Quante gabbie dovrò conoscere, papà. Questo silenzio
(…) Io credo - dice la monaca Stéfana - io credo, ripeti con me. Credo in Dio. Credo nei biscotti che rubiamo nel refettorio. Credo nel nascondiglio che c'è nell'orto, dove non ci trovano all'ora del rosario. Credo nell'esistenza di un padre che non è il mio, perché usa la sottana e ci porta nel confessionale per farci sedere sulle sue ginocchia ( non sopporto il suo odore ) e accarezzarci. Credo nelle novizie arrabbiate quando nascondiamo i loro messali. Credo nell'alito fetido della madre superiora quando vocifera ( ma quello di mia madre è superiore ). Credo negli scherzi che facciamo al giardiniere per farlo diventar matto. Credo nelle mie ginocchia piene di sangue dopo essere stata denunciata da una traditrice quando misi del peperoncino nella limonata. Credo che la Vergine ( forse è molto occupata ) non mi guardi. Credo nel flagello con cui si frusta la monaca Stéfana, con il quale mi frusta quando mi scopre dietro il guardaroba, e per questo non l'ho mai voluta chiamare Stephanie. Credo nelle uniformi, a volte blu, a volte bianche, nelle inferriate delle piccole finestre di sporchi cristalli, così alte che non riesco a vedere se c'è qualcosa al di là in cui credere. Credo nell'odore della clausura e del decotto. Credo nella pesante porta che mi si apre; solo un'imposta fa apparire un volto sconosciuto, e nella notte mi perseguita un viso dentro una cornice. Credo nella porta chiusa. Apriti, sesamo. (…) Lucero Alanìs da Chiostro
(…) Sono così libera, come un uccello che vola senza pensare, sono una schiava di questo corpo che si crede uccello dentro la gabbia del mio corpo; le uniche piume sono quelle del mio cuscino, ma anche così canto e mi sento come un uccello. Così esile che potrei sostenermi nell'aria, così allegra come zia Susana. Ci sono inferriate che ho visto fin dalla culla, sbarre che mi impediscono di accorrere al richiamo angustioso di mamma, al pianto di mia sorella, ad affrontare le grida del guardiano. Ci sono celle che stanno crescendo e mi fanno ogni volta più piccola nel mondo bianco, fuori dal mondo altro, quello che leggo e mi immagino. C'è anche un contenitore che mi cattura e non mi lascia uscire, una prigione con sottofondo di violini e drammi che mi sono estranei, ma che mi trasformano subito nel loro personaggio principale, quello che odia l' infermiera, che mi è costato varie settimane in più di isolamento, no visite, no dolci, no. Quello che mi dispiace è che il personaggio non è mai quello di un uccello felice, sempre legato alla volontà del padrone della gabbia. Quante gabbie dovrò conoscere, papà. Quanto silenzio. (…) Lucero Alanìs da Chiostro
(…) Siamo tante margherite in un giardino chiamato casa. Oggi siamo solo due, o credo che sia rimasta solo io. A papà non piacciono le margherite, per questo si è portato via mia sorella : le margherite sono per i porci, dice. Io sono scura quanto lui;mia madre bianca, come l'altra figlia. Sono il puro ritratto di papà, ma lui si lamenta sempre:da dove sei uscita con quei lineamenti e quasi nera? Mi si proibisce di scendere a mangiare perché lo mette di malumore il mio aspetto:così devo fare colazione nella mia stanza e- se ho fame- andare al frigorifero, di nascosto, stando attenta che lui non sia da quelle parti. Dietro la porta ascolto come chiacchiera con mia sorella, la biondina - a tavola, mentre mia madre li serve. Non capisco: siamo nate gemelle e lui ci tiene separate. Non parla nemmeno a mamma, dice che è una civetta e talvolta le grida puttana. Neanche questo comprendo. Chi è il porco?I maialini sono già a letto.Io sono un lupo feroce che li mette in fuga. E' da molto che non vedo papà né la biondina. Forse sono ancora alla fiera, sul carosello. (…) Lucero Alanìs da Chiostro
(…) Ma se papà non fuma, ci dicono di allontanarci dal fumo prodotto dal tabacco degli altri, che ci possiamo ammalare e persino morire di fumo. Padre Tarcisio insiste nel dire che è peccato fumare, e lui stesso è avvolto in una nube: si giustifica dicendo che è incenso; io preferisco l'odore del sigaro, non credo che per questo mi condannerà. Esco a comprare le sigarette - dice papà - ma se papà non fuma, dev' essere parecchio distante la tabaccheria visto che ha tardato molto.Trovammo solamente la casa vuota, vuota di passi,vuota di odori, vuota di loro. E la mamma che cerca nella casa vuota e disperata chiama mia sorella, e i muri vuoti non rispondono e le porte si aprono per far uscire le sue grida e vuoto ovunque. Mia sorella dev'essere svanita o forse se n'è andata - come papà -alla lontana tabaccheria e tarderà a ricomparire, o. Ma se papà non fuma. (…) Lucero Alanìs da Chiostro
(…)Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese, voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente, e questa pozza, il mare. Quando il bambino era bambino non sapeva d'essere un bambino: per lui tutto aveva un'anima e tutte le anime erano tutt'uno. Quando il bambino era bambino, su niente aveva un'opinione, non aveva abitudini, sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via, aveva un vortice tra i capelli e non faceva facce da fotografo. Quando il bambino era bambino,era l'epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non sono lì? Quando comincia il tempo e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno?Non è solo l'apparenza di un mondo davanti al mondo quello che vedo, sento e odoro? C'è veramente il male e la gente veramente cattiva? Come può essere che io che sono io non c'ero prima di diventare? E che una volta che io che sono io non sono più quello che sono? (…) Peter Handke da Il cielo sopra Berlino
" Chi lotta contro i mostri deve guardarsi di non diventare - così facendo - un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te ".
L'ORIGINE DEL MONDO Chiudi gli occhi. Viaggia con me nell'esteso territorio dell'istante. Voglio sentire le foglie che crepitano sotto il peso oscillante del tuo corpo. Quali furono le tue rotte e i tuoi alberi? La forma triangolare delle querce risale verso i cervi che vanno al pascolo al mattino. Se ogni libro che si apre assomiglia alle cosce di una donna nuda in un museo, ciò ch'è la mia fonte l'ho appreso dalle tue labbra. Qual modo sereno di bermi. *** IL CIELO TRA PARENTESI Che le cose si aggiustino nelle loro forme non significa che siano diventate nostre. Forse vuol dire che l'albero dell'assenza ha messo gambe e radici nella terra adeguata. Come a un ospite inatteso occorre saper dare il posto giusto persino al vuoto. *** PICCOLE MORTI PROVVISORIE Questo vagare per ogni città in cerca di un tuo gesto: un ricciolo, dei capelli, uno spicchio di stoffa nelle vetrine, una medusa tiepida come la tua anima, tra le tue cosce e paure, un elefante morto. Questa stanza affittata in una navata di Roma, una carezza dolce e disseminata, questo continuare a sudare a vuoto per il mondo: carrozzabili, ragnatele di luce, carrette mute con gradini che non puntano al cuore. Questo continuo spostarsi in un altro luogo senza saziarsi, eterna inimicizia che mi unisce alle cose. Questo girare per distretti come un canto indagando - senza eco - l'orizzonte, dove si trova il tetto delle tue labbra o il viadotto oscillante delle tue dita. Questi pezzi di nulla che ti invocano, questo nulla di schegge che ti nomina e non ti trova e non ti trova e non ti trova e non ti trova. ( eco ) *** MI STA COME D'AUTUNNO Me ne vado dal tuo silenzio come un soldato ferito alla fine di una guerra. Zoppicando di speranza. *** LA TRAPEZISTA DI ESCHER Vacilla sull'acrobatica corda del desiderio. Aragoste di carta incollate ai muri distrutti a graffi pur di sostenersi a qualcosa mentre lui l'amava. Amare è cadere. Si vive fingendo l'equilibrio. Marisa Martinez Persico da Il cielo tra parentesi
Fare l'amore con te è come bere acqua marina… Noi soli. Nella nostra casetta lontano da tutti, lontani dal mondo, solo suono d'acqua sui sassi. E io che ti dico: " Ascolta. Senti il vento tra i rami". *** Fare l'amore con te è come bere acqua marina. Più ne bevo e più ne sono assetata, perché niente può appagare la sete se non bere il mare intero. *** Chi c'è qui? Io. Io chi? Io me. Tu sei te. Prendi il mio pronome, e diventiamo noi. *** Grido mentre mi mordi i capezzoli e l'orgasmo esaurisce il mio corpo, come se mi tagliassero in due. *** La tua lingua vibra e si muove dentro di me che mi svuoto e avvampo in un turbine di luce, come l'interno di una grande perla che si espande. *** E' il tempo in cui tornano le oche selvatiche. Tra il sole calante e la luna che sorge, tracciano in volo il carattere " cuore ". *** Come la ruota segue lo zoccolo del bue che tira il carro, la mia pena segue i tuoi passi quando all'alba mi lasci. *** Due fiori in una lettera. La luna scende fra lontane colline. La rugiada bagna i bambù. Io aspetto. I grilli sul pino cantano tutta la notte. A mezzanotte suonano le campane del tempio. Le oche selvatiche gridano dall'alto. Nient'altro. *** La notte è troppo lunga per gli insonni. La strada è troppo lunga per chi è stanco. La vita è troppo lunga per una donna resa insana dalla passione. Perché mi capitò una guida disonesta sui tortuosi sentieri dell'amore? *** Mi sveglio intirizzita con la prima luce. Fuori dalla finestra la rossa foglia d'acero scivola giù in silenzio. A cosa credere? Indifferenza? Rancore? Odio la vista del giorno che inizia da qual mattino, quando mi gelò il tuo sguardo insensibile come la luna pallida all'alba. Kenneth Rexroth da Le poesie d'amore di Marichiko
" Se c'è qualcosa che mi dispiace molto, se ho un dolore fisico, se ho una scadenza, se devo risolvere un tarlo interiore, se ho dei dubbi, se ingrasso, se mi colpisce un lutto, se faccio un incidente per strada - ignoro; ignoro tutto. Vado avanti, non voglio intoppi. Continuo." Quella che l'autore racconta in questo libro è la formazione ( autobiografica ), di un maschio contemporaneo, specifico e qualsiasi. Tentativo fallimentare - comico e allo stesso tempo drammatico - di sfuggire alla legge del branco ma, nello stesso tempo, la resa alla sua forza. La lotta indicibile e vitale tra l'uomo che si vorrebbe essere e l'animale che ci portiamo dentro. Vista da quest'ottica,è il racconto di tanti anni passati a cercare di spegnere quel ronzio collettivo per poi ritrovarsi ad ascoltarlo- nel proprio intimo - nei momenti più impensati. " Dentro di me continuerò a chiedermi : siete contenti di me? Sono come mi volevate? ". In un mondo da sempre governato dai maschi, capirli è la chiave per guardare più in là. Per questo il racconto si nutre di tutto ciò che incontra: i brufoli e il sesso, l'amore e il matrimonio, l'egoismo e la tenerezza - in un andamento vivissimo, ma riflessivo che ci interroga e ci risponde fino a ridisegnare il nostro sguardo. ( f )
(…) Tutti i valori positivi della virilità maschile potevo osservarli, ascoltare quando li spiegavano, stare lì davanti a mio padre in silenzio mentre mi spiegava ( dopo avermi picchiato ) come ci si comporta; stare davanti al preside in silenzio mentre mi spiegava come ci si comporta; ascoltare tutti e giurare sia di aver compreso, sia di aver agito di conseguenza. Ma non lo ritenevo in nessun modo possibile; e non era solo questo: temevo che quei valori mi avrebbero fatto perdere il legame con la mia comunità maschile, con il gruppetto dei miei compagni di scuola e con gli amici del cortile. E allora, poiché non ero in possesso dei valori positivi della virilità, l'unico legame condiviso con gli adulti era l'interesse per le donne, quindi per il sesso. L'unico legame complice e positivo era quello instaurato mentre andavamo dalla villa al Villaggio Svedese. Quindi ne dedussi questo: se mi concentro su quanto mi piacciono le ragazze, farò di me - alla fine - un buon individuo della comunità maschile. Mi apprezzeranno, saranno contenti di me, tutti, anche mio padre mentre mi punisce, mentre mi picchia. Concentrandomi sul sesso, avrei potuto fare a meno degli altri valori - di cui alcuni di noi desideravano e pensavano fosse più virile farne a meno.Essere un individuo significava essere solo, ma noi avevamo bisogno del battaglione dei soldati o della squadra di calcio.E per ottenere ciò, preferivamo questa specie di virilità disordinata, ribelle e brutale. Era la strada per portare a compimento l'accettazione dell'individuo dentro la collettività. Andando per questa strada è successo che ho pensato al sesso per gran parte della giornata, per gran parte della vita. Dentro questa protezione non soffrivo mai. Non mi faceva soffrire il professore delle Medie, mio padre che mi picchiava, il fatto di non poter andare a basket, nulla di tutto quello che mi era successo. L'unico momento in cui ho sofferto è stato su quella panchina, quando ho scoperto che sulla strada del sesso e delle donne era possibile( poi ho capito che era molto probabile) inciampare nel sentimento e nelle sue conseguenze. (…) Francesco Piccolo da L'animale che mi porto dentro
(…) Il futuro sentimentale e sessuale si determina in tutto il periodo che va dalla scuola Media al Liceo,quando il desiderio e l'amore si palesano in modo inevitabile. E la natura umana ha reso i maschi più piccoli, sempre in ritardo. Federica era molto più grande di me, pur avendo la mia età. Elena era molto più grande di me, pur avendo solo un anno in più. In seconda media di fronte a Federica e nei primi anni del liceo di fronte a Elena, mi sentivo infinitamente più piccolo, debole, brutto, inutile, non interessante. E credo che il primo grumo sostanziale di frustrazione nasca dentro l'insoddisfazione di se stessi, dentro la pochezza di come ci si percepisce. Quel dolore provato su quella panchina, quel pianto; le mille frustrazioni ricevute da Elena e poi dal periodo dei brufoli,dallo sguardo delle donne; la paura delle conseguenze della fimosi e quindi l'idea che - forse -non avrei mai avuto un cazzo adeguato o comunque non lo avrei avuto all'altezza degli altri; tutti i genitori che non mi volevano; l'incapacità di scopare la prima volta; ogni elemento in più ha costruito dentro di me una specie di rabbia animalesca mai espressa, mai mostrata per davvero - c'erano solo degli allarmi , e il primo allarme, positivo, rassicurante, è stato quella fame all'ora di pranzo nel giorno del dolore. Nel tempo, è sorto un senso di difesa, una specie di patina di durezza che corrisponde benissimo a quella durezza che si nota facilmente nel maschio. Sono andato a cercarmi gli strumenti per dominare, per aver potere e - di conseguenza - per far male; e far male,più che un modo di vendicarmi per aver ricevuto male, era un modo per non ricevere altro male. E' come quando - da ragazzino - i miei amici del cortile mi avevano insegnato che bisognava partire con una testata in faccia prima di discutere, prima, appena si sentiva la possibilità di uno scontro, di una sfida: non era tanto un gesto di violenza attiva, ma impediva all' altro di farla te. E quindi far male - in qualche modo - mi avrebbe difeso. Di tutto questo non ero consapevole, o comunque non ne ero pienamente cosciente. (… ) Francesco Piccolo da L'animale che mi porto dentro
(…) Se posso dire in maniera virtuosa che non sono mai stato lo stereotipo del maschio perché sono sempre stato innamorato, questa affermazione si può ribaltare: si può anche dire che non sono mai stato davvero innamorato perché sono sempre stato lo stereotipo del maschio. Ho costruito tutta la mia crescita in contrasto con lo stereotipo del maschio, con un misto di imbranataggine e di volontà di essere diverso. Ma non ho potuto evitare che il nucleo del maschio si conservasse intatto, e apparisse ancora e sempre - tutte le volte - atteso o inaspettato. Cioè, voglio dire che ho attraversato tante debolezze antivirili, ma poi quel nucleo che ho scoperto dentro di me quando mi sono alzato dalla panchina per andare a pranzo ( cioè dopo che la ragazzina delle Medie mi aveva lasciato ), è rimasto sempre lì, a mostrarsi, a difendermi, a costruire il contraltare. (…) Francresco Piccolo da L'animale che mi porto dentro
(…) Ho cominciato questo libro raccontando il momento in cui si è rivelato dentro di me il dolore d'amore, così come Salgari comincia la saga di Sandokan nel momento in cui lui sente dire che nelle isole vicine c'è una giovane chiamata la Perla di Labuan. Ma prima, sotto, dormiente, sordo,c'è l'animale:in me, in Sandokan e in qualsiasi maschio esistito al mondo. Quasi sempre i maschi, per giustificare la loro brutalità, il loro cinismo e le loro menzogne, dicono che hanno sofferto tanto. Quasi tutto l'armamentario maschile giustificatorio è basato sulla sofferenza. Ma il dolore non giustifica: può rendere comprensibile una certa dose di violenza cinica; allo stesso tempo è vero anche il contrario, cioè che il dolore diventa la giustificazione per comportarsi in qualsiasi modo. Questo libro comincia con una ragazzina della seconda media che mi lascia e io che sto tutta la mattina a piangere- è come se dicessi: tutto nasce da un dolore e allora dovete essere comprensivi, e allora posso liberare la potenza onnivora,sono autorizzato a imporre, urlare, insultare, picchiare, tradire, sputare, scopare. Quando la frustrazione viene fuori e diventa terribile, soprattutto se si è sofferto molto per amore, se si è stati ingannati, il problema sono le conseguenze. Come è possibile che si arrivi a dire: ho sofferto, perciò faccio soffrire? La reazione alla debolezza è una forza spropositata e usata male. Ma c'è di più: il dolore non fa solo da giustificatore, ma da motore propulsore per il maschio. La frustrazione e il dolore non sono - come appaiono , o come si è tentato di dire - una giustificazione della bestialità. Sono, più precisamente e più sinceramente, il mezzo che trova la brutalità per palesarsi in modo più esplosivo e senza sensi di colpa, perché si dice a se stessi e agli altri: posso farlo, ho sofferto. E non si comprende che non è esattamente così, che non si ha il controllo su questo. Ma è l'animale che ha cercato delle aperture nei punti deboli, ha costruito la sua voglia di esplodere approfittando di tutte le fragilità, aizzando, ragionando per ottenere la possibilità autorizzata di scatenarsi (…) Francesco Piccolo da L'animale che mi porto dentro
Sono a me parola sufficiente… Con i piedi del chissàquando per le strade del chissàquando fiocchi di neve sulla balaustra del silenzio rilassato silenzio del sogno la salita alla luna fiancheggia una risata dell'eterno luce corrotta e piange lacrime icaro lacrime mio fratello di latte che abiti come me tra i rami sottili del tempo la mia parola si deforma e diventa mano della luna nastro il tuo orecchio dell'anima un canto vasto come la notte. *** Niente, in nessun luogo. C'è ancora rumore di sventura nella testa, e sulla mappa del cielo io non sono presente. Mai è stata primavera, sussurrano le voci di cenere, sulla bilancia del linguaggio sono una parola senza peso e trafiggo il tempo con occhi armati. Futuro? Non assolve me, nata sghemba. Vieni, dice, la morte è un ciglio sulla palpebra della luce. *** Un cuore smerciato un cuore che non piange. Dove sono finite le lacrime dove il lutto per il gioco ancora arrotolato? Non appartiene a nessuno questo cuore non è stato strappato a un corpo non c'è nostalgia in vista. Un passo di parata taglia pensieri e terreni: così vai anche tu con un amen masticato eternamente nello sguardo pensa alla povertà come materia infinita del cielo riuscita per sempre. *** Stiamo separati di fronte al mondo, ognuno incatenato alla sua ora, i nostri cani vanno a toccare un ieri, quante volte e senza conseguenze? Nebbia avvolge quel laggiù privo di sponde nebbia si appoggia sulla mia spalla, diventa pesante, più pesante, diventa pietra. C'è una sola parola captata origliando che voglio cavare fuori e conservare, perché resti indietro una ferita aperta, a mia consolazione, una via nel domani. Bastava la speranza? Allora sperate con me, voi tutti soccombenti. Spera anche tu, mio cuore, un'ultima volta. *** Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore e una fresca presa di sale impregna il tuo sguardo. Di me nessuno vuol sapere, di chi io sia la spezia e di quale amore la durata. Spesso canta il lupo nel mio sangue e allora l'anima mia si apre in una lingua straniera. Luce, dico allora, luce di lupo, dico, e che non venga nessuno a tagliarmi i capelli. Mi annido in briciole straniere e sono a me parola sufficiente. Effimero, mi dico, perché presto cesserà ogni annidare e scorre via il resto di ogni ora. Mariella Mahr da Ognuno incatenato alla sua ora
Durante il suo lavoro di fotografo e di reporter, l'autore si imbatte in un'occasione inaspettata e spiazzante: accompagnare in Svizzera una persona che sta andando a morire. L'uomo, affetto da una grave malattia neurodegenerativa, ha deciso di ricorrere al suicidio assistito e, dopo una lunga trafila medica e burocratica, ha finalmente ottenuto la " luce verde ", il permesso di morire. E vuole che Sergio racconti la sua storia, quella di chi è costretto a umiliarsi, viaggiando lontano da casa come una specie di clandestino, per poter esercitare fino alle estreme conseguenze il proprio sacrosanto diritto al libero arbitrio, che nel nostro Paese è negato. Ma non vuole avere né un nome né un volto: nessuno deve poterlo riconoscere. Di fatto, per l'autore si tratterebbe di trascorrere con lui le ultime quarantotto ore sulla Terra. Sergio accetta. E questa è la storia vera di quelle ore e dei millequattrocento chilometri che i due uomini hanno percorso insieme: dal momento in cui si sono stretti la mano fuori da un aeroporto del Sud fino a quello in cui l'uomo gli ha rivolto le sue ultime parole sulla poltrona di un monolocale di Basilea. E' questa la " clinica svizzera " in cui Erika - da otto anni - accompagna i pazienti al suicidio, dopo essersi scambiata decine di lettere con ognuno di loro e averli incontrati e visitati per concedere loro ( è un medico ) la " luce verde ". La prospettiva da cui Ramazzotti racconta la vicenda è in tutti i sensi unica: da una parte per la sua posizione irripetibile di narratore - testimone, dall'altra per il suo sguardo delicato, rispettoso e capace di mettersi continuamente in gioco. Con scrittura elegante e densa riesce, in questa storia vera che a tratti pare sconfinare nel romanzo, ad accendere in noi un rovello di riflessioni , domande di portata universale, un duetto etico interiore, mettendo in moto un'altalena di emozioni contrastanti che culminano con la sorpresa del " finale" : un nome, un cognome e uno spaventoso segreto che sono un vero e proprio colpo di scena, una scoperta capace di rimettere in discussione tutte le certezze che avevamo fino a quel momento. ( f ) Si seppe poi ( da un'autopsia eseguita su ordine della Magistratura ), che il giudice Pietro D' Amico ( tale era il nome dell'uomo che andò a morire in Svizzera ), non era un malato terminale né era affetto da malattie neurodegenerative invalidanti ( i certificati medici italiani erano stati manomessi, mentre i medici svizzeri non eseguirono alcun approfondimento ), ma pare che fosse affetto ( come da dichiarazione certificata psichiatrica ) " solo" da una depressione cronica. E qui allora si pone un problema medico ed etico: una grave depressione può essere comparata per gravità ad una malattia organica invalidante? Lo stesso autore del libro di cui qui si parla , Sergio Ramazzotti, afferma nel testo di non sapere nulla riguardo alla vera storia dell' uomo che accompagnò in Svizzera a morire. " Ma almeno a me avrebbe potuto dirla, la verità ", si rammarica.
" Fu data a tutti l'opportunità di morire perché a tutti suonasse più gradevole il vivere " . ( Claudio Mario Vittore, poeta cristiano del V sec. ) (…) Riguardo agli Stati che ammettono l'eutanasia e il suicidio assistito, scelsi la Svizzera d'istinto, senza pensarci, me ne appropriai quasi con foga e se guardassi bene dentro di me, forse di motivi ne troverei di sfuggenti, ineffabili, legati al fatto che in qualche modo oscuro è tutta la vita che danzo con la morte: sui fronti di guerra, negli obitori, negli ospedali, nei paesi flagellati dalle epidemie, nei campi profughi, su certi tratti di mare,insomma in luoghi dove la morte è molto presente e molto affamata. Qualcuno mi ha detto che lei continua a chiamarmi con un'insistenza che dovrebbe farmi preoccupare, qualcun altro che sono io a cercarla, spinto da una strana ossessione, o per meglio dire a cercarne le manifestazioni, a volerne vedere i mille volti, come per conoscerla in anticipo e accoglierla come si deve quando verrà per me. Forse tutto questo sottende qualcosa di patologico, eppure in un certo senso vivere non è altro che morire un giorno alla volta e tutti noi - credo -ci portiamo la morte dentro, o perlomeno io sono convinto di avercela : è sempre lì, una specie di cellula dormiente, un cromosoma spento, una presenza congenita nel subconscio come l'omosessualità latente. Cercarla, volerla vedere, esserne al cospetto forse è un atto liberatorio,catartico, una variante dell'outing. Sento anche di dover confessare - soprattutto a me stesso - che forse , " forse" volevo essere testimone di una modalità di rapportarsi alla morte anomala, e per me in un certo senso inedita: coloro che avevo visto morire combattenti e i civili sui campi di battaglia in Afghanistan, in Iraq, in Somalia, in Libia e in così tanti altri posti da averne perso il conto, la ragazza madre stroncata dalla malaria in Sudan meridionale perché il chinino non era arrivato in tempo, i malati di ebola che per le strade di Monrovia affogavano nel loro vomito sanguinolento, quelli che nelle periferie dimenticate del pianeta soccombevano a malattie che altrove si sarebbero potute curare in pochi giorni, il tossicodipendente di Kabul che negli ultimi istanti di vita aveva lasciato i segni delle unghie nel mio avanbraccio, il giovane fuori Bagdad, poco più che un ragazzo,col basso ventre maciullato da una mina antiuomo che gemeva e mentre la vita lo abbandonava continuava a ripetere " non ho mai scopato", tutti, mentre morivano erano terrorizzati e disperatamente aggrappati alla vita, con lo sgomento negli occhi increduli che fosse giunto il momento di doverla lasciare . (…) Sergio Ramazzotti da Su questa pietra ( Storia di un uomo che andava a morire )
(…) Nessuno di loro voleva morire, era normale, era così che moriva la maggior parte della gente.Ma chi cercava il suicidio assistito no, era diverso: era qualcuno che - come mi aveva detto Erika - la morte arrivava a bramarla. Anche mia madre, benché fosse una donna di fede, ad un certo punto della sua lunga malattia l'aveva bramata e mi aveva chiesto di aiutarla a procurarsela. Ma era stato solo per un istante, presto era tornata alla solita rassegnazione, all' osservanza dei tempi e dei rituali imposti dal cancro. E quando la morte era giunta, l'aveva trovata desiderosa di vivere più che mai. Io - invece - volevo vedere, volevo capire come doveva ridursi un uomo per ambire alla morte in modo tanto prolungato e intenso, tanto " coerente" da andare fino in fondo e permettere a un altro essere umano di dargliela. Che cosa doveva essere accaduto a un uomo come questo, più di quanto non fosse accaduto alle tante persone sofferenti che avevo incontrato nel mondo, per le quali la vita era stata uno spaventoso calvario eppure volevano ancora viverla? Cosa pensava, cosa mi avrebbe detto,cosa avrei imparato da un uomo come questo, disperato o determinato al punto da poter sopprimere i propri istinti primordiali, addirittura prevaricare il proprio codice genetico?. Sì, perché la biologia e l'etologia hanno dimostrato come il codice genetico impedisca a tutti gli esseri viventi di livello superiore di uccidere all'interno della propria specie, per evitare di indebolirla, e ciò vale tanto per gli altri membri della specie quanto per se stessi.Così, per arrivare ad uccidere o a uccidersi, bisogna prima poter percepire l'altro - o se stesso - come non più appartenente a quella specie: nel caso della razza umana, come un essere diverso da un uomo, un non - uomo. E' l'unico modo per aggirare il divieto imposto dalla genetica, un atto di volontà contro natura: com'era fatto dunque un uomo che era stato capace di compiere quell'atto, uno che, in tempi in cui alla maggior parte di noi sembra di non poter più prendere in mano la propria vita e disporne pienamente, era pronto a farlo e l'avrebbe fatto fino alle estreme conseguenze? (…) Sergio Ramazzotti da Su questa pietra ( Storia di un uomo che andava a morire )
(…) E perché volevo incontrarlo? Per voyerismo? Perché volevo aggiungere ai miei ricordi una morte diversa da tutte le altre, come il pezzo più raro di una collezione? O forse per via di quella faccenda di mia madre, ovvero per guardare negli occhi qualcuno che aveva la forza di desiderare fino in fondo ciò che lei aveva desiderato solo per poche ore, per poi spaventarsi del suo stesso desiderio? Oppure era per me, per capire che cosa mi sarebbe capitato nel caso un giorno mi fossi trovato di fronte allo stesso bivio, scegliere tra una morte lenta e dolorosa e degradante in un letto o una rapida e dolce per endovena? Sì,alla fine credo che sia così, perché ho sempre voluto provare le cose di persona:in Corea del Sud ci sono agenzie che organizzano il vostro funerale da vivi:voi siete chiusi nella bara sigillata e avete tutto il tempo per fare le prove generali di quello che prima o poi sarà lo spettacolo vero e proprio. Lo trovo un esercizio molto sano e prima o poi mi piacerebbe investirci il denaro necessario Non c'è di meglio che vivere le esperienze di persona per scoprire che te le eri sempre immaginate in modo sbagliato. Ma non è solo questo, no. Se voglio essere onesto con me stesso, devo ammettere che in fondo credo anch'io in ciò in cui credeva l'uomo che ho accompagnato, ossia nel primato della libertà, dell'inviolabile libertà di disporre della nostra vita, quando, dove e come vogliamo. E infatti sono qui ad ammetterlo, anche dopo tutto quello che è successo: i colpi di scena, lo scandalo, tutto ciò di cui allora non potevo sospettare e che a reso questo caso una faccenda molto più spinosa di quanto promettesse di essere.(…)
Sergio Ramazzotti da Su questa pietra ( Storia di un uomo che andava a morire )