dell'ultima sera passata insieme - che forse è stata la meno cara di tutte - coi tuoi scherzi socievolmente intonati alla domestica banalità del nostro ospite, non serve… Il pensiero sfugge alle altre tue parole, a quelle vere, per cui par di vedere affacciarsi una linea così nobile, luminosa ed erta che se ne prova un attimo di sgomento. Ma quale sgomento! Di quanta soavità ! In queste prime otto ore io sono stato unicamente, maniacamente pazzamente memoria! Mi sembra di non saper pensare altre parole che non siano altro che quelle tue dei ricordi. Spero che non succeda questo anche a te, sebbene una simile speranza sia mostruosa per uno che ama e vuole essere riamato. Ma io, oltre ad amarti, ti voglio un bene infinito. Perdonami se ti scrivo queste cose. Avevo promesso a me stesso di lasciare i tuoi sentimenti liberi da qualunque peso, per un certo tempo. E lo farò, dalla prossima lettera. Ma oggi non ho alcun potere su me stesso tranne quello di ficcarmi sempre più addentro nella più nera disperazione. Come potevi parlare della " noia" di stare con te, Anna? Eri pazza? Si può trovare una cosa tanto lontana dalla ragione? Come stai? E' caduto su di me il primo colpo di spugna? Ti stringo molte volte al cuore Vitaliano (…) Vitaliano Brancati e Anna Proclemer da Lettere da un matrimonio
Roma, 28 Novembre 1948 (…) Annina santa, a Milano mi sono riempito di felicità e ne ho ancora per molti giorni. Com'hai fatto a rendere così bella, così luminosa, così calda una città del nord in inverno? Ho stabilito di non parlare più di Milano con gli estranei, perché tutti mi guardano perplessi come un matto.Mi rendo conto che io parlo di te e non di Milano. Amore mio, ti ringrazio di avermi spinto a venire da te; di essere quella che sei e di volermi un po' di bene. Non appena ho tolto lo scimmiotto dalla carta, la piccolina è scoppiata a ridere. Gli ha fatto mille feste e ora lo porta in giro per la casa tenendolo stretto al petto e facendosi abbracciare. Anche per la bambola ha avuto slanci di affetto, ma le viene impedito di manifestarli troppo spesso, anche perché prendono la forma di tirate di capelli. Santa, dammi tue notizie. Parlami del pubblico, di come si comporta e delle previsioni che si fanno sulla durata delle repliche. Ti abbraccio, amore mio, forte forte insieme alla pupa Il Nusso (…) Vitaliano Brancati e Anna Proclemer da Lettere da un matrimonio
Roma, 10 Dicembre 1848 (…) Santa, santa, perché non mi scrivi? Sono colpevole di qualche cosa? L'influenza, oltre a togliermi quattro chili, ai quali non ero molto affezionato, mi ha lasciato un malumore fisico che mi tiene tutto il pomeriggio e gran parte della sera con le spalle sul divano, assorto in un migliaio di pensieri futili, noiosi, insipidi dai quali mi sveglio di tanto in tanto per domandarmi " come mai non mi capita di pensare una sola cosa felice?". Ieri sera, mentre mangiavo da Rosati con De Feo, mi è venuto un tale desiderio e bisogno di te che mi pareva di essere tornato al tempo in cui tu non mi volevi il minimo bene. Natale non è lontano e comincio a temere che lo passeremo in città diverse. Pazienza! Ogni lavoro richiede dei sacrifici e quello del teatro vuole che gli siano sacrificate le feste, le ricorrenze e una parte considerevole della nostra vita insieme. Le famiglie dei marinai e quelle degli attori hanno la stessa sorte. Fortunatamente ci saranno con te i tuoi genitori. Io spero che ci siano con me i miei e la pupa, che sempre ti nomina, specie quando apre l'armadio della camera da letto e vede appesa una tua sottana. " De la mamma? " dice. Io le rispondo: " Sì, della mamma ". Spero di partire per la Sicilia fra mercoledì e giovedì prossimo Santa,ti voglio tanto bene quanto forse non riesci a immaginare Per renderti tranquilla e felice mentre lavori lontano da me, vorrei essere anch'io tranquillo e felice. Faccio sforzi penosissimi per questo, ma ti confesso che non ci riesco molto bene. Salutami tanto i tuoi e lasciati abbracciare forte forte per un tempo infinito dal Nusso e dalla pupa (…) Vitaliano Brancati e Anna Proclemer da Lettere da un matrimonio
Catania, 16 Aprile 1951 (…) Amore mio, perché mi scrivi quelle cose? Faresti anche lo spazzino pur di guadagnare? Forse che non guadagni? Forse che non lavori più di uno spazzino? Non ti vergognerai di essere tanto brava e ammirata… E forse che non è stato solo ora - con te - che ho avuto la serenità e il tempo di scrivere la mia cosa più lunga, la sola che m'abbia fatto conoscere in qualche paese straniero? Piuttosto sono io che,senza volerlo,ti lego troppo.Chissà quante cose hai perdute per me. Me lo sono domandato tante volte, in questi giorni. Mi sono anche accorto che in questi ultimi tempi devo essere stato insopportabile.Periodicamente nella mia vita, parecchie cause si uniscono ( consumo di vivacità, improvviso esaurimento di alcune antipatie e simpatie, dubbi che prendono forza, saldature di un decennio con l'altro ecc ) per buttarmi a terra. Altre volte, quando non ero vicino a te, questa crisi ha avuto forme bruttissime. Questa volta invece, l' Annina, naturalmente a spese sue,( chi sa quanti malumori ingiustificati, impazienze e sciocchezze avrai dovuto perdonarmi ), ha avvolto tutto nella bambagia. Te ne sono tanto grato, amore mio. Spero che ne sarai ripagata con quella contentezza di lavoro che dovrai per forza raggiungere, se è vero che in questo campo la sordità degli altri ha un limite. Parto domani: non vedo l'ora di levare le Calabrie fra l' Annina e me. Intanto ti abbraccio e ti bacio con tutta la forza. Abbracciami la piccolina. Il Nusso (…) Vitaliano Brancati e Anna Proclemer da Lettere da un matrimonio
Nel Settembre del '53 ero a Venezia per il Festival della Prosa, dove rappresentammo La fuggitiva di Ugo Betti. Nel frattempo stavamo arredando la nuova casa in Via Fleming. Vi entrammo all'inizio dell'autunno. Era molto bella : due camere guardavano su un campo da tennis e su un viale di pini e, in fondo, si intravedeva il Tevere. Era arredata un po' sommariamente. Speravamo di migliorarla col tempo. E invece no. La prima volta che ci richiudemmo la porta alle spalle, io ebbi di colpo la certezza che stavo per chiudermi alle spalle anche il mio matrimonio. Fu una rivelazione improvvisa, che mi sconvolse. Non avrei mai creduto possibile interrompere il nostro legame. Niente era cambiato nei sentimenti di B., e anche i miei erano gli stessi di sempre. Ma c'era una cosa che era lievitata in me inavvertita e segreta, una presenza che pretendeva di essere riconosciuta e ascoltata: la mia maturità. Avevo trent'anni e dovevo cominciare a scoprire chi ero. Per fare questo avevo bisogno di essere sola; avevo bisogno di andare alla ricerca della giovinezza che non avevo avuto. Avevo bisogno di libertà, di irresponsabilità, di indipendenza per diventare finalmente responsabile e cosciente. Mi rendo conto che tutto ciò suona forse orribilmente ibseniano. Ma non posso camuffare la realtà; non posso - in omaggio al buon gusto - scegliermi una verità di comodo per fare bella figura. Mi sono chiesta molte volte se questa ricerca di me stessa, questa operazione di recupero sarebbe stata possibile senza troncare il legame con B. Credo proprio di no. Fra noi l'affetto era profondissimo, ma la confidenza assai scarsa: troppo riserbi, tra noi; troppa diplomazia, e civiltà, e delicatezza, e prudenza, e pudore. Sono qualità in sé preziose. Pericolose in un rapporto. In sette anni di matrimonio non ricordo di avere mai alzato la voce o discusso con una certa vivacità, o sbattuto una porta o detto " non mi seccare ! ". E altrettanto posso affermare di B. Vivevamo con estremo garbo in una sorta di astratta tolleranza, tenendo accuratamente in disparte ogni sia pur lieve accenno di passionalità e di intemperanza. Persino gli impulsi del carattere venivano imbrigliati in ossequio a un ideale di compostezza e di razionalità. Con le più nobili intenzioni, con la più scrupolosa sincerità vivevamo una menzogna. Anna Proclemer da Lettere da un matrimonio
Quando me ne accorsi ne fui sgomenta. Reagii d'istinto, alla cieca. Una sera, di colpo, senza nessun motivo apparente, dissi: " Così non si può continuare. Separiamoci.". B. cadde dalle nuvole. Cercò di interrogarmi. Scoprii che non riuscivo a dar voce alle mie ragioni ancora nebulose. Cercai goffamente di spiegare - a lui come a me stessa - quello che mi stava succedendo. Ci riuscii assai male. Mi impegolai in una dialettica sui sentimenti così confusa da risultare assai poco convincente. Era inevitabile che B. sospettasse che fossi innamorata di qualcun altro. Con uno sforzo così penoso che ancora oggi - a distanza di tanti anni - mi stringe il cuore, si risolse a chiedermelo. Dissi la verità : che non era vero. Non fui creduta. Allora, per essere creduta, mentii. Finsi di ammettere - dopo molte reticenze - che sì, era vero: un sentimento nuovo stava nascendo in me e che non mi sembrava onesto continuare la nostra convivenza e che era meglio separarci, magati temporaneamente. Anche oggi mi chiedo dove trovai la forza e l'incoscienza e la crudeltà per una simile commedia. Non so rispondere. Ricordo che agii con una sorta di irresponsabile automatismo che mi somiglia assai poco. Così il cerchio si chiudeva. Iniziato con la menzogna della mia primissima lettera in cui fingevo di essere innamorata di un altro, si concludeva - dieci anni più tardi - con la stessa menzogna. Ai primi di Dicembre, partendo in turnée per la mia seconda stagione con Gassman, lasciai una lettera in cui scrivevo che non sarei tornata più. B. non mi scrisse, non mi cercò, non parlò con nessuno della nostra separazione. Ma io seppi, da amici comuni, che per lui fu un colpo terribile. Anna Proclemer da Lettere da un matrimonio
Quando a Marzo tornai a Roma, con la Compagnia, andai a vivere in un vecchio appartamento che era stato di mia nonna. Un seminterrato dalle parti di Piazza Quadrata. Vedevo i piedi della gente che passava nella strada, annaffiavo le stente piantine protese verso la luce in un'aiuola lunga e stretta che correva intorno al muro, riempivo di rose gialle i vasi di quella buia e umida casa e mi sentivo viva, ricettiva, felice. Mai più ho amato una casa quanto quella povera cantina. Dopo qualche tempo, B. e io ricominciammo a vederci ogni tanto. Andammo a cena fuori, lui venne a casa mia e io andavo a Via Fleming a trovare mia figlia e per dei periodi la tenni anche con me. Parlavamo pacatamente di tutto; un leggero imbarazzo vedeva le nostre parole, ma niente di più. Ricomparimmo perfino insieme in Via Veneto, fra i suoi amici. Nel Settembre del 1945, B. andò a Torino per operarsi della cisti di cui soffriva e la cosa non si poteva procrastinare. Io andai con lui, come per un tacito accordo. Stava benissimo, in realtà : gli esami clinici erano perfetti, ma il volume della cisti era molto aumentato e si temeva potesse alla fine premere sul cuore. Dogliotti, suo carissimo amico, gli consigliò espressamente l'intervento chirurgico. Stemmo a Torino per qualche giorno, prima del suo ingresso nella Clinica Fornaca, per completare i vari esami. Vivevamo in albergo, andavamo al cinema, facevamo lunghe passeggiate al Valentino, mangiavamo al " Cavallino di bronzo", all'aperto, nel tiepido sole di quel mitissimo Settembre. Furono giorni molto calmi, assorti, dolci, sgombri di paure e di angoscia. Un giorno andammo alla Clinica Fornaca per scegliere la camera dove doveva trascorrere la convalescenza: era la camera più bella, sulla piazza, con un grande balcone. Gli tappezzai le pareti di riproduzioni di quadri celebri, attaccandole con lo scotch. Poi uscimmo sul balcone. Nella piazza passava un tram. " Guarda - mi disse con gioia - è il numero 12! E' di buon augurio!". Guardai: sì, era il numero 12, ma purtroppo lessi anche la destinazione: CIMITERO. Lo feci rientrare in fretta e non saprò mai se anche lui se ne accorse. Il 25 Settembre lo operarono. Sul lettino che lo portava in sala operatoria, già un po' intontito dai sedativi, mi disse, con un sorriso dolcissimo: " Sta' tranquilla, non preoccuparti… " Furono le sue ultime parole. Non rientrò più in quella camera. Rimanemmo io, mia madre, suo fratello Corrado e quelle riproduzioni alle pareti, grottesca carnevalata. Anna Proclemer da Lettere da un matrimonio
Brucia, nelle pagine di questo Diario, il fuoco che ha fatto ardere tutta la breve vita di Antonia Pozzi: dalla più tenera - ma già pensosa - adolescenza alla precoce maturità, trascorsa a stretto contatto con l'avanzato ambiente intellettuale della famiglia e, all'università - col filosofo Antonio Banfi. Ne emerge il ritratto interiore di una giovane donna impegnata - con una determinazione spesso drammatica - nel progetto di una vita autentica, aperta agli altri e di una poesia " veramente sua ". Poesia del tutto ignorata nel contesto culturale in cui l'autrice era inserita; oggi - invece - letta e commentata con straordinario interesse in Italia e nel mondo per la sua fisionomia di intellettuale inquieta e moderna. ( f )
Cappelle funeraria della Famiglia Pozzi a Pasturo ( frida ) 4 Febbraio 1935 Il mio disordine. E' in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà effettiva al di là di noi: e invece ogni cosa che mi chiama ha realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti,me la trovo davanti diversa e ostile. Perché l'altro giorno ho pianto quando Banfi ha parlato dell' Angelico? Anche in me gli schemi si dissolvono e nasce il realismo umano. O piuttosto vorrebbe nascere e non può, in nessuna forma della realtà più esprimersi, come un pianto che non trova gli occhi attraverso cui sgorgare, un sorriso che non ha volto in cui aprirsi. Rifiuti - da tutte le realtà - ad ogni passo. E ad ogni passo, nuove ricerche per una foce che non esiste. E che non deve esistere. Di questo la coscienza mi avvisa. Donarsi è abdicare alla propria personalità. " Io non voglio che tu ti perda davanti a me, io voglio che tu rimanga te stessa", mi ha detto Remo una sera. E non era lui solo a rifiutarmi, ma tutto il mondo nella sua voce mi rimetteva sulle spalle la responsabilità di me stessa. Stasera, in fondo ad una strada di asfalto terso, al di sopra di un muro c'era un immenso cielo di tramonto, in mezzo al campanile di una chiesa, quadrato come una torre. Ma nemmeno quel cielo mi voleva, anche quel cielo non risolveva niente, e non era mio, né io sua. Mio sarebbe solo se lo potessi eternare attraverso la mia persona, assorbire e riesprimere da me, nutrito del mio sangue umano per andare fra gli uomini. Creare. Ma chi mi dà fede in queste mani? " Utile è già il fare in sé; significativo è il lavoro", mi ha detto Banfi stamattina. Anche Flaubert la soluzione della vita la trovava solo nello spasimo e nel sacrificio della creazione e poi, dinnanzi alla sua opera compiuta, tornava a sentirsi " Madame Bovary ". L'evasione del reale nel fantastico è lecita solo quando venga scontata con la pena attiva dell'espressione. Per questo, della mia vita sognata, resta moralmente valida solo " La vita sognata " ( si tratta del piccolo canzoniere d'amore in cui Antonia ripercorre il suo rapporto d'amore con Antonio Maria Cervi, n.d.r. ), quei dieci fogli che sono riuscita a buttare fuori da me. Tortura è stata la mia maternità immaginaria, valida finchè ci fu al mio fianco un essere che condivideva questo anelito di salvazione di una vita in un'altra vita; valida finchè fu, non illusione, ma speranza, e speranza di bene non soltanto per me; ma quando si riconobbe illusione e divenne soltanto dolore mio, mi isterilì, si schematizzò. Feci del mio dolore un'astrazione, un'armatura su cui appoggiare, scaricare la responsabilità della mia vita. Da quel momento il mio dolore non ebbe più ragione, più diritto di esistere. Compiuta la rinuncia, io avrei dovuto ricominciare a vivere, non fare di quella una teoria per sostenere la negatività della mia vita. Come se quella che era stata la mia vita morale, giustificasse la mia vita amorale della giornata. Amorale perché sùbita, coscientemente sùbita come uno smembramento della personalità, un lasciarsi andare, disperdersi tra le cose, le anime, i gesti irriflessi, senza un nocciolo interno, una mano che raduni le fila, che sprema l'uva perché ne coli il mosto. Desiderare di donarsi non può non essere la suprema delle aspirazioni di una creatura: ma volersi ad ogni costo donare quando del rifiuto delle cose si ha già coscienza, è uno sconfinare illecito, un proiettarsi in gigantesche fantasie che non hanno più realtà di un'ombra nera sul muro. Antonia Pozzi da Mi sento in un destino
21 Marzo 1935 Attesa. Qualunque cosa Remo mi dirà, mi sembra di aver scoperto in tutte le cose un principio di corruzione, un verme nascosto. Io ho sempre teorizzato, simbolizzato, divinizzato le contingenze particolari, proiettato in schemi quelle che erano solo delle esperienze individuali. Ognuna delle proiezioni momentanee mi pareva la missione di tutta la vita. E invece la vita cambia ad ogni istante, ogni forma dell'essere nasce con un principio di morte, l'eterno è in tutte le cose, è nell'incessante variare di tutte le cose, ma nessuna cosa è l'eterno. Antonia Pozzi da Mi sento in un destino
17 Ottobre 1935 Adesso tornerai a scrivere poesie. Dici, parli, ma ha ragione Tonio Kruger. Impara a vivere da sola. Dentro di te. Costruisciti. Qui, o si muore, o si comincia una tremenda vita. Io non devo morire perché la mamma, sentendo il tonfo del mio corpo sulla terrazza del piano terreno, griderebbe : " Cosa c'è ", si affaccerebbe e la porterebbero morta anche lei nel suo letto. Io sono una donna, ma devo essere più forte del povero Manzi ( si riferisce a Gianni Manzi, studioso di letteratura francese, che si era ucciso il 17 maggio 1935, n. d. r. ) che si è ammazzato per una ragione uguale alla mia. Io lavorerò : Flaubert m'insegni. Ho il dovere di essere più forte del dolore, perché il dolore nasce sempre da uno sbaglio. Io ho sbagliato. Faccio ammenda. Pago del mio. Orgoglio aiutami. Bisogna nascere una seconda volta. Antonia Pozzi da Mi sento in un destino
8 Settembre 1937 Ieri sera un angelo mi ha preso per mano. Non era ancora buio. Di là dai veli della pioggia e della sera, gli alberi e le montagne erano egualmente oscuri. L' angelo mi ha messo una mano sulle spalle, mi ha fatto salire di corsa le scale nere, fin qui nella mia stanza. Non avevo più fiato. Allora l'angelo mi ha messo una mano sul collo, sono caduta in ginocchio davanti alla finestra aperta, senza respirare ho guardato il profilo immobile della montagna. Poi giù : tre volte ho baciato la terra ( il pavimento di mattonelle rosse ) premendo bene le labbra - e i pugni li avevo così stretti sul petto che mi dolevano le ossa. Dopo, mi sono alzata come da un sonno di anni, leggera come una donna che ha partorito. Ho aperto gli occhi : l'angelo non c'era più. (…) Antonia Pozzi da Mi sento in un destino
10 Settembre 1937 L' angelo è tornato ieri sera. Abbiamo percorso insieme la strada nuova, fino al cimitero. Dai monti minacciavano nuvole di temporale. I contadini uscivano dalle cascine con grandi tele di sacco per coprire i mucchi di fieno e difenderli dalla pioggia. La chiesa del cimitero è proprio in disordine: quando potrò disporre del mio denaro, lascerò qualche cosa perché l'aggiustino. Sono rimasta molto tempo con la testa appoggiata alle spalle del cancello: ho visto un pezzo di prato libero che mi piace. Vorrei che mi portassero giù un bel pietrone della Grigna e vi piantassero ogni anno rododendri, stelle alpine e muschi di montagna. Pensare d'essere sepolta qui non è nemmeno morire: è un tornare alle radici. Ogni giorno le sento più tenaci dentro di me. Le mie mamme montagne. Di colpo il campanile, che pare un albero anche lui, così verde, è scoppiato a suonare. E un bambino è venuto giù in volata su di una vecchia bicicletta, fischiando. Ho detto : " Angelo, torniamo" e intanto cercavo di scoprire se il profilo dei Sassi Rossi non somiglia a una donna addormentata. Ma niente. Come ho netto negli occhi il contorno della Schlafende Griechin , sul lago di Taun. Questa storia dell'angelo è strana, ma è vera. Io non so come sia fatto, ma già due volte ho avuto la sensazione fisica di averlo vicino. E - ora che ci penso - anche un'altra volta: sabato scorso, mentre giù a Milano, senza che io lo sapessi, Dino mi scriveva quella tremenda lettera. Che sia telepatia? Forse tutti quelli che hanno sofferto e sono un po' deboli e malati, a un certo punto cominciano a sentire gli angeli. Se no, perché avrei baciato per terra l'altra sera? E adesso ricordo che dicevo come una pazza: Salvala, salvala… Certo pensavo all'amica di Dino, ma in quel momento non lo sapevo. Non so: non ho mai provato forte come in questi giorni il senso di essere trasportata da una corrente violenta ad una tensione altissima. E- nello stesso tempo - mai avuto così solido il senso della personalità e della responsabilità. Mi sento in un destino. E' difficile che queste intuizioni siano sbagliate. Antonia Pozzi da Mi sento in un destino
(…) Camillo Fonte, nato a l' Aquila ( frazione di Collebrincioni ) nel 1951, poeta riconosciuto solo da pochissimi amici e quasi del tutto inedito, mise fine alla sua vita il 21 Giugno 1987, sparandosi un colpo al cuore. Dal fratello maggiore, Severino, conosciamo le pochissime notizie che lo riguardano: dell' attività di insegnante in un istituto tecnico; di un amore infelice per una donna che,pur preferendogli un altro,mantenne con lui, sino alla fine, una tormentata relazione; della depressione che ne derivò; della decisione di non scrivere più; del successivo - immediato - suicidio . Quel che più interessa è sapere che per più di tre lustri lavorò a un poemetto intitolato l' Isola, ispirato a personaggi e a situazioni dell' Odissea. ( Il dattiloscritto fu trovato nei giorni immediatamente successivi al suicidio, insieme a una dozzina di poesie d'amore. Molto del fascino di questo poemetto sta nella sua singolare bipartizione: nella prima, personaggi e situazioni ricalcano il poema omerico, sia pure con lo sguardo fisso sull'interiorità del protagonista più che allo sviluppo dell'azione;nella seconda il tempo trascorso è visibile sui volti dei personaggi- ritratti in un momento preciso , ma quasi fuori dal tempo fisico, in una visione di classica compostezza. L'autore ottiene questo risultato grazie a un'estrema cura formale e prosodica:il verso, moderno ma attento alla tradizione, è sapiente, mosso da cadenze rapide o lente secondo le esigenze;il ritmo, le sonorità, l'uso accorto di vocaboli e sintassi, colti ma non retorici, senza sbavature o forzature, sostituiscono i colori nel dare corpo e densità al paesaggio, alle situazioni, alle figure e ai loro gesti. (…) Francesco D' Alessandro
LA MEMORIA Ancora ti sorprendo e non so come nella mia poca quiete, generata dalla bassa marea, qui ricondotta da questi anni di angustie. Dopo i gesti abituali d'amore, l'espiazione del sonno aspettavo. In un vuoto di memoria fiorivano parole logorate dall'uso, allora, e la mia mano sopra la tua posavo: tu dormivi sazia d'amore. Cara, il nostro darci e prenderci è per noi l'ultimo danno, volevo dirti. Poseremo il fianco qui per l'ultima volta; lasceremo questa riva e il suo mitico entroterra, noi, gli umani. Altre parole volevo dirti, non sapute, mai dette. Nasceremo di nuovo? Conteremo altre notti, una, due? Da lontano verrai nella mia poca quiete, se il ritorno mi sarà dato. Come non so dirti, ma l'ansia che il tuo viso - dopo tanti anni - mi risveglia, nasce ancora da un dolore non estraneo. Prezioso. *** Mia ghiandaia felice, la memoria - oggi - ancora una volta ti ritrova - come sempre - in un'ansia eterna di partenza. Rosca venne l'aurora e cancellò le tenebre discrete, luogo d'amore. Senza voltarmi - ingrato - come uccello di transito che il nido d'una notte non cura, ti lasciavo. Per troppa furia ti dimenticavo, isola estrema, amore. Ora per nuova furia ti ricordo. *** Poco a te la memoria si concede. Quando i giorni piovosi filano ansia e noia, tu ritorni. Felice eri, devota a un tuo sogno d'amore. Primizia della vita da me forse aspettavi - e mi speravi, e io quasi non ti sapevo fatta donna. Io, cornacchia di mare, al mare attento e ai suoi segni il tuo non riconobbi. *** Ti recai lo stupore d'un ritorno tardivo, nel quale non credevi: troppo lunga l'attesa. Da un paese straniero recavo - straniero io stesso, temesti - nuove menzogne e lacrime . Ma no, cara, sognavo la quieta forma delle braccia tue, la bianca tua mano. Se tessevo anch'io tele d'inganni, se provavo gli altri e me stesso al gioco multiforme della vita, non era per capriccio. Qui, amore, il rondone volando addormentato sopra cumuli gonfi di nuova pioggia, qui tornava: al nido di primavera. Poi la tua, la nostra stagione ci vinse. Spendemmo senza risparmio tutti i nostri giorni, lieti di farlo, e fu dolce la notte scivolare nel sonno come ladri dopo il furto d'amore. Quanto tempo ci fu negato ( e forse ci negammo ) ? Di quanto ci restò non fummo avari. Così l'amore, il nuovo, il ritrovato nostro amore quietò le vecchie smanie mie d'avventura. L' ordine, la preziosa abitudine fu il vanto della nostra vecchiaia, fu la gloria che ancora posso offrirti,, oggi, domani. *** ILRITORNO Lasciami qui, tra i vasi dei gerani e i viticci selvatici, in questo mio chiuso spazio, in balìa di qualche evento che dal mare nasca, come la dea. Lasciami qui. Qui, dove quel poco o tanto che m'è rimasto, lo spreco di giorni mal spesi, di notti senza amore, il susseguirsi di stagioni è la spia, la misura dell'ansia che mi divide e tiene. Di' tu - se puoi - cose meno banali, ma lasciami la quiete dove smarrire i miei passati errori e quest'inganno - l' ultimo. Stasera il mare com'è calmo ! Camillo Fonte da L' isola
" Non può esserci un Dio perché - se ce ne fosse uno - non crederei che non sia io " ( F. Nietzsche ) (…) Caravaggio, seguendo il mito raccontato da Ovidio,ci presenta il giovane Narciso affacciato sulle acque che gli restituiscono - in una perfetta simmetria avvolta dal buio - la sua immagine adorata. La bellezza di Narciso contiene - si capisce - una trappola mortale:la fascinazione per se stessi può essere fatale. E' quello che accade anche nel mito: nel tentativo di afferrare la propria immagine riflessa, il giovane Narciso sprofonda nell'abisso delle acque perdendo la propria vita. Freud aveva coniato da questo mito una figura fondamentale della clinica psicoanalitica : il narcisista è colui che perde la propria vita restando alienato nell'infatuazione esaltata ma sterile per la propria immagine.Nel mito di Ovidio, Narciso è - infatti - colui che suscita ammirazione e amore, ma che non può - a sua volta - né provare né ricambiare in nessuna forma. L' anestesia affettiva è un tratto anche clinico della personalità narcisistica che segnala la sua impossibilità di entrare in una forma di legame con l'altro in quanto tutta la sua libido appare sequestrata dal proprio Io. Non a caso per Freud, l' Io è il primo oggetto di investimento libidico, il suo "serbatoio " originario. Il che significa che l'essere umano non nasce predisposto all'altruismo ma, casomai, al culto di se stesso. Il narcisismo definisce la tendenza dell'uomo che contrasta radicalmente con la tesi aristotelica dell'uomo come animale sociale. Il nostro Io è il primo grande e insidioso idolo alla cui potenza immaginaria la nostra vita si consacra. Il fascino di Narciso è lo stesso che troviamo nell'autosufficienza enigmatica del gatto - per riprendere una nota immagine di Freud - che contrasta con la fedeltà obbediente e servile del cane altruista. Si tratta di una differenza che riguarderebbe - sempre per Freud - anche lo sviluppo dei sessi : il bambino tende ad accentuare la dipendenza ( anaclitica ) dalle cure materne sulle quali si appoggia, alla ricerca di un sostegno ( è più cane che gatto ); mentre la bambina resta più facilmente attaccata ( narcisisticamente ) alla propria immagine ( è più gatto che cane ). (…)
(…)L' illusione narcisistica vorrebbe cancellare il tabù della dipendenza dell'uomo dall' Altro. Il suo fantasma è partenogenetico, esclude ogni fecondazione dell' Altro. Il suo disegno è quello dell'autocostituzione,dell' autofondazione, dell' autorealizzazione. Mai nessun tempo come il nostro ha esaltato a dismisura la figura di Narciso come emblema di un soggetto che basta a se stesso, indipendente, autonomo. E' una patologia non solo individuale. Narciso può - come nel mito di Ovidio - innamorarsi solo di ciò che gli assomiglia, solo della propria immagine ideale;egli non conosce l'alterità,non conosce l'amore come esposizione assoluta verso il dissimile. Il fantasma di autoconsistenza che governa la vita di Narciso ispira da capo a piedi il mito liberale del " farsi un nome da sé ". Esso domina le nostre vite come una vera e propria forma pagana di idolatria. L' ideale seduttivo dell'autogenerazione vorrebbe negare ogni debito, ogni provenienza dall' Altro, nutrendo la credenza folle dell' Io che basta a se stesso. Il culto esasperato dell' autonomia individuale vorrebbe recidere ogni forma di dipendenza lasciando solo ai servi, ai soggetti- cani ogni concezione solidaristica dell'esistenza. Ogni concezione fascista e aristocratica della vita deriva precisamente da questa ipertrofia dell' Io e dalla conseguente cancellazione di ogni forma di debito simbolico nei confronti dell' Altro. (…) Massimo Recalcati da I Tabù del mondo
(…) Tuttavia, il mito di Narciso, non si limita a mostrare la potenza seduttiva dell'illusione di farsi un nome da sé, ma ne evidenzia anche il rischio mortale. Narciso vorrebbe cancellare la distanza che lo separa da se stesso, reintegrare il suo doppio che vede riflesso, negare quella divisione che attraversa tutti noi impedendoci di credere troppo al nostro Io. Nessuno di noi, infatti - salvo i grandi paranoici - può pensare di coincidere perfettamente con l' Io che crede di essere. Nel tentativo di realizzare questa coincidenza,di annullare lo scarto che sempre ci separa da una perfetta coincidenza con noi stessi, Narciso perde la sua vita.Per questa ragione Lacan ha messo in evidenza il carattere profondamente suicidario del narcisismo umano: idolatrando la propria immagine, perseguendo il sogno onnipotente di cancellare l'alterità,il sogno di Narciso naufraga nell'abisso oscuro delle acque. Credere di essere un Io è - infatti - la malattia umana per eccellenza,la follia più grande, la forma più subdola e pericolosa di idolatria.Se la modernità ha segnato il tempo della giusta emancipazione dell' Io dagli oscurantismi irrazionali della superstizione, se la voce di Kant ha definito la stagione dei lumi come l'uscita necessaria dell'uomo dal suo stato di minorità, l' epoca ipermoderna, quella in cui viviamo, non ha forse trasformato l' Io stesso in un nuovo idolo pagano altrettanto superstizioso di quelli che la ragione critica dell' Illuminismo ha smascherato nella loro impostura ? (…) Massimo Recalcati da I Tabù del mondo
(…) Bisognerebbe forse rileggere in questa luce un testo di immutata attualità com'è la Dialettica dell' Illuminismo di Horkheimer e Adorno per cogliere sino in fondo la portata di questo ribaltamento epocale:l'Io si emancipa dalle ombre della superstizione religiosa per trasformarsi esso stesso in un'ombra altrettanto inquietante.Lacan lo diceva a suo modo: il problema non è più quello - classicamente illuminista - di distinguere la preda dall'ombra, di emanciparsi dall'ombra, ma di essere noi tutti prede della nostra stessa ombra. Narciso è l'ombra spessa di cui l'uomo ipermoderno è preda. La sua passione furiosa, la sua superbia capricciosa vorrebbero annullare lo scarto che lo separa da se stesso negando ogni forma di dipendenza dall' Altro. Questa è la sua follia mortale che il nostro tempo ha elevato a una sorta di nuovo comandamento sociale. Senza dimenticare però che le forme forse più nocive del narcisismo - come ci ha insegnato Nietzsche - sono quelle passive, quelle meno evidenti, quelle della falsa umiltà, del rigetto dell' ambizione, della vita schiva, ma avvelenata. Si tratta - in realtà - solo del retro di una stessa medaglia: lo sguardo torvo del risentito , odia la vita capace di realizzarsi invocando l'umiltà e il nascondimento solo come segni grigi della sua impotenza rabbiosa. In essa dimora più che mai lo spettro narcisistico che anima - al suo fondo - ogni forma di invidia umana . (…)
Sei seduto sul ciglio dei miei battiti, stringendo nelle mani l'immenso che sottovoce ti mormoro. Non sai che ho già spruzzato cipria d'anima sul rosso vivo della tua alba. Poi, sfogliando tra le parole celate dei miei gesti, ritrovi stille di attesa fra le mie dita - fermando col cuore - l'attimo del mio eterno volerti. frida
" Ama, ama follemente, ama più che puoi, e se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai salvo " ( W. Shakespeare ) " E' un amore impossibile " mi dici." " E' un amore impossibile" ti dico. Ma scopri che sorridi se mi guardi, e scopro che sorrido se ti vedo. " Di notte " tu confessi " io ti penso...ti penso giorno e notte e mi domando se stai pensando a me mentre ti penso. La società, le regole, i doveri… ma tremi quando stringo le tue mani. " "Meglio felici o meglio allineati? " Ti chiedo. E il tuo sorriso accende il giorno, cambiando veste ad ogni mio pensiero. " Questo amore è impossibile " ti dico. " Questo amore è impossibile " mi dici. Sesto Aurelio Properzio ( 47 a. C. ) da Elegie