CREDO Credo nella rivelazione dell'amore, che sconvolge la vita. Senza questo non c'è niente. Poi viene il lavoro, sodo e tenace, ma col soffio che spira, col flusso che trascina. Credo nel cuore. Senza questo non c'è niente. Non venite a raccontarmi di volontà e costanza. Non c'è volontà o costanza senza cuore. Credo nella folgorazione che si chiama incontro, per cui vale la pena di patire il dolore. Senza questo non c'è niente. Quando ti presenti, oltre la nebbia del mio Io, ringrazio d'esserci, nonostante tutto. Credo nella coincidenza che mi fa posare lo sguardo al posto giusto nel momento giusto. Senza questo non c'è niente. Quante volte ho desiderato quel verso, quella pagina, quel volto, e proprio ora - quando meno me lo aspetto - leggo e vedo. Non venite a raccontarmi che è solamente un caso. E se anche fosse, gli sarei grato come a un Dio che mi aspetta alla finestra, con gli occhi sulla strada deserta, oltre la nebbia del mio Io. Ecco in cosa credo. Ora che la notte è scesa. E il mio cuore finalmente vede. Fabrizio Centofanti
Avevi un tuo modo di parlare d'amore… I RIAMATI I sogni ( è noto a tutti ) sono fragili di fianchi, hanno ossa sottili e poca resistenza. Avevi un tuo modo di parlare d'amore. Le donavi le belle giacche che avevi indossato ( le stava d'incanto quel taglio maschile ) e uno dopo l'altro nelle tasche vuote le avevi lasciato tutti i sassi degli anni. A lei questo piaceva. Per lei coltivavi il medesimo abbraccio che immancabilmente la stupiva, mentre di spalle ti sentiva arrivare. Ascoltava i tuoi cuori che tornavano a pulsare sulla tastiera cupa, come appena riamati. A lei questo piaceva. Ogni sonno ti dormiva nel petto con qualcosa di suo. La parte migliore le avevi donato, non tutto. L'equilibrio avrebbe dondolato inevitabilmente instabile. Non fu abbastanza, se non nei sogni gracili dei fianchi. *** CARACAS Ti chiamerò Caracas - la prediletta - lo scheletro sinuoso che si flette armonico, tutt'uno alle speranze, fino al cuore bizzarro del troppo desiderio. Caracas. La biancabruna nei capelli magici, la struggente ballerina senza direzione. Già solo mentalmente nominandoti ti darò la vita ( nel luogo in cui genero mitici fantocci ) e alla sera stretta al mio fianco, con la corona di fiabe che ti farebbe scudo, ti guarderò con occhi obliqui, appena una domestica sensazione di colpa, e saprò stupire di saperti viva, ma, ancora di più, felice. Saremo gli inesistenti, i non più fragili. Un giorno porrò fine ad ogni turbamento, fosse solo per capriccio, e a tutte le nostre vite presunte. Ma non cederò quando - togliendoti la vita - mi griderai d'incanto che anch'io non esisto. *** ACQUA Se proprio dovessi sfilare un osso dallo scheletro degli anni da sotterrare con l'istinto del cane. Se proprio dovessi scegliere una verità ( di quelle che appaiono essenziali ) avrei visto - per quanto mi riguarda - proprio il suo fianco quando curva, l'argine della riva. Da avere almeno una certa direzione, un lato in cui stare: un semplice passaggio tra la ghiaia del greto e il trifoglio fibroso. Un lembo d'acqua, non altro, che solleva lo sguardo al suo lungofiume, di tanto in tanto, prima di passare. *** POESIA SENTIMENTALE DI UN GIOVANE LADRO " Le mie idee non sono le vostre. Non è vostra la mia volontà " Sento solo l'assenza che lacera alle caviglie come il morso che stringe dei cavalli. Ad un tratto, in un certo punto, riconosciamo il dolore oscuro e la parola…" mai più …" Ci aiuterebbe, è un attimo, separaci dal corpo e rimanere all'ombra di noi stessi, di ciò che resta e custodi di tutti gli assensi, il legame implacabile. Ora comprendo che vengo da te qualunque cosa io sia e come i grani di un rosario greco gioco a sognare del mio vecchio desiderio. Giovanni Nolfe da Io, o forse un altro
IO, O FORSE UN ALTRO Io, o forse un altro o addirittura entrambi stiamo fra di voi dissimulati. Ai bordi. Quando scandagliamo il fondo per frammenti di anime, per le scorie emotive rimaste fulgide solo ai nostri occhi, da guardare e riguardare, da sezionare ai microscopi affettivi e poi catalogare tra gli incantesimi, nella sezione amori , e poi nel più ampio oblio. Questa lingua è intraducibile. Impossibile che il mondo vi sia compreso. *** LA STAGIONE PRIMAVERA Quante volte è ricominciare? Dalle gemme dai polsi a risalire, dalla vertigine del giorno che si allunga a strappi, i muscoli affamati e che dà alla testa. La tua struggente, confusa primavera, dalle porte socchiusa alla vaghezza. Tutto fu reso possibile, tutto dimenticabile. Tutto il tempo poteva diventare. *** LA STAGIONE ESTATE Cosa serbi dell'estate e di tutto quell'azzurro accatastato? " Troppa luce, troppa per la tua natura", dicesti. Malinconica. " Dovrai partire, alla ricerca di un'altra stagione". E sono andato, obbediente alle necessità. E ancora non so cosa serbasse l'estate, e il senso dell'azzurro. *** LA STAGIONE AUTUNNO Brilla di un'amata lontananza un punto d'oro più sottile e la sua scheggia di vita. Qui, dalle finestre opache resta immensa la distanza, lo scintillante autunno degli altri. Eppure c'è una luna intorno a noi, e il poco sole, e il colore ramato. *** LA STAGIONE INVERNO Aspettammo dell'inverno l'abito essenziale, il fianco brullo, la poca rabbia. Lo sognammo nell'ultima possibile fattura, nei pochi metri della stanza: i cani che ci saltavano sui letti coi nasi umidi della buona salute. Fu l'inverno del vivere, del non morire. Giovanni Nolfe da Io, o forse un altro
Rachel Bespaloff E' questo un libro sulla differenza femminile. Simone, Rachel e Hannah sono tre donne, diversamente grandi, che con il loro sguardo hanno illuminato le tenebre del Novecento e hanno saputo leggere il mondo. Tutte e tre hanno vissuto gli stessi anni di guerre, totalitarismi e barbarie. Hanno affrontato le tempeste e i momenti più bui senza mai sottrarsi alla riflessione, all'impegno e alla ribellione. Simone e Rachel si sono sfiorate, Rachel e Hannah appena incontrate, eppure un forte quanto esile filo rosso ha intessuto la trama dei loro destini. Tutte e tre si sono confrontate con i grandi temi della violenza e del potere, ognuna secondo la propria indole e mettendo in campo la propria biografia. Simone, Rachel e Hannah hanno scritto e trattato i propri testi come se fossero sogni, scritture della mente e del cuore, personalissime elaborazioni dell'atto di vivere che tratteggiano una strada verso l'esistenza. E sono arrivate a toccare la materia pulsante della vita. Simone Weil è la più " strana" del gruppo, né brutta né bella, insolente e tenera, ardita e timida insieme. Fin da bambina si esercita al sacrificio, al digiuno e rifiuta i privilegi della sua classe. Non prende più zucchero quando sa che scarseggia per la povera gente, non porta le calze d'inverno perché non tutti ce l'hanno. E' intransigente e radicale, a costo di apparire ridicola. Ha una sincera aspirazione di giustizia e ha bisogno di verità in modo fanatico.Muore il 24 Agosto 1943, a 34 anni nel sanatorio di Ahford.
Rachel Bespaloff è la più misteriosa, la più segreta, sfuggente e riservata. Non ha titoli accademici ed è priva di riconoscimenti se non all'interno di una cerchia di filosofi di cui si sente sorella e amica. Tutto in lei è obliquo: Rachel è straniera, nomade, autodidatta. E' una donna di una bellezza patetica che suona benissimo il pianoforte, si nutre di libri e scrive continuamente, in controcanto. Perché di tutto quello che accade intorno a lei e di tutto ciò che legge, si sente chiamata a rispondere. Muore suicida nell' Aprile del 1949 a 54 anni. Hannah Arendt è la più conosciuta delle tre, forse la più forte, certo la più fortunata. Sfrontata e- a volte - arrogante in pubblico, in privato è gentile e attenta, fedele e profonda nell'amicizia. Scrive e riflette sempre a voce e a testa alta. Muore il 4 Dicembre 1975 a 69 anni, negli U.S.A. frida
(…) L'altro mi parla e si apre a me nell'atto di parola; e io stessa mi apro grazie all'altro a una forma di trascendenza. E al di là della realtà che si mostra, ne scopro un'altra a cui giungo per immaginazione, per immedesimazione, per fede. La lettura è un'apertura sull'essere, una finestra sul mondo. E se i Greci sono gli uomini del Mito, queste donne ebree ( Simone Weil, Hannah Arendt, Rachel Bespaloff ) sono " gli uomini del Libro".Uso il termine" uomini"come lo usa Hannah, al di là del sesso, per dire però che ci sono momenti in cui quel termine universale ha un volto di donna. Qui sono delle donne a leggere e a pensare, ed è un pensiero nuovo,che tocca altezze e profondità inaudite.Nell'intreccio,nel rimbalzo musicale delle differenti voci, la nota femminile si leva in tutta la sua differenza, nell'acuto modulato alto e sostenuto del soprano, secondo una frequenza di ritorni, ripetizioni, variazioni che introducono a una meravigliosa diversità. Ecolalie, le chiamo. In certe afasie,l'ecolalia si manifesta come la ripetizione meccanica di parole, spesso in fine di frase, quasi che ripetendo l'ultima parola, chi parla prendesse la rincorsa verso parole nuove… Quasi che masticare in bocca vocali e consonanti servisse a tenere in funzione il meccanismo del pensiero. Ecco, questo a me accade in compagnia di queste tre donne,che illuminano la mia vita con i loro pensieri. Ma lo stesso accade a loro, tra di loro: il loro è pensiero in conversazione, sempre in dialogo, mai monologico. Magistrale in tal senso è il loro apporto: perché una donna sa - se ascolta la propria umanità - che l'ideale non sono né la potenza né il potere - ma la cura - la protezione del niente che c'è. E del niente che non c'è - per riprendere l'immagine del poeta Wallace Stevens. Una donna sa che nella capacità di fare il vuoto, di accettare il vuoto, c'è la chance dell'estasi. E nell'obbedienza della ripetizione la libertà dell'ascolto. L' opera brucia al fuoco della realtà, ma questo sacrificio è il modo per fuggire " dalla vuota regione della bellezza ",afferma Hannah con una manifesta ripresa di un tema caro a Simone. La quale direbbe che solo la letteratura che passa dalla parte della realtà ha la grandezza della poesia -dove l' Io si consuma per accedere all' " essere ". (…) Nadia Fusini da Hannah e le altre
Scrivere è togliere spazio al male, è addomesticare la paura che torna selvatica a ogni respiro; è tentativo di conoscere se nella radice dell'albero dimorano necessità e libertà, se nel suo tronco è la misura di altezza e statura, se nella sua chioma nidificano verità e verosimiglianza, adesso che so stare sotto la sua ombra, lo svantaggio umano. *** Non so quale felicità avremmo vissuto, o quale guancia avremmo offerto all'offesa: se felicità c'è stata, se c'è stata offesa. Così lo scrivo, ne faccio segno per capire come si spiega l'albero, la potatura, il papavero, lo strappo, i bambini, il tempo e lo spazio: - dove va la notte quando è giorno? - mezz'ora è tanto o poco? O come si spiega il vuoto degli esseri che ci stanno accanto come un'assenza, o il senso irsuto della vita, il suo difficile che diventa facile quando cominci ad amare. *** Sommale le storie, fanne cifre aguzze come gli anni di quelli vissuti sulla capocchia di uno spillo; prendimi il fiato, la rincorsa; trattienimi dentro silenzi in ascolto delle radici, del crescermi dell'anima mentre scrivo per sapere che cosa è natura e cosa è sostanza e come fa a essere buono un frutto o un uomo. *** Dammi la pietà dell'ombra, il suo accasciarsi nella luce, la sua invincibile resa, la sana ricorrenza del mio a tutto essere prossima e sufficientemente buona. *** Le cadute le ho qui sulle ginocchia, sui gomiti, sui palmi della mani: graffi e crosticine che la notte crescono, fioriscono. Tu sii allora il mio giardiniere fedele, rendi santo l'innesto tra il bene e il male, così che il dolore non sia nella carne ago o lama, ma sia scossa, sia onda, sia ciò che avvolge e feconda per un unico frutto. *** Dice che non c'è addio nelle asole: e asola allora sia - poca materia intorno e vuoto. Sia passaggio e allaccio, sia lo spazio dell'abbraccio, sia pertugio e rifugio, sia il chiaro esposto alla parola. Lucianna Argentino da L' ospite indocile
Gli abbracci vuoti, da braccia nude, senza niente in mezzo. Solo abbraccio. Solo contrarsi di muscoli e tendini, solo flettersi della pelle sulla pelle di ciò che è carnale e basta in comunione con l'attimo del concepimento. Vita sottratta alla morte - questo è nelle parole, aratro sulla carne a scavare solchi complici del potenziale elettrico del cuore. *** Dammi un parlare buono quanto il silenzio a fiotti dal sonno di un bambino in cui s'inarca il buio nel tentativo di farsi luce di costola, arco sotto cui scorre il nostro stare separati e contigui. *** Credo nel tempo dell'attesa nutrito di digiuni e di astinenza dal certo, del silenzio utile alla fatica perché la dedizione sfidi il fiato e l'ansimare di chi non ha pianure, né parole dentro attraverso cui essere raggiunto. *** Non è che l'ombra del silenzio questa parola che irrompe e sgorga necessaria come tutto il bene che in questo momento è compiuto nel basso della terra e si misura ad altezza d'uomo. *** E' un castigo lo stare sempre a guardare il vuoto, la mancanza in perdita di luce in calo di pienezza. *** Basta additarci, basta l'ingratitudine, l'aspettarci sempre un segno e non saperlo riconoscere, non saperci segno. Dammi allora almeno la capacità di dirlo con parole conosciute, semplici, quotidiane come quando chiedo il pane o un bicchiere d'acqua, ma vanno bene pure parole un po' sbagliate come Damiano quando dice " pesa un chilometro". Dammi allora la capacità di tracciare piano piano, giorno dopo giorno, la mappa del tuo corpo e che sia come quando l'anima viene alla superficie e si distende sulla pelle. Lucianna Argentino da L' ospite indocile
" La legge del dono fatto da amico ad amico, è che l'uno dimentichi presto di aver dato, l'altro ricordi sempre di aver ricevuto " ( Seneca)
(…) L'amicizia è un rapporto che presume autonomia delle due persone, una struttura forte, presente o possibile del loro Io. ...Passione viene da patimento(dal latino cum patior - sopportare con, n.d.r. ) sofferenza: è un amore che si confessa disperatamente bisognoso per sanare sé,ricostituirsi da lontane ferite, rassicurarsi da lontane negazioni, essere garantito nella domanda ultima : ma io conto a sufficienza per qualcuno da essere certo, certa di esistere? Per qualcuno?. Sbaglio: per quell'uno o una da cui solo può venirmi la risposta...quella è passione. Nell'amicizia, questa domanda terribile, demolitoria o risanatrice, non c'è:si è amici quando l'altro, l'altra è assunto e prezioso per quel che è, e non per quel che ci dà o gli domandiamo… Come poteva la donna conoscere l'amicizia? Lei che difficilmente poteva dire di possedere anche se stessa, e prima di sé doveva mettere nella scala dei rapporti il marito, il figlio, il padre? Lei che non era libera di disporre del suo tempo né del suo futuro? E' della passione finire, dell'amicizia durare. E così due amiche sono anche il comporsi di una coscienza di sé finora rimasta oscura o poco detta. (…) Rossana Rossanda da Anche per me
Il sole è solo un intarsio… NON LEGGERTI AL PLURALE Non leggerti al plurale, leggiti all'inverso, slacciati le mani, togliti il cappello. Un'invenzione dell'ombra dò credito al sole. Balla sulla tua ignoranza, serra la mano, il fiore, le astuzie. Sarai altro prima di voltarti. *** SEMPRE UNA TRACCIA Sempre una traccia dentro di me. Il sole è solo un intarsio - pensavo - e con i miei abiti vestivo il mondo, lo portavo a ballare. *** LA VITA MI SFUGGE La vita mi sfugge, non riesco a perforare la parola. L'ombra appassisce i dadi, appena lo scarto di una nascita. Ricordo il segreto dell'oro delle polveri, ma tutto si perde: la morte aggira il sarcofago. *** NELL' ORA Resti per me corona. Ho teso agguato di preghiera per vederti facendo un foro in ogni stella. Nell'ora che mi vorrai chiamare, asséntati. Lascerò cadere la fiamma del dolore per spegnerla sulle mani vuote. Poi, vestimi della tua bianca ombra finchè la cometa spolveri la notte. Eugenio Vitali da La traccia
Nel corso della nostra vita siamo accompagnati da alcune esperienze fondamentali che ci consentono di conoscere cosa siamo noi e cosa sono gli altri. E fra queste esperienze, come non pensare alla tristezza, alla sofferenza, alla felicità, alla solitudine, alla tenerezza, al desiderio di comunione e di comunità di destino, alla speranza, alla malattia, alla morte - anche quella volontaria - e ai modi con cui entrare in comunione con ciascuna di queste esperienze?. Ma cos'è questa parola ambivalente " comunicazione", che entra in gioco in ogni forma di discorso e di vita? " Comunicare" vuol dire " rendere comune " ( dal latino munus = dono ): è dialogo, è relazione. Significa entrare in relazione con la nostra interiorità e con quella degli altri, nella convinzione che "comunicazione" sia sinonimo di cura. Noi entriamo in relazione - allora - in modo tanto più intenso e terapeutico quanta più passione è in noi e quante più emozioni siamo in grado di provare e di vivere. frida
" Riuscirai sempre a trovarmi nelle tue parole: è là che vivrò " ( dal film " Storia di una ladra di libri " ).
(…) Che cos'è questa comunicazione, questa parola che entra in gioco in ogni forma di discorso e in ogni forma di vita, e come tematizzarla nei suoi aspetti essenziali e nelle sue diverse articolazioni semantiche? Come entriamo in comunicazione e come entriamo in relazione con noi stessi e con gli altri, con la nostra interiorità e con quella altrui? Le relazioni umane sono talvolta faticose e talvolta dolorose. Come disse Rainer Maria Rilke :" Ché non si deve solo alla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così indicibilmente monotone e senza novità da caso a caso, ma alla paura di un' esperienza nuova, imprevedibile e per cui non ci si crede maturi. Ma solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica, vivrà la relazione con un altro come qualcosa di vivente e attingerà sino in fondo la sua propria esistenza ". Sono tesi che vorrei svolgere in questo mio lavoro, dicendo qualcosa sulla natura, sulla dimensione dilemmatica, sulla fenomenologia della comunicazione e della relazione che ci pone in un dialogo senza fine con la nostra interiorità, le nostre attese e le nostre speranze, e con quelle che sono negli altri. In psichiatria, non c'è cura se non quando siamo in comunicazione, in relazione: con la tristezza e l'angoscia, l' inquietudine e la disperazione, il dolore del corpo e quello dell' anima, di chi sta male e chiede il nostro aiuto. Ma non c'è comunicazione autentica se non quando abbiamo parole capaci di creare un ponte fra la soggettività di chi parla e quella di chi ascolta; la soggettività di chi cura e quella di chi è curato; e quando ci siano corrispondenze fra il tempo interiore dell'una e quello dell'altra .(…) Eugenio Borgna da Parlarsi ( La comunicazione perduta )
(…) Nella definizione che ne è stata data da Hugo von Hofmannsthal, il grande scrittore austriaco dalla straordinaria sensibilità e dalle grandi intuizioni psicologiche,le parole sono creature viventi ma anche - con una definizione ancora più smagliante - sono prigioni sigillate dal mistero, e ogni volta dovremmo essere capaci di aprire queste prigioni, di togliere loro i sigilli,di farne sgorgare i significati e di scrutarne le cifre tematiche solo apparentemente oscure e inesplicabili. Le parole si modulano, cambiano, si modificano continuamente nelle situazioni in cui ci veniamo a trovare e negli incontri che facciamo nella vita. Le parole non sono mai inerti e mute, ma comunicano sempre qualcosa. Le parole sono impegnative per chi le dice e per chi le ascolta; cambiano di significato nella misura in cui cambiano i nostri stati d'animo e non è facile coglierne fino in fondo le risonanze. Le parole, una volta dette, non ci appartengono più e sono determinanti nell'aprire i cuori alla speranza o nel condurli alla disperazione. Le parole cambiano il loro significato nella misura in cui si accompagnano al linguaggio del corpo vivente, del sorriso e delle lacrime, degli sguardi e dei gesti, e anche al linguaggio del silenzio: sì, anche il silenzio parla e bisogna saperlo ascoltare ed esserne in dialogo senza fine . (…) Eugenio Borgna da Parlarsi ( La comunicazione perduta ta )
Parole adatte alla mattina... messe in abito da sera...
(…)Le parole non sono di questo mondo,sono un mondo a se stante ma sono anche creature viventi, e di questo non sempre siamo consapevoli nelle nostre giornate divorate dalla fretta e dalla distrazione, dalla noncuranza e dall'indifferenza,che ci portano a considerare le parole solo come strumenti, come modi aridi e intercambiabili di comunicare i nostri pensieri. Ma le parole che ci salvano non sono facili da rintracciare e, come diceva Marina Cvetaeva, " faticoso e febbrile è il lavoro necessario a trovare parole che facciano del bene". Ma,come trovare,e come rivivere le parole che salvano e creano relazione? La salvezza non può venire se non dall'ascolto, dall' ascolto del dicibile e da quello dell'indicibile, che ci dovrebbe accompagnare in ogni momento della giornata e in ogni situazione delle vita. La prodigiosa avanzata delle tecnologie consente di giungere alla conoscenza delle malattie - somatiche in particolare - alla diagnosi e alla indicazione delle cure con una rapidità inimmaginabile nel passato; ma questo avviene - o rischia di avvenire senza tener presente la persona malata, le sue risonanze psicologiche e umane al dolore e alla malattia che sono così importanti nell'evoluzione clinica e nella cura. Ma come non ribadire ancora la significazione umana, e in fondo terapeutica,delle parole e dei gesti con cui ci incontriamo con chi sta male? Se le parole non nascono dal cuore, se non sono leggere e profonde, gentili e assorte, fragili e sincere, fanno del male, e fanno del male i gesti che non sanno testimoniare attenzione e partecipazione. ( Come sarebbe bello non dimenticare mai quello che ha scritto Etty Hillesum nel suo bellissimo Diario :" Si dovrebbe parlare delle questioni più gravi e importanti di questa vita solo quando le parole ci vengono semplici e naturali come l'acqua che sgorga da una sorgente" . (…)
Eugenio Borgna da Parlarsi ( La comunicazione perduta )
L'uomo in silenzio è più bello da ascoltare ( proverbio giapponese ).
(…)Sono cose bellissime quelle che Romano Guardini ha scritto sul silenzio: ne vorrei citare alcune che ne fanno riemergere la dimensione interiore. " Solo nel silenzio si attua la conoscenza autentica. Conoscenza non è semplicemente notizia. Anche se questa è senza dubbio buona e indispensabile. Si sa per esempio che una persona è malata e soffre. Ci si preoccupa, si cercano rimedi, o si chiama il medico, e tutto è in ordine. Invece chi mira alla conoscenza si domanda: che cosa è mai questo, il dolore? Che cosa segue a causa del dolore in un'esistenza quando il dolore viene interiormente accettato, vissuto, oppure respinto? E, nel caso di quest'uomo che soffre, come incide il dolore nella sua vita? Sono domande che non trovano risposta finchè se ne parla. O forse una risposta estrinseca, non di certo una intrinseca che comprende e coglie l'essenza. A chi parla sfugge precisamente ciò di cui importa: l'intimo termine di confronto, lo sguardo sull'esistenza che ha davanti, l'intuizione che colga il modo come questa singola e irripetibile esistenza si svolge. Per tutto ciò io devo concentrarmi,devo far silenzio, pormi interiormente dinanzi a ciò che intendo, penetrarlo identificandomi con il suo sentimento. Allora,nei buoni momenti,mi si fa chiaro: in quest' uomo sofferente avviene così e così. Questo solo è conoscenza, alba di verità. Chi non sa tacere, non la sperimenta mai". Ancora una citazione, dello stesso autore, che ci avvicina sempre più al tema della comunicazione, del silenzio che dilata gli orizzonti della comunicazione e della conoscenza della vita interiore. " E ciò che vale della conoscenza vale anche del rapporto umano.Esso consiste in buona parte nel dare agli altri qualcosa di se stessi: una simpatia, un aiuto, una compagnia, fino alle forme di comunione completa. Ma può uno dar via qualcosa di se stesso, se non possiede affatto se stesso? Chi non fa che parlare, non si possiede realmente giacchè scivola via di continuo da se stesso, e ciò che egli dona agli altri non sono che vacue parole". Certo, bisogna difendersi dall'ininterrotto fiume di chiacchiere che sommergono il mondo; ma il chiasso esteriore non è se non una metà delle logomachie delle quali siamo prigionieri. L'altra metà è il chiasso interiore: " Il caos dei pensieri, il groviglio dei desideri, le inquietudini e le angosce dello spirito, il peso delle depressioni, il muro delle ottusità e tutte le altre cose che si ammucchiano nel nostro mondo intimo come detriti sopra una sorgente occlusa". Ma infine : " Quante cose superflue noi diciamo in un giorno, quante cose sciocche! Dobbiamo imparare a capire che il silenzio è bello, che non è un vuoto, ma vita genuina e colma. Di più ancora, bisogna imparare il silenzio interiore, i calmi indugi sulle domande importanti, sui compiti gravi della vita,sui problemi riguardanti una persona che ci sta a cuore. Allora faremo una singolare esperienza: che il nostro mondo interiore è vasto e che in esso si può andare sempre più a fondo ". (…) Eugenio Borgna da Parlarsi ( La comunicazione perduta )
Un tesoro conservato per anni nell'archivio di casa e poi consegnato alla posterità dal figlio Evgenij: sono le lettere di Boris Pasternak alla prima moglie Evgenija Lur'e, la giovane pittrice conosciuta nel 1921, poco prima che i genitori del poeta lasciassero la Russia. La dolcezza dei sentimenti si intreccia alla durezza della politica, formando un amalgama unico in queste pagine che parlano di amore e povertà, vita e poesia. Le tensioni dell'ambiente politico- letterario degli anni Venti, che culmineranno col suicidio di Majakovskij, le limitazioni della libertà artistica e il terrore incombente, mettono a dura prova il matrimonio, fino a spezzarlo nell'estate del 1930. Mai più Pasternak scriverà epistole come queste che, per intensità di sentimenti e spessore umano sono paragonabili forse solo al carteggio tra Cvetaeva e Rilke, il cui scorrere parallelo si avverte sullo sfondo. frida
" Siamo tutti prigionieri del tempo, ostaggi dell'eternità" ( B. Pasternak ) Agosto, Dicembre 1931 (…) Amica mia cara, perdona la mia ultima, breve lettera. Perdona la mia colpa, perdona l'amarezza che ogni giorno ti porta il pensiero di me, perdona il mio delitto. Perdona, trova cioè la forza di riconoscerli in quanto fatti, per vivere e liberarti a poco a poco del loro potere. Trova questa forza, così come la trovavo io per placare e smussare i nostri antichi screzi, così come la trovo oggi per vivere, perché non ho mai vissuto in un modo così strano come in questi ultimi tempi: tutto quanto mi cade dal cielo, facilitando ogni mio movimento. Dovrei benedire la vita come mai prima, eppure non sto facendo nulla e non sono capace di intraprendere niente perché - inutile dire - non potrò mai vincere la tristezza che in me suscitano le tue insormontabili sofferenze. Per amor di Dio, non lo prendere come un rimprovero: tutto quanto mi succede, si compie contro la mia volontà - da sé - non però a causa tua. Sto in pena, perché in pena stai tu, e tu sei parte della mia vita. Oggi, quando mi sono alzato,mi aspettava la tua grande lettera. L' ho letta prima di accendere la stufa, mezzo vestito. Fa un freddo da lupi adesso e noi siamo senza legna. I buoni a nostra disposizione sono ancora più difficili da realizzare che non l' inverno scorso. Teniamo acceso con scaglie di legname prese nei cantieri, ma in casa si gela. E' passata Irina: si sono già trasferiti, non vivono più qui. Le ho dato da leggere la tua lettera e mi sono messo ad accendere la stufa. Quando ho finito, l'ho trovata in lacrime.Come me,è stata colpita da quello che nella tua lettera è così grande e forte: l'altezza della tua ragione morale, la tua verità. Stavamo leggendo e parlando in silenzio totale. Zina dormiva.Stamani si era alzata molto presto e aveva portato i suoi bambini per la prima volta all'asilo e dopo - rientrata - si è rimessa a letto per recuperare il sonno perduto. Non piangere e non affliggerti, Zenjura mia. Parliamo con calma. In primo luogo il carattere enigmatico di quanto è successo non deve spaventarti. Come ipotesi ne avevamo discusso più di una volta e a parole ci stavamo abituando da tempo a quello che è accaduto in realtà. Non devi considerarlo come una punizione. E soprattutto - te l'ho già scritto - non ti separare da me nel tuo tormento: siamo stati colpiti tutti e due. (…) Boris Pasternak da Il soffio della vita ( Corrispondenza con Evugenija 1921- 1931 )
(…)Ricordi quella sera d'inverno quando la possibilità di continuare a vivere insieme divenne così tristemente palese, che la chiara visione di una fine forzata, già vissuta nell' immaginazione e l'idea che avrei fatto in tempo a dire addio a te, vicina e amata, ma non a Zina, follemente amata di quell' amore non domestico, mortalmente subitaneo che può essere messo alla prova proprio nell'attimo dell'addio alla vita e all' universo intero; tutto questo - dunque - bastò perché io scoppiassi a piangere e tutto venisse fuori. Io non mi sono inventato il mio sentimento per Zina. è nato tutto da solo. Non è per vendetta che me ne sono andato nè per dimostrare prima qualcosa e poi tornare. Me ne sono andato in seguito a discussioni e considerazioni che abbiamo portato avanti per anni, in conseguenza di esse e di altre- nuove- più fresche sollecitazioni portate dalla vita. Me ne sono andato spontaneamente e senza che nessuno me lo chiedesse; me ne sono andato via perché -per vivere -era diventato necessario agire. Scrivo queste cose perché tu non pensi di essere stata ingannata. Né tanto meno puoi pensare d'avere tu ingannato qualcuno; d'aver presentato quanto è successo in una luce falsa; di avere - parlando di me - mal rappresentato i miei sentimenti. Non puoi pensare che siano più piccoli e peggiori di quanto tu non abbia detto. Amica cara, citi con grande dolore - come per giustificarti - le parole da me pronunciate in primavera, alla tua partenza, a mo' di addio. Ma se ti astrai dalla loro precisione banale, dal loro significato particolare - continuamente modificato dalla vita che va avanti-cui bisogna sempre adattare la loro sostanza per vederla non solo nell'anima, ma anche nella sua realizzazione, allora nella cosa più importante non ti ho ingannata, e per nostra disgrazia comune - ahimè - non ho ingannato me stesso: a dispetto di tutto quanto dirò in seguito, non posso e non voglio disporre di te in modo duro e arbitrario, come di una moglie divorziata : non posso metterti in disparte e in un certo senso destituirti; non posso immaginarti relegata in qualche posto soltanto per volontà mia, e non anche tua, checché ne dica la ragione ( e adesso anche un nuovo dovere ). E preferisco piuttosto rompere la mia che piegare la tua - di volontà -, tanto vivi sono i tuoi diritti su di me, tanto riconosco il loro potere naturale su di me, e nel mio cuore, il loro posto legittimo. (…) Boris Pasternak da Il posto della vita ( Corrispondenza con Evgenija 1921- 1931 )