lunedì 11 ottobre 2021

POESIE PIù O MENO D'AMORE

 


" Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare " . ( J. Keruac )




5

cento larve

hanno insegnato alle mie viscere a torcersi

cento settimane orsono

e adesso tu vieni con bacche

nei capelli

e aspetti il mio

applauso.



                                          ***


6

mi domando

perché

abbiamo dormito

insieme

quelle notti

e cosa abbiamo perduto.



                                        ***


9

qui con il lago per divertirci

                                 sarebbe splendido

se potessi trovare il modo di pagare l'affitto

quando torno in città.

Qui con il ruscello e tutto quel jazz

                                  penso a te.

Che non ami me

                                 che non amo te.

E non è freddo, bambino?

Così freddo che potremmo farci gelare la birra.

Questo non è il posto per pensare alla birra.

                                 Tutto verde.



                                             ***


10 ( Canzone alle 24 )


il tempo

ha mangiato la mia innocenza come un pistacchio

l'amore se n'è andato con la mia fiducia

o nobile primoamore

                                   tutto verde limo

cosa hai fatto della mia risata

cosa hai fatto dei soldi che ti davo il venerdì

e dei buchi nelle mie scarpe?



                                         ***


13


ma bambino

se capiterai quassù

con quel

sorriso

fresco - di- champagne

e quelle mani

accidenti a te

non credere

che questa volta non ti chieda

dov'è il ballerino

con il quale

hai trascorso

la settimana

in città.



        Diane Di Prima  da  Poesia degli ultimi americani ( a cura di Fernanda Pivano )



IL POZZO DI NEVE DI SUSANNA

 


                                                     Essere giusto è da uomini giusti...



Essere giusto è da omini giusti

per gli altri la giustizia

è uno spazio franco.


Con una lama

radi il punto di luce

con cui ci commuove la vita

si rimpiccioliscono ancora le ore.


Concediti infine il passaggio profondo

del fiume

e impara a saziarti in un brivido.



                                                ***


Occupo la neve con una malinconia

che non ha voluto mostrarmi le tracce

di vecchi aghi di pino

infilati in parole come coralli,

sangue duro dolente.

Ma nella mia poesia li ho visti precipitare sul bianco

come un gioiello inatteso,

il rosso staccato nella rigidità d'una smorfia:

non lo volevo come l'ho trovato.

Ora mi metto il vestito fa festa

per sfoggiarlo all'alba.

E nei palazzi dalle alte torri

unite, noi due, le rovesceremo di nuovo.



                                         ***


Parlammo sicuri fra belle acque

bagnate da tamerici

e accordammo parole, quiete le nostre mani

- ricche in oro estorto -

e le fronti alte e assolate

delle molte ore trascorse.

Dicevamo quello che non volevamo dire

e tacevamo le intenzioni amare;

immensamente gentili,

noi - i mortali, i non amati -

vegliavamo su rispettabili leggi umane.

Così, vedevamo cavalcare Ciro il nobile,

l'eletto, prudente sin dall'infanzia.

E noi, corruttibili e accecati dalla

bellezza del suo aspetto, muti

e silenziosi

dietro lo scudo di suo fratello Artaserse.



                          Susanna Rafart   da     Pozzo di neve



domenica 10 ottobre 2021

CHANSON D' AUTOMNE

 





" Les sanglots longs / des violons / de l'automne / blessent mon coeur / d'une langueur monotone ... "  ( P. Verlaine )




OTTOBRE


Un tempo - era d'estate -

era a qual fuoco, a quegli ardori

che si destava la mia fantasia.

Inclino adesso all'autunno

dal colore che inebria,

amo la stanca stagione

che ha già vendemmiato.

Niente più mi somiglia,

niente più mi consola

di quest'aria che odora

di mosto e di vino,

di questo vecchio sole ottobrino

che splende sulle vigne saccheggiate.


Sole d'autunno inatteso,

che splendi come un dì là,

con tenera perdizione

e vagabonda felicità,

tu ci trovi fiaccati, 

volti al peggio e la morte nell'anima.

Eco perché ci piaci, 

vago sole superstite

che non sai dirci addio,

tornando ogni  mattina

come un nuovo miracolo,

tanto più bello quanto più t'inoltri

e sei lì per spirare.

E di queste incredibili giornate

vai componendo la tua stagione

ch'è tutta una dolcissima agonia.




                     Vincenzo  Cardarelli    da   Opere



sabato 9 ottobre 2021

MELODIA PER UN SABATO SERA

 



                                       Di Gluck vi propongo la dolcissima melodia

                             per violino tratta dall'opera " Orfeo ed Euridice."

                             L' esecuzione è della violinista coreana Klara - Jumi Kang.


                                                  Buona serata !



                                                        frida

   

LA CHIMERA DI ANSELMO

 


                                                          " In se stessa la giovinezza non è se non un prestito provvidenziale che tocca naturalmente restituire " . ( E. Zolla )




Anselmo pensa spesso e volentieri

la donna perfetta e senza macchia

che sognava da giovane d'amare:

che l'avesse incontrata per la via

una placida mattina di Settembre

o in una sera ventosa di Gennaio,

sarebbe stata lei, tutta la vita!

Sarebbe stata di certo una straniera

( sì, forse qualcuna d'orientale )

e sarebbe stata familiare

familiarissima quale una sorella,

di modo - lui credeva - che il piacere

fosse discorde e doppio di natura:

vaghissimo per l'estrema lontananza,

incestuoso per la vicinanza

( come , d'altronde, si narra degli dei

così proclivi a far l'amor con tutte ).


Poi pensa il declinar della chimera

( dice proprio così, come un pagliaccio )

e si ripassa le donne che ha incontrato

( quelle di carni, di vesti, di profumi )

e comprende - meglio di Hegel, meglio di Plotino -

cosa sia Vita, cosa essere- tempo.

Pensa - ora che sa cos'è la donna -

cosa sia donna e cosa giovinezza,

e cosa - frutto di donna - frutto umano:

pensa un paniere di frutta che marcisce.


" Caro - lui scrive - si paga ciò che scorre;

carissimo il miraggio che è creduto,

che per anni e per notti fu compagno

d'ogni mia pena e d'ogni mio sorriso :

candido, soffice, dolce a mente e tatto.

Mi parve facile avere donna bella

e donna buona accanto, per la vita,

e - invero - cosa più difficile non c'è !

Nulla, al confronto, giungere su Marte,

nulla le guerre di Cesare ed Augusto,

nulla la gloria toccata al " Bonaparte! "


Quindi, appagato d'aver composto in rima

passa di lato, da amore ad amistà...

Passa di lato, scende d'un gradino

ed Anselmo però sdrucciola lo stesso:

pensava d'avere un vero amico

- roba di trenta, quarant'anni fa -

ed ora che sa che amici non ne ha :

non era allora e ancora meno adesso:

oh, qualcuno che si conosce da bambino

e viene su e cresce insieme a te

e ci si vede (nei giochi, alle lezioni )

e si confida ( la pena e l'emozione)

e poi si fa spartito nella vita

( musica insieme, violino e pianoforte )

e - se pensi a vecchiezza - te lo pensi

anche lui vecchio, cisterna di sconforti,

e - se vedi la morte - te lo vedi

che è lì vicino, tra letto e comodino,

a darti mano, a dirti qualche cosa

che ormai non senti perché sei oltre- udito

ma muori forte perché hai avuto Amico!...


Chi avrebbe detto che fosse tutto un falso:

perfino amico valeva una chimera,

era una fola, castello fatto apposta

per essere raso a terra dalla vita:

appena tu maturi e il mondo è marcio.



          Daniele  Gorret   da     Quaranta citazioni di Anselmo Secòs




giovedì 7 ottobre 2021

LA FUGA DI ENEA ( presentazione )

 

" E' questo il modo in cui finisce il mondo. Non con uno schianto, ma con un lamento". Quello che Antonio Scurati compie in queste pagine è un grande viaggio d'autore nella crisi italiana che la pandemia ha trasformato in dramma. Un percorso attraverso i commenti scritti in questi ultimi anni che svela il rischio di populismo e di un ritorno al fascismo, la condanna dei pochi nuovi figli e l'assenza di un deciso investimento nell'istruzione e nel futuro dei giovani. Un futuro che ricade sulle spalle di una generazione di adulti, quella cui appartiene l'autore, che sembra quasi vittima di se stessa: incapace di reagire e di difendere i padri, pronta a vivere solo nel presente, schiacciata dalla paura e con un vicino che viene da un altro mondo ancora troppo lontano.

C'è, però, una luce di fiducia e di speranza che illumina il racconto di questo nostro presente, l'indicazione di un cammino per risorgere che parte dal mito : la fuga di Enea in cui c'è la nostra salvezza. Il padre caricato sulle spalle e il figlio per mano: gli esseri umani sono coloro che soccorrono i loro simili più fragili, i malati, gli indifesi. Per preparare un futuro alla prossima generazione. Un atto di accusa al Paese di oggi, sospeso tra decadenza e occasione di redenzione, ma anche un accorato appello all'impegno e alla mobilitazione etica che traccia la strada per la politica, per le istituzioni e per ciascuno di noi.



                                             ( f. )



LA FUGA DI ENEA 1

 





(...) C'è un uomo che arranca. E' nel pieno del vigore fisico eppure barcolla, perché con un braccio deve reggere l'anziano padre infermo e con l'altro sorreggere il figlio infante. Sta fuggendo dalla distruzione : la città è in fiamme alle sue spalle. Triste destino il suo: giunto alla maturità, deve condurre in salvo ciò che più ama e, nel farlo, può salvare soltanto ciò che può caricarsi addosso. Tutto il resto deve essere abbandonato. Quell'uomo siamo noi. Molti lettori avranno riconosciuto in questa eterna allegoria della responsabilità adulta l'eroico Enea che fugge da Troia con  il padre Anchise caricato sulle spalle e il figlio Ascanio tenuto per mano. Rievoco questa immagine nella convinzione che non racchiuda soltanto una potente metafora della condizione umana, ma anche un modello politico. Enea che mette in salvo la città perduta caricandosela sulle spalle è un archetipo, una forma originaria dell'umano. In essa - dunque - è racchiusa non soltanto un'estetica e un'etica, ma anche una politica. Chiamiamolo il progetto Enea. In casa consiste? Per comprenderlo, dobbiamo passare dal mito alla cronaca. E' di ieri la notizia che d'ora in avanti il criterio per le vaccinazioni sarà solo quello dell'età. Ciò significa salvare innanzitutto i più fragili, quelli che stanno legati da un filo sottile alla trama dell'esistenza; significa salvare il vecchio Anchise, a costo di dovercelo caricare sulle spalle. Questo criterio implica niente meno che un'idea di umanità, di quale sia l'essenza dell'umano: gli esseri umani sono coloro che soccorrono i più deboli, gli svantaggiati, i malati, i feriti, gli infermi, gli anziani della specie ( e perfino le forme di vita diverse dalla propria : animali, piante, fiumi ). Tutte le specie animali proteggono i cuccioli ma nessun'altra specie custodisce i propri vecchi. Noi lo facciamo e in questo siamo umani.   
                                                               ( continua )



Antonio Scurati  da  La fuga i Enea ( Salvare la città in fiamme )



LA FUGA DI ENEA 2


(...) L' archetipo non racchiude , però, soltanto un generico ideale umanitario: porta con sé anche un preciso progetto politico. La città ( polis ) che si vuole rifondare, avrà nella cura dei fragili, dei disagiati, nella riconoscenza verso i " nostri vecchi" uno dei suoi pilastri. Troia è perduta, ma Roma custodirà gli anziani padri. In ciò, il fondatore della futura città è figlio del proprio padre. C'è, però, una terza figura nell'archetipo di Enea e non va trascurata anche se, spesso, nelle statue che da secoli tramandano l'archetipo, è quasi nascosta dietro le gambe dell'eroe. Il figlio. Ascanio.

E' recente notizia che i nati nel 2020 sono stati soltanto quattrocentomila, meno della metà dei decessi. L' Italia, ormai lo sappiamo, fa sempre meno figli. In vent'anni c'è stato un decremento del venti per cento. Il saldo demografico è, di anno in anno, sempre più negativo. Se dipendesse da noi italiani odierni, il futuro della specie sarebbe l'estinzione. Qui ci si misura con il punto critico dell'archetipo. Mettersi in salvo abbandonando l'anziano padre è disumano, ma rischiare la propria vita per salvare il genitore senza avere un figlio da condurre per mano, è gesto disperato. Ascanio, non Anchise è, dal punto di vista strutturale, il fattore di sostegno del gruppo scultoreo. Ne momento stesso in cui si scopre figlio, Enea deve sapersi padre. In questo punto precipitano anche le più evidenti implicazioni politiche del progetto Enea. Il mito dice alla cronaca che, mentre con una mano dobbiamo vaccinare i nostri anziani genitori, con l'altra dobbiamo fare tutto il possibile per riaprire le scuole dei nostri figli.  

                                                                   (continua )



   Antonio Scurati  da  La fuga di Enea  ( Salvare la città in fiamme )



LA FUGA DI ENEA 3

 

(...) Questo nell'emergenza. Poi c'è altro, molto altro da fare con la "mano di Ascanio".  Dobbiamo creare le condizioni perché una società infeconda smetta di esserlo. Un minuto dopo averle riaperte - le nostre scuole - dobbiamo progettare le scuole del futuro prossimo, investire su di esse in uomini, mezzi e idee ( l' Italia si ostina  sciaguratamente a rimanere tra le ultime in Europa per investimenti in istruzione ). dobbiamo poi garantire - finalmente - la parità di genere a cominciare dal mondo del lavoro perché, oltre alle fondamentali questioni di equità e giustizia, è ormai certo che la reclusione delle donne nell'ipotetico ruolo di madre contribuisce, fra l'altro, al calo delle nascite ( il mito arcaico presenta solo padri e figli maschi ma è del tutto evidente che la sua versione attuale dovrebbe mettere al centro della scena le femmine ). Le conseguenze politiche dell'archetipo sarebbero numerose. Credo che bastino questi due esempi per comprendere che il tanto sbandierato patto tra le generazioni presuppone una politica che valorizzi e chiami alle loro responsabilità i genitori. Non parlo di politiche della famiglia ( che in Italia recano sempre un'untuosa patina confessionale ) e so bene che i concetti di paternità e di maternità, nel loro significato più pieno, non coincidono affatto con la mera generazione biologica. Ma chi altri potrebbe caricarsi sulle spalle il peso dell'enorme debito pubblico contratto durante la pandemia, senza scaricarlo interamente sulle future generazioni, se non i genitori di quei figli cui guarda il piano europeo per la next generation? Ci sono molti modi di generare, ben oltre la riproduzione biologica. Il mito di Enea ci dice che, di fronte al dramma della distruzione, la politica dovrebbe fare appello a tutti coloro i quali, nelle forme e modalità più svariate, generano o hanno generato. Non si rifonda una città se la mano di Ascanio resta vuota. (...)



  Antonio  Scurati  da  La fuga di Enea  ( Salvare la città in fiamme )



lunedì 4 ottobre 2021

IL SANTO POVERELLO

 


                                                                
                                                             Cimabue -  San Francesco




SAN FRANCESCO

Gli alberi tutti, gioia della terra,
hanno ferme radici
nella tristezza d'ogni poverello;
io li ho colpiti ai margini con grazia,
togliendo forza ad ogni fantasia.
Spazio non ho più dentro le pupille
ma sicurezza d'ogni cosa pura,
ma minuzie d'oggetti
che apprezzo, sollevandoli nel fuoco
della mia carità senza confini.
L'uomo non soffre attorno a sé una fine,
ma io ho un chiaro disegno
di povertà come una veste ardita
che mi chiude entro sfere di parole,
di parole d'amore,
che indirizzo agli uccelli, all'acqua, al sole
e che mi rendo tutte assai precise,
premeditata morte di dolcezza.



                          Alda  Merini    da  Francesco, canto di una creatura


domenica 3 ottobre 2021

LE ROSE DI INGEBORG

 



           " ...ovunque ci volgiamo, nella bufera di rose,

               la notte è illuminata di spine, e il rombo

               del fogliame, così lieve poc'anzi fra i cespugli,

               ora ci segue alle calcagna."




                                         Ingeborg  Bachmann



DI TU IN NOI

 



                                                    Ti tengo nell'entroterra dell'anima...




Ti tengo

nell'entroterra dell'anima

in un respiro di due sillabe


nel silenzio che fanno gli occhi

quando spalancati sentono

quel perdersi bello

nel nulla del passo.



                                                 ***


Sulla soglia dell'ora

che non ritorna e trasparente

mi vive intera


nel forse di ogni passo

a ridosso del silenzio

tu mi parli ovunque.



                                      ***


E forse sei tu

questo fragile vento di farfalla

che bianco mi prende gli occhi

all'improvviso


ti dico ciao nel dubbio

ti parlo


sono giorni 

improbabili e insistiti

e forse sei tu.



                                   ***


Cade anche l'ultimo vento

ogni cosa è sola

nel risveglio che trema

come il cespuglio arruffato

dalla fuga di un uccello


non so più nominarti

se non nel pugno stretto


e indolenzito

ricomincia il giorno

a consumere lento

le suole

e noi

con aria da passanti

moriamo a strattoni nel rumore

secco del desiderio in ceppi


ma ancora

sorveglio le tue foglie

e mi attardo a guardare

il modo che ha il sole

di far colare la luce

sui muri.



                                 ***


... Adesso

 coi pugni e le parole

che smettono di essere

ti vorrei

naso a naso

solo per dirti

me ne vado


e poi crollarti

addosso.




                      Cettina Caliò    da    Di tu in noi


NON E' FRANCESCA

 


                                                        Ora assecondi l'onda che amavi...








FRANCI


Ho ancora negli occhi

la piega del tuo ginocchio

quando prendevamo il sole

e la rovere d'oro dello stemma

che portavi al mignolo.

Quando guidavo come una pazza

per farti ridere andando in ospedale

tu dicevi " siamo invincibili" e avevo paura.

Mi hai telefonato per dirmi

che quello sarebbe stato

il tuo ultimo albero di Natale,

con la morte volevi punire

per sempre tua madre.

Ma lei ti ha resa ridicola

davanti a tutti per l'ultima volta

nel letto di morte con il vestito da sposa.

Ricordo che non ce la facevo

a guardarti mentre lei mi tirava.

Mi restano nel soppalco i tuoi diari

che non posso leggere

scritti con la calligrafia rotonda

e il male di frontiera

ricordi di noi ovunque.

La verità è che non riesco a scrivere di te,

che preferisco credere che non siamo mai state

che è stato tutto un incidente, anche conoscerci

su quella spiaggia in Thailandia

e vorrei scappare da questo

ultimo testo di questo doloroso libro.

Ora nelle profondità dei fondali

assecondi l'onda che amavi

diluita come non sei mai stata.



                 Flaminia  Cruciani    da    Semiotica del male



sabato 2 ottobre 2021

BUON FINE SETTIMANA IN MUSICA

 


                                                    Agustìn Barrios : Works for guitar



Oggi, per ascoltare dei brani suggestivi di chitarra ci spostiamo nell' America Latina, dove incontreremo il chitarrista compositore Agustìn Pio Barrios, detto Magoré ( 1885- 1944 ). Il nome Magoré, da lui adottato, si riferisce a un capo tribale dell' America Latina, fieramente avverso alla colonizzazione.

Nato in Paraguay, Barrios ebbe una vita errabonda, quasi tutta trascorsa nel Sud America - fece un solo viaggio in Europa nel 1935. Personalità originale e per molti versi geniale, le sue composizioni riflettono la lezione della musica europea, in particolare dei Romantici e di Bach, ma traggono ispirazione soprattutto dalla musica popolare sudamericana. Grande virtuoso, il nostro ha scritto anche pagine in cui segue una sua personale inventiva, nelle quali è evidente un particolare lirismo.

                               Buon ascolto !



                                      frida



venerdì 1 ottobre 2021

L' ASSENZA DI FLAVIA



                                                         Ogni valico lo lascio tracciato...



Ti immagino

dietro una porta -

ogni valico

lo lascio tracciato

così che tu possa

aspettarmi.



                                          ***


Si fa giorno come si fa sera -

in deroga alla sofferenza.



                                         ***


L' attesa è una voliera:

imito il verso -

incapace di eludere

la cattura.



                                         ***


Nello svuotatasche 

fedi mai indossate -

epiteti e trame

tra le chiavi mai infilate

nella toppa.



                                           ***


Sui tetti della città dimentico

il bisogno d'amare

ciò che scorgo ma non posso

disporre  nel mio immaginario;

le cose mute le lascio tornare

al loro anonimato - di chiese

e statue.



                      Flavia  Tomassini      Inediti



IL MONDO DOLENTE DI KARIN

 



                                     Certo che fa male quando i boccioli si rompono...




Certo che fa male quando i boccioli si rompono.

Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?

Perché tutta la nostra bruciante nostalgia

dovrebbe rimanere avvinta nel pallore gelato e amaro?

L'involucro fu il bocciolo, tutto l'inverno.

Cosa c'è di nuovo che consuma e dirompe?

Certo che fa male quando i boccioli si rompono,

male a ciò che cresce

                               e a ciò che racchiude.


Certo che è difficile quando le gocce cadono.

Tremano d'inquietudine, pesanti, stanno sospese,

si aggrappano al ramoscello, si gonfiano, scivolano -

il peso le trascina giù come provano ad arrampicarsi.

Difficile essere incerti, timorosi e divisi,

difficile è sentire il profondo che attrae e chiama,

eppure rimanere ancora e tremare soltanto -

difficile voler stare

                            e voler cadere.


Allora, quando più niente aiuta,

si rompono esultando i boccioli dell'albero,

allora, quando non le trattiene più alcun timore,

cadono scintillando le gocce del ramoscello,

dimenticano che furono impaurite dal nuovo,

dimenticano che furono in apprensione per il viaggio -

conoscono in un attimo la più grande serenità,

riposano in quella fiducia

                                      che crea il mondo.



                                      ***


Il meglio che possediamo

non lo si può dare,

non lo si può dire

e neanche scrivere.


Il meglio del tuo animo

niente lo può lordare.

Risplende profondo laggiù

per te e per Dio solamente.


E' il colmo della nostra ricchezza ;

che nessun altro possa raggiungerlo.

E' il tormento della nostra miseria;

che nessun altro possa averlo.



                                                   ***


Sento i tuoi passi nella sala,

sento in ogni nervo i tuoi rapidi passi

che nessuno nota altrimenti.

Intorno a me soffia un vento di fuoco.

Sento i tuoi passi, i tuoi amati passi,

e l'anima fa male.


Cammini lontano nella sala,

ma l'aria ondeggia dei tuoi passi

e canta come canta il mare.

Ascolto, prigioniera dell'oppressione che consuma.

Nel ritmo del tuo ritmo, nel tempo del tuo tempo

batte il mio polso nella fame.



 Karin  Boyle   da    Poesie ( Le Lettere, 1994 ) Trad. D. Marcheschi



giovedì 30 settembre 2021

FRAINTENDERE LE STELLE

 


                                                     Ottobre conosce le coincidenze...




CIGOLIO  D' AMORE


Brontolano miagolii d'amore le porte

e le persiane, persino le tue palpebre

al mattino. Necessitano di una carezza

d'olio, cellulite e buon umore cardini

vicoli e ventricoli. Si gonfiano le dita

ai morti e il petto in un sussurro

svanisce dietro al barlume d'un gatto.

Fanno fatica anche i tulipani a chiedersi

cosa c'è dopo la pioggia e perché

scegliere, qual è la vita che s'innesta ad ogni bivio.



                                               ***


E' una fuga da ogni tregua, ottobre,

conosce le coincidenze e rincorre

qualcosa che tutti possono cantare.

Siete due animali in egual specie:

tu - con le suole di chi ha fretta.

E lui - con le mani di chi afferra

il senso ristretto che ha bucato

le tasche avare dell'amore.



                                            ***


Un asciugamano di promesse

a lenire il sudore dell'abbraccio,

questo amore nato morto, sepolto

grida ascolto, scosso dalla tregua :

trema la lingua : sale tra le ciglia.



                                                    ***


Tu mi rechi un dono

da niente che a vivere

ne gode anche la croce :

il male, la ferita, il danno -

la zagara è una zingara

devota. E corta nella voce

la vita è solo un canto.



                                           ***


Cresce il tempo la parola in grembo

all'estate terminale della gioia,

una doppia vita così singolare

che il condizionale delle tue labbra

è il verbo della mia assenza.




    Vernalda Di Tanna     da    Fraintendere le stelle ( Dalla Gialla Oro di Pordenonelegge )



E.E. CUMMING & QUASIMODO

 


                                                    Amore è più chiaro che ricordare...



la mia ragazza è alta, ha duri lunghi sguardi;

quando è in piedi le sue lunghe dure mani tengono

il silenzio sul suo vestito; buono per il letto

è il suo lungo duro corpo pieno di sorprese,

come bianco filo elettrico dà scosse,

se sorride, talvolta al duro lungo sorriso

gaiamente mi trafiggono eccitanti dolori,

e il lieve rumore dei suoi occhi affila

subito il taglio alla mia smania. La mia ragazza

è alta e soda, ha le gambe sottili d'una vite

che ha consumato la vita sul muro d'un giardino,

e sta per morire. Quando andiamo a letto irritati

comincia a ondeggiare le gambe, e s'avvinghia

a me e mi bacia il viso e la testa.



                                                ***


amore è un luogo

e lungo questo luogo

d'amore passano

( con splendore d'armonia )

tutti i luoghi


sì è un mondo

e in questo mondo

del sì vivono

( abilmente intrecciati )

tutti i mondi.



                                            ***


quei fanciulli che cantano nella pietra

un silenzio di pietra, quei

piccoli fanciulli avvolti di fiori

di pietra aperti per


sempre, quei silenziosi piccoli

fanciulli sono petali,

il loro canto è un fiore

di sempre, i loro fiori


di pietra

cantano silenziosamente

un canto più silenzioso

del silenzio, quei sempre


fanciulli per sempre

cantano avvolti di fiori

che cantano, fanciulli

di pietra dai fioriti


occhi

sanno se un

piccolo

albero ascolta


per sempre i sempre fanciulli che cantano per sempre

un canto fatto

di silenzio come silenzio di pietra

di canto.



                                                  ***


amore è più oscuro ancora

che dimenticare, più

chiaro ancora che ricordare,

più raro d'onda umida

più frequente che deludere,


è il più  pazzo e lunare

e non sarà minore

di tutto il mare che solo

è più profondo del mare,


amore è sempre meno

di vincere, mai meno

di vivere, appena più

grande del minimo principio,

sempre un po' meno

di perdonare,


è il più savio e solare

e non può spegnersi più

di tutto il cielo che solo

è più alto del cielo.



                                                  ***


il grande privilegio di essere vivo

( anzi che immortale ) non è tanto

che la mente possa confutare o provare

ciò che l'anima  tocca e sente il cuore

- il grande privilegio è questo ( mia cara ):

che amore sia in noi, che amore sia in noi


ecco il segreto che non saprà mai

chi pensa che creare sia meno di avere

e " uno per uno" meno di " quando per dove" -

che noi siamo innamorati, che noi siamo innamorati:

essi con noi non hanno " nulla per nulla" in comune

( perché amore è in noi, è in me, è in te )


questo mondo ( come i neutri paurosi

la loro viltà gridano d'accordo)

non deve mai scoprire la nostra unione

né la nostra maniera di sentire

- perché amore è in noi, siamo innamorati, è in noi;

perché tu sei e io sono e noi siamo

(al di là di qualunque mondo ) innamorati


un bilione di cervelli può adulare l'immortalità

con fatti immaginari e tempo pieno di spazio -

né cuore batte né anima respira

senza l'infinita verità d'un sogno

il cui sonno è il cielo e la terra e il mare

perché l'amore è in te, è in me, è in noi.



Da Aiken e  Cummings    Traduzione di Salvatore Quasimodo



AFFRONTARE LA GIOIA DA SOLI



                                                              Che sia per troppa gioia...





Questa ostinazione nei cipressi

altre piante perdono le foglie

loro invece no, che non sia mai


mio nonno ripeteva di continuo:

nella vita bisogna stare sempre

con la schiena dritta


dicono che gli alberi sappiano ascoltare

ed eccoli nel grigio di novembre

rigidi e puntati verso l'alto

come se dovessero

tenere su le nuvole.



                                          ***


GUARDANDO ADELE


Lei piega la testa all'indietro

e chiude gli occhi

la sua risata è un pesce

che salta fuori dall'acqua

pensa quando ricade

che bello essere mare

chiudere gli occhi anche tu

e lasciarti tuffare.



                                                ***


Chiedersi perché

le farfalle non vanno mai diritte

ma seguono tracce spezzate

frastagliate

senza senso


rispondersi da soli:

se oggi mi scoprissi capace di volare

io mi riempirei di spazio e aria

se la vita durasse soltanto tre giorni

non butterei il mio tempo

per decidere una rotta


se proprio si deve morire così in fretta

che sia per troppa gioia

che sia per troppo vento.



                                         ***


L'AMORE SBILENCO


Ti si blocca l'articolazione della bocca

per il medico è l'artrite che si annuncia

un inizio di vecchiaia


ma quando tu non stai bene

tutta la famiglia si ammala

non puoi sorridere

non puoi mangiare


in pochi giorni perdi

quei chili di troppo che avevi indossato


e io mi vergogno di guardarti con questi occhi

adesso che il dolore

ti rende così bella.



                                   ***


Ti volti prima di dormire e io

allungo la mano sulla curva del tuo fianco

immagino il profilo lento del San Gabriele

che di giorno riempie la finestra - di notte invece

è il tuo corpo che disegna il mio orizzonte

e lo eleva a cielo.



                                           ***


LA FORTUNA


Una cellula impazzisce e soffoca le altre

un grumo di sangue solidifica nel cuore

l'impulso di un uomo che si crede nel giusto

e per dimostrarlo spara

un guidatore distratto un  torrente che tracima

                                         come siamo fortunati

si può morire per un milione di cose

però per vivere non serve niente.



                                                         ***


Che cosa succede quando muore un angelo?


gli preparano una bara di stoffa e di vento?

lo interrano in una nube?


e le ali? le ali restano aperte o si rattrappiscono

come quei grossi ragni che fanno paura da vivi

e invece poi vanno in niente? che se guardi

quello che rimane del tuo angelo custode

capisci quanto fosse inconsistente


quando eri bambino

pensavi che ti proteggesse


invece sei sempre stato solo.




Francesco Tomada da   Affrontare la gioia da soli ( Dalla Gialla Oro di  Pordenonelegge )



venerdì 24 settembre 2021

LA VOCE DEL SILENZIO

 


                                                              Sei, nell'attimo eterno...




SILENZIO


Se vuoi

chiudi pure tutti gli scuri

ché tanto ti riconosco.


Sei


nell'attimo eterno che ci stringe le vite

quando

l'occhio langue e si inclina all'esterno

ma mi guarda e ride

e mai silenzio

ha avuto così tante parole.




                                           frida



CIO' CHE RESTA



                                                                 A cercare nel buio...




E' l'altalena pulsante del diaframma ciò che educa lo sguardo e

consente la scrittura che serve e che resta.


Tutto il resto è maniera, intrusa materia finita

nello scaffale ingombro delle cose a termine.


A cercare nel buio si disimpara la luce negli altri.




                                            frida



mercoledì 22 settembre 2021

IN ATTESA DI UN MONDO NUOVO

 


                  Corre veloce, ma in che senso, il nostro tempo sconosciuto e strano...    




"Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche di interpretarlo. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi ".



                                    Gunther  Anders 



LE PAROLE DELLA CURA

 


                   " Lo scopo dell'arte medica è la salute, il fine ottenerla" - ( Galeno )





TRA MITO E STORIA


(...) Il mito che racconta l'origine della medicina è descritta da Apollodoro, la cui versione rinvia ad altre fonti antiche. Protagonista della vicenda è Asclepio, nato dalla relazione di Apollo con Coronide, figlia di Flegia, re della Tessaglia. La giovane donna, in attesa di un figlio frutto dell'unione con il dio, ma contravvenendo alle indicazioni del padre, aveva scelto di rifiutare il matrimonio con Apollo, perché innamorata di Ischi, fratello di Caneo. Avvertito da un corvo del rifiuto di Coronide, Febo maledice l'uccello e lo trasforma da bianco in nero, per poi uccidere la donna. Mentre il corpo di lei brucia, il dio sottrae il bambino alle fiamme e lo conduce presso il centauro Chirone, che lo alleva e gli insegna la medicina e l'arte della caccia. E' da notare che la narrazione della modalità della nascita di Asclepio, strappato dal grembo della madre morente, accomuna colui che sarà considerato il dio della medicina ad altre figure caratterizzate dal motivo della " nascita nella morte", prima fra tutte Dioniso, la cui madre Semele viene incenerita dal fulmine di Zeus al settimo mese di gravidanza, mentre il piccolo è salvato per intervento diretto del nume olimpico.

Secondo una variante del mito, Flegia sarebbe giunto a Epidauro per raccogliere in segreto informazioni sulla ricchezza del paese e la forza dell'esercito, col proposito di saccheggiarlo, giovandosi delle virtù militari dei migliori guerrieri greci al suo servizio. Nel viaggio, il te tessalo è accompagnato dalla figlia, già  incinta di Apollo. Sorpresa dalle doglie, Coronide dà alla luce un figlio, che viene subito esposto sul monte Tizione, che sarebbe poi diventato famoso per le virtù medicinali delle sue piante. Mentre il neonato sta per essere raccolto da un pastore di passaggio sul monte, compare lo stesso Apollo, circonfuso di luce abbagliante che porta con sé il piccolo Asclepio.

In entrambe le versioni, ritorna il tema di " una doppia nascita " - la prima connessa col parto di Coronide, la seconda conseguente all'intervento di Apollo - quale sigillo originario di una identità che si preciserà sempre più esplicitamente nel segno della duplicità.

Tutto ciò è confermato dallo sviluppo del racconto. Affidato alle cure di Chirone, anch'egli di natura doppia, come ibrido di uomo e cavallo, raggiunta la maturità  di Asclepio, riceve da Atena il sangue che era sgorgato dalla testa mozza della Medusa, quando Perseo l'aveva decapitata. Unica mortale fra le tre Gorgoni, la Medusa è essa stessa una potentissima icona della duplicità. Umana e animale, maschile e femminile, giovane e vecchia, bella e brutta, benigna e malefica, la Gorgone è al centro di una vicenda sulla quale è impresso il segno inconfondibile dell'ambivalenza. (...)



  Umberto Curi   da   Le parole della cura ( Medicina e filosofia )