giovedì 18 giugno 2020

MARIO LUZI NEL MAGMA





                                               Non in questa vita...in un'altra...


MENAGE

La rivedo ora non più sola, diversa,
nella stanza più interna della casa,
nella luce unita, senza colore né tempo, filtrata dalle tende,
accanto al giradischi tenuto basso.
" Non in questa vita, in un'altra " folgora il suo sguardo gioioso
eppure più evasivo e come offeso
dalla presenza dell'uomo che la limita e la schiaccia.
" Non in questa vita, in un'altra " le leggo bene in fondo alle pupille.
E' donna non solo da pensarlo, da esserne fieramente certa.
E non è questa l'ultima sua grazia
in un tempo come il nostro che pure non le è estraneo né avverso.
" Conosci io marito, mi sembra" e lui sciorina un sorriso importunato,
pronto quanto fuggevole quasi voglia scrollarsela di dosso
e ricacciarla indietro, là da una parete di nebbia e d'anni;
e mentre mi s'accosta ha l'aria di chi viene
da solo a solo - tra uomini - al dunque.
" C'è qualcosa da cavare dai sogni?" mi chiede fissando su di me
i suoi occhi vuoti
e bianchi, non so se di seviziatore, in qualche villa triste, o di guru.
" Qualcosa di che genere? " e guardo lei che raggia tenerezza
verso di me dal biondo del suo sguardo fluido e arguto
e un poco mi compiange - credo - d'essere sotto quelle grinfie.
" I sogni di un' anima matura ad accogliere il divino
sono sogni che fanno luce; ma ad un livello più basso
sono indegni, espressione dell'animale e basta " aggiunge
e punta i suoi occhi impenetrabili che non so se guardano e dove.
Ancora non intendo se m'interroga
o continua per conto suo un discorso senza origine né fine
e neppure se parla con orgoglio
o qualcosa buio e inconfondibile gli piange dentro.
" Ma perchè parlare di sogni" penso
e cerco per la mia mente un nido
in lei che è qui, presente in questo attimo del mondo.
" E lei non sta facendo un sogno?, riprende mentre sale dalla strada
un grido di bambini, vitreo, che agghiaccia il sangue.
" Forse, il confine tra il reale e il sogno..." mormoro
e ascolto la punta di zaffiro
negli ultimi solchi senza note e lo scatto.
" Non in questa vita, in un'altra " esulta più che mai
sgorgando una luce insostenibile
lo  sguardo di lei fiera che ostenta altri pensieri
dall'uomo di cui porta - e forse li desidera - le carezze e il giogo.


                                             ***

PRIMA DI SERA

" Credi, credi di conoscermi",
recita lei quasi parlando al vento
e osserva controsole la polvere
strisciare sullo stradone deserto.
" Appartieni troppo a te stesso"
insiste ad accusarmi
prolungando la pena dell'indugio
quella parte di lei che ancora combatte
avvilita e altera nella macchina ferma.
Ma le suona falso l'argomento
e ne scorgo sul cristallo la larva
che spenge d'un sorriso
dimesso le parole appena dette.
" Oh, di questo hai anche troppo sofferto
aggiunge poi quasi portando fiori
sul luogo, un'orticaia dove mi ha crocifisso.
" Vanamente" mormorò più che dal rimorso
toccata da quel tono
di persistente, doloroso affetto;
e ora vorrei non le sembrasse indegno
cercare in altri la causa
del suo male, fosse pure il mio torto.
" Vanamente " e mi viene non so se dal ricordo
o dal sogno un'immagine di lei
gracile, impalata nella sua altezza, che guarda un fiume
dall'argine e, poco oltre la foce,
la lacca grigia del mare oscurarsi.
" Lascia perdere " dice lei con la voce di chi torna
dopo un'assenza di anni sul luogo stesso
e raduna le spoglie lasciate in altri tempi, dopo lo scacco.
" Perchè non è in nostro potere richiamarci"
mi chiedo io sorpreso che sia lì
- ferma - sul sedile accanto.
" Che intesa può darsi senza luce di speranza?
Perché la speranza è irreversibile " commenta
il suo silenzio rigido senza più lotta,
mentre abbassa risoluta la maniglia
e getta un'occhiata di squincio al casamento -
alto -che tra poco la inghiotte.


                                                ***

IN DUE


" Aiutami" e si copre con le mani il viso
tirato, roso da una gelosia senile,
che non muove a pietà come vorrebbe, ma a sgomento e orrore.
" Solo tu puoi farlo " insistono di là di quello schermo
le sue labbra dure
e secche, compresse dalla palme, farfugliando.
Non trovo risposta: la guardo
offeso dalla mia freddezza vibrare a tratti
dai gomiti puntati sui ginocchi alla nuca scialba.
" L'amore snaturato, l'amore infedele al suo principio",
rifletto, e aduno le potenze della mente
in un punto solo tra desiderio e ricordo
e penso non a lei
ma al viaggio con lei tra cielo e terra
per una strada d'altipiano che taglia
la coltre d'erba brucata da pochi armenti.
" Vedi, non trovi in fondo a te una parola"
gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti, mentre taccio
e cerco sopra la sua testa la centina di fuoco dei monti.
Lei aspetta e intanto non sfugge alle sue antenne
quanto le sia lontano in questo momento
che m'apre le sue piaghe e io la desidero e la penso
com'era in altri tempi, in altri versanti.
"Perchè difendere un amore distorto dal suo fine,
quando non è più crescita 
né moltiplicazione gioiosa d'ogni bene,
ma limite possessivo e basta " vorrei chiedere
ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da un brivido,
a me che forse indugio alla menzogna per viltà o per comodo.
" Anche questo è amore, quando avrai imparato a ravvisarlo
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito", mi rispondono, e un poco ne ho paura
e un po' vergogna, quelle mani ossute
e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito spicciando.




                      Mario  Luzi     da        Magma


mercoledì 17 giugno 2020

CANZONI PER ANNINA




                                          Tu sai cosa darei se la incontrassi per strada...


PREGHIERA

Anima mia, leggera
va' a Livorno, ti prego,
e con la tua candela
- timida - di nottetempo
fa' un giro; e, se n'hai tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi 
è ancora - viva - tra i vivi.

Proprio quest'oggi torno,
 deluso da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta 
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d'oro che lei portava
sul petto, dove s'appannava.

Anima mia, sii brava
e va' in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada.


                                            ***

L'USCITA MATTUTINA

Come scendeva fina
e giovane le scale, Annina!
Mordendosi la catenina
d'oro usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.

L'ora era di mattina
presta ancora albina.
Ma come s'illuminava
la strada dove lei passava!

Tutto Cors' Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l'andatura
ilare - la cintura
stretta, che acre e gentile
( Annina si voltava )
all'opera stimolava.

Andava in alba e in trina
pari a un'operaia regina.
Andava col volto franco
( ma cauto, e vergine, il fianco )
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettìo la contrada.


                                              ***

LA GENTE SE L'ADDITAVA

Non c'era in tutta Livorno
un'altra di lei più brava
in bianco, o in orlo a giorno.
La gente se l'additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta
e un poco fiera ( un poco
magra ), ma dolce e viva
nei suoi slanci, e priva
com'era di vanagloria
ma non di puntiglio, andava
per la maggiore a Livorno
come vorrei che intorno
andassi tu, canzonetta:

che sembri scritta per gioco
e lo sei piangendo: e con fuoco.


                                            ***

PER LEI

Per lei voglio rime chiare,
usuali : in - are.
Rime magari vietate,
 aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
( di mare ) dei suoi orecchini.
O che abbiano - coralline -
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
( Annina era così schietta )
conservino l'eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi: elementari.


                                           ***

EPILOGO

Annina è nella tomba.
Annina - ormai - è un'ombra.
E chi potrà più appoggiare
l'orecchio al suo petto, e ascoltare
come una volta il cuore,
- timido - tumultuare?




                       Giorgio Caproni     da    Il seme del piangere



TUTTI I VICEVERSA DI SANDRO




                                                  Cercando del mio male le radici...


UNA STRANA GIOIA DI VIVERE

Cercando del mio male le radici
avevo corso tutta la città.

Gonfio di cibo e d'imbecillità
tranquillo te ne andavi dagli amici.
Ma Sandro Penna è intriso d'una strana
gioia di vivere anche nel dolore.

Di se stesso e di te, con tanto amore,
stringe una sola età - e te allontana.


                                                 ***

LE PORTE DEL MONDO NON SANNO

Le porte del mondo non sanno
che fuori la pioggia le cerca.
Le cerca. Le cerca. Paziente
si perde, ritorna. La luce
non sa della pioggia. La pioggia
non sa della luce. Le porte,
le porte del mondo son chiuse:
serrate alla pioggia
serrate alla luce.


                                            ***

LASCIAMI ANDARE

Lasciami andare se già spunta l'alba.
E io mi ritrovo solo tra i vuoti
capanni interminabili sul mare.
Fra gli anonimi e muti cubi anch'io
cercavo una dimora ? Il mare, il chiaro
mare non mi voltò con la sua luce? Salva
era soltanto la malinconia?
L' alba mi riportò - stanca - una via.


                                           ***

MIO CONFUSO AMORE

Era il paese della luce d'oro.
La sera ogni persona, quasi in sogno,
abbandonarsi pareva. E mi pareva
- la luce d'oro era finita - in sogno
di te cadere, mio confuso amore.


                                               ***

SEMPRE FANCIULLI NELLE MIE POESIE

Sempre fanciulli nelle mie poesie!
Ma io non so parlare d'altre cose.
Le altre cose son tutte noiose.
Io non posso cantarvi Opere Pie.


                                               ***
AMORE

Amore, amore,
lieto disonore.




                          Sandro  Penna      da     Croce e delizia



martedì 16 giugno 2020

RILKE E LA POESIA




                                                       In che strumento noi siamo tesi ?


CANTO D'AMORE

Come posso tener l'anima mia
che non tocchi la tua? Come dovrò
sopra te sollevarla agli altri oggetti?
Oh, vorrei volentieri giù nel buio
portarla da qualcosa ch'è perduto,
in luogo ignoto e quieto, che non vibri,
se vibrano le tue profondità.
Eppure tutto quello che ci tocca,
sia te che e, ci prende insieme ancora,
come un'arcata, che una voce sola
ricava da due corde. In che strumento
noi siamo tesi? E quale suonatore
ci tiene in mano? O dolce canto.


                                                ***

TOMBA D'UNA GIOVANE FANCIULLA

Ci ricordiamo ancor. Quasi di nuovo
tutto questo dovesse ancor venire.
Come un albero di limoni, a riva,
portava i piccoli leggeri seni
nel rumore del suo sangue 
                                  - di quel dio.

Ed egli era lo snello fuggitivo
che seduce le donne. Dolce e ardente,
e caldo, com'è caldo il tuo pensiero;
ed ombreggia il fianco virginale
ed è proteso come le tue ciglia.


                                                 ***

PIETA'

Così - Gesù - vedo i tuoi piedi ancora
ch'erano i piedi un dì d'un giovinetto,
e li spogliai, smarrita e li lavai;
com'erano confusi ai miei capelli,
come una bianca fiera in un roveto.

E vedo le tue membra mai amate
questa notte d'amore finalmente.
Non ci posammo ancora insieme stretti,
ed ora è solo attonito vegliare.

Eppur, vedi, le mani tue son lacere :
oh, amato, non per me, per i miei morsi.
E' aperto il cuore tuo, vi si può entrare:
e solo a me doveva essere aperto.

Ora sei stanco, e la tua stanca bocca
non vuole la mia bocca dolorosa.
Gesù, Gesù, quando l'ora nostra?
Andiamo insieme stranamente a fondo.


                                                 ***

CANTO DELLE DONNE AL POETA

Vedi, come ogni cosa s'apre: siamo
così anche noi, null'altro se non tale
beatitudine. Le tenebre e il sangue
d'un animale, in noi diventa spirto

e grida quale spirto verso te.
Tu certo solo in volto lo trattieni,
come un paesaggio, mite e senza brame.
E crediamo perciò che tu non sia

quello per cui si grida. Eppure in te
senza esitare noi ci perderemmo?
E in un altro più grandi diventiamo?

Con noi trascorre e passa l'infinito,
ma tu rimani - o bocca - che ora udiamo,
ma tu, che di noi parli, tu rimani.


                                                     ***

LA MORTE DEL POETA

Giaceva. Il volto sollevato e pallido
sui ripidi cuscini ed in diniego,
dacché del mondo quel che si conosce,
strappato dai suoi sensi,
nel tempo noncurante giù ricadde.

Chi vivere lo vide, non sapeva
quant'egli fosse a tutto questo unito:
a questo: i prati, le profondità
e queste acque ch' erano il suo viso.

Oh, il suo viso era questo vasto spazio,
che ancor lo vuole adesso e di lui chiede;
e la maschera, che ora muore in pena,
è delicata e aperta come polpa
d'un tratto che si sta guastando all'aria.


                                             ***

LA MORTE DEGLI INNAMORATI

 Egli sapeva della morte solo
quello che tutti sanno: che ci prende
e nella muta dimora ci spinge.
Ma quando lei da lui,no, non strappata,

ma lievemente sciolta dai suoi occhi,
scivolò ad ombre ignote, e lui sentì
che laggiù il suo sorriso di fanciulla
era come una luna a far del bene;

allora i morti a lui furono noti,
quasi per lei di loro con ognuno
fosse parente: e lasciò parlar gli altri,

senza prestarvi fede, e quella terra
dolcissima chiamò, ed ameno luogo.
E la tastò per giungere ai suoi piedi.


                                                ***

NINNANANNA

Se ti perdo, puoi tu ancora
dormire senza ch'io su te
qual di tigli una corona
mi consumi a sussurrare?

Senza ch'io ti vegli qui
e parole sui tuoi seni,
quasi palpebre, deponga
sulle membra, sulla bocca?

Senza ch'io ti chiuda e sola
con il mondo tuo ti lasci
quel giardino con aiuole
di melisse e gelsomini ?



             Rainer Maria Rilke   da   Nuove poesie  ( 1903 - 1908 )

LA MANUTENZIONE DEI SENTIMENTI DI GABRIELLA




                                        Salvator Dalì   (La persistenza della memoria )





PUNTI DI VISTA

I

L'eterno femminino
è un delirio maschile
la donna come se fosse una sola
fissata là - con lo spillone
sotto vetro - farfalla rara
eternamente uguale a sé.

II

T'ho amato per un momento
aspettavo un segno
minimo / uno sguardo / uno sfioramento
casuale tocco delle dita
seduti così vicini che l'alito
solfeggia il lobo
ma tu hai detto
che devo fare?
amico, non sta a me dire
se non sai resta pure dove sei.

III

Non c'è niente di scontato

nel venire al mondo
scoprendo di essere donna
- dice - e poi avanza:
tiratevi su
molto è da fare.


IV

Non voglio stare più  vicina
alla Natura - per la mia anatomica 
conformazione neppure penso
che la Natura sia più reale
di una maschera

che rompicapo.


                                             ***

L'autobiografia di una persona
si inscrive anche in un gesto
non pensato
un rapido girarsi degli occhi
scappato via
il tono della voce
colto a sorpresa
non solo nelle parole
che in differenti modi esterna
nell'intenzione spesso lucida
così palese.


                                             ***

Abitare il limbo
di questo precario equilibrio
che le cose non mutino
mantenendo un nonnulla di distanza

si scoperchia lo spazio minuto
breve come un respiro
quel tuo respiro che va e che viene
quando ti fermi in attesa

non mi ero mai accorta che sedici scalini
sono tanti
diventano cento
in alcuni momenti
e lo spazio corto dove ruotiamo i corpi
per salire gli ultimi sei
è un luogo così esteso
che ti perdi alla mia vista
lontano nella nebbia.


                                               ***

SPOSTAMENTI

I

Sperimentiamo ogni giorno
come stiamo al mondo
tentando strade
che non arrivano
nei luoghi cercati
ma non è inutile il percorso
se schiude l'attimo incompiuto
se germina dalle prove
il tempo che trasforma.

II

La vita ribalta ogni consenso
ogni dissenso ogni lagnanza
ogni esaltazione. Non ne
conviene il calcolo.
Dei debiti o dei crediti
non puoi sommare o togliere
una mossa : non serve
la scacchiera neppure i dadi
e men che meno i vaticini.
Da un lato della barriera tutto
è imprevedibile. Dal lato umano
- invece - noi siamo senzienti
cacciati al mondo senza volerlo
( resta il patire questa esperienza )
cerchiamo con pazienza fra i sassi
prosciugati un sorso d'acqua breve.


III

Restando sui limiti
si arriva
a dare spazio dentro
l'isolamento
non sembra perdita
semmai ricerca
slancio di frammento.




               Gabriella  Musetti    da    La manutenzione dei sentimenti




lunedì 15 giugno 2020

PERCHE' HAI APERTO QUELLA PORTA?



Francisco( Ruiz Udiel,.) aveva molti amici e di molti luoghi, eppure era solo. Lo ha lasciato scritto nel suo libro di poesie Alguien me ve llorar en un sueño (Qualcuno i vede piangere nel sogno), di cui ho scritto l’introduzione quando fu pubblicato qualche anno fa.
Non confidava ciò che sentiva dentro, eppure non ho mai pensato a un senso di abbandono così potente da portarlo a togliersi la vita.
Ci siamo incontrati diverse volte. Fin dal primo libro ha mostrato il suo valore poetico sulla base di un colloquio urbano irrigato da immagini inquietanti, molte delle quali relazionate con la solitudine (“La mia solitudine è mia madre impressa in un pugnale”). Francisco era un giovane sveglio, caldo e calmo, per lo meno questo io percepivo. Noi poeti siamo carne di paradosso: mentre rileggo l’ultima e-mail che mi ha inviato qualche giorno prima di morire per sollecitarmi l’invio di alcuni miei testi poetici alla rivista “Carátula”, guardo di sbieco nello schermo una poesia che ho appena finito di scribacchiare: parla della sua morte. Sento che questo tipo di poesie non arrivano nemmeno a sfiorare ciò che vorremmo dire.
Impotenza e domande: “Perché hai aperto quella porta? / La compagnia di nessuno ti faceva sentire nessuno? / Chi intrecciava abbandono con dita che dicono addio?”.
Qualcosa chiedeva Francisco, che qualcuno lo ricevesse nel suo viaggio, nel suo stare, nel suo fare. Leggo nuovamente il suo libro dove campeggia la morte: “Siamo luce morta strofinata / con piccoli pezzi di cielo / su sonnambuli specchi”.
Qui c’è tutto. Nella mia prefazione ho parlato, tra le altre cose, dell’atmosfera della sua poesia in relazione a “uno stato di perdita” in un tempo di asfissia e “ciò che è succhiato dal nulla”. Anche del fantasmagorico, un’aria da incubo e un personaggio “Andrés” (Francisco stesso?) circondato da “alcuni” che vogliono (secondo il poeta) “divorare le sue spoglie, accarezzare la sua solitudine con acidi e metalli fusi” (secondo me).
Ormai non posso più dialogare con Francisco di questa e tante altre cose.
Sarebbe di qualche conforto pensare, unendosi ai versi di Luis Cordoza y Aragón, che soltanto la morte conosce la strada di casa?
Non ho dubbi che Francisco era una persona cara, ma chi può misurare l’affetto, le sue amputazioni, i suoi travasamenti. Qualcuno sa perché la morte lavora?
Se riuscissi a scrivere il poema per Francisco mi piacerebbe finirlo con questo verso: “Quella mattina hai fatto colazione?”




                                 Jorge  Boccanera



REQUIEM PER FRANCISCO




                              La vita ti fu greve , amico mio. Dormi in pace, là dove sei...


LASCIA LA PORTA APERTA

Lascia la tua porta aperta.
Che le parole entrino
come un arco tessuto dai cipressi,
un po' più leggeri
dell'ineludibile vita.
Lontano è il porto
dove le barche di ebano
riposano con tristezza.
Poco m'importa arrivare a loro,
perché lungo è l'abbraccio con la notte
e breve la speranza con la terra.
Dovunque io vada
il mare mi scaglia da tutte le parti,
un'altra alba dove l'immaginazione
non può trasformare il fango
in vasellame per immagazzinare ricordi.
Mi stanco di svegliarmi,
la luce i ferisce quando vedere non voglio:
il viaggio a Itaca nulla mi offre.
Se ci fosse almeno un po' di vino
per ubriacare i giorni che ci restano
                 ubriacare i giorni che ci restano
                                    che ci restano.


                                        ***

QUALCUNO ENTRA NELLA MORTE AD OCCHI APERTI

Lasciatemi pulire questa ferita:
appesta il io corpo;
lasciatemi asciugare con la mia vecchia camicia di forza
le duttili pareti dove si frantumano i miei sogni.

Per favore, quando me ne andrò,
non chiudetemi gli occhi,
non truccatemi il volto come un cadavere
che finge di essere vivo,
non mascheratemi con abito e cravatta
perché la morte non compra etichette,
non mi vestite di onore: non ne ho bisogno,
non mi mettete bavagli sulla bocca
né cotone nel naso;
non mi lasciate privo di sensi.

Per favore, vi prego,
non mi lasciate andare con questo peso
che mi obbliga a guardare verso il basso.


                                                   ***

PROCESSO PER DIMENTICARE DIO

A nulla ti servirà, Andrés,
separare le dita nell'aria
spezzarti le unghie contro la parete
o guardare un'ultima volta
verso l'oscura strada
sapendo che non c'è nulla
che nessuno ti aspetta
che non mancherai a nessuno
in questo futile teatro.

La tua memoria Andrés
sono bianche pelli tese
con sale in un immenso patio.


                                                   ***

QUALCUNO PRONUNCIA IL MIO NOME

Quando Andrés dice
che cammino smarrito, volando,
come se fossi tra le nuvole,
vado di corsa a rimproverarlo,
ma non incontro nessuno
qui sotto.


                                                    ***

QUALCUNO SENTE ODORE DI MORTE

La cosa terribile quando qualcuno parte
è afferrarsi nuovamente 
ai mostri vuoti.

Questa sera Andrés è rimasto attaccato
alla sua vecchia sedia di legno,
a quest'ora la solitudine ha iniziato
a mangiargli i piedi.

Andrés resta nella sua sedia
sa che la morte arriverà
e lascerà gli occhi
affinché lui possa seguirla.



          Francisco Ruiz  Udiel   da   Qualcuno mi vede piangere nel sogno



domenica 14 giugno 2020

STORIA D'AMORE 1




                                                      Ti cerco come l'aria sotto l'acqua...



Sei sputata al tuo nome
una cosa corta senza sapore
solo due lettere e due suoni,
                                           Anna,
nome insipido anche al contrario
buono per le nonne che cucinano
e per quattordicenni uscite male,
niente a che vedere coi nostri anni
di nomi selvaggi oppure americani.
Se a forza ringoio le parole
che metterei di seguito al tuo nome,
                                                        Anna,
ringrazia il traguardo che ti porti stretta.


                                                   ***

La cabina fototessera
sputa smorfie miste a visi
tu regina senza pari
storci e arricci al tuo comando
non c'è naso o bocca che si opponga
avresti un futuro certo nelle tele,
io invece vengo bene al naturale
nella posa di drogato più che pazzo
che ama zero il suo sorriso,
l'ultimo scatto lo vuoi serio
io e te guancia contro guancia
per portarci domani qualcosa del presente.
Ti guardo nella foto intanto che s'asciuga,
non eri tu la prima volta che ti ho vista,
eri un'altra cosa più bruttina,
il tuo viso non bucava come ora
la corteccia della pelle come niente.


                                             ***

Ti cerco come l'aria sotto l'acqua
quando troppo a fondo si è sfidato
il proprio corpo e la natura,
a bracciate vago nel paese
rovescio marciapiedi dietro le tue amiche
che non sanno il tuo numero di casa,
a casa andarci a notte cominciata
morto di una stanchezza disperata
che nel letto si risveglia,
col buio riprendere la cerca
scartare il paese per intero
fino ad arrivare in cima al pianto.
Quando si annuncia la tua figura
piccola con la busta della spesa
non so dire l'amorosa meraviglia,
ti vengo incontro e nulla dico
perchè guardarti mi comanda
tutto sono e vibro nei miei occhi,
la mano che allungo sul tuo viso
è cuore impazzito sulle tempie
aria spezzata nei polmoni,
tu guardinga resti silenziosa,
senza dire niente t'incammini
lasciando a me la busta della spesa.


                                                   ***

Primavera è luce che s'allunga
colore resuscitato al mondo
sulle pene inflitte dall'inverno,
ricordi il sentiero del primo incontro?
Ora sei tu a spingermi in alto
mi trascini sempre più dentro
solo per sorprendere il bosco
col suo vestito di gemme
e profumi le foglie neonate,
quando ti volti e mi prendi
qualcosa di purissima voglia
e più bambina paura tra i baci
mi dice a quale disegno
dal principio avevi pensato,
mentre tutto accade per gioco
il bomber steso per lenzuolo
la lentezza che mi comando
contro la fretta che ti spoglia
il tuo corpo come mai pronto.
Anna non temere solo la luce ci guarda,
ora dammi il fiore della tua timidezza.


                                                ***

T' aspetto al sole del muretto
intanto sragiono su cosa sia successo
perché in quel pugno di minuti
mentre affondavamo nella carne
e i tuoi capelli d' oro a fili
mi finivano a ciocche nella bocca
lì in quella ubriacatura
come una scoperta mai compiuta
ho sentito il godimento farsi servo
alla dolcezza del tuo viso
ma questa servitù invece di ridurlo
lo ha portato al totale stordimento
tanto che costa fatica ricordare
come i sogni svegliati la mattina,
eccoti spuntare da lontano,
arrivi e con te l'unica certezza
entro e non oltre la giornata
vorrei con cura ripassare la materia.


                                            ***

Dopo averla camminata intera
in ogni umana direzione
ora posso dirlo la tua schiena
non ha destinazione né traguardi
né chiara può dirsi la partenza,
ho provato allora con le dita
a darle la precisione di una cifra
ma con quale metro misurarla?
E il filo biondo di peluria
che da testa a coda l'attraversa
ha qualche nome di preciso
o posso chiamarlo a modo mio?
E le sue curve la linea delle vertebre
sono tutte previste dalla specie
o ne possiedi un numero a piacere?
Quello che so bene è quel che voglio
scaldarmi al calore del tuo tocco
per rifarmi con le mani tutte le sue strade,
pronto per la mia scienza a sconfinare.




                      Daniele Mencarelli   da     Storia d'amore


STORIA D'AMORE 2





Tutto porta inciso il tuo nome
ogni giorno nato e consumato
il paese tutte le sue strade
le formiche in solenne processione
tutto a voce alta lo ripete
suono più veloce della luce
Anna vero nome dell'amore
nome dal sapore di fiamma
Anna che significa ossessione.


                                                  ***

Il dolore poi è arrivato
reclamato da ogni osso
a gran voce da tutte le ferite,
si aggiunga una febbre da delirio
un letto fradicio di gelo
e la tribolazione può dirsi realizzata,
tu spunti partorita da mia madre
intimidita ma più forte è il male
che mi vedi e sfiori con le dita
una vertigine sei fortissima
da tenermi stretto alla tue mani
tutto nella stanza è in balìa,
tu rimani radice nella terra
la tua forza non teme la natura,
io prego la tua bellezza
il tuo viso è la mia chiesa
il tuo corpo un vivo crocifisso
ti prego accogli il mio delirio
toglimi questa febbre bestia
un miracolo ti sbocci dalle labbra.


                                                ***

La caccia all'uomo è cominciata
mastico terra dietro le tue tracce
sono un mastino mai arretro,
ogni giorno fiuto il Tuo odore
quando l'amore mi sorride
e il ventaglio delle mani
allarga sul mio viso
allora accelero la corsa
allo stremo frullano le gambe.
Ti sfioro e quell'istante
è pace ristabilita sulla terra,
passare nella cruna della morte
diventa di colpo naturale,
ma la velocità è una Tua invenzione
senza fatica Ti riallontani
Ti perdo e la solitudine mi uccide.
Non sono il primo non sarò l'ultimo
faccio parte di una stirpe
devota a una missione senza fine,
cacciarti per poterti amare.


                                                   ***

Amare nella lingua della luce
io non sapevo
poi tu a passo immacolato
guerriera rintanata nel piumino
hai bussato alla mia vita
ed ecco fatta la rivoluzione
d'amore innalzato ad altro amore
di parole esplose di significato,
cammino consumato dalla gioia
niente al mondo mi è straniero
da stonato canto agli animali
ai vicini che mi pensano ubriaco
un ballo dedicato ai tuoi fiori
ai colori una storta piroetta,
tutto ha il vestito della festa
anche l'eterno s'improvvisa ballerino.


                                                 ***

Primo Dicembre novantatré
bellezza scoperta mai del tutto
il dono cresce ti trasforma
ti vedrò donna farti madre
eterna ragazza negli anni.
Presto saremo io e te
davanti al Dio dei secoli
per prometterci nei giorni
in ricchezza e malattia
nella povertà gloriosa dei corpi,
sarà la nostra un'alleanza 
coniugata al passo dei pianeti
alla rosa più rosa della terra.
Alla storia daremo nuova carne
il tamburo nel mio petto
camminerà sulle tue gambe ballerine,
sarà un figlio la somma di tutto,
il suo sangue il nostro bacio perfetto.


                                             ***

1 Dicembre 2013

 (...) Caro Gabriele,

a distanza di vent'anni riesco finalmente a guardare il tuo ricordo, a fissare nella mente il tuo viso, il tuo sguardo, senza sentire la voglia di scappare via lontana. Ricordo tutto di quel primo dicembre, il giacchetto che portavi sempre, perchè lo amavo io quando te lo vedevo addosso, ricordo la felpa armata di teschio che comprammo assieme, tu di spalle verso il portone di casa.
E quel sorriso, l'ultimo prima di uscire.
Poi il tempo è rotolato via, il vecchio millennio ha lasciato spazio al nuovo, quanti significati prendeva nella tua immaginazione questo passaggio, ne parlavi come di un evento unico, epocale,e noi eravamo i fortunati a poterlo vivere. Altri anni sono arrivati, e poi ancora e ancora.
Sono venuti ragazzi. Uomini. Sono venuti e andati, tanti qualcosa hanno lasciato, tanti altri hanno preso senza dare niente.
Ma non c'è rancore, né ripianto, la vita trascorre con i suoi dispiaceri e i suoi premi, quello che conta è vedere le cose nella loro reale grandezza, e la reale grandezza delle cose è enorme, questa è la lezione che mi hai lasciato, lasciarsi catturare dall'enormità di tutto, anche del dolore.
Tu mi hai presa, io mi sono fatta prendere, dalla tua vitalità innamorata, dai tuoi occhi sempre cercatori, di me, del mondo, le tue esagerazioni, i tuoi discorsi su tutto.
Ti serviva poco, talmente poco per convincermi.
Gabriele fra poco farà sei anni, il padre è uno di quelli passati pensando di non dare nulla, invece ha lasciato tutto.
Gabriele non porta solo il tuo nome, tu e lui vi somigliate tanto, il suo stupore è il tuo, il tuo sorriso è il suo, e gli occhi le mani l'attaccatura dei capelli. Non so come , nemmeno m'interessa, ma il mistero che mi hai insegnato a sorvegliare ha lavorato come suo uso. In segreto.

Manca poco.

                                                  Anna  (...)



                Daniele Mencarelli   da   Storia d'amore
                          


ROGO THYSSEN : GIUSTIZIA E' FATTA ! ( speriamo ! )




                                              Giustizia è fatta ! ( o almeno dovrebbe...)



Sembrerebbe alla conclusione la vicenda  della THYSSENKRUPP  di Torino che risale alla notte del 6 Dicembre 2002 , in cui morirono 7 operai in un incendio che devastò lo stabilimento .
 Dopo lungaggini burocratiche trascinatesi per anni ( si parlò addirittura di  " difficoltà di traduzione dall'italiano al tedesco ! "), pare che i due dirigenti tedeschi, Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, già condannati da un tribunale italiano insieme ad altri dirigenti ( italiani già in carcere ) debbano finalmente scontare la loro pena.
" I condannati della Thyssen andranno in carcere: è questione di giorni. Non sono ammissibili pene alternative " dichiara il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, dopo aver ricevuto da EUROJOUST ( Agenzia europea per la cooperazione fra gli Stati in materia di giustizia penale ) una comunicazione relativa all'esecuzione della pena.
Qualche mese fa ( a febbraio, quando è stata emessa la sentenza definitiva, poi messa in  stand by a causa della pandemia Covid-19,) era scoppiata una polemica circa l'eventualità che i due manager potessero beneficiare di misure alternative al carcere. Oggi è stato ribadito a grandi lettere e a ampliato anche dalla voce dei Media, che i due potranno richiedere forme diverse dalla detenzione solo dopo aver scontato in carcere almeno metà della pena stabilita. ( così è ! - staremo a vedere- )

Speriamo che altri cavilli non vengano ( come è accaduto in questi 13 anni ) a modificare una sentenza controversa  e ad alleggerire una condanna già  in parte resa inefficace dai troppi anni passati.

I lettori che volessero saperne di più su questo caso, possono trovare altre notizie ( e un video ) su questo Sito sotto l'etichetta 1 Maggio, dal titolo " 1 Maggio negato".




                                           frida



sabato 13 giugno 2020

JUNE JORDAN DENUNCIA




     Se non fosse per il tatuaggio...


POESIA IN MEMORIA DI ALAN SHINDLER

Se non fosse per il tatuaggio
come saprei riconoscere
mio figlio
per come quel mostro
sfondò 
il suo cranio
per come quel mostro
frantumò
e poi polverizzò la sua mascella
per come quel mostro
separò a calci
le costole del mio unico figlio
se non fosse per il tatuaggio
come saprei riconoscere
il mio ragazzo
il mio uomobambino cresciuto marinaio
per la Marina.

L'ho sepolto 
mio figlio
che visse e morì amando
altri uomini
l'ho sepolto adesso
nella terra che accetta nessuna
distinzione tra uomini
se non per il tatuaggio
a bandiera personale
di un corpo onesto.


                                      ***

                                 BOSNIA  BOSNIA

Che peccato
che non ci sia petrolio
tra le gambe di lei

quella bambina mussulmana di 4 anni e
la sua sorella di 5
e la baysitter di 16 anni
e la mamma di 20 di quella bambina di 4, quella
bambina mussulmana violentata in gruppo
dall'alba alla sera del tempo divenuto dannazione.

Che peccato
che non ci sia petrolio
tra le gambe di lei

Che peccato che non ci sia petrolio
tra Sbrenica e Sarajevo
e tra il valore di una vita
e il genocidio.

Che peccato 
che non ci sia petrolio

Che peccato
che non ci sia petrolio
tra le gambe di lei

la donna in Somalia
che pesa 20 chili e
che ha sepolto i vecchi del villaggio e
che ha sepolto i bambini del villaggio

che pesavano anche meno
di quanto pesa lei dopo così tanti giorni
di fame a bocca aperta
con le mosche

Che peccato
che non ci sia petrolio
a South Central L A
e fra gli uomini piegati e le donne battute
e fra i derelitti africani e asiatici
e fra i barboni di lingua spagnola e inglese
e fra gli spacciatori e i drogati
e fra la gente e la polizia criminale
che peccato
che non ci sia petrolio

Che peccato 
che non ci sia petrolio
tra le gambe di lei
di quella bambina mussulmana di 4 anni

Che peccato
che non ci sia petrolio
tra le gambe di lei.


                                             ***

               A VOLTE IL CHIARO ARRIVA NEL BUIO

Sposto il mio corpo sul lato
dove il tuo stava prima
dormendo
o sussurrando
o surriscaldato
dove tu non ci stai
ora
o per sempre
vicino
a me.




                           June  Jordan   da     Kissing god goodbye