lunedì 27 agosto 2018

BORIS A EVGENIJA ( Lettera ) 3



(…) Ho sempre voluto che tu sapessi queste cose. E se tu le sapessi
       in modo più certo, profondo e coraggioso di quanto in realtà 
       non sia, questa fiducia ti salverebbe dalle ultime prove:
       useresti senz'altro il potere spirituale che hai si di me in modo
       diverso. Avresti la capacità di distinguere tra l'unione, la
       confluenza dei nostri meriti - rimasta intatta - solamente sfinita
       dalle eterne discussioni che non la riguardavano( come se essa
       non esistesse o si potesse fare a meno di lei o non tenerla in
       debita considerazione ): saresti capace di distinguere quell'
       unione da quella matrimoniale che abbiamo rotto con forza
       poiché in momenti diversi - ma in maniera uguale - non ci
       soddisfaceva.
       E' il terzo giorno che ti scrivo. Scrivo a pezzetti. Ho davanti a
       me la fotografia inviata con la tua lettera, tu e lui. Ti sei fatta
       più bella! Ma che aria triste, triste, che avete? Non immagini
       quanti sconvolgimenti questa fotografia produce nel mio
       animo. Esso si scioglie in lacrime sopra di voi. Che cosa ho
       fatto, che cosa ho fatto! E dire che ti indignavi ogni giorno
       perché io mi accontentavo di parole, perché non mi decidevo.
       Non conoscevi il segreto della mia arrendevolezza, della mia
       dedizione all'abitudine. Ti facevi ingannare dalla presunzione,
       sopravvalutavi le mie forze. Io, a mia volta, temevo quel mare
       di rimorsi e pentimenti che - sapevo bene - avrei dovuto
       attraversare a guado. Mi si è spalancato davanti d'estate, e
       tutt' oggi non sono in grado di varcarlo.
       Perché mi ami in modo così ultimativo e mirato, come uno che
       lotta per la sua idea; perché esibisci la tua infelicità alla vita
       come una condizione, un'esigenza del tipo: ecco quel che ho da
       dire, e adesso che sia la vita a parlare, e che io muoia se non
       dico la verità! Perché non prendi parte attiva alla vita, non ti
       affidi a lei, non ti rendi conto che essa non è un'antagonista
       alla discussione, ma ha tanta tenerezza per te e vuole
       dimostrartela in tutti i modi, e non domanda  altro che uscire
       dall'isolamento dei discorsi preliminari e abbandonarsi all'
       immediata contiguità e collaborazione con lei, alle
       sollecitazioni quotidiane di turno, al loro umile adempimento -
       dapprima amaro - ma in seguito gioioso!
       Ma non serve e niente che io parli di te. Per quanto io ami, per
       quanto rimpianga il nostro passato che serviva da casa a
       Zenicka ( sono sempre le stesse cose che mi circondano e che
       parlano con la sua voce ), non ho le forze né il diritto di
       pensare e volere per te.
       Così finisco da dove ho cominciato : perdonami per tutto, ti
       prego - perdona - mia cara.
       Ti abbraccio forte di tutto cuore (…)


                               B.

 Boris  Pasternak  da   Il soffio della vita ( Corrispondenza con Evgenija 1921- 1931 )

domenica 26 agosto 2018

ANSIA E BUGIARDINI

 
 

                                                       Quando il cuore non basta...



Sono un tranquillante.
Agisco in casa,
funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all'udienza,
incollo con cura le tazze rotte-
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d'acqua.

So come trattare l'infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l'ingiustizia,
rischiarare l' assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti -
fidati della mia pietà chimica.

Sei un uomo ( una donna ) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto
che la vita va vissuta con coraggio?
Consegnami il tuo abisso -
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato ( grata )
per la caduta in piedi.

Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.

Un altro diavolo non c'è più.



           Wislawa  Szymborska     da    Elogio dei sogni


venerdì 24 agosto 2018

I TEMPI DI AGATA

 
 

                                                Sono i dettagli che assomigliano ancora a te…



Il corpo magro vuole lasciarsi andare.

Continua a stare sul divano e
consuma il pranzo, se pranza
consuma la cena, se cena
si consuma.

Quanti anni s'affannano per umiliare
la tua bellezza, ma non credere
al tempo perché non c'è decadenza:

tu, promessa al paradiso.


                               ***


Racchiusa nel bocciolo verde della vestaglia
scompari fra le pieghe del divano
e nessuno ti vede, nessuno si accorge
del tuo peso assente.

Riappari - epifania - solo prima della doccia
quando nuda fino all'ultima vergogna
mostri l'esile stelo che sei.


                               ***



Sono i dettagli che ti assomigliano.

La riga sugli occhi,  sempre più scura e insicura
la linea morbida delle tue labbra
             - vero orizzonte del desiderio

e le guance, più rosee che guance.

Le mani, sopra ogni frammento di te
perfette nella bicromia
dello smalto rosso lucido e del blu digitale.

Sono i dettagli che ( non ) aggiungi
che somigliano ancora a te.


                               ***



Quando ti dico essere
il grande amore
che muove la mia vita
mento.

Pochi i risvegli pieni di te

quasi non ci sei;

una tiepida luce di una candela
sul davanzale del cuore
quando ancora lavora
il sole.

Quale benzina
questo corpo che non ho voluto
muove…


              Naike  Agata La Biunda      da   Accogliere i tempi ascoltando

giovedì 23 agosto 2018

SIGMUND FREUD - LETTERE ( Introduzione )

 
 

                                                                           Il racconto di Freud



(…)  Le Lettere alla fidanzata  raccontano chi era Freud prima di
       diventare Freud.
       In questo carteggio alla fidanzata Martha Bernays,scopriamo
       il percorso sentimentale di Sigmund, l'educazione del cuore.
       Ed è una strada lunga e tortuosa, scandita da eccessi, nel
       corso della quali lo scopritore della Psicoanalisi dovrà
       imparare a gestire una passione violenta e complicata. Ne
       uscirà vincitore, ma al prezzo di una grande sofferenza.
       Freud - infatti - non è persona che conosce vie di mezzo, vive
       tutto intensamente e senza risparmio. Non è uomo - insomma -
       di sentimenti tiepidi: in lui abissi di disperazione, poi vette di
       felicità.
      "Se un rovente apprendistato ha mai qualificato un uomo a
        parlare autorevolmente d'amore , questo è Freud", scrive
       l'amico, allievo e infine collaboratore Ernest Jones in Vita e
       opere di Sigmund Freud , la biografia del maestro viennese.
       Folle di gelosia, folle d'amore, torturato da periodiche crisi di
       dubbio sul sentimento che Martha nutre per lui; e poi
       possessivo, avverso ad ogni compromesso.
       Nei quattro anni e tre mesi di fidanzamento, Freud e Martha
       si scrivono più di millecinquecento lettere. Scrivono ogni
       giorno, anche più volte al giorno. E quello che ci sorprende,
       oggi che non sappiamo quasi più tenere una penna in mano, è
       che quelle lettere sono lunghe, a volte straordinariamente
       complesse, non pensierini della sera o SMS per dire " ti ho
       pensata anche oggi". Una lettera di quattro pagine viene
       considerata " molto breve ": qualche volta arrivano a dodici
       pagine scritte fitte; ce n'è una persino di ventidue.
       Così, per le Lettere, vale la riflessione che Silvia Vegetti Finzi
       riserva al testo della biografia :" Siamo di fronte ad un
       romanzo di formazione nel senso più complesso del termine
       perché, dietro al dramma delle scelte esistenziali, delle prove
       e degli errori, delle sconfitte e delle vittorie, vi si possono
       cogliere le linee impersonali del destino, la filigrana della
       storia " .  (…)


                 Daniela Monti  da   Le  lettere  alla fidanzata  Di Freud
                                                                                            

LETTERE ALLA FIDANZATA ( Sigmund Freud ) 1


Vienna, 23 Agosto 1883

(…) Cara principessina ,
      appena tornato dal mio paziente in campagna, trovo la Sua
      dolce lettera con la lieta notizia che Ella si sente bene e tutte le
      care cose che non si stanchi mai di scrivermi tutti i giorni.
      Proprio oggi ho parlato con un caro collega dell'ospedale, il
      quale mi ha spiegato che sarebbe una grave pazzia volersi
      sposare quando non si hanno soldi: diceva che ci vorranno otto
      anni prima che possa diventare qualcuno ,e tutto questo non lo
     diceva da uomo di mondo,ma con tutta ingenuità come lui pensa
     Ho difeso da bravo la mia causa, dicendo che lui non conosce la
     mia ragazza che mi aspetterà senza limiti e che io sposerei
     anche a trent'anni di età - una matrona, ha interrotto lui - che ci
     sarei riuscito con il lavoro e viaggiando, che l'uomo deve osare
     e che ciò che io ho da guadagnare merita ogni audacia.
     Ammise che tra due anni potrei avere duemila fiorini.
     Io però non gli ho detto la cosa più bella:che cioè si può essere
     ineffabilmente felici quando si è amati, anche se non si gode
     del pieno e formale possesso, e ancor di più se si ha la fortuna
     di aver rapito una principessina!
     Coraggio - tesoro mio - tu diventerai  con molto meno anni la
     mia mogliettina, e non dovrai vergognarti di aver aspettato così
     a lungo. Voglio darti una piccola, lieta notizia: dovrei
     sbagliarmi molto se il mio" nuovissimo metodo " non riuscisse:
     ti ho scritto che ripongo le mie speranze nella luce del sole, che
     sembra davvero aiutare. Non ti turbare se poi ti scriverò che
     non va :per scoprire le cose occorre pazienza, tempo e fortuna,
     ma da principio è sempre così, quando si ottiene qualche
     risultato.
     Perciò coraggio, principessina!  (…)


                                           Sigmund


               Sigmund  Freud    da      Lettere alla fidanzata


  

LETTERE ALLA FIDANZATA ( Sigmund Freud ) 2


Vienna, 9 Ottobre 1883

(…)Amata, piccola Martha,
      che cosa sto facendo? Sono più attivo e più in forma che mai.
      Perlopiù divoro un'enormità di giornali che in parte leggo per
      me e in parte per la rivista medica; sto quasi sempre in
      laboratorio dove il mio metodo - davvero -procede ancora bene
      e promette grandi cose, quantunque molto resti ancora da
      sistemare : la mattina - fino alle undici - fungo da assistente
      pieno di buona volontà nell'imparare, premuroso nello scrivere
      e talvolta con mansioni operative nelle camere degli ammalati.
      La situazione - mia diletta - presenta qualche difficoltà e mi
      sembra di vivere in uno stato e ebbrezza o di sogno: è quello
      giusto per superare una lunga separazione, se poi sia uno stato
      gradevole è difficile dirlo: è impossibile ascoltare i sentimenti
      personali. E' anche una specie di narcosi aver sempre tanto da
     fare, e tu sai che ultimamente vi ho trovato la salvezza contro
     la mia eccessiva sensibilità ed eccitabilità.
     Mi sembra quasi che le onde della vita non battano alle mie
     porte, altre volte scaccio l'idea di essere un monaco visitato
     nella cella del suo convento.
     Poi il sogno svanisce, e la vita entra nella mia cella quando si
     avvicina una tua lettera: allora tutti i problemi stravaganti
     vanno a nascondersi; allora impallidiscono le varie teorie; 
     allora il mondo diventa così caldo, sereno comprensibile!
     La mia diletta non è un'immagine illusoria, non deve essere 
     dimostrata mediante reagenti chimici; essa è - addirittura ,
     sebbene non sia una gigantessa - visibile a occhio nudo. Per
     fortuna non ha nulla a che fare con le malattie, ma è stata così
     imprudente da prendersi come amoroso un medico.
     Oh Martha, è molto più bello essere una persona che un 
     magazzino di esperienze certe e uniformi! Ma non è possibile
     essere persona per un'ora se si è stati per undici ore macchina
     o magazzino. E così saremmo da capo.
     Domani saprò qualcosa di te, mia cara fanciulla.
     Addio, sii un pochino serena


                                   il tuo fedele  Sigmund


           Sigmund  Freud    da     Lettere alla fidanzata 

      

LETTERE ALLA FIDANZATA ( Sigmund Freud ) 3


Vienna, 29 Giugno 1884

(…) Amato tesoro,
       hai ragione. Ormai non scriverò se non del viaggio; non riesco
      più a pensare ad altro.Se ad ogni costo vuoi venirmi a prendere
      alla stazione, non posso certo proibirtelo. Non avrei voluto,
      perché avrei preferito non porre la stazione e i bagagli tra i
      nostri primi baci. Ma se non ti vergogni dei severi amburghesi
      e mi dai un bacio appena ti vedo, e quando viaggiamo per
      Wandsbek me ne dai un secondo, un terzo e così via, allora
      cederò. Non sarò stanco perché viaggio con la coca per
      dominare la mia terribile impazienza.Puoi prendere per me una
      cameretta molto vicina a te e modestissima, se no ti sgriderò
      perché non sei parsimoniosa: se possibile una soffitta.Hai pieni
      poteri. Il mio guardaroba non sarà certo distinto, ma decoroso.
      Ho un vestito grigio - che porto già - e uno scuro ancora dal
      sarto, un soprabito e un cappello nuovo. A biancheria sto male:
      volevo comprarmi qui qualche capo, ma mio padre mi ha
      suggerito di comprarlo ad Amburgo, dove tutto costa meno ed
      è più buono, e in più tu ti intendi di quel che si deve comprare.
      Non ho ancora il premesso, debbo conquistarmelo, in caso di
      necessità con la minaccia di dare le dimissioni: ma non dubito
      che mi sarà concesso. La cocaina sarà finita ( è venuta
      venticinque pagine ) solo oggi, quando leggerai la mia lettera,
      e ti raggiungerà prima di me. Il lavoro di oggi lo conosci.
      Non preoccupiamoci del tempo: se pioverà staremo seduti l'uno
      accanto all'altra e chiacchiereremo e leggeremo. Mi porterò
      qualche libro sui nervi; tranne la scienza, accanto a te voglio
      dimenticare tutto quello che sa di Vienna. Non porterò nulla
      per te - mia cara - ma il tuo compleanno cadrà in quei giorni.
      Sono molto indeciso se affidare a te il denaro e la contabilità,
      oppure amministrarlo da me. Ma credo che ti risparmierò le
      preoccupazioni e non ti darò così presto il potere…(…)

                            Tuo  Sigmund



     Sigmund  Freud   da     Lettere alla fidanzata


     

SANE E BENEDETTE

 
 
 
 

       Mi lascio andare, mi abbandono alla corrente: è inutile tornare indietro…



Per l'amore che ho nel grembo
farò quello che ho bisogno
perciò portami via tutto

privami dei miei respiri
togli al mondo la mia pace
allontana la sua luce
attraversa parte a parte
il mio torso con la lama

non lasciare che rimanga
pelle intatta sulla schiena

feriscimi se vuoi
finiscimi se puoi.


                        ***


Per un gemito interiore
ho smesso di seguirti
attraverso l'inutilità del vivere

brulico di ottime ragioni
per non dubitare affatto
di dover andare avanti sola.



                        ***



La ferocia del possesso
si nutre della fedeltà e abbandona
brandelli di fiducia

sulla terra desolata e stanca
s'alza un'eclissi
per ostentare il lurido bisogno
con la sua incontinenza

la vergogna è la tortura
che matura concupisce
l'idea di spingermi ad elemosinare
contro la mia dignità.



                                  ***



Vorrei che mi guardassi
con occhi che non hai mai avuto

che mi riempissi di spontaneo e di stupore
invece di schiacciarmi
con una definizione troppo lunga e scivolosa
per non pattinare via.


                               ***



La differenza tra le cose che mi dici
e quelle che tieni per te stesso
è la gola che mi soffoca
ogni volta che ci cado dentro
e mi accorgo d'esser sola

la punizione è il merito
del flebile posarsi su di me
le mie vertigini
amplificano l'ultima chiarezza
il sintomo è il contorcersi
delle tue miserie
nella mia consapevolezza

non appartarti
per darmi della pazza
mi preferisci a chi ti dà ragione
ti lamenti
e di nascosto non capisci
che l'ultima mia preoccupazione
è l'odio per quelli come te.


                          ***


Una parte di te mi chiede aiuto
e io vorrei - lo giuro -
rispondere sorrisi e riccioli d'ascolto

ma non c'è mai stato verso
nella mia tranquilla capacità
di superare la tua muta volontà
di continuare a fottermi.




                       Natalia  Brandani   da      Sane e benedette


mercoledì 22 agosto 2018

FIGLI & PADRI

 
 

                                               Amare è un atto tremendo se tutto diventa un rasoio…



La vertigine di chi si appresta
ad attraversare la propria memoria
dissanguando i semafori che incontra
affinché la verità non si trattenga.

La poesie è un incidente spettacolare
che mi spinge la mente nel cuore.

E' un grido di dolore bianco.
che ti rimette al mio mondo.



                          ***


Un padre pieno di elio
che mi sfuggiva dalla mano
e il braccio che restava ampio
guardandolo diventava minuscolo.

Solo gli alberi e i bambini
sanno morire spalancati.


                          ***


Ci siamo rapiti
e ci siamo nascosti
dove la neve schiaccia la neve
e non c'è modo di fuggire.

Ci siamo tagliati
per crederci crudeli
e ci siamo chiesti per riscatto
di consegnarci un nuovo inizio.

Una nuova salita
senza armi sulla schiena:
useremo il cielo
per romperci il fiato.


                       ***



L'infanzia finisce
quando giri una chiave.

Quando per sentieri libero
scegli di renderti prigioniero
in una camera che sprofonda
diventando la tana di una belva.

L'infanzia finisce
quando giri una chiave
e poi tiri la maniglia
per dire addio all'innocenza.


                           ***


Te ne sei andato di casa
mentre ero girato di schiena.

Ti tendeva il corpo
lo stesso eccitamento
di chi corre a trovarsi un riparo
iniziando a sfidarsi a nascondino.

Oggi continuo a cercarti
con le vene fuori dai polsi:
amare è un atto tremendo
se tutto diventa un rasoio.



                 Luca  Bresciani    da    Canzone del padre

lunedì 20 agosto 2018

IL DESIDERIO DI DANIELE

 
 

                                                     Sei un diamante che rompe la luna...



Sono colpevole di desiderio,
una ferita centrale che sanguina
di tempo in tempo e che non si rimargina,
fonte d'acqua battesimale e fango.
Tu, di tutte le cose la più pura,
non riesci a compiere la loro ansia
stai inchiodata alla povera fattura
vulnerata dai fuochi, rivoltata.
E non rimane angolo del tempo
sottratto al divenire della mente
che riconcilia, ridipinge, immagina
tutta la vita fatta e ricreata
dentro il buco della mancanza, il tondo
in cui respira, da cui ancora vieni.


                           ***


Oh se almeno nel sogno lei si facesse incontro,
ma non può: il creato
è desiderio che si sparge invano.
Vero è che appare spesso di tra i volti del tempo,
prende le fogge d'una
delle più ingenue o delle più sventate
che offrono la loro primavera,
ma come suscitate, così il vento le turbina
e spariscono agli occhi : non al cuore
che per mancanza tremola, vien meno.
Devi desiderare, fin che avrà fine il fuoco
e potrai - nella cuna - riposare.


                                ***



Se in qualche posto della terra sei,
forse è meglio saperti
al sicuro dalla prova finale;
rimani a lungo a preparare intrugli
per la sera terribile
del nostro incontro, un tavolo,
una sala operatoria, un caffè,
dovunque avremmo forse
avuto appuntamento.
Tieni a lungo segreta la ricetta
dell'odore del fieno del tuo seno,
nascondi i tuoi capelli sotto cuffie,
confondimi: così sono dette
per non essere intese le parabole.


                      ***


Parli all'orecchio del cavallo,
sussurri, soffi
nella cassa armonica
e lei diventa una conchiglia
che espande le lingue sottomarine:
porgo orecchio e non sento soffiare,
non ascolto il gorgoglìo che suona
internamente nel cranio, strumento
da fiato del cavallo che hai amato e ripeti
di amare anche adesso.
Mezzogiorno lunghissimo
di un lunedì che ci separa, mentre
prima i giorni ci univano:
continua a dare voce alle orecchie
pazienti che risuonano.
Ti sentirò un giorno,
ti sentirò.


                             ***


Dove sarai a quest'ora di sera,
la più dolce del giorno a chi pena…
Il desiderio è una fitta del sogno,
sospende il fiato, la gravitazione,
mentre i cani dalle aie si lamentano:
il tempo astrale si ferma nel cuore
senza che nulla si possa cambiare,
solo si rompe il ritmo delle ore,
il respiro si mozza alla tua immagine.
Sei un diamante che rompe la luna,
buca di colpo la quinta del petto
dove invecchiano solo vecchi amori.


                               ***


Sulla bergère di una stanza d'albergo
vedo il tuo corpo di spalle in ginocchio
aprire un arco colmo
come un dorso lunare: già mi spoglio
e le luci calano ( è un sogno? ) e nel punto
di essere al tuo dosso, con le mani
che premono, il respiro…
Sento un fiato di vento tremolare,
una scossa che fa di te una torcia
e di me - in tanta notte - un fil di fuoco
dentro il buio di te.


                      Daniele Piccini    da     Terra del desiderio


UN MONDO DI MARIONETTE 1

 
 
 

                                                Tornerai? Io non posso aspettarti, ma tremare…



Di te arrivano segni luminosi
non parole, ma aliti ventosi,
finestre che lampeggiano,
ore al riparo, ore della notte
in cui ti ascolto nel rosario d'anni,
di fatti annoverati alla leggenda.
Di te ormai non stringo che la foglia
senza fiore del puro desiderio,
infelice per sempre,
e in questo tuo fratello, fino a che
anche noi ci vedremo, oltre la fiamma.


                         ***


Di ogni nostra notte ci rimane
una sonora ombra o un'onda vuota
dove il divino o il doppio dell'umano
si specchiano, rompendo le catene.
In ogni notte è il segno di una vita
possibile, futura o andata via;
compaiono animali che hanno avuto
per pochi anni il bene della vita.
Cercando di afferrarli, vedi bene
di che materia inferma sono i segni
e quale lieve trama è il nostro essere.
Eppure impressa a fuoco è la visione
del volto amato che riprende forma,
già risorto nell'ombra della mente.


                            ***



Quando nei sogni appari non più cinta
da spine nere, vengo
al tuo cospetto, davanti all'orgoglio
del corpo nudo che splende sicuro.
Allora è bianco il quadro:
decidi di voltarti e di allacciarmi,
di prendere con te il desiderio
e farne un pane che poi piano lievita,
fino a riempirti, a darti con l'oblìo
un antico, antichissimo sorriso.



                              ***



Negli attimi del tempo è difficile
perderti, risucchiati da Speranza
che non vuole morire. Tornerai?
Io non posso aspettarti, ma tremare
che è la mia strana e più vera preghiera.
Tra ciò che esiste e ciò che non esiste
c'è una cortina di ricordi eterni,
di attese morte e perciò anche più vive-
di desideri - sì, verrai, col passo
mortale di quegli anni a conciliarmi
il sonno grande.


                         ***



Ho fatto male ad uscire alla luce
per te: nel buio, nella notte cava
del ricordo che mèmora,
che inventa la sua fiaba,
dovevano restare le parole.
Forze remote, brocche di acqua incauta
si offrivano alle labbra risospinte
verso l'origine buona del tempo.
Invece ho dato corpo all'ossessione
che gira con il mondo, con le notti
che vanno dietro ai giorni. Invece ho tolto
a me ogni maschera per essere io:
inesperto di mancare così
all'assoluto del bene pensato .



                         ***


Gli interminabili volti
con cui mi togli il fiato
sono le sentinelle
di una chiara venuta:
tu che compari - con passo insensibile -
e sciogli i nodi in petto.
Tu che la treccia oscura -
di donna in donna, di età in età -
dissolvi con un soffio
divenendo la sposa primigenia,
la sposa da cui scivola l'affanno:
tu che solvi i sigilli del creato
troppo a lungo velato.


                        Daniele  Piccini    da       Regni

UN MONDO DI MARIONETTE 2

 
 
 

Oh tenera, ci sono
più cose nei tuoi occhi
che sotto il cielo… nelle carte fitte…
dentro le lingue materne e paterne…
più cose nei tuoi occhi
che nei milioni di segni graffiti.
Ci sono nei tuoi occhi i duri verdi
di primavera che frange l'inverno
e nel tuo corpo la valle distesa,
aperta per la pace
e il desiderio - ancora.
Ci sono nei tuoi occhi
i primi segni
della creazione che trema nel petto
teneramente - come appena nata .


                           ***


Se tu ti volterai sarò perduto.
Prosegui per la curva
del fiume nella valle
lungo i campi di sonno.
Non appartengo più
al possibile dono,
all'evento che preme oltre l'adesso:
sono nel cuore buio
di tutte le esistenze. Non sfiorarmi
e non chiamarmi a quello che sognavo,
non esisto se non come si deve,
chiuso al domani, che ti batte in petto
come una canzone .


                         ***


Il corpo della donna splende amaro
come una pasqua d'azzimi:
veduto o intraveduto dietro i sogni
è la chiave di un cosmo che si piega.
Sostienilo con braccia trapassate
dalla necessità del desiderio.
Il fuoco non si spegne, il fuoco cova
nella parte che manca del sentiero:
da ogni punto inganna la tua immagine,
doppia o molteplice che insegue il fiore
del padre e di altri avi già passati
per l'amara spianata della sete.


                             ***



La gioia è così breve: in queste storie
entra come un abbaglio,
sempre per lei che appare, che ci aspetta
nella notte votata ad un segreto.
Così diceva. E l'estate infuriava
di nuovo dentro i sensi.
Così, e io non seppi che rispondere.
Né se volesse dire che la gioia
non è altro che un fiato;
o che inseguirla costa sangue e lacrime.
Vedevo la Perduta e in lei i beni
promessi tutti quanti.
Vedevo, tormentavo la mia fede
nell'incompiuto perché ritornasse.


                           ***


Non potrai mai pensarlo come perso
sebbene non risponda e la figura
si faccia grigia, o fioca.
Anche quando la nenia delle stelle
ne avrà disfatto il volto
che fu più caro dei tuoi stessi giorni,
egli riposerà dove potrai
sentirlo tuo, da capo.


                        ***


Con la mia solitudine
curerò, saldando le ferite:
nuda come la povertà è la fede
e io ti aspetto, forma
dove adagiarsi il tempo
di attendere un ritorno.
Sulle ossa il freddo passa
poi soffia l'alito che io nemmeno
posso sapere, soffia
dentro di me lasciando mura vuote.


                             Daniele Piccini    da     Regni


  

domenica 19 agosto 2018

PER TE FAREI...

 
 

                                                            Farei gli occhi atomi di luce…



Potessi io sapere
il sonno delle pietre
gelido
nelle notti d'inverno.

Potessi dirtelo
col singhiozzo che mi rimane
nella gola
e lo sguardo nel buio.

Forse farei
gli occhi atomi di luce
eternamente tuoi che il vento
non trapassi e porti via.


            frida


NOI SIAMO POCHI PERO' CI CHIAMANO...

    Le foto sono state scattate al Museo del Genocidio  a Yerevan .( frida )
                                                                                                                                                                                                                                                                                       




Noi non ci anteponiamo a nessun altro.
Solamente anche noi dobbiamo accettare
che noi- solo noi - abbiamo l'Ararat
e che al lago Sevan
il cielo abbia la sua vera copia.
Solamente qui ha combattuto David,
solamente qui è stato scritto il libro di Narek,
solamente noi sappiamo ricavare una chiesa da una roccia,
plasmare il pesce dalla pietra,l'uccello dall'argilla.

Per insegnare ad apprendere
dal bello
dal buono
dall'eccellente
dal bene.

Noi siamo pochi però ci chiamano Armeni.      

Noi non ci anteponiamo a nessun altro.
Solamente il nostro destino è stato diverso.
Solamente abbiamo perso molto sangue,
solamente noi, nella nostra vita secolare.
Quando eravamo tanti ed eravamo in piedi
non abbiamo mortificato nessun altro popolo.
Nessuno ha subito un colpo dal nostro braccio.
Se abbiamo attratto, abbiamo attratto
solo con i nostri libri;
se abbiamo dominato, abbiamo dominato
solo con i nostri doni.
Solamente la morte si era innamorata di noi,
invece noi non l'abbiamo accettata volontariamente.
E, quando disperatamente abbiamo lasciato la nostra terra,
ovunque siamo arrivati, ci siamo sforzati per tutti.
Abbiamo costruito ponti,
abbiamo innalzato archi,
abbiamo arato dappertutto,
abbiamo raccolto le messi,
abbiamo dato a tutti un'idea, gli aforismi, le canzoni.
Abbiamo difeso gli altri dal gelo spirituale,
abbiamo lanciato dappertutto il fulgore del nostro occhio,
la reliquia della nostra anima
e l'essenza del nostro cuore.

Noi siamo pochi - sì - ma ci chiamano Armeni.

Sappiamo gemere delle ferite non guarite
ma gioire ed esultare della nuova allegria.
Possiamo tuffarci nel costato del nemico
e dare una mano al nostro amico,
ricambiare tante volte di più
il bene che ci hanno fatto;
alla giustizia e alla luce
sappiamo votare la nostra vita.
Ma se vorranno bruciarci con la forza,
sappiamo soffocare e spegnere il fuoco.
E se c'è bisogno di fugare il buio,
sappiamo ridurci come cero ardente
e sappiamo amarci anche con passione,
però avendo rispetto per gli altri.

Noi non ci anteponiamo a nessun altro, però ci conosciamo:


ci chiamano Armeni:
e perché non dobbiamo inorgoglirci?

Ci siamo. Dobbiamo esserci. E cresceremo ancora.


              Parnir  Sevak

Ma lui ci ha lasciato troppo presto: a 47 anni in un incidente stradale, vicino ad uno dei suoi amati monasteri. Una lapide- lungo la strada - lo ricorda.




                                              f.