venerdì 20 luglio 2018

BEATA SOLITUDINE ( il potere del silenzio ) 2


(…) Il funerale è il giro di boa con cui l'uomo attiva i meccanismi
       che gli permettono di mantenere vivi i legami che si sono
       vissuti nel mondo e che continuano con le persone che sono
       andate in un altro mondo.
       Che il mondo a cui è destinato il viaggio ( il funerale ) esista
       soltanto nella nostra percezione ( e non esista affatto ), a
       significare un meccanismo di difesa per riparare un dolore o
       un lutto, non è poi così importante. Essenziale è che il mondo,
       che c'è e che forse non c'è, permetta di continuare a vivere
       dentro l'esperienza concreta. L' esserci obiettivamente o l'
       appartenere all'invenzione non cambia sul piano dei legami e
       della loro funzione. Il funerale serve a trasformare una perdita
       in una presenza con caratteristiche nuove e -sotto certi aspetti-
       arricchita del potere che quel legame acquista, poiché il
       viaggio conduce su quella montagna che nel mondo greco
       diventerà l'Olimpo, luogo di morti e di dèi.
       Con l'origine di questo processo che caratterizza l'umano, si
       rinforzano le relazioni e i legami persino con i defunti,e quindi
       con il passato, a sostegno del fatto che non esiste una vita del
       singolo, poiché la vita è legame con l'altro da sé. Non esiste
       un istante in cui si possa identificare la totale autonomia di
       un singolo: dal concepimento alla gestazione, dalla nascita
       alla vita sociale, e perdura anche dopo la morte.
       Uno dei grandi errori della Civiltà Occidentale si lega proprio
       all'insistenza nel voler dare al singolo la dimensione dell'
       essere come ente autonomo in sé concluso.L' Io è la più grande
       delle falsificazioni della condizione umana. Un errore che le
       civiltà che - per contrapposizione - chiamiamo dell' Oriente
       hanno invece evitato in una concezione olistica e del tutto.
       Il termine che definisce meglio la condizione umana è la
       fragilità, che non va confusa con la debolezza, la quale ha
       come antitesi la potenza. La fragilità descrive semplicemente
       l'uomo che ha bisogno dell'altro e - così - la fragilità dell'uno
       insieme a quella dell'altro o degli altri, è la condizione
       necessaria per vivere. Si giunge all'equazione per cui la
       fragilità di un uomo legata alla fragilità di un altro uomo
       rende possibile l'esistenza: attraverso quel legame diventa più
       facile vivere. Se poi questa equazione la si estende
       moltiplicando i legami, si giunge a una moltitudine di fragilità
       singole che - unite - porterebbero all'espressione più alta
       della vita umana, sia pure sempre all'insegna della fragilità.
       (…)


   Vittorino Andreoli  da  Beata solitudine ( il potere del silenzio )

BEATA SOLITUDINE ( il potere del silenzio ) 3



(…) La relazione non è - tuttavia - il primum movens: rappresenta
       già una risposta ad un bisogno che si evidenzia con la paura.
       E' questo il meccanismo che guida alla vita e la paura è
       impiantata dentro la nostra biologia,nel nostro corpo.La paura
       è la percezione di un rischio che è sempre il rischio di morire.
       Ed è al servizio di quell'imperativo della sopravvivenza, del
       primum vivere. La paura è l'alleata,è uno strumento di bordo
       che ci aiuta a scappare da un pericolo oppure a cercare di
       superarlo. La paura è la spinta a stabilire alleanze, a costruire
       legami. Dalla paura si passa quindi alla relazione, come
       necessità per continuare a vivere. E questa pulsione è
       impiantata dentro la vita umana, ma anche in quella di tutte le
       specie viventi. E' questa la certezza dell'animalità dell'uomo,
       perché è da qui che parte il processo che fa di noi un " animale
       così umano", parafrasando il titolo di un libro di René Dubos.
       Stampata nella mia biologia c'è la paura e, attraverso di essa,
       è stampato il bisogno dell'altro, il legame con una fragilità
       diversa dalla mia che mi aiuti a continuare a vivere.
       Ecco le alleanze e, tra queste, si inserisce la categoria dei
       sentimenti, che giunge fino all'amore che, etimologicamente,
       deriva da alfa privativo ( mancanza) e morte
      ( nella contrazione mor( t ) e ). Se un legame, e in particolare
       quello dell'amore si spezza, genera dolore, e di nuovo paura,
       e allora nasce la " montagna dei legami spezzati " che
       continuano ad essere attivi e aiutano a vivere.
       E' così che nasce, dai bisogni dell'uomo fatto di carne, un
       mondo trascendente dove continua a vivere ciò e chi è stato
       in questo mondo, la Città della Terra, che ha bisogno della
       Città del Cielo . (…)


        Vittorino  Andreoli    da   Beata solitudine ( il potere del silenzio )

giovedì 19 luglio 2018

PRINCESA ( e altre regine )

 
 
                                   
                                                 Così fu quell'amore dal mancato finale...


(…) Le donne delle canzoni di Fabrizio De André sono nomi che
       ciascuno ha pensato di sapere a memoria, di conoscere alla
       perfezione - intendo dire - per averle portate nella sua vita a
       spiegare, consolare, illuminare un momento. Proprio quel
       momento, che pensavi fosse una storia solo tua, e invece
       guarda: lui la sapeva.Nina, Ninetta, Teresa, Fernanda,  Maria
       e la moglie di Anselmo - persino - Bocca di Rosa e Marinella,
       certo. Disegnano un mondo, tutte insieme. Forse disegnano
      " il " mondo. Tuttavia, quando abbiamo provato a raccontare
       la fiaba che le tenesse insieme - così, per gioco: per vedere se
       dentro la fiaba ci entrasse proprio tutto il mondo, o qualcosa
       di meno, o qualcosa di più - ci è venuta la voglia, il desiderio e
       il bisogno di liberarle dalla canzone. Erano lì ferme in un
       verso - spillo, farfalle di una rima. Una ragazza irriverente,
       una che semina il grano, una che non lo amava niente, e
       Suzanne ti dà la mano. Questa è la tua canzone, Marinella.
       D'accordo. Ma fuori dalla canzone, prima e dopo quel verso,
       chi siete voi? Come siete fatte, fatevi vedere. Prima e dopo
       quel momento: come camminate, dove andate, da chi o via da
       dove. Con che cappello, se lo portate per strada. Lasciatevi
       incontrare. Se no, come facciamo a raccontare la fiaba.

       Questo libro è nato così: dalla meraviglia di trovarsi in tante
      - insieme - ad ascoltare, condividere e curare. Non c'è altro di
        più importante al mondo, nella vita, ma lo sapete già. Ascolto
        condivisione e cura è tutto quello di cui abbiamo bisogno,
        qualunque altro nome gli si voglia dare. Allora in 20 - qui -
        abbiamo ascoltato la musica, condiviso le parole e curato le
        pagine che adesso arrivano a voi nella speranza che sappiano
      - con voi - fare altrettanto. Che siano le storie a leggervi
        mentre le leggete.

        Le voci che ascolterete sono state scelte perché hanno tutte
      - mi pare - un tratto in comune con Fabrizio De André: la
        fragilità inossidabile.La pervicacia nel procedere in direzione
        ostinata e contraria. Una ferita. Una debolezza nascosta dal
        movimento ed esibita nella solitudine. Un ciuffo di capelli che
       - come una tenda - lascia uno spiraglio e intanto ti ripara dal
         mondo, consentendoti di vederlo più a fuoco.
         Non c'era nessun bisogno di illuminare De André con la luce
         di qualche occasionale superstar. Tutto il contrario, invece.
         In prospettiva inversa: di nuovo è talmente forte la sua luce
         da potersi prestare a mostrare il cammino a volte faticoso e
         sempre laterale di tanti straordinari talenti che - proprio
         come lui - hanno percorso sentieri che si perdono nei boschi,
         hanno scelto di fermarsi a fare case sugli alberi, ascoltare
         per tre giorni o per tre mesi un viandante, di restare ospiti di
         uno sconosciuto mentre fuori prosegue la guerra.
         E Fabrizio ve le indica, queste sue compagne di strada. Vi
         prega di restare un momento in ascolto e intanto si lascia
         guardare dai loro occhi, si lascia leggere dalle loro parole.
         Essere visti, il regalo più grande che ci sia.  (…)

 
   Concita De Gregorio  da   Princesa e altre regine ( 20 voci per le donne di Fabrizio De André )


AMORE A PRIMA VISTA ( Introduzione )



Si parla molto di amore nelle poesie di Wislawa Szymborska: ma se ne parla con una così impavida sicurezza di tocco e tonalità così sorprendenti che anche un tema sin troppo frequentato ci appare miracolosamente nuovo. E anche parlando d'amore la voce della poeta sa essere irresistibilmente ironica: non a caso Adam  Zagajevski diceva di lei che : "  sembrava appena uscita da uno dei salotti parigini del Settecento". Ma sa anche essere, dietro lo schermo della colloquiale naturalezza e dell'ingannevole semplicità, grave e trafiggente, come quando affida ad un panorama divenuto ormai intollerabile, il compito di proclamare l'assenza ( " Non mi fa soffrire / che gli isolotti di ontani sull'acqua / abbiano di nuovo con che stormire " ), o all'amore a prima vista quello - ancora più temerario - di smascherare il caso- destino che ci governa : " Vorrei chiedere loro / se non ricordano / una volta un faccia a faccia / in qualche porta girevole? / un " scusi" nella ressa? / un " ha sbagliato numero" nella cornetta ?/ ma conosco la risposta. / No, non ricordano ".


                     frida

AMORE A PRIMA VISTA

 
 
 
          Cercheremo un'armonia anche se siamo diversi come due gocce d'acqua…



NULLA DUE VOLTE

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza
e si muore senza assuefazione.

Anche gli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c'è giorno che ritorni,
non due notti sono uguali,
né due baci somiglianti
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma che cos'è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, malvagia ora,
dai paura e incertezza?
Ci sei - perciò devi passare.
Passerai - e qui sta la bellezza.

Cercheremo un'armonia
- sorridenti -  fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d'acqua.


                                 ***


IMPRESSO NELLA MEMORIA

Si amarono tra i noccioli
sotto soli di rugiada,
raccolsero nei capelli
foglie e terra bagnata.

Cuore di rondine,
abbi pietà di loro.

In ginocchio sulla riva
pettinarono le foglie,
e i pesci si accostavano
rilucenti nelle scaglie.

Cuore di rondine,
abbi pietà di loro.

I riflessi degli alberi -
fumo sull'onda minuta.
Rondine, fa' che da loro mai
sia dimenticato.

Rondine, spina di nube,
icona dell'aria,
Icaro perfezionato,
frac asceso al cielo,

rondine calligrafia,
lancetta senza minuti,
primo gotico pennuto,
strabismo nell'alto dei cieli,

rondine silenzio acuto,
lutto festante,
aureola degli amanti,
abbi pietà di noi.


                                   ***

NOZZE D' ORO

Un tempo dovevano essere diversi,
fuoco e acqua, differire con veemenza,
depredarsi e donarsi
nel desiderio, nell'assalto della dissomiglianza.

Abbracciati, si sono espropriati e appropriati
così a lungo,
che tra le braccia restò l'aria
diafana dopo l'addio delle folgori.

Un giorno la risposta anticipò la domanda.
Una notte intuirono l'espressione dei loro occhi
dal tipo di silenzio, al buio.

Il sesso sbiadisce, e si consumano le reticenza,
si incontrano nella somiglianza le differenze
come tutti i colori nel bianco.

Chi di loro è duplicato e chi non c'è ?
Chi sorride con un duplice  sorriso?
La voce di chi risuona per due voci?
All' asserire di chi sorridono cortesi?
Con il gesto di chi portano il cucchiaio alla bocca?

Chi ha tolto la pelle a chi?
Chi è vivo e chi è morto qui
impigliato nelle linee - di quale mano?

A forza di fissarsi nascono i gemelli.
La familiarità è la migliore delle madri
e non fa preferenze tra i suoi due pargoli,
a malapena ricorda chi è chi di quelli.

Nel giorno delle nozze d'oro - giorno solenne -
il medesimo colombo si posò sul balcone.


       Wislawa  Szymborska     da    Amore a prima vista


martedì 17 luglio 2018

PER L'ANNO DELLA DEMENZA

 
 

                                                       Vedo me stessa spezzata in due…





PREGHIERA

O Maria, fragile madre,
adesso ascoltami, ascoltami adesso
anche se non capisco le tue parole.
Un rosario nero con Cristo d'argento
si adagia fra le mie mani, si sconsacra
perché io non ci credo.
Ogni grano è rotondo e duro
fra le dita, un angioletto nero.
O Maria, concedimi la grazia
di questa conversione,
anche se sono brutta,
anche se sono sommersa
dalla pazzia, dal mio passato.
Ho anche le sedie
ma mi sdraio per terra.
Sono vive solo le mani
che toccano i grani.
Snocciolando parole
la lingua s'intreccia.
Una principiante: la mia bocca
aderisce alla tua, lo sento.

Come le onde mi schiaffeggiano
i grani che conto - derelitta -
la conta mi ammorba
e la finestra che mi sovrasta
è la sola che ascolta
il mio ciocco di carne che borbotta.
E' la consolatrice e elargisce.
Come un pesce enorme
dona il respiro
ed esalano i polmoni mormorando.

S'avvicina, s'avvicina
l'ora della mia morte
mentre mi rifaccio il trucco
e torno come prima
come prima dello sviluppo
quando portavo i capelli lisci.
E' così la morte.
C'è nella mente il Viuzzo Morte
ed io ci sguazzo.
Il mio corpo è inutile.
Si arrende.
Come una cagna sullo stuoino
acciambellata, inerte.
Qui non ci sono parole, tranne
l'imparaticcio avemmariapienadigrazia.
Ed ecco che entro nell'anno senza parola.
L'entrata è assurda e esatto il voltaggio.
Esistono senza parola.
Senza parole si può toccare
e ricevere il pane senza fare
nemmeno un suono.

O Maria, tenera medichessa,
portami polveri ed erbe
perché sono esattamente nel cuore.
E' troppo piccolo e l'aria è grigia
come fossi in una casa a pressione.
Mi versano vino come si versa latte
a un bambino, offerto in un delicato
bicchiere dalla coppa rotonda
e dal bordo sottile, un vino impeciato
che sa di stantio e di segreto.
Il bicchiere si solleva e
si avvicina alla bocca da solo.
E io lo vedo e io capisco
solo perché è successo.
Ho paura, paura di tossire
ma non dimentico niente,paura
della pioggia e del cavaliere che galoppa
e s'avvicina per entrarmi in bocca.
Il bicchiere si inclina da solo
e io prendo fuoco.
Vedo due rivoli sottili
colare bruciandomi il mento.
Vedo me stessa spezzata in due.
Un'altra e me stessa.

O Maria, sbatti le palpebre.
Sono nel dominio del silenzio,
nel reame dormiente dei pazzi.
Qui c'è il sangue
e l'ho mangiato.
O madre dell'utero,
sono venuta qui solo per il sangue?
O mammina,
sono dentro nella mia mente.
Sono rinchiusa nella casa sbagliata.


              Anne Sexton    da      Poesie d'amore

ARBUS

 
 


" Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere
  prima che vengano fotografate. "

                         Diane  Arbus
      

L' AMORTE




                                                                        Incartami l'urlo…


                                                              C'è poesia, poesia. E poesia.
                                                              Lettore che vuoi riconoscerti
                                                              in quello che leggi,
                                                              resta a casa.
                                                                     (A.B )
Amor abbeverato
alza comunque le mani,
ti sono dentro.
Ho una pistola in vita
poi tu le erediterai
quando non ci sarò più.
Slacciare
è da concubine
da barellieri
da chiunque scenda alle mani.
Nasconditi
tra le tue braccia
come un pavimento
tra i piedi.
Impara a correggere ciò che è giusto:
fa' che l'errore l'ammiri.
Operati da sveglia
fa' che diventino tuoi
tutti i bambini senza mondo,
e poi mangiali,
in segno di fierezza.
Per averli protetti
dentro.


                                                           ***

Lasceresti solo un calabrone
l'ultima ora della sua vita
se sapessi che ha volato ottanta ore ininterrotte
per poter morire proprio vicino a te?
Se sì,
io voglio diventare quel calabrone
se no,
diventa tu quel calabrone
e volerò io da te.


                                                                      ***


Dubito che la caccia al dorso
si concluda con un solo colpo alle spalle.
Ho il timore
che centri anche l'anomalia divina
che accompagna chi spira
accanto alle scuse porte.


                                                                   ***


Chi ti ha macellato ha tenuto le piume.
Amor scarto
a letto coi soprusi
arato con le unghie,
io vado all'ammasso
strofinando le cosce
per sentirmi inseguito
e rabbrividire.
Tema:
la brama.


                                          ***


E' la carne
che ci mangia.
Incartami l'urlo
che lo faccio a casa.

Dolore da asporto.



                                                      ***

Da qui
si vede il male.
So di te
ma non è conoscenza.
Solo odore.



                 Alessandro  Bergonzoni    da    L' amorte



lunedì 16 luglio 2018

SE POI NON VOLO

 
 

                                                    Vorrei domandare al vento quando si parte…


Appartengo all'autunno
come un figlio alla madre
come l'inchiostro al libro
come la foglia all'albero
scosso di pioggia e d'ottobre
da cui non se recidermi
se ancora non è tempo.

E mi ingiallisco il desiderio
d'essere strada a passi conosciuti
o farmi nido per ritorni stanchi,
sentire la carezza del crepuscolo
sulle nervature scoperte della pelle
prima che sia freddo inverno.

E vorrei domandare al vento
quando si parte.
Ma se poi non volo.


                    frida



VAN THUAN (libero tra le sbarre )

 
 

  " La libertà é quel bene che ti fa godere di ogni altro bene"  ( Montesquieu )


(…)Per un istante intravvide la speranza di poter essere utile
      nonostante la reclusione. Negli ultimi giorni gli era passata per
      la mente un'infinità di pensieri. Erano come piccoli spiragli di
      luce che davano vita a un universo di stelle. Da piccolo, gli
      piaceva unire i punti di luce del firmamento, scoprendo le
      costellazioni. Ora, nella penombra della sua prigionia, gli si
      presentava la possibilità di tracciare un percorso che unisse i
      diminuiti bagliori che ancora ritrovava dentro di sé. La sua vita
      era stata messa alla prova: gli era stato chiesto di firmare una
      dichiarazione falsa, era stato accusato di mentire ed era stato
      rinchiuso per fargli pressione,affinché cedesse davanti al nuovo
      Governo. Tutto questo lo spingeva a chiedersi giorno e notte
      perché mai dovesse rinunciare alla libertà e cosa stava
      ottenendo in cambio.
      Una scintilla di speranza cominciò a riaccendersi.
      Ma le notti cadevano - plumbee -sulla sua idea di scrivere come
      Paolo ( di Tarso n.d.r. ). Col buio,un manto di tristezza e
      oppressione, gli ricordava che la sua vita era un incubo.A volte
      rimaneva sveglio e le domande degli interrogatori lo
      pungevano come spilli. In mezzo a un combattimento corpo a
      corpo con la tristezza, Thuan vide passare per la memoria un
      ricordo prezioso, e lo trattenne. Si concentrò ad assaporarlo.
     Erano passati vent'anni da una passeggiata con suo zio Diem.
     Camminavano su un sentiero che aveva grandi platani ai
     margini. Il suo padrino gli narrava storie avvincenti della sua
     infanzia. E mentre da un albero cadeva una grande foglia, gli
     disse: " A volte, la penuria risveglia la nostra maggiore
     ricchezza ". Lo zio parlava piano, come se cercasse di
     ricomporre la sapienza, estraendola dalle cose vissute.
    " Guarda, quando eravamo poveri, non avevano neanche un po'
     di carta per scrivere. Ma quanto sono diventato ricco quando
     sono riuscito a imparare a scrivere caratteri cinesi su foglie di
     banano, con un poco di polvere!
     Thuan rimase a guardare fisso un calendario appeso alla parete
     Nel resto della stanza spoglia, oltre al giaciglio c'erano solo il
     libro che gli avevano lasciato e una penna. Il solo fatto di aver
     ricordato lo zio Diem gli fece venir voglia di sorridere.
     Una scintilla si accese dentro di lui quando capì da dove poteva
     cominciare . (…)


 Teresa Gutiérrez de Cabiedes  da   Van Thuan ( libero tra le sbarre )


domenica 15 luglio 2018

IL CERVELLO DELLE DONNE 1

  

" Se non potrò piegare gli dei del cielo, scatenerò quelli dell'inferno" ( Virgilio )



CERVELLO FEMMINILE E IRA

(…) Un'importante differenza tra il cervello femminile e quello
       maschile, è il modo di elaborare l'ira. Benché uomini e donne
       sostengano di provare questo sentimento con la stessa
       intensità, senza dubbio sono gli uomini a manifestarlo con
       maggior forza e violenza. L' amigdala è il centro cerebrale
       della paura, della rabbia e dell'aggressività, e ha dimensioni
       maggiori negli uomini che nelle donne, mentre il centro che
       controlla queste emozioni - la corteccia pre frontale - è
       relativamente più grande nelle donne. Di conseguenza è più
       facile che un uomo si lasci prendere dall'ira. L'amigdala
       maschile possiede inoltre molti recettori del testosterone, che
       stimolano e potenziano le risposte all'ira, in particolare a
       seguito dei picchi di questo ormone durante la pubertà. Ecco
       perché gli uomini con alti livelli di testosterone - compresi
       quelli più giovani - perdono la pazienza più facilmente e si
       infiammano con tanta rapidità. Man mano che gli uomini
       invecchiano, i livelli di testosterone si abbassano, l'amigdala
       diviene meno reattiva, la corteccia prefrontale esercita un
       maggior controllo e non si infuriano più tanto facilmente.
       Le donne hanno un rapporto molto meno immediato con l'ira.
       Sono cresciuta sentendomi ripetere da mia madre che la
       qualità e la durata di un matrimonio si possono misurare dal
       numero di morsi che una moglie si lascia sulla lingua. Una
       donna " si morde la lingua " per evitare di manifestare la
       propria collera, non tanto per mantenere un'apparenza
       conveniente, quanto perché è influenzata dai propri circuiti
       cerebrali. Questi - spesso - dirottano la sua reazione, che
       talvolta vorrebbe essere immediata, affinché le sia possibile
       riflettere sulle conseguenze negative che si potrebbero
       verificare. Va ricordato che il cervello femminile prova verso
       i conflitti un'enorme avversione generata dalla paura di
       esasperare l'altro e guastare il rapporto. Perciò, quando in
       una relazione intervengono rabbia o sentimenti conflittuali,
       potrebbe verificarsi un improvviso cambiamento di alcune
       sostanze neurochimiche cerebrali -come serotonina, dopamina
       norepinefrina - che provoca un' attivazione del cervello simile
       a quella scatenata da una reazione epilettica . (…)


 Louann Brizendine  da  Il cervello delle donne ( Capire la mente femminile attraverso la scienza )  

  

IL CERVELLO DELLE DONNE 2



(…) Forse in risposta a questo estremo disagio, il cervello
       femminile ha compiuto un ulteriore passo nell'elaborare e nell'
       evitare conflitto e rabbia, sviluppando una serie di circuiti che
       sviano l'emozione e continuano ad analizzarla e riesaminarla.
       Queste aree particolarmente sviluppate del cervello femminile
       sono la corteccia pre frontale e la corteccia cingolata
       anteriore. Quando temono di subire una perdita  o di provare
       un dolore, le donne attivano tali aree più degli uomini. Nella
       vita allo stato selvaggio, la fine di un rapporto con un maschio
       che forniva cibo e protezione poteva significare la catastrofe.
       Trattenendo prudentemente la propria rabbia, la femmina
       avrebbe potuto mettere al riparo la propria vita e quella della
       prole dalla reazione estrema di un maschio iracondo.
       Non sempre inoltre bambine e donne riescono ad avvertire all'
       istante l'intenso scoppio d'ira che proviene dall'amigdala,
       come invece accade agli uomini.
       Quando sono arrabbiate con una persona, le donne
       innanzitutto ne parlano con qualcun altro. Invece di scatenare
       nel cervello una reazione fisica immediata - come avviene nei
       maschi - nelle femmine l'ira passa attraverso i circuiti
       cerebrali delle sensazioni viscerali,della previsione di conflitto
     - dolore e della parola. Gli studiosi ipotizzano che nonostante
       una donna sia più lenta ad agire sotto la spinta dell'ira, una
       volta che i suoi più veloci circuiti verbali si mettono in moto,
       darà libero sfogo a una valanga di frasi rabbiose impensabile
       per un uomo. In genere l'uomo usa meno parole e ha meno
       scioltezza verbale, quindi in un diverbio con una donna può
       trovarsi svantaggiato; e per la frustrazione di non riuscire a
       tener testa a una donna con la dialettica, i suoi circuiti
       cerebrali e il suo corpo possono allora regredire a una
      manifestazione fisica dell'ira . (…)


 Louann  Brizendine  da  Il cervello delle donne ( Capire la mente femminile attraverso la  scienza )
      

sabato 14 luglio 2018

D' AMORE

 
 

                                                      D' amore ti sia questo silenzio asciutto…



Ti sia d'amore
questo scricchiolare
di speranze incrinate
e quest'attesa in divagare lento
che mi rifrange contro.

E d'amore ti sia
questo silenzio asciutto
in cui dirado gesti brevi
d'invito alla tua schiena ( mentre )
- a ritroso sui passi - me ne vado altrove.


              frida

LE ARMI DELL'ESTATE

 
 

                                                           Ascolta i passi della stagione in estro…



LE ARMI DELL'ESTATE

Ascolta i palpiti dello spazio
i passi della stagione in estro
le braci dell'anno.

Rumore di ali e crotali
lontani tamburi d'acquazzone
ansia e crepitìo della terra
sotto la veste di insetti e radici.

La sete si sveglia e costruisce
le sue grandi gabbie di vetro
ove acqua incatenata è la tua nudità
acqua che canta e si scatena.

Con le armi dell'estate
entri nella mia stanza nella mia fronte
a sciogliere il fiume del linguaggio
guàrdati in queste rapide parole.

A poco a poco il giorno brucia
sul paesaggio abolito
la tua ombra è un paese di uccelli
che il sole sperde con un gesto.





MADRIGALE

Più trasparente
di quella goccia d'acqua
tra le dita del rampicante
il mio pensiero tende un ponte
da te stessa a te stessa.
                       Guàrdati
più reale del corpo che abiti
ferma in mezzo alla mia fronte.

Sei nata per vivere in un'isola.


               Octavio  Paz     da             Verso l'inizio

venerdì 13 luglio 2018

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO 1

 
 

                                       Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa al sole…


(…) Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal
       nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un 
       tratto - in quel buio - s'è acceso un lampo di certezza: sì, c'eri.
       Esistevi. E' stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata.
       Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con
       tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di
       precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante.
       Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi 
       bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca
       di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri.
       Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del
       dolore. Io non temo il dolore. E' paura di te, del caso che ti ha
       strappato al nulla per agganciarti al mio ventre. Non sono mai
       stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato.
       Mi son sempre posta l'atroce domanda: e se nascere non gli
       piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando:
      " Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo,perché mi ci hai messo
       perché ?".
       La vita è una tale fatica, bambino. E' una guerra che si ripete
       ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi
       che si pagano a un prezzo crudele. Come faccio a sapere che
       non sarebbe stato giusto buttarti via, come faccio a intuire che
       non vuoi essere restituito al silenzio?. Non puoi mica parlarmi.
       La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena
       iniziate. Forse non è nemmeno vita, ma possibilità di vita.
       Eppure darei tanto perché tu potessi aiutarmi con un cenno,
       un indizio. La mia mamma sostiene che glielo detti e che per
       questo mi mise al mondo.
       La mia mamma - vedi - non mi voleva. Ero incominciata per
       sbaglio, in un attimo di altrui distrazione. E perché non
       nascessi, ogni sera scioglieva nell'acqua una medicina. Poi
       la beveva, piangendo. La bevve fino alla sera in cui mi mossi
      - dentro il suo ventre - e le tirai un calcio per dirle di non
       buttarmi via. Lei stava portando il bicchiere alle labbra: subito
       lo allontanò e ne rovesciò il contenuto per terra.
       Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa al sole, e se ciò sia
       stato un bene o un male, non lo so. (…)


                    Oriana  Fallaci  da   Lettera a un bambino mai nato

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO 2


(…) Quando sono felice penso che sia stato un bene, quando sono
       infelice penso che sia stato un male. Però, anche quando sono
       infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata, perché
       nulla è peggiore del nulla. Io - te lo ripeto- non temo il dolore.
       Esso nasce con noi, cresce con noi e ad esso ci si abitua come
       al fatto d'avere due gambe e due braccia. Io - in fondo - non
       temo neanche di morire: perché se uno muore, vuol dire che è
       nato, che è uscito dal niente. Io temo il niente, il non esserci, il
       dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per
       sbaglio, sia pure per l'altrui distrazione.
       Molte donne mi chiedono: mettere al mondo un figlio, perché?
       Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito
       e offeso,perché muoia ammazzato in guerra o da una malattia?
       E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo
       freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici,
       che viva a lungo per tentare di cancellare le malattie e la
       guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è da preferire
       al soffrire? Io, persino nelle pause in cui piango sui miei
       fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire
       sia da preferirsi al niente.
       E se allargo questo alla mia vita - il dilemma nascere o non
       nascere - finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non
       nascere.  (…)


                 Oriana  Fallaci   da   Lettera a un bambino mai nato

giovedì 12 luglio 2018

CI DEV ' ESSERE UN PERDONO REGALATO

 
 

                 Se le carezze fossero la rabbia del mare e delle parole pronunciate...     

                                  
Io che penso.

Se dovessimo meritarci il perdono,
allora non sarebbe un perdono universale,
eterno, già scritto nelle cose.
Vorrebbe dire che l'eterno non c'è
e il mondo non nascerebbe da un
principio di bellezza.

Io che sento.

Se ci fosse un osservatore amorevole
laggiù, oltre la curva dell'orizzonte,
oltre la strettoia della strada in salita,
oltre il tramonto dietro la collina
quando la sfera arancione sembra
la testa di un burattino
che scompare e riappare
per aumentare l'attesa
del piccolo auditorio in festa

se ci osservasse a gomiti larghi
disteso sulla spiaggia del Tempo
e la pioggia fosse le sue lacrime
e il mare il loro eterno accumularsi

se le sue carezze del dopo fossero
il vento dell'oggi, la tempesta,
la rabbia del mare e delle parole pronunciate,

se tutto questo movimento
sgorgasse da una fonte amorevole,
anche le ali spezzate di un passero
allora, o le mie, le tue
sarebbero una goccia
che tracima da un crinale
d'amore.


                       Daniela  Malini       Inedito



STRATAGEMMI DEL DEBOLE

 
 


                                           Ho visto sgorgare l'acqua rovente della terra…


Lì,
in quel mondo che nella nebbia apriva la sua crepa
ho visto sgorgare l'acqua rovente della terra,
il papavero che - docile - al mio tocco si schiudeva,
la lucciola, metafora del tempo.

Lì, già c'eri tu - tremando - ancora senza parole.



                                                                                              ***


PREGHIERA

Per i miei giorni chiedo,
-Signore dei naufragi -
non acqua per la sete, bensì la sete,
non sogni
bensì la voglia di sognare.
Per le notti,
tutta l'oscurità necessaria
per affogare la mia oscurità.


                                                                                                 ***


OFFERTORIO

Come un regalo accetto il tuo silenzio,
con tutto
quel che contiene il suo rigore di roccia.
Con tutte le domande che entrano nel suo cerchio,
il suo graffio, la sua lacrima e il suo ventre
di tamburo che percuoto
e dove solo il colpo risponde.
Come qualcosa che è,
che non può non essere,
accetto il tuo silenzio.
Con tutto quello che ha di risposta,
di grido figurato, d'impotenza,
di parole cucite con lunghi fili falsi.

Perché tutto
quello che un uomo vuole sognare entra nel pugno
serrato del silenzio.

In cambio ti offro
tutto il silenzio che il tuo orecchio esige,
che il tuo cuore vuole
e in punta di piedi
esco da te.
( Io che sempre ho creduto nella parola )


                                                                                          ***
                                   

                                                                     Tutti i giorni del mondo
                                                                     qualcosa di bello finisce

                                                                          ( Iaroslav  Seifert )

QUALCOSA DI BELLO FINISCE

Péntiti:
come a una vecchia stella spossata
la luce ti ha abbandonato. E la creatura
che illuminavi
              ( e che illuminava
i tuoi occhi ciechi alle futili cose
del mondo )

è tornata ad essere mortale.
Ogni cosa riacquista
la sua densità, il suo peso, il suo volume,
quel povero equilibrio che sostiene
il tuo nuovo inverno. Rallégrati.
Le tue viscere ora sono di nuovo le tue viscere
e non crudo alimento d'inquietudine.
Ormai non sei quel dio ebbro e ambiguo
che ti fu dato di essere. Mordi
l'osso che ti danno,
arriva al suo midollo,
raccogli le briciole che la memoria abbandona.



                       Piedad  Bonnet  da     Stratagemmi del debole