martedì 21 novembre 2023

IL SOMMARIO DI SBIADIMENTO DI PIETRO

 


                                     Pietro Polverini ( mancato di recente a trent'anni ).




Da sempre l'eternità è china su

di voi;

per commozione straniera

vi slegate dagli oggetti,

dall' ultimo lenzuolo verderame

di cui sarete ospiti.


E dal velo della cresima

cosparso sulla fronte,

l'incidenza dell'aria

vi sottrae dalla posa.



                                                 ***


E' questo poco sole

nostro vero ricovero

o fresca croce d'oblio

l'obliquo uscio dalla

nebbia latebra: la vita

ch'era diventata seria

al principio dell'azzurro

dove s'assiepa il gelo

parla stanca e scompare.



                                           ***


Vorrei sapere delle parole

il numero: apprese

obliate, annotate.

Ora ho una corolla di nomi

che si spunta e sbiadisce:

non lasceranno traccia sulle

increspature delle labbra.

Delle parole vorrei sapere

forse fiato, forse voce

quale sarà la mia ultima:

tutto pieno di sonno e nebbia

potrei      dire     " acqua " o

" lenzuolo".



                                               ***


E' uno stelo, non una selva

che si imbianca, perde liquore

ora stilo senza vena.


E' uno stelo, poi torna

in questo acquario

terso senza selva


con luce che non torna:

resta in un piccolo punto

rìportami là, lì ero tutto.



                                               ***


Spesso a voi ritorno col

pensiero

che siate vivi o morti poco

conta:

circondati in un cerchio di

betulla,

senza ago di luce, ma di

foschia

solo lo spazio ha dovere di

mischiare

le acque, sporgersi di fronte ad

un

bosco - " locus a non lucendo"

per dirti

che se gli occhiali si fanno

appannati

di coltre biancofumo o di

bruma senza

visione, resti ancora in

controcampo.




             Pietro Polverini  da  Sommario di sbiadimento ( unico testo dell'autore )



venerdì 17 novembre 2023

RAIMONDI E IL SOGNO DI GIUSEPPE

 


                             Giuseppe spiega i sogni a Faraone -  Dipinto di Scuola Veneta



Nella Genesi si racconta di come il faraone d' Egitto, non riuscendo a interpretare un sogno inquietante, avesse mandato a chiamare - sotto suggerimento di un cortigiano - un giovane ebreo di nome Giuseppe, figlio di Giacobbe, recluso in una cisterna nelle prigioni di palazzo. Grazie alla scintilla di Dio viva in lui, infatti, Giuseppe era in grado di sciogliere ogni dubbio sul mondo delle visioni, e così fece anche con Faraone il quale, per ringraziarlo, lo liberò associandolo al trono.

Attorno a questo episodio, Stefano Raimondi ha costruito " Il sogno di Giuseppe ". Il libro però non racconta la vicenda biblica:  l'autore la usa per creare un contesto, uno sfondo; la raccolta è infatti priva di ogni dimensione narrativa. Al centro del quadro a cui l'esergo biblico ci conduce, c'è solo Giuseppe in cella ( la cisterna ), visitato regolarmente da sogni di fuga, naufragi e morte: un viaggio onirico lungo i trentanove componimenti disseminati di visioni, comparse e apparizioni di cui egli è - a un tempo - protagonista e voce narrante. La visionarietà di Giuseppe è associata ad una predisposizione all'ascolto, a sua volta legata all'esilio silenzioso in cui si trova. La sua figura è  anche assimilabile agli indovini dell' antica Grecia, come Tiresia, ai quali il dono della comunicazione col dio è data ad un prezzo di grandi sofferenze, e come Tiresia, Giuseppe - Raimondi si muove in una dimensione ubiqua, a cavallo  del mondo sensibile e di un mondo " altro", in un moto inesausto tra una dimensione orizzontale e una verticale.

E come Giuseppe, Tiresia e ogni indovino ( comunicatore del profondo ) è il poeta.




Il sogno di Giuseppe 

diventò di pietra : divenne

cisterna, poi casa e fondale.

A fuggire sarebbe riuscito solo

il corpo sottile di sabbia.

Le sue caviglie erano portali

soglie, dove liberare fratelli e padri.

La casa era sempre più vicina al sogno:

sarebbe crollata con il giorno

con il suo ritorno, indietro, nelle stanze.


La cisterna si fece casa, pelle

voragine di ascolti. Entrarci

era sognare, partire.



                                                 ***


                                  Non tutti i sogni sono uguali:

                                  alcuni vengono per ferire

                                  altri per avvisare.


 "Sono qui e penso a salvarmi.

Qualcuno verrà a togliermi

i polmoni dall' acqua

il legno da sotto le unghie.


Sento ancora le voci

dall'ultimo sogno: abbracciano

le madri intarsiate di luci.


Nessuna parola tiene più

a galla i corpi."



                                                       ***


" Ho fatto un sogno solo

aveva poche cose da dirmi

come sono poche le ore

che finiscono vicino alle cantine

e per niente e per poco respiro

stanno a guardia delle loro ombre."


Si resta nel sono come in amore, quello

che si tiene vicino per non dimenticarsi

per non lasciare il punto da dove si è partiti

insieme alle sembianze.


" E cambiano le cose sparse sopra i tavoli. "


Sopra le cisterne passano i mercanti

e i sogni devono essere raccontati

per salvarsi.



                                         ***


" E' un'altra frase sulle pareti 

incise, di questa cisterna

che mi tiene come una preghiera, come

una maledizione che non smetto

di ascoltare. E sono loro ancora

a gridare dai rifiuti, loro

le voci che non approdano

che fanno paura, loro

i làsciti, i lasciàti stare

che tengono a bada l'umano

che tolgono bende; che sono il taglio

e la guarigione insieme".


La sentinella diventa un'ombra;

da qui sembra la faccia conosciuta

di qualcuno.



                                               ***


" Mio padre non è mai partito:

il suo restare è come un'anfora voltata.

Ma a chi domando spazio qui

se è solo un sogno ad ospitarmi?

Lasciare che l'abbandono faccia doni

è quello che mi resta."


La luce ritagliava mezzogiorni a picco

sulle coste, senza muoverle mai.

Era da lì che i morti passavano

uno alla volta, per farsi riconoscere

e i padri per ultimi come spalle voltate.



                                                ***


"Non ci sono deserti grandi abbastanza

come questo respiro. Liberate

tutti gli sguardi, tutti

gli angoli delle case ; che giri

la luce su ogni pietra; che passi

il sangue in ogni paura, sopra 

ognuna delle travi che tengono

i soffitti rivoltati dalle cantine. "


Diceva così Giuseppe prima di sognare

prima che al buio potesse domandare

altro buio ancora.

Si tengono ombre in serbo

prima di morire, prima di lasciare

che l'acqua si faccia più madre 

di un fondale.




                          Stefano  Raimondi  da    Il sogno di Giuseppe



venerdì 3 novembre 2023

IL CAMMINO DI FRANCESCO

 


                                                             Non ero io l'amore che vedesti...





Un addio fra milioni di parole.

Fra i libri, com'è giusto. Là il poeta

e la musa si sono separati:

poche sillabe come analfabeti.

Nascosti: lui con gli occhi nel bicchiere,

lei dietro lenti scure

a confessarsi solo mezze colpe.

Anche i poeti mentono e nel cuore

che non si lascia leggere l'astuta

verità. Circospetta ma impudica,

la bugia.

Disse : " Non potrai deludermi".

Però sbagliava : della delusione

di più sicuro cosa c'è in amore ?



                                                     ***


Non superai la prova della fronte

che mi desti da baciare.

Chi è " infecondo e inadatto" lo è sempre,

massime negli addii : perché negare

talenti che Natura generosa

ci ha elargito ?



                                                   ***


" Avrai fame di me quando avrò fame

di te? "

Potevo stringerti o tenermi 

aggrappato al tuo collo scivolando

nel tunnel dei cattivi sentimenti.

Non è stato alla fine dell'amore

che provammo paura ma al risveglio

del primo giorno, quando aprendo gli occhi

scoprimmo di non essere ( più ) soli.

Subito il sole mise in luce i nostri

egoismi.

Trovarci ancora nudi

nel reciproco abbraccio parve allora

una promessa di felicità.

Fu invece la premessa ad una storia

scritta male, malnata, anche malsana.



                                               ***


Non ero io l'amore che vedesti

venirti incontro su quel ponte :

ne ero la proiezione, il simulacro -

l'amore adolescente non concesso

alla tua adolescenza.

Ero troppo in ritardo.

Tu mi amasti in anticipo. Vedevo

in te la dea che si offre al pastorello

sui declivi dell' Ida : per difetto

di cultura e perché la tua eleganza

( così Campana, ora lo so ) era l'arco

teso della bellezza che mi uccise.



                                              ***


Se poi il mondo finisse nei tuoi occhi

disperati - lo vedo se mi sporgo

sul lago che essi sono - neanche questo

potrò dimenticarlo. Non è l'oro

del silenzio prezioso ma la voce

d'argento che sussurra quando il sonno

tarda a venire, come polla d'acqua

o pioggia fresca sulle grasse foglie

della magnolia in un giorno d'estate.




             Francesco Dalessandro    da    Camminando

                                                  



lunedì 30 ottobre 2023

LA CONTA DEI DANNI DI ANNA

 


                                                    La conta dei danni indugia nella voce...




LA CONTA DEI DANNI


Dopo la tempesta il pioppeto

allignato lungo la carrabile

ha un'altra prospettiva: giacere

inerme, allineato a terra, composto

come il mio dolore.


La conta dei danni indugia nella voce

di mia sorella, si farà legna

con tutti quei caduti, un camposanto

senza croci e senza corpi

e si faranno nuovi solchi, anche la nebbia

avrà cura di quest' attesa senza rabbia.


Il respiro - ferito -

riposa nella voragine

dove già cresce l'erba.




              Anna  Salvini         Inedito



domenica 29 ottobre 2023

CARPE LOCUM

 


                                                         Ho detto che resterò qui ad amarti...




CARPE LOCUM


Ho detto che resterò qui ad amarti

e non che t'amerò per sempre

perché al tempo preferisco lo spazio,

cogliere un posto invece dell'attimo.

Non tanto dunque quanto durerà,

ma dove e come ti sarò vicino:

è più confacente a ingannare il tempo.




                   Giuseppe Ferrara   da    Vertebre sacrali



CONGEDO SPECULARE

 



                                                                        Storia di due imbecilli




Ti cercherò sempre 

sperando di non trovarti mai

mi hai detto all'ultimo congedo.


Non ti cercherò mai

sperando sempre di trovarti

ti ho risposto.


Al momento l'arguzia speculare

fu sublime

ma ogni giorno che passa

si rinsalda in me

un unico commento

e il commento dice

due imbecilli.




               Michele Mari  da    Cento poesie d'amore a  Ladyhawke



sabato 28 ottobre 2023

SEPARATION

 




                                "  La separazione è tutto ciò che sappiamo del cielo

                  e tutto ciò che ci occorre sapere dell'inferno " .




                                   Emily  Dickinson    ( Poesie )



L' AMORE D'ARIA DI CARLOS

 


                                                                            Torna, deh... torna...





IL NODO


Dell'incredibile infinità dell'orbe

non agogno neanche un piccolo pezzo,

bensì lo spazio del tuo breve corpo

dove potermi mettere al sicuro,

nel profondo delle tue mille viscere

che per me hai interamente conservate.

Al diavolo l'arbitrio della vita,

sommo dono dei fati celestiali,

io preferisco solo stare in te,

soggetto al tuo carnale e saldo laccio,

perché se vai fino alle ultime stelle

con te verrò passo dopo passo.

Così è il vivere giorno e notte sempre,

legato a te con il carnale nodo,

anche se in verità del tutto libero,

ché dalla terra al cielo vado e vengo.



                                               ***


UN GIORNO FINALMENTE


Un giorno finalmente raggiungerò l'amore,

così com'è tra i miei antenati morti:

non dentro gli occhi , fuori,

invisibile ma perenne,

non di fuoco, ma d'aria.



                                        ***


OH FATA CIBERNETICA


Oh fata cibernetica, 

quando permetterai che le ossa delle mie mani

si muovano allegramente

per scrivere alla fine quel che desidero

quando ne abbia voglia

e gli incastri dei miei organi segreti

abbiano lineamenti rilassati

nelle ultime ore del giorno

finché il sangue mi circola nel corpo come un balsamo.




              Carlos Germàn Belli   Trad . di E. Coco )



sabato 21 ottobre 2023

FRIDA & frida

 



   Autoritratto con collana di spine e colibrì morto *



                         " Spero che l'uscita sia gioiosa

                           e spero di non tornare  mai più " *



                                          Frida  Kahlo




* Le ultime parole che Frida Kahlo scrisse nel diario.


* La collana di spine e il colibrì morto rappresentavano nella mitologia dei popoli pre - ispanici il simbolo del sacrificio.

Per Frida erano la rappresentazione pittorica della rinuncia dolorosa ad una relazione per non compromettere ( dopo essersi risposata con Diego Rivera  per la seconda volta nel 1940 ) il suo matrimonio.

 


                                                      f.



mercoledì 18 ottobre 2023

DA ASSUNTA & FABRIZIO UNA SMISURATA PREGHIERA


                                                              L' anima è ancora mia...



" Mi regalarono un fazzoletto di gigli / e i miei occhi prosciugarono i campi ".

è scritto sulla lapide della poeta lucana : sono gli ultimi versi da lei dettati a questo scopo da un letto d'ospedale. La lapide si trova nel cimitero di San Fele, piccolo borgo montano del Vulture dove Assunta era nata. Nell'impudico trasporto delle invocazioni poetiche della nostra, pare di sentire la voce della grande mistica : il lamento dell'anima sempre protesa verso la luce dell'amore, ma sempre - su questa terra - disamata, quando nessun uomo può essere all'altezza dell'assoluto di passione che solo Dio sa cogliere e contenere. E la poeta lo chiama, quel suo Dio, lo apostrofa con invettive che, dal lamento che le infiamma corpo e anima, si ergono a compianto per l'intera umanità costretta a un'esistenza di dolore.

La malattia che afflisse gli ultimi anni di Assunta, la riportò - dopo anni passati a Roma - a casa, dai suoi cari : " Restate qua... nun me lassate sole,  / adducumuate stu delore ca me mange / cume nu verme da u muatine a sere / e de notte quasi sembe venge ille..."




                                                                     ***




Io ti condanno o Dio

a vivere come gli uomini della Terra,

scalzi, ignudi, sempre a faccia in giù,

a dirti grazie della vita che gli hai dato;


ti condanno perché non sai niente,

non sai che il cane morde lo straccione,

non sai che Mariaddolorata

gli occhi abbassa a noi e non ci vede;


io ti condanno per le inquietudini

e per quelli che sono nati malaticci

a bocca piena tu li chiami figli

il tuo però ha gli occhi azzurri e sani.



                                            ***


Vuole vedermi morta la gente,

vuole che non respiri più

perché il mio respiro

dà fastidio al sole,

a quel sole che tutti chiamiamo padre

e nessuno ha visto mai.

Morta, sette palmi sottoterra

così non rompo le scatole

a quanti ho creduto amici

e la mano hanno messo sotto il cuore

per raccogliere le lacrime

che sempre va spargendo.


Ma io non muoio

perché sono un brutto ferro,

ho tutto arrugginito

la pancia, il sangue, il cuore,

quel cuore morto ucciso

schiacciato sotto il maglio dei giorni

e ridotto come pelle di ciuccio.


Se è ciuccio,

il destino ha voluto così,

nella corsa con la vita è rimasto indietro

e il sole non ha visto il suo pianto

che gli è arrivata acquasanta

in quel cielo che non crede ai fessi.


Piange, e come piange il ciuccio!

anche se ci sono le margherite

e sbocciano il mese della Signora

il mese delle rose

sono sempre fiori di ciuccio...


Perciò nessuno conosce il suo dolore

quando sogna la morte

e la vede bella come una stella,

come una cometa,

ma la paura lo fiacca

e facesse presto giorno - dice -

per respirare ancora

e dar fastidio al sole.



                                           ***


Perché non sono andata innanzi a Dio

quando bimbetta parlavo con gli uccelli,

tagliavo con l'accetta ramoscelli

e le api mettevo nel bicchiere?


Perché m'è rincresciuto farmi fuori

visto che dopo aspettavano al varco

tormenti come pietre nelle scarpe

e una bisaccia addosso per equilibrio?


Perché della terra ho dimenticato i frutti

e di mio padre se mi voleva bene,

perché, perché mi sembra una prigione

la libertà che oggi chiamo padre?



                                                    ***


Gli uomini per me sono stati chiodi,

cadaveri di sole sopra il fiume,

cerchi di fuoco per stringere la luna

e bruciarla non appena la guardavo.


Se avrà una mala vita cristo mio,

falla morire adesso ancora bambina,

così mamma pregava giorno e notte

pensando di fermare la malasorte.


O mammarella mia, destino e cazzo,

oggi sono una farfalla inamidata,

una donna che non può cambiar la muta

perché il sale, di pietra gliel'ha resa


Quale amore, quale morte, nessuno

può aiutarmi, sono acqua passata,

ramo di pesco dal vento snervato

e finito per condanna a stare in vita.



                                                ***


... e abbùffati Padreterno,

hai voluto anche questa prova

non bastavano gli anni passati


che mi hai fatto penare,

adesso puoi star contento

con la Vergine Maria,

Giovanni e Zaccaria,

Michele a roba varia


da chi ora cerchi aiuto?

Il collo mi fa male

e il catetere spodesta

la vena giugulare


la testa sta impazzendo,

mi sento rincoglionita

sono meno di un fantasma

e tu pensi ancora a me...


Ma scordati ch'esisto

hai le tue santarelline

che ti ricordano il mondo,

che ti profumano i piedi


e girati di spalle

l'anima è ancora mia

e il giorno che te la rendo

non sarà una festa


perché la solitudine

ha voluto che diventasse

una mosca cavallina

sulle ferite infette


e non sai che la mia rabbia

come riccio di castagne

punzecchia la paura

facendola lievitare


fino a farmi sentire misera,

una nobiltà fallita,

una stella morta in terra

e spina di baccalà...


E abbùfati Padreterno

ohi lì ohi lì ohi là

e abbùffati Padreterno,

quando mi vuoi, sono qua.




                 Assunta Finiguerra   da  Il coraggio del sole



venerdì 13 ottobre 2023

ENDIMIONE : TRA MITO E SOGNO

 



                                                                          Endimione dormiente



Il titolo della raccolta rimanda in modo esplicito al Mito di Endimione, eroe della mitologia greca. Secondo le versioni più importanti,  egli viene amato da Selene ( la Luna ), da cui ebbe cinquanta figlie, mentre da Zeus ricevette la possibilità di sostituire la morte con un sonno eterno.

Damiani - a sua volta - si addentra con decisione e maestria nelle pieghe del mito : il poeta, infatti, è lo stesso Endimione dormiente e che sogna con accanto un cane. In realtà egli non dorme affatto, ma medita sul proprio destino e sui dubbi esistenziali che lo affliggono. Il poeta è anche colui che canta poeticamente il suo amore con i toni e lo stile dell'idillio, intrecciando pensieri, ricordi, slanci amorosi. Come Endimione, anche l'autore sogna, e il sogno esorcizza la paura della morte, mentre in altri passaggi il sogno testimonia il senso della continua rinascita delle cose del mondo; altre volte ancora il sogno riporta il poeta ai ricordi dell'infanzia, e infine riconduce finalmente alla luna : " Non ci sono più , sono volato / come un fiocco lieve di fumo / come una foglia sono caduto/ con un breve volo nell'aria, / m' hai visto solo un istante dormire / e dopo non c'era più , /io t'ho vista per un istante sola / illuminare tutto il cielo ".





Molte volte la vita è sofferenza,

altre volte ci sono stati dei mattini luminosi,

dei risvegli; c'era nebbia e si saliva

come su strade di montagna

dove il cielo era sempre azzurro

e si sentiva come una chiamata, un appello

come se tutti fossimo chiamati in un punto

verso quelle nuvole, al di là di loro,

e c'era poi una donna, non saprei dire chi fosse,

se piangeva o sorrideva, una donna

che piegava il capo con dolcezza.



                                                    ***


Tutti si muovono, vanno su, vanno giù,

fanno questo, fanno quest'altro,

e chi sono io, chi sei tu?

tu invece non facevi niente

stavi lì , seduta

e soltanto sorridevi.



                                                 ***


Camminavamo per questa strada

in mezzo ai fiori,

e ogni tanto ci baciavamo,

tu eri molto contenta dei fiori

e delle siepi, e accarezzavi le api

ed eri sorpresa delle lucertole,

l'aria era bianca e fina e tu la respiravi,

io la respiravo nella tua bocca

e la espiravo, il sole in alto brillava

e diffondeva la sua luce su tutto.

Più bianchi erano i tuoi piedi

dei colombi che si posavano

sui rami alti dei pini.



                                                ***


Di ansia sono fatto io, e non poso il capo

come questi tronchi sopra la terra solida

o come queste fronde posano quiete nell'aria.

Guarda queste foglie, come sono tenere

e questi baci che gli vorresti dare

sopra le care pagine, e di loro

ti vorresti fare una veste per ballare

o una coperta di vita verde in cui avvolgerti e cantare.



                                           ***


E poi volevo dirti anche un'altra cosa:

poiché siamo tutti in questo magma di fuoco,

attaccati l'uno all'altro, di una sola sostanza,

anche il peggior nemico è tutt'uno con te,

e tutto il tempo - senza saperlo - gli dai la mano;

e anche un'altra cosa voglio dirti : le donne più belle,

quelle inarrivabili, inavvicinabili, eteree,

anche se non sembra le baci tutti i giorni

e tutte le notti - senza saperlo- le abbracci.



                                              ***


C'è stato un tempo, ricordi

che vagavamo insieme

e ci baciavamo ad ogni angolo,

ogni portone era il nostro;

tu a volte piangevi

di felicità

e ti asciugavi gli occhi;

io allora ti stringevo a me

e ti baciavo.

Alcune volte mangiavamo un gelato

o semplicemente passeggiavamo,

poi veniva e sera e tu eri più bruna

si faceva più scuro il tuo viso

e gradatamente - passo dopo passo -

il giorno era finito,

ma sentivo il tuo respiro, il cuore che batteva,

appoggiavo l'orecchio al margine del tuo seno,

sulla riva della tua bocca,

stavo sull'orlo in bilico

e ti sentivo,

come un filo lunghissimo cui tu tenevi un capo

e dall'altra parte, dopo infiniti chilometri,

la mia piccola mano.





               Claudio Damiani   da     Endimione



mercoledì 11 ottobre 2023

GANIMEDE & SCHUBERT

 


Lied di Schubert, musicato nel 1817 sul testo di Goethe ( poi ripreso nel corso dell' 800 anche da  Carl Loewe e Hugo Wolf )


                                                                                          ***


Ganimede , come scrisse Omero, è il ragazzo più bello fra tutti i mortali: un giovane principe della famiglia reale troiana, portato da  Zeus ( che prese le sembianze di un' aquila ) sull' Olimpo per diventare il coppiere degli dei - eternamente giovane - e acquisire l'immortalità ( subirà la trasformazione nella Costellazione dell' Acquario ).

Ganimede, nella mitologia sia classica che moderna, rappresenta per eccellenza la figura della sospensione, teso tra terra e cielo, umano e divino, e nel corso dei secoli - con diverse variazioni  e trasfigurazioni  -( ne palò anche Ovidio nelle Metamorfosi ) sarà il prototipo del fanciullo amato e un simbolo di morte prematura.




CANTO SIMPOSIALE


Soave amare i fanciulli,

se una volta di Ganimede

si innamorò anche il Cronide, re

degli immortali,

che rapendolo lo elevò in 

Olimpo e lo rese divino

cogliendo il bramato fiore di

fanciullezza.

Dunque non ti stupire, Simonide

se anche io

per un bel fanciullo sembro dal

desiderio domato.



                    Teognide,  Elegie ( IV/ V sec. a C )



                                            ***


LA GARA DEI BACI ALLE FESTE DIOCLEE


Felice chi dà giudizio ai fanciulli

per quei baci.

Certo prega spesso il radioso

Ganimede

di avere la bocca pari alla pietra

lidia, con cui l'oro

stimano non falso ma vero i

cambiavalute.



                         Teocrito, Idilli ( IV sec. a. C )



                                                 ***


NIENTE DI PIU'


Quella bellezza, il moretto

Teocrito, se mi odia,

quattro volte tu possa odiare, e

se mi ama, amare;

eh sì, per Ganimede bei capelli,

o Zeus celeste,

anche tu un tempo amasti -

altro più non dico.



                    Callimaco, Epigrammi ( IV sec.  a. C . )



                                            ***


GANIMEDE


Come nello splendore del

mattino

ti contorci a me brillando

rovente

tempo di primavera, mio amato!

Con voglia a mille d'amore

sul mio cuore si pressa

il tuo calore eterno

il senso sacro,

una bellezza infinita!


Che io ti possa afferrare

nelle mie braccia!


Ah, ma nel tuo petto

io giaccio mentre gemo

e i tuoi fiori, la tua erba

si pressano sul mio cuore.

Tu rinfreschi la bruciante

sete del mio petto

vento amabile del mattino!

Mi richiama l'usignolo

amorevole della valle di nebbia.


Io vengo, io sto venendo!

Ma dove? Verso dove ?


In alto e in alto si tende!

E fluttuano le nuvole

verso il basso, le nuvole

si flettono al desiderio d'amore.

A me, a me!

Nel vostro grembo

verso l'alto !

Avvolto mente avvolgo!

Verso l'alto al tuo petto

Padre di tutto l'amore !



                     J. Wolfang von Goethe , 1789




lunedì 9 ottobre 2023

PROPERZIO PER CYNTIA

 


                                                                      Sesto Aurelio Properzio





ELEGIA  IV  7


Sunt aliquid manes


Il rogo non chiude ogni conto, i

Mani sono qualcosa:

riesce talora un'ombra a

strapparsi al fuoco

prima che il corpo sia del tutto

cenere:

e così Cinzia - fra poco

sepolta ai margini d'una via

chiassosa -

livida larva dal fragile aspetto

sul mio troppo grande e freddo 

letto

scricchiolando i pollici urgente

reclina:

la veste bruciata a metà

e al dito scarnito il solito berillo.

M' appare quando un dormire

difficile

va e viene da me dopo lo strazio

della morte di Amore:

e se i capelli e gli occhi sono di

lei,

il suo labbro è incolore, quasi

che

avesse già per sete

bevuta l'acqua del Lete.

Ma ha slancio e voce come di

chi vive :

" Traditore" mi fa " dura scorza,

che migliore sperarti una donna

non deve,

come il sonno può in te avere

forza?

Già scordasti l'animata Suburra,

l' intesa furtiva e la notturna

finestra da cui

annodando lenzuola son scesa

le braccia alternando, a

gettarmiti appesa?

Ci amammo in quel trivio, e la

terra

stiepidì sotto i nostri mantelli.

Giurati patti, vana parola:

li ha dispersi una fola

di scirocco.

" Ah, Pro! Già svaniva il mio

sguardo,

tu non c'eri a chiamarmi per

nome,

eppure a sentir la tua voce

un giorno di più avrei vissuto!

Ah Pro! Neppure è venuto

da me l'esorcista a scacciare

il maligno! E una tegola storta

m'ha buttato la tempia al

passar della porta!

Dov'eri tu? Nessuno t'ha visto

bagnare di pianto una toga nera:

ah, fossi almeno stato accanto

alla soglia, magari imponevi

che più lento il mio feretro

avanzasse,

e poi presso il rogo imploravi

che più adagio il vento

soffiasse...

Ma ti pesò anche questo,

lanciarmi dei fiori

da quattro soldi, a dar profumo

alla mia legna: e lo so,

nemmeno romperai

un orciolo di nardo al mio

sepolcro.

" Sbiancarono il mio vino col

veleno!

Appresta a  Ligdamo una lamina

rovente!

E i polsi di Nomade la berbera

che ha preparato di nascosto il

filtro

falli legare ad un braciere 

ardente!

 Corri, va' a casa! Quell'avanzo

d' Africa

vestita fino ai piedi d'oro e

porpora

vi spadroneggia, e vessa le mie

schiave

se dicono che ero bella !

 Ha gettato ai carboni il mio

ritratto!

e Pètale, perché al mio funerale

una corona ha tratto, giace

ad un lurido ceppo incatenata,

e Làlage, siccome osò invocare

il mio nome, l' ha appesa pei

capelli

e bastonata!

Dovrei accusarti e lo meriti,

Properzio:

ho dominato nei tuoi libri, ma

da grande infedele: e invece

giuro

- sull'irrevocabile magico

carme del Fato

giuro - ti fui fedele; e se

t'inganno

m'insegua un Cerbero a tre gole

affamato,

e una serpe s'avviti intorno a

me.

Quando sarò sul Lete, sarò

presa

a bordo del vascello

inghirlandato

delle oneste, non certo

sull'obesa

e nera chiatta delle traditrici

che porta Clitennestra e le sue

pari:

io nell'opposta direzione andrò,

verso luoghi dove brezze felici

accarezzano le rose,

e dove timbrate corde e delicati

flauti

accompagnano Andromeda e

Ipermestra

mentre piangono ciò che le rese

famose:

l'una il suo bel corpo avvinto alle

rocce,

l'altra il gesto assassino delle

quarantanove sorelle

che lei non imitò. Così le lacrime

dei morti consacrano l'amore

avuto e dato:

non voglio rivangare i tuoi torti,

Properzio.

" Però ti prego: se riesco a

commuoverti,

se l'erba Clòride non tutto ti

possiede,

nulla manchi a Partenia mia

nutrice

nel tempo che le resta. E senti

ancora:

Latri, mia prediletta, mai non 

debba

regger lo specchio a una nuova

Signora.

I versi che nel mio nome

scrivesti, bruciali

tutti quanti. Non serbar lodi a

me:

strappa piuttosto l'edera davanti

alla mia fossa, ché complicate

radici

non abbiano a stringere le mia

tenere ossa.

 E dove il caro fiume s'adagia in

campi ombrosi,

scrivi su una colonna un carme

breve:

Qui la splendida Cinzia

in terra tiburtina giace e

aggiunge, o Aniene,

prestigio alla tua pace.

" E se ti giungon sogni dal

mondo dei Beati,

capiscili, amor mio! E adesso

addio.

Nella notte dei morti, liberati,

vaghiamo,

ma è legge che all'aurora

dobbiamo 

tornare alla palude che ci

attende:

e là il nocchiero soppesando il

diaccio

carico, ogni mattina in barca ci

riprende.

Addio Properzio. Ora t' abbiano

altre,

presto t'avrò io sola. Tu con me,

io con te,

le nostre ossa insieme, per

sempre".

E quando turbata m ' ebbe dette

queste parole, l'ombra

scomparve nel mio abbraccio.




           Sesto Aurelio Properzio   dal romanzo  Cinzia con i suoi occhi. Un'autobiografia di Sesto Properzio ( Trad di P. Zullino )




domenica 8 ottobre 2023

IL DUBBIO DI OTTOBRE

 


                                                                                Nel dubbio...




NEL DUBBIO


Questo giorno d' ottobre ha

iniziato

col sorriso stranito

di chi ritorna in città

da un viaggio, e gli sembra

mutata,

di più misera apparenza,

le vie più strette. Possibile!

In così breve assenza! Sarà

che la stanchezza gli mette

malumore nell'animo, o che

l'animo

non è desto del tutto.

Se almeno il sole sciogliesse

la foschia... Come il viso

di un fratello

che da lontano s'è

riconosciuto

schiara tutta la via...

Sarebbe bello accadesse.

Nel dubbio, consideriamolo

accaduto.



           Fernanda Romagnoli   da   Il tredicesimo invitato



mercoledì 4 ottobre 2023

IL GIORNO DI FRANCESCA

 


                                                      Nel tuo giorno è sospesa la guerra




L' autrice evidenzia, nel testo qui presentato, la cadenza delle stagioni interiori pronunciata nella curvatura mutabile dei giorni; celebra la meraviglia disarmante e struggente dei luoghi, depositari di felicità e di dolori; indica il cammino di speranze interrotte, la protezione segreta della perdita.





GUARDARTI


C'è un solo modo di leggerti,

come cavando il buio da una grotta facendosi largo,

la luce sulla fronte.


Un solo modo di guardarti,

dividendo l'immagine con le ombre

come pane di affamati.



                                                ***


NEL TUO GIORNO


Nel tuo giorno

si placa il vento,

la matassa si dipana

non per un filo trovato

ma il per nodo sparito.


Nl tuo giorno il mondo apparente dilegua,

i pensieri mutano,

si flettono come luci di aurora boreale,

è sospesa la guerra

e questo frastuono di ombre si ferma

e poi muore in silenzio.


Nl tuo giorno mi porti lontano,

davanti alle stelle,

dov'era per tutti

ma solo noi stiamo.



                                                 ***


LE TUE PAROLE


Le parole viaggiano nel 

tempo.

Le tue, al pari delle altre,

si ristorano

in luoghi a me sconosciuti.

Sono diamanti le tue parole,

come la luce del mio giorno

le abbraccia,

così le vedo.

 E la tua voce ancora mi parla

come se fosse la prima volta.



                                                ***


DOVE


Chiunque io sia,

checché se ne dica,

di me guardi un punto

io non so dove,

ma è dove mi trovo

perché ogni volta mi incontri.




                    Francesca  Gentili  da    Il tuo giorno