mercoledì 20 giugno 2018

IL CUORE E' UN OSSO DURO

 
 

                                                          Ho bisogno solo di cose vere




Non può un muscolo
tenero e indifeso
creare tutti questi problemi:
ne deduco che il cuore
è un osso duro
al pari di un femore
o di una costola
si rompe il cuore
come tutto il resto.

   
                                           ***





Oggi ho voglia di niente
fregare il presente
ritrarre le foglie

usare i colori in modo incosciente
aprirmi le mani
toccarmi la vita in modo indecente.


                                            ***





Chi conosce il mio corpo
sa cose che io non so

di dove vanno i miei umori
di come fanno le lentiggini
a guardare fuori

di cerchi che stringono
al centro di un imbuto
bassoventre
scodella
ossobuco.


                                                      ***





Dico basta in senso lato
dico ancora in senso stretto
concentro il mio centro
in mezzo a un prato
i miei limiti in un tubetto
e se io non avanzo di un metro
niente mi avanza
niente mi resta dietro.


                                             ***




Io ho bisogno di molte primavere
e estati
solo stagioni intere
e in generale
solo di cose vere.






         Manuela  Dago   da    Poesie che non mi stavano da nessuna parte





martedì 19 giugno 2018

PER QUESTO

 
 

                                                 T'ho conosciuto e t'ho offerto la mia vita...                



Se ho teso la mano ai tuoi versi ( l'ho fatto )
come a lettere dei morti che ridestano l'animo,
da rabdomante cercato la tua fonte
per abbeverare la mia sete,
scavato nel mio concime scheletri e petali
che per te dovevano riflettere la luce:

- al lavoro nel mio sotterraneo mangiato dai vermi,
roso dai tarli senza patria,
ho una scusa?

Se ho sfiorato il tuo dito
con lingua affamata,
leccato dal tuo palmo una crepa di sale,
se ti ho sognato o pensato
sacca di sangue appena estratto
appeso rossoscuro a un gancio
più alto del mio cuore
( tu che comprendi la trasfusione ),
a cos'altro dovrei rivolgermi?

Una luce- spia brilla fioca
mentre i fuochi dei gas dormono
( un gatto esce in punta di zampa dai fornelli
al gelo notturno ),
il linguaggio raro e agile come la verità
scioglie il silenzio più radicale.

L'etica del custode di un faro:
cura di tutti o di nessuno,
per questo si può pure dare fuoco ai mobili.
Un questo contro cui abbiamo sbattuto
come se la luce potesse essere spenta a estro,
il salvataggio negato ad alcuni

e rimanere un faro.


             Adrienne  Rich    da      La guida nel labirinto

lunedì 18 giugno 2018

PISCINA FERIALE

 
 



           "   Siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso,
               qualcuno contorto, e dentro di noi c'è un vuoto,
               un'attesa che ci fa trasalire la pelle nuda ".


                      Cesare Pavese  da   Piscina feriale ( Racconto )
          

L'INNAMORATA

 
 

                                             Non dicano poi che quella donna innamorata eri tu…


Questa lugubre mania di vivere
questa recondita facezia di vivere
ti trascina - Alejandra - non lo negare

Oggi ti sei guardata allo specchio
e ti sei sentita triste eri sola
la luce ruggiva l'aria cantava
ma il tuo amato non ha fatto ritorno.

Manderai messaggi sorriderai
farai ondeggiare le mani così tornerà
il tuo amato tanto amato.

Odi la demente sirena che lo rubò
la nave con i barbigli di spuma
in cui morirono le risa
ricordi l'ultimo abbraccio
oh niente angoscia
ridi nel fazzoletto piangi a crepapelle
però chiudi le porte del tuo volto
affinché non dicano poi
che quella donna innamorata eri tu.

Ti rodono i giorni
t'incolpano le notti
ti fa male la vita tanto tanto
disperata, dove vai?
Disperata, nient'altro!


            Alejandra  Pizarnik  da     Poesia completa ( Lieto Colle )

domenica 17 giugno 2018

I FARI DELL'UNIVERSO

 
 
 

                                                                                                              Cose quaggiù sì belle
                                                          altre il mondo non ha, non han le stelle.

                                                                                 (  G. Leopardi )



Ho pensato che splendore sarebbe se ci incatenassero
io e te, l'una all'altro, insieme
nello spazio, una sola cosa come la pulsar
doppia che ruota in millisecondi
attorno al proprio asse in un corpo
a corpo celestiale, emettere nell'etere le nostre
memorie in onde radio perché nessuno mai
possa dimenticarlo che ti ho amato
e tu mi hai amata, nati entrambi dal collasso
della stella più luminosa in natura, d'una supernova
composti noi di soli neutroni
con la densità enorme che hanno i nuclei
atomici, nonostante le dimensioni infinitesimali
dei nostri pensieri, fari di quali
universi ? E' impossibile pensarci adesso
separati, che dovremo morire e perderci in noi stessi.

                   
                              Matteo  Zattoni  da        Il territorio dell'uomo

 

MI BASTA L' ARIA 1

 
 


" Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus ". (Mi sono rallegrato nel sentirmi dire che andremo nella casa del Signore) .  Salmo del Vespro.



(…) Che cosa aspettiamo?
       Ognuno di noi è in attesa del suo " miracolo" e forse anche per
       questo guardiamo così spesso i nostri cellulari. Ma non ci
       procureremo miracoli con stupefacenti occhiali che
      " aumentano" la realtà sovrapponendole maschere, ma
       allenando gli occhi a scorgere i prodigi insiti nel quotidiano.
       I nostri occhi, sempre voraci e spalancati, proprio chiudendosi
       possono aprirsi davvero, per questo indovini e poeti del mito
       sono spesso ciechi. Non riceviamo miracoli perché non
       instauriamo la giusta intimità con cose e persone, siamo
       passanti la cui soglia di attenzione dura 8 secondi, divoriamo
       senza gustare, preferiamo la superficie al tuffo. Assomigliamo
       a Sisifo, che deve eternamente spingere il suo masso su un'
       altura per vederlo poi inesorabilmente cadere una volta in
       cima. Vorremmo essere liberi di non spingere invano, fermarci
       e riposare, perché anche fermarsi è vita: oggi chi non si ferma
       a guardare, non guarda, come chi non si ferma a pensare, non
       pensa. Azione e contemplazione sono sistole e diastole della
       vita: più si esagera da una parte, più l'altra reclama i suoi
       diritti, perché il cuore senza azione resta acerbo, senza
       contemplazione marcisce.
       Fermarsi non vuol dire essere immobile,ma stabile,il contrario
       di " in - fermo ", colui che è instabile perché non si ferma mai,
       e perciò s'ammala. Fermarsi è creare ogni giorno spazi di
       intimità che permettono al quotidiano di " miracolarci" senza
       ricorrere ad effetti speciali: fermarsi è la cura per i " dis-
       graziati", cioè chi non trova più grazia nel mondo. Infatti
       la parola contemplare indicava in origine l'osservare la
       porzione di cielo visibile dal recinto sacro del tempio. Il volo
       degli uccelli, intercettato in quella cornice, diventava segno
       del destino: era solo un volo animale, ma diventava anche un
       volo dell'anima attraverso una strettoia di attenzione e attesa.
       (…)


                        Alessandro D' Avenia


MI BASTA L'ARIA 2



(…) Si contempla solo a partire da un limite, come Leopardi dalla
      sua siepe. Il cervo sperduto, il bambino abbandonato, il quadro
      nascosto, bucano  il muro di distrazione che ce li rendeva
      invisibili : entrano sfolgorando nelle nostre pupille come
      frammenti di una pienezza smarrita e desiderata. In un attimo
      amiamo cervi, bambini, quadri: li abbiamo ritrovati , proprio
      noi, passanti disattenti che non li vedevamo più.  Contemplare
      è il guardare che conduce ad amare,un tirocinio dell'attenzione
      che rende possibile una relazione erotica col mondo: si guarda
      tutto come l'amante la sua amata, ogni dettaglio contiene e
      rivela tutta la persona. Non è l'amore ad essere cieco,ma l'odio.
      L'amore, in quanto attenzione ad ogni particolare dell'altro, ci
      vede benissimo. Fermando lo sguardo sui dettagli di ciascuno, i
      nostri occhi si purificano e ogni vita appare insostituibile.
      Contemplare è aver fede nelle cose della terra, avere le visioni
      che la realtà merita, guardare una persona come ciascuno di
      noi vuole e può essere guardato, come un dono per il mondo.
      In questo senso l'arte è esercizio per allenare gli occhi al
      miracolo: ma chi di noi oggi si ferma a guardare un quadro
      almeno un minuto? Considerate come i pittori fiamminghi del
     ' 600 dipingevano scene di vita casalinga. Stanze, suppellettili,
      gesti di uomini, donne, bambini e animali diventavano
     " apparizioni" grazie alla cordialità dello sguardo e alla
      pazienza dell'arte. Per Vermeer, Ter Borch, de Hooc, la realtà
      non era da aumentare, era già aumentata perché era l'apparire
      di una casa nelle cose e azioni quotidiane, e di un tesoro nelle
      persone che si incontravano. Quei pittori non introducevano la
      bellezza nel quotidiano, ma la liberavano dal suo interno.
      Invece noi spesso cerchiamo di innamorarci della realtà
      sovrapponendole modifiche, informazioni ed emozioni utili al
      consumo, senza così mai riuscire a riposarvi e riposare.  (…)


                    Alessandro D' Avenia 

MI BASTA L'ARIA 3


(…) Un giorno Van Gogh, in cerca di quel riposo, ebbe un'idea
       folgorante:dipingere la sua camera. Ne scriveva con
       entusiasmo al fratello Theo : " Si tratta semplicemente della
       mia camera da letto, il colore deve fare tutto e, accentuando lo
       stile degli oggetti, dovrà suggerire il riposo. Il legno del letto e
       delle sedie avrà il tono giallo del burro fresco, le lenzuola e i
       guanciali sono di un verde limone molto chiaro. La coperta è
       scarlatta, la finestra verde. La toeletta arancione, la bacinella
       azzurra, la porta lilla. Le ampie linee dei mobili devono
       esprimere un riposo inviolabile. La cornice, non essendovi
       bianco nel quadro, sarà bianca". I grandi pittori incorniciano -
       senza menzogna e ingenuità - un pezzo di quotidiano come un
       prodigio, e ci lavano gli occhi.Qual è però nella vita la cornice
       bianca di cui parla Van Gogh che rende una camera un angolo
       di paradiso?
       La cornice bianca è accettare il limite di essere uomini. Per i
       Greci l'uomo era definito in relazione agli dei immortali.
       Omero infatti chiama gli uomini " quelli alle prese con la
       morte"; i " mortali ", Eschilo li chiama " gli effimeri, quelli
       d'un sol giorno". Se inseriamo ogni azione nella cornice di un
       giorno, se non rimuoviamo la morte, contempleremo e
       smetteremo di aspettare, perché avremo già tutto. Se morire è
       fermarsi del tutto, vivere è allora fermarsi un poco, essere
       presenti. Se aveste un solo giorno, cosa fareste? Se la risposta
       coincide con ciò che già fate, siete " miracolati " e ciò che
       abbandonereste  è solo un masso di Sisifo.
       Io proverei a far meglio ciò che faccio abitualmente: leggerei
       ai ragazzi delle pagine- testamento: Omero, Dante, Leopardi.
       Spegnerei il cellulare e direi dei grazie, scusa, come stai, a tu
       per tu. Sorriderei molto. (…)


                               Alessandro D' Avenia

MI BASTA L' ARIA 4



(…) Ascoltando il secondo movimento del Concerto N. 4 per piano
       di Beethoven ( lo trovi qui il 25 Dicembre 20217 )scriverei,con
       la malinconia di chi salpa e lascia la sua terra, ma con la
       speranza di giungere al porto su cui tutto ha scommesso: Dio.
       Imbandirei una cena, come di compleanno, con familiari e
       amici stretti. Mi fermerei con loro a ricordare e ridere con del
       buon vino fino a tardi. Poi da solo guarderei le stelle, le poche
       visibili in città, e me le farei bastare. Direi buonanotte con un
       bacio calmo, pregherei in silenzio e mi abbandonerei al sonno,
       amato sonno. Il " riposo inviolabile" di cui parla il pittore, non
       è non agire, ma riposarsi nell'agire, soffermandosi - cioè
       fermandosi - sotto, al servizio di cose e persone.
       Alla fine di un racconto breve, l'ultimo prima di morire di
       tumore a 43 anni, Marina Sangiorgi,con penna leggera quanto
       consistente, alle prese con la morte scovava la vita dappertutto
      " Sto male e mi accorgo che l'aria è bella e gli alberi alla sera
       sono bellissimi: si imbrunano e le foglie si muovono all'aria
       leggera; e tutto è dolce, una meraviglia, una bellezza
       spropositata e immeritata. Mi piace tutto: i bambini nei
       passeggini, la musica, la gente - ah, la gente! , ma li guardo
       abbastanza i visi, i sorrisi, le mani, l'attaccatura dei capelli?
       Dio, mi piace tutto! I sandali, le seggiole, le lampadine, il
       pavimento che scorre sotto i piedi, ogni momento, ogni
       andamento, oleandri e magliette e risate, le voci, il chiasso
       della vita; voglio restare per guardare, per guardare ancora,
       guardare e basta. Ogni giorno è clamoroso:  è un clamore di
       desiderio e amore; ogni giorno è tutto, e non voglio più niente,
       non chiedo più niente, mi basta l'aria  ".
       Mi basta l'aria : così si intitola il racconto, il titolo giusto per
       il letto da rifare di oggi:e per chi vuole farsi bastare l'aria, l'
       unica strada è fermarsi un poco.
       Respirare non fa dell'aria il miracolo di questo istante ? (…)


                 Alessandro  D' Avenia


sabato 16 giugno 2018

IL SENSO DEL VIAGGIO

 
 


                             " Fra le tante opportunità' del viaggio,
                 c'è quella che prima o poi si fa ritorno...
                Ed è proprio questa certezza che dà    senso
               al nostro andare, che lo circoscrive e lo definisce."
        

                               frida
                      

giovedì 31 maggio 2018

VACANZA

 
 




                                                Torno subito ( Quasi…)



                                             frida




mercoledì 30 maggio 2018

RESTERANNO I CANTI

 
 
 
                      La gioia è una fioritura della carne, il maggio delle ossa...                                      



Si sta vicini per fare miracoli
non per ripetere il mondo
che già c'è,
che già siamo.

     ( F. A. )



Passo le mie mani
sul tuo corpo
come un archeologo.
L'amore è leggere il sacro
seppellito nei corpi,
è quella cosa che si sgretola,
fa cadere le vernici,
rivela il fondo d'oro,
l'archivio di luce
da cui veniamo.


                                          ***

Mai vista una primavera così bella:
la luce sembra impazzita,
è un diamante la testa del serpente,
il silenzio concima le ginestre,
sono quieti i paesi da lontano.
Non insistere a dolerti.
Ogni albero è tranquillo e felice di vederti.


                                              ***

Non pensare la gioia, séntila:
è una fioritura nella carne,
è il maggio delle ossa,
l'aprile degli occhi.
La gioia non è un fatto,
una cosa, un luogo.
La gioia crea spazio,
scioglie, fa il vuoto.


                                             ***


La serena democrazia delle foglie,
la gentilezza, la clemenza,
la cura di uscire
e guardare il paesaggio.
Questo è il nuovo umanesimo:
qualcosa che assomiglia
a un ciliegio
nel cielo di maggio.


                                                    ***

Datti alla vita intensa,
cercala,
non fare altri errori,
resta sulla tua strada,
cammina senza muoverti,
resta fermo nei tuoi passi:
il mondo sarà buono
se resti fedele
a ciò che stai cercando.


                                                       ***

Che sia un amore
dolce e lieve,
un amore che può stare
su una ragnatela
senza paura di cadere.


                                                    ***

Il piacere è simile al naufragio.
Tu sei l'isola corallina
e io l'anfora inclinata
sul fondale.



             Franco  Arminio   da     Resteranno i canti




domenica 27 maggio 2018

DOMENICA

 
 


                                                           Buona  Domenica!


                                                        frida
        

L'AMORE CHE CONOSCO

 
 

                                                 Dannazione i tuoi occhi...            


L'amore che conosco è un volo
che si dona al suo sole senza armatura;
non sceglie l'incolumità della fuga
né il rifugio nascosto della rinuncia,
ma sfiora l'estremo limite della sua  stessa utopia.
Servono ferite per riconoscersi
nel colore denso del proprio sangue;
serve consumarsi le mani
per capire se le parole possono farsi carne.

Se esiste il coraggio d'essere,
che si mostri nell'unica tangibilità possibile.


                               frida

sabato 26 maggio 2018

Già risi...

 
 



                                           Se muto è fatto Amore,
                               senza sperar come n'avvampi un core…

                        
                                 (Johannes Hieronymus Kapsberger )

OBBEDIENZA E LIBERTA'

 
 

                   " Pro veritate adversa diligere " ( gioire della contraddizione )


(…) In questo mondo che passa, e passando consuma ogni cosa; in
       questo mondo che ora fa gioire per il semplice fatto di esserci,
       ora gemere di rabbia e di dolore come schiavi alla catena; in
       questo mondo teatro dell'essere e del nulla,libera scelta e cieco
       destino, allegria della mente e disperazione dell'anima; in
       questo mondo di fantasmi e di poesia, io non conosco nulla più
       grande del bene. Se c'è una dimensione nella quale è possibile
       non dico superare, dico per lo meno sopportare, il flusso
       inesorabile di esseri viventi che nascono e muoiono, tutti
       necessariamente incatenati alla brama di cibo e di orgasmo e
       di un posto sul palcoscenico per poter Essere qualcuno e
       ricevere così la propria dose di applausi e di denaro, questa
       dimensione, sola possibile liberazione dai morsi della triplice
       catena, è il bene. Chi fa il bene si libera - almeno per un po' -
       dalla catena alimentare, sessuale e sociale; chi no, no.
       Rimane servo.
       Volendo sintetizzare in una formula l'unica possibile
       liberazione, parlo di  Bontà dell'intelligenza.
       Raramente le due cose si ritrovano insieme: spesso si hanno
       uomini buoni ma poco intelligenti, per cui non sai mai se la
       loro bontà non sia altro che debolezza, come pensava
        Nietzsche; oppure uomini dotati di intelligenza, ma senza
        il minimo scrupolo di farne uso per asservire e talora umiliare
        e che rabbrividiscono alla sola idea di passare per Buoni.
        Di contro, io ritengo che la bontà che desidera la luce dell'
        intelligenza e l'intelligenza che desidera il calore del bene,
        l'unione di queste due dimensioni in ciò che chiamo Bontà
        dell'intelligenza , sia il vertice sommo a cui la vita  
        di un essere umano possa arrivare.    
        Ho incontrato uomini e donne così, ne parlo per esperienza
       personale, ho potuto toccare con mano la grazia che li
       pervadeva, mentre sentivo risuonare dentro di me il versetto
       del salmo : " Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è
       tutto il mio amore" ( Salmo 16, 3 ).
       Anime grandi, larghe, vaste come questo cielo che non mi
       stancherò mai di guardare e che manda la sua luce e la sua
       pioggia su tutti, buoni e cattivi, su coloro che lo ringraziano e
       e su coloro che lo maledicono e anche su coloro che
       semplicemente non se ne curano.
       Uomini dotati di un'anima grande, mahatma, anima capiente,
       nel duplice senso che contiene, e che quindi capisce, in grado
       di accogliere tutte le contraddizioni che la ragione -
       osservando il mondo - non può fare a meno di riscontare.
       Ecco gli uomini spirituali. (…)

      
Vito Mancuso  da    Obbedienza e libertà ( Critica e rinnovamento della coscienza cristiana )    

POETI CON NOME DI DONNA

 
 


                       Un volto bello ha l'ombra accanto; sol si dia vanto d'aver pietà...                




A PIEDI ATTRAVERSAI IL SISTEMA SOLARE

A piedi
attraversai il sistema solare,
prima che trovassi il filo iniziale del mio vestito rosso.
Intuisco già me stessa.
Da qualche parte nello spazio pende il mio cuore,
da cui grondano faville, scuotendo l'aria,
ad altri cuori smisurati.




L'ANIMA IN ATTESA

Sono sola tra gli alberi al lago,
vivo in amicizia con i vecchi abeti a riva
e in segreta intesa con tutti i giovani sorbi.
Sola, sto distesa ad aspettare:
non ho visto passare nessuno.
Grandi fiori mi guardano dall'alto di
lunghi steli,
pungenti rampicanti mi strisciano sul grembo.
Ho un solo nome per tutto, ed è amore.




LE FIACCOLE

Voglio accendere le mie fiaccole sulla terra.
La mia fiaccola starà
in ogni cortile notturno
sulle Alpi, dove il cielo è malinconia.
O mia fiaccola, illumina il volto di chi è impaurito,
di chi ha pianto, di chi è turbato, di chi si è
lordato!
Un dio dolce vi porge la mano:
senza bellezza l'uomo non vive un attimo.





LE  STELLE

Quando viene la notte,
io sto sulla scala e ascolto:
le stelle sciamano in giardino
e io sto nel buio.
Senti, una stella è caduta risuonando!
Non andare a piedi nudi sull'erba:
il mio giardino è pieno di schegge.




NOI DONNE

Noi donne non siamo così vicine
alla terra bruna.
Chiediamo al cùculo che cosa
aspetta dalla primavera,
gettiamo le braccia intorno
al pino spoglio,
cerchiamo nel tramonto segno e consiglio.
Amai un uomo una volta:
non credeva a niente…
Venne un giorno freddo
con sguardo vuoto,
se ne andò un giorno triste
con oblio sulla fronte.
Se il mio bambino non vive è suo.


           Edith  Sodergran    da       Poeti con voce di donna


venerdì 25 maggio 2018

IL JET LAG

 
 
 
 

(…) Jet lag è il termine comunemente usato per indicare il
       malessere fisico e psicologico conseguente ai viaggi trans-
       oceanici o transcontinentali, con attraversamento veloce di
       molti meridiani. Giunti a destinazione, se si sono attraversati
       più di 3 o 4 fusi orari in maniera più o meno intensa, tutti
       soffrono di jet lag. Ci si risveglia nel cuore della notte e si ha
       difficoltà a mantenere alti i livelli di attenzione e vigilanza
       durante il giorno. Il jet lag persiste due o tre giorni se si
       viaggia verso Ovest ( dall' Europa agli Stati Uniti ) e può
       durare anche più di una settimana se si viaggia verso Est
      ( dall' Europa al Giappone ). Il disturbo è legato al fatto che,
       allungando o accorciando la giornata biologica, si crea un
       dissincronismo tra il ritmo sonno- veglia e l'oscillazione
       circadiana della temperatura corporea, la quale continua ad
       oscillare ogni 24 ore esatte. Come conseguenza di questo
       dissincronismo, la temperatura corporea può aumentare,
       anziché diminuire, nel cuore della notte, favorendo l'
       interruzione precoce del sonno,o diminuire, anziché aumentare
       nel corso del mattino, favorendo stanchezza e sonnolenza
       mattutina. Il malessere fisico e psicologico provocato dal jet
       lag persiste fino a quando ritmo sonno- veglia non tornano ad
       allinearsi in modo fisiologico.
      I viaggi intercontinentali sono sopportati meglio dai nottambuli
      e dalle persone giovani; creano maggiori difficoltà alle persone
      anziane e mattiniere.   ( A proposito …)
      Henry Kissinger - nelle sue memorie - racconta una storia
      divertente:dovendo incontrare Breznev e Gromyko al Cremlino,
      si spostò in aereo da Washington a Mosca la notte precedente
      l'incontro. Il colloquio con i suoi astuti interlocutori avvenne
      il mattino seguente, nel momento peggiore della sua giornata
      biologica. La sua performance diplomatica fu catastrofica, la
      peggiore della sua brillante carriera. Capiva in ritardo il
      significato delle proposte dei suoi interlocutori e rispondeva in
      modo confuso e impreciso. Frustrato dalla sua pessima
      prestazione, giurò a se stesso che non avrebbe più commesso
      l'errore di trasferirsi in un luogo distante molti meridiani dalla
      sua capitale alla vigilia di un incontro diplomatico importante.
      (…)


            Elio  Lugaresi     da     Il sonno e i suoi disturbi



L'OSPITE PIU' ATTESO 1

 
 

" I ' ho tanti vocavoli nella mia lingua materna, ch'io m'ho più tosto da dolere del bene intendere delle cose, che del mancamento delle parole, colle quali io possa bene esprimere il concetto della mente mia "  . ( Leonardo  Da Vinci )



(…) Questo libro racconta una storia di maternità per il piacere di
       narrare e la speranza di aiutare le giovani donne a decidere se
       e quando diventare madri, considerando la gravidanza non un
       pegno da pagare, ma una tappa fondamentale della vita.
       Poiché condividere i propri ricordi induce gli altri a fare
       altrettanto, confido che il filo della memoria, che prima di
       interrompersi ha collegato per secoli generazioni di donne,
       possa riprendere a fluire.
       Dagli anni Settanta abbiamo spronato figlie e nipoti a rendersi
       autonome e a realizzarsi studiando, lavorando, facendo
       carriera. Ma , giunte ai trent'anni, si trovano di fronte a
       conflitti che - da sole - non riescono a risolvere. Desiderano
       armonizzare lavoro e maternità, ma non sanno prevedere un
       percorso di cui hanno ben poche immagini e testimonianze.
       Benché sorretta da disposizioni mentali e affettiva plasmate
       attraverso secoli di cultura e di storia, la maternità è un'
       opportunità, non un destino. E come tale costituisce il risultato
       di un processo di autoaffermazione che si avvale tanto della
       riflessione solitaria quanto della comunicazione, secondo l'
       affermazione di  Christa Wolf : " Io comprendo solo ciò che
       condivido ".
       Poiché la gestazione segue percorsi individuali mentre i
       sentimenti che l'accompagnano sono in gran parte universali,
       ho utilizzato la formula della testimonianza per esprimere
      - ancora una volta - la differenza che ci separa e la somiglianza
       che ci unisce. Alla protagonista - Lena - che vive alla fine degli
       anni Settanta, spetta il compito di raccontare, intercalata da
       una sorta di controcanto riflessivo, un'attesa che, non senza
       difficoltà, sembra realizzare segrete potenzialità, rimarginare
       antiche ferite, schiudere nuove prospettive, delineare " un
       futuro interiore ".  (…)

 Silvia Vegetti Finzi   da  L'ospite più atteso ( Vivere e rivivere le emozioni della maternità )

L'OSPITE PIU' ATTESO 2



(…) In quel decennio non avevano ancora fatto irruzione le
       tecnologie che si interpongono fin dall'inizio nel rapporto
       madre - figlio.Il dialogo tra la gestante e il feto scorreva lungo
       un cordone ombelicale - fisico e psichico, che non subiva
       interferenze. Ora, senza rimpiangere " il buon tempo antico", è
       giunto il momento di recuperare il sapere che possediamo,
       almeno potenzialmente, in quanto esseri femminili che
       perseguono finalità vitali. Smarrire quel patrimonio
       impoverisce la nostra esperienza e ci rende - senza che ce ne
       avvediamo - soggetti passivi della nostra vita. Il contrario di
       quanto si proponeva un progetto storico di libertà e auto -
       determinazione troppo presto interrotto.Vivere l'attesa in modo
       partecipe, trascriverla nella memoria, evocarla, rievocarla e
       condividerla, configura la possibilità di una parola femminile
       non basata sulle mimesi o la contrapposizione con l'altro sesso
       ma sulla specificità del nostro essere nel mondo.
       Su questo sfondo si colloca il segmento di autobiografia che,
       seppure in terza persona, porgo a chi legge, senza alcuna
       pretesa di proporre un modello di riferimento o un manuale di
       comportamento. E' piuttosto un tentativo di sensibilizzare
       madri e figli sulla nostra originaria, costitutiva relazione e di
       valorizzarla sottraendola all'indifferenza e alla dimenticanza.
       Certo ogni storia è unica, diversa dalle altre e non duplicabile,
       tuttavia, come suggerisce Winnicott:

      " Non dobbiamo pensare che la natura umana sia cambiata.
         Dobbiamo piuttosto cercare l'eterno nell'effimero ".
         ( D.W. Winnicott  -  Dal luogo delle origini )

       Esiste infatti una persistenza di valori, affetti ed emozioni che,
       se evocata e condivisa, può motivare e sostenere la giusta
       esigenza di una vita piena, completa, realizzata e felice.
       Purchè le donne riprendano a parlare tra loro, come
       saggiamente suggerisce José Saramago :

     "  E' la lunga, interminabile conversazione delle donne, sembra
        una cosa da niente, questo pensano gli uomini; neanche loro
        immaginano che è questa conversazione che trattiene il
        mondo nella sua orbita.Se non ci fossero le donne che parlano
        tra loro, gli uomini avrebbero già perso il senso della casa e
        del pianeta . "
       ( J. Saramago - Memoriale del convento )

      
Silvia Vegetti Finzi   da   L'ospite più atteso ( Vivere e rivivere le emozioni della maternità )
     

giovedì 24 maggio 2018

L'INFANZIA DI MARIA

 
 

                     Per i sacerdoti fu colpa la tua verginità che si tingeva di rosso...



NEL SEGNO DELL'ANTICA MADRE MEDITERRANEA

(...)L'immagine della Vergine si incontrò con le madri della fertilità
     sostituendosi e compenetrandosi con il complesso patrimonio
     rituale del popolo. Antiche divinità protettrici furono assorbite
     da Maria che - dunque - diventò custode del mistero della
     procreazione, depositaria delle chiavi di lettura per
     comprendere la vita stessa e, per questo, vicina alle donne- fonti
     della vita -. Su di lei si riversarono le funzioni e i titoli riservati
     alle dee presenti nel pantheon mediterraneo : Ishtar,
    ( dispensatrice di vita ), Iside ( madre del dio Horus ), Cibele
    ( la grande madre )la Regina del cielo alla quale le stesse donne
     ebree avevano tributato onori idolatrici.  L'incontro tra la
     religiosità pagana e il Cristianesimo portò all'affermarsi del
     culto della Vergine nel mondo mediterraneo attraverso un lungo
     processo fatto di continuità e discontinuità che,ben collegandosi
     alle istanze dei tempi, mantenne la sua immagine però sempre
     attuale. Maria non era solo Madre di Dio, ma anche madre dell'
     intera comunità, e la percezione della sua maternità si
     collegava bene con i residui culturali relativi alla fertilità.
     Sostanzialmente, le problematiche di carattere dogmatico non
     furono determinanti nella vita dei fedeli, che crearono un vero
     e proprio codice non scritto di tradizioni e devozioni ,
     recuperando gli aspetti più teneri e compassionevoli della
     Vergine. La figura caritatevole, umana, serena e accogliente di
     Maria poteva rassicurare il popolo piegato da dolori, fatiche,
     tribolazioni, epidemie, e dal terrore della stessa morte.
     Nella religiosità popolare, la Madre di Gesù, che incarnava il
     dolore umano, rappresentò il luogo che accoglie tutte le
     sofferenze, mediatrice per una umanità bisognosa di protezione.
     (...)


Adriana  Valerio      da     Maria di Nazaret  ( Storia, tradizioni, dogmi )