Di' loro che mi reggo su una gamba mentre l'altra sogna… A VACANZA DAVVERO FINITA Sarà strano sapere infine che non si poteva andare avanti all'infinito, con quella vocina a ripeterci sempre nulla cambierà, e ricordare anche, perché allora sarà tutto finito, come stavano e cose, e come abbiamo buttato via il tempo, come se non ci fosse nulla da fare, quando, in un lampo il clima cambiò, e l'aria lieve si fece d'una pesantezza insopportabile, il vento straordinariamente taciturno e le nostre città cenere, e sapere pure ciò che non avevamo mai sospettato, che era qualcosa come l'estate al massimo della magnificenza tranne che le notti erano più calde e le nubi parevano rilucere, e perfino allora, perché non saremo molto cambiati, chiederci che ne sarà delle cose, e chi rimarrà a ripetere tutto daccapo, e in qualche modo cercare, ma tuttora incapaci, di sapere cosa davvero sia andato storto del tutto, o come mai stiamo morendo. *** RINUNCIARE A ME STESSO Rinuncio ai miei occhi che sono uova di vetro. Rinuncio alla mia lingua. Rinuncio alla mia bocca che è il sogno perpetuo della mia lingua. Rinuncio alla mia gola che è la custodia della mia voce. Rinuncio al mio cuore che è una mela in fiamme. Rinuncio ai miei polmoni che sono alberi ignari della luna. Rinuncio al mio odore che è quello di una pietra che si muove sotto la pioggia. Rinuncio alle mie mani che sono dieci desideri. Rinuncio alle mie braccia che hanno voluto lasciarmi comunque. Rinuncio alle mie gambe che solo di notte sono amanti. Rinuncio alle mie natiche che sono le lune dell'infanzia. Rinuncio al mio pene che in un sussurro incoraggia le mie cosce. Rinuncio ai miei vestiti che sono mura agitate dal vento e rinuncio al fantasma che le abita. Rinuncio. Rinuncio. E tu non ne avrai neanche un po' perché io sto già ricominciando da zero. *** A QUESTO PUNTO Abbiamo fatto quel che volevamo. Abbiamo cestinato i sogni, privilegiato l'industria pesante l'uno dell'altra, e abbiamo accolto il dolore a braccia aperte e denominato rovina l'abitudine impossibile da spezzare. E adesso eccoci qui. La cena è in tavola ma non riusciamo a mangiare. La carne resta lì nel lago bianco del piatto. Il vino attende. Arrivare a questo punto ha i suoi vantaggi: nulla è promesso, nulla è sottratto. Non abbiamo cuore né grazia salvifica, non un posto dove andare, non un motivo per restare. *** RESPIRO Quando li vedi di' loro che io ci sono ancora, che mi reggo su una gamba mentre l'altra sogna, che solo così si può fare, che le bugie che dico a loro sono diverse da quelle che dico a me stesso, che con lo stare sia qui che oltre mi sto facendo orizzonte, che come il sole si leva e cala io so qual è il mio posto, che è il respiro a salvarmi, che persino le sillabe forzate del declino sono respiro, che se il corpo è bara è anche madia di respiro, che il respiro è uno specchio offuscato da parole, che solo il respiro sopravvive al grido di aiuto quando penetra l'orecchio dell'estraneo e permane ben oltre la scomparsa della parola, che il respiro è di nuovo all'inizio, che da esso si stacca ogni resistenza, come il significato si stacca dalla vita, o il buio si stacca dalla luce, che il respiro è ciò che dò a loro quando mando saluti affettuosi. Mark Strand da Il futuro non è più quello di una volta
GUARDIANA Il sole che cala. I prati in fiamme. Il giorno perso. La luce persa. Perché amo quel che svanisce? Tu che te ne sei andata, che te ne andavi, che stanze di tenebra abiti? Guardiana della mia morte, preserva la mia assenza. Sono vivo. *** VECCHIO SVEGLIO NELLA PROPRIA MORTE Questo è il posto promessomi nell'addormentarmi, sottrattomi al risveglio. Questo è il posto che non conosce nessuno, dove i nomi di navi e stelle ci sfuggono via alla deriva. Le montagne non sono più montagne; il sole non è il sole. Si è inclinati a dimenticare; mi vedo, vedo la tenebra risplendermi sulla fronte. Un tempo ero compiuto, un tempo ero giovane. Come se adesso importasse e tu potessi sentirmi e le intemperie qui potessero mai cessare. *** LA NOTTE, LA VERANDA Fissare il nulla è imparare a memoria quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi al vento è sentire l'inafferrabile luogo che si fa vicino. Le piante possono ondeggiare o stare ferme. Il giorno o la notte possono essere quello che vogliono. Quello che desideriamo, più che una stagione o un clima, è la consolazione di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il nocciolo della questione, ed è il motivo per cui anche adesso sembriamo aspettare qualcosa la cui apparizione sarebbe il suo svanire- il rumore, ad esempio, di qualche foglia che cade, o di una foglia sola, o meno. Non c'è fine a quanto possiamo imparare. Il libro là fuori non dice di più, e non è stato affatto scritto con in mente noi. *** IL CLUB DI MEZZANOTTE Gli uomini di grande talento ci dicono da anni che vogliono essere amati per quello che sono, che essi, qualsiasi pienezza sia la loro, nel crepuscolo sono deperibili, proprio come noi. Così lavorano tutta la notte in stanze fredde e intessute di luce lunare; a volte, di giorno, si appoggiano alle loro auto e fissano la valle infuocata, vitrea e dorata, ma perlopiù stanno seduti, chini al buio, piedi sul pavimento, mani sul tavolo, camicie con una macchia di sangue sul cuore. Mark Strand da Il futuro non è più quello di una volta
L' IMPOSSIBILE SILENZIO DELLA COMUNICAZIONE (…) Il solo silenzio che la comunicazione conosca è quello del guasto, della défaillance della macchina, dell'arresto di trasmissione. E' cessazione della tecnicità più che emergenza di un'interiorità.Il silenzio diviene allora reperto archeologico, residuo non ancora assimilato. Anacronistico nella sua manifestazione, produce malessere e un immediato tentativo di arginamento, quasi fosse un intruso. Evidenzia gli sforzi ancora da compiere affinché l'uomo possa finalmente accedere allo stadio glorioso di " homo communicans ". Al tempo stesso, però il silenzio risuona come una nostalgia, fa appello al desiderio di un ascolto senza fretta del fruscìo del mondo. L'ubriacatura di parole rende invidiabile il riposo, il godimento di pensare - infine-a ciò che è accaduto e di parlarne concedendosi il tempo necessario nel ritmo di una conversazione che procede a passo tranquillo sostando - alla fine - nello sguardo dell'altro. E il desiderio, da rimosso che era, acquista allora un valore infinito. Alle volte, grande è la tentazione di opporre alla " comunicazione" profusa della modernità, indifferente al messaggio,la " catarsi del silenzio " ( Kierkegaard ), nell'attesa che sia pienamente restaurato il valore della parola. L'imperativo di comunicare, nel senso moderno del termine, è un atto di accusa nei confronti del silenzio, l'eliminazione di qualsiasi forma di interiorità. Non concede tempo alla riflessione perché pervaso da un'esigenza di reattività.Bisogna restare connessi, eternamente disponibili, in stato di allerta. Se il pensiero esige pazienza e riflessione, la comunicazione- invece - è sempre caratterizzata da velocità e utilitarismo. Trasforma l'individuo in interfaccia oppure lo priva degli attributi che non corrispondono - nell'immediato - alle sue esigenze. Nella comunicazione non c'è più posto per il silenzio: vige un obbligo di parola, di replica e di confessione, perché la comunicazione viene proposta come risoluzione di tutte le difficoltà personali o sociali. In questo contesto, l'unica pecca è comunicare "male"o, più riprovevole ancora, rimanere in silenzio. L'ideologia della comunicazione assimila il silenzio al vuoto, alla rovina, non riconoscendo che, talvolta, proprio la parola è la lacuna del silenzio. Più che il rumore, è il silenzio il nemico giurato dell' " homo communicans ", sua terra di missione.Presuppone infatti un'interiorità, una meditazione, un distanziamento dalla turbolenza delle cose, un'ontologia che non ha il tempo di apparire, se non le si riserva attenzione. La parola che la moltitudine dei mezzi di comunicazione finge di liberare, diviene insignificante perché rimane sommersa nella profusione locutoria. Alla fine regna soltanto la malinconia del comunicante, sempre costretto a ripetere un messaggio inefficace nella speranza che susciti- prima o poi - qualche risonanza. Più la comunicazione si estende, più ingenera l'aspirazione a tacere - almeno per un istante - per poter sentire il fremito delle cose. La saturazione della parola produce la fascinazione del silenzio o, quanto meno, induce una prima presa di distanza da una comunicazione soverchiante e onnipervasiva. (…) David Le Breton da Sul silenzio ( Fuggire dal rumore del mondo )
IL SILENZIO CI CHIAMA (…) In un contesto in cui il rumore non molla mai la presa sull' umanità contemporanea in cui le parole si svuotano di significato, si acuiscono la nostalgia del silenzio e l'aspirazione a ritrovarlo. Sono sempre più numerose le persone che privilegiano i soggiorni di meditazione o i ritiri nei monasteri. I centri termali o di talassoterapia propongono soggiorni di tranquillità e rilassamento che non vanno mai deserti. L'immenso successo del camminare corrisponde - per molti - a una forma di riscoperta del silenzio. Benché possa apparire anacronistico in un mondo, come quello contemporaneo *, in cui sembrano imperano la velocità, l'utilità,il rendimento e l'efficacia, il camminare è un atto di resistenza civica che privilegia la lentezza, la disponibilità, la conversazione, la curiosità l'amicizia, la gratuità, la generosità, valori che si oppongono risolutamente alla sensibilità neoliberale che condiziona ormai le nostre vite. Si tratta soprattutto di una ricerca di interiorità, di pacificazione. Camminare è un modo gioioso di mettere una distanza tra sé e il rumore per immergersi di nuovo nel mare del silenzio offerto da una foresta, un sentiero, un deserto In un mondo in cui il silenzio è in via di estinzione, cacciato da ogni luogo, il camminatore è un collezionista di momenti eccezionali nella loro aurea di silenzio, impegnato in un'opera di salvaguardia: sperimenta un momento di sospensione del tempo, nel quale recupera un senso e una forza interiore, prima di tornare alla confusione del mondo e alle preoccupazioni del quotidiano. La punteggiatura del silenzio, gustata in momenti diversi dell' esistenza, appare un atto ricostitutivo, un necessario tempo di riposo prima di ritrovare il rumore - inteso in senso proprio e figurato - dell'immersione nella civilizzazione urbana. Il silenzio libera dal peso di dover essere sempre disponibili e sul chi-va-là, fornendo un'intensa sensazione di essere al mondo. Segna un momento di alleggerimento che autorizza a fare il punto, a ritrovare la propria dimensione, un'unità interiore, a osare il passo di una decisione difficile. Elimina le preoccupazioni rendendoci nuovamente disponibili, sgombra il campo all'interno del quale l'individuo si dibatte. Chi cammina riposiziona il silenzio al centro della propria esistenza. (…) David Le Breton da Sul silenzio ( Fuggire dal rumore del mondo ) * Questo libro del sociologo e antropologo francese Le Breton ha visto la luce nel 1997 e, benché siano passati solo poco più di due decenni dalla sua pubblicazione, e il suo autore sia tuttora in vita ( nato nel 1953 ), risulta già obsoleto, sorpassato, superato. L'autore infatti parla di un silenzio " in via di estinzione", ma ormai noi potremmo senza ombra di dubbio affermare che tale pratica si è completamente estinta, sia a livello individuale che in quello collettivo- sociale. E direi in ogni parte del mondo ( con le debite distinzioni fra le diverse società ). Pare infatti che il virus abbia invaso l'organismo intero , e il tanto auspicato silenzio sopravviva solo ( come scelta elitaria ) fra ristrette frange della popolazione mondiale per motivi legati prevalentemente a qualche credo religioso . Anche quella che potremmo definire ( in questo brano ) " elogio" del camminare, non è più la stessa cosa di vent'anni fa, che avveniva in modo solitario e predisponeva sì al silenzio e alla riflessione. Se oggi diamo un'occhiata alle sempre meno numerose persone che si dedicano a questa pratica ( vanno molto più di moda le palestre o i " Centri benessere ", ci accorgiamo che le persone sono magari sì da sole - ma solo formalmente - perché in realtà sono tutte " collegate " , vuoi all'ascolto di musica che ad altri strumenti elettronici. Che dire? " O tempora , o mores! " come i nostro bravo Cicerone? E' cosa nota che ogni Tempo storico abbia le proprie caratteristiche ( nel privato poi ognuno può fare le scelte che crede).Trovo tuttavia che riportare brani come questo inviti non solo ad una sociologica riflessione, ma ad un pensiero sul personale uso di uno " strumento" -tale il silenzio- che , per la sua valenza non può e non deve andare soggetto alle mode. frida
UN POETA AL CROCEVIA (…) " Sono nato al di qua di questi fogli" Questo endecasillabo perfetto,senza orpelli letterari, è l'inizio della poesia Ombre e al tempo stesso del mio amore per Pierluigi Cappello.L'ho conosciuto come si conoscono i poeti, prima di tutto e soprattutto sui loro fogli. Solo dopo ci siamo incontrati per l'occasione di un lavoro insieme e siamo diventati amici. Aver parlato a lungo e minuziosamente con lui di alcuni episodi della sua vita, mi ha fatto diventare un po' esperta della sua poesia,per questo sono qui.Anzi -più modestamente- esperta della sua biografia, tanto da riconoscere nei versi tanti echi personali. Naturalmente, quando si legge, non è necessario conoscere l'autore, ma può essere il punto di partenza per scriverne, se non si è un colonello delle armate che distribuiscono medaglie, un critico letterario, bensì un soldato semplice: il lettore. Non sento in Pierluigi Cappello quella navigata perizia che mi infastidisce, lo sfogo di un miracolo linguistico, ma la bravura sì, la capacità artigianale sì, la conoscenza approfondita della storia della poesia sì. Conditio sine qua non certo, ma mai sufficiente. E' tutto il resto che incanta.Le sue parole non sono dirette solo a chi sta leggendo; la voce tenta di stringere una relazione spietata con il proprio Io, l' Io narrante. James Hillman esortava ogni forma di narrazione- non solo psicanalitica - a spiantare gli occhi da se stessa e portarli alla finestra. Questa esortazione così importante da seguire, riportata alla poesia di Pierluigi Cappello, ha poco senso. Il suo Io è la finestra stessa. Coincidono. Dai suoi versi ci affacciamo per vedere un mondo popolato da un quarto stato che emerge dalle gole delle montagne friulane in un commovente e goffo cammino fiducioso verso il futuro. Persone evocate ad una ad una mentre cantano, sarchiano, rompono cadono, bussano, ridono, ma di cui il poeta non ha nessuna paternalistica pietà , " perché ho soltanto i miei occhi nei vostri e l'allegria dei vinti e una tristezza grande ". Tutto è sconquassato nelle sue poesie, tutto si è rotto e ha bisogno di essere ricostruito.Eppure mai un lamento, mai un vittimismo, nemmeno sulle macerie sociali o civili o reali come il terremoto del suo Friuli quando era bambino. Sembra che la vita apparecchi spettacoli meravigliosi o cruenti proprio per i suoi occhi, perché lui - lì fermo - li possa narrare. Le pagine sprizzano una fortissima tensione etica: è esattamente il nostro paese che emerge, nello stupro che gli è stato compiuto.Ma nemmeno per un momento si sente una protesta ideologica, o una didascalia,o una nostalgia passatista E' tutto poesia, eppure è tutto racconto. " Con l'allegria dei vinti " (…) Francesca Archibugi ( Prefazione a ) Azzurro elementare
E' qui che sei approdato adesso… LA MISURA DELL'ERBA Attieniti alla misura dell'erba di questo prato che è largo quanto si stende di verde è qui che sei approdato, adesso; ti sei svegliato hai inforcato gli occhiali hai calzato le scarpe hai camminato, perfino: per questo è plausibile che ogni soffio di brezza sia un bacio di Armida che il prato sorrida com'è scritto nei libri. *** Quando si è scarsi di ragione e senno capita che si scambino fischi per fiaschi - fa' che capiti - nei sereni di maggio di' pure un usignolo più un usignolo sommato a un altro usignolo è una manciata di spiccioli d'oro gettata nell'aria chissà da chi chissà per chi magari fra i tanti per te quando sei solo. *** Qui è appena grandinato considera la porzione di cielo rotta a nord dal culmine della villa di fronte anche noi siamo abitati dal fulmine noi stessi cielo se l'intercedere di una metafora fa di noi più cielo altro l'andare nostro al nostro andare. *** Assaggia dalle mie dita un po' di quest'acqua di questa che ha ancora sapore di nuvola che tornerà nuvola c'è come una desinenza concorde un muto cospirare di cerchi in questo alfabeto e così anche tu tornerai come passi adesso che passo senza toccarti è la medesima semplicità del sasso pronta a risolversi in polvere è la medesima semplicità del silenzio il silenzio, soltanto, perfetto. *** Piangere non è un sussulto di scapole e adesso che ho pianto non ho parole migliori di queste per dire che ho pianto le parole più belle le parole più pure non sono lo zampettìo delle sillabe sull'inverno frusciante dei fogli stanno così come stanno è fuoco né cenere fra l'ultima parola detta e la prima nuova da dire è lì che abitiamo. *** La parte soleggiata di noi stessi non somiglia a questo prato d' agosto che vedi somiglia piuttosto a una pietra che il tempo abbia sepolta nel fondo profondo di noi oppure sta come un'isola e noi siamo sponda ma sempre al di qua di quell'isola dove io si dice per dire - per essere - noi. *** Se essermi è un carcere è in questo carcere che sono libero se qui sono libero non fuggirmi adesso che ti avvicini ma liberami, piuttosto, perché io non ti vedo. Pierluigi Cappello da Azzurro elementare ( Poesie 1992 - 2010 )
Domani sarà tardi e saremo felici I VOSTRI NOMI MANDATE A DIRE ALL' IMPERATORE Così come oggi tanti anni fa mandate a dire all'imperatore che tutti i pozzi si sono seccati e brilla il sasso lasciato dall'acqua orientate le vostre prore dentro l'arsura perchè qui c'è da camminare nel buio della parola l'orlo di lino contro gli stinchi e, tenuti appena da un battito, il sole contro, il rosso sotto le palpebre premerete sentieri vastissimi vasti da non avere direzione e accorderete la vostra durezza alla durezza dello scorpione alla ruminazione del cammello alla fibra di ogni radice liscia, la stella liscia, del vostro sguardo staccato dall'occhio, palpiterà né zenit né nadir in nessun luogo, mai. *** IN QUALE BOSCO Il cielo era verde di freddo tra gli aghi dei pini e qui non c'è nessuno l'umido salito dalla neve si intrama nell'odore dei vestiti bagnati hai stretto per sempre il manico dell'ascia all'altezza dell'intaglio, tre asterischi, le iniziali e una data e la dignità delle tue mani si è svenata in dolcezza adesso, tra la polvere e il dominio, dove hai incontrato te stesso in chissà quale bosco dei miei occhi quando ti sei voltato e mi hai detto, dio, quanto sole così lontano, diverso, quanto ad uno ad uno i giorni stringono il cuore e separano. *** TRAMANDARE L'aria è quella umida di marzo quando piove penso al significato della parola tramandare mentre sto qui, in questa luce piatta del mattino e immagino come potrebbe essere ma non mi viene in mente niente niente che somigli alla caligine sotto i denti dopo che tutto brucia e la luce degli incendi fa luminose le spalle di Enea, Anchise salvato dai crolli. " Il carapace è la casetta delle tartarughe, è liscia a toccarla e fatta d'osso, e forse un giorno la toccherai, ma adesso metti un po' di azzurro sul foglio e dentro il cielo fai tanti piccoli segni a forma di vu: quelle sono le rondini che in primavera volano lontane e veloci e quando si abbassano si sa che dopo piove, diceva mio padre ". Qualche volta si sta fermi per andare più in alto e più lontano qualche volta si sta fermi per rimanere fermi domani e qui, domani ci aspetta un passato pieno di gloria domani sarà tardi e saremo felici. *** LA NEVE CHE SEI STATO Chiusaforte è le tue mani rovinate, le sue case in fila lungo una strada che conduce al nord e le pietre e gli azzurri, sottilissimi dopo che è nevicato. Chiusaforte è tutti i ritorni che mi allontanano mentre nevica il tempo sulla neve che sei stato sui passi contati e poi coperti dal bianco e c'è un piangere nascosto nel celeste nelle pigne ai piedi degli abeti nel silenzio che sgretola gli animi e qualche volta ci spinge in alto, in alto dove ci sono parole che erano sassi dette di punto in bianco, nel freddo lasciate alla confidenza delle nuvole; ho fatto un buon tratto di strada, ormai, e sono stato tuo figlio e sono stato tuo padre e conosco i gesti che non si spezzano davanti al dolore l'incandescenza dell'istante che li ha generati la tua mano sulla mia fronte il palmo della mia sul dorso della tua che non so come, non so dove mi portano ancora con te. Pierluigi Cappello da Mandate a dire all'imperatore
DEDICHE A CHI SA Tra il mio sguardo e il tuo lo stupore del mio caduto sulle ginocchia per vedere come stanno le nuvole e come le nuvole cambiano quando stiamo davvero. *** UNA ROSA Che cos'è quella rosa sul tavolo ferma nella sua freschezza come un lago alpino alta nel suo silenzio più del fragore dei quotidiani affastellati lì accanto più del disordine dei notiziari, la concitazione delle chiavi di casa. Che cos'è questa parola verdeggiante d'amore se non il suolo dove lasciarsi cadere la penombra di un bosco da attraversare e la mano che si apre e prende la mia e mi conduce a me. *** NEL NOME Io, riconosciuto nudo, risalito lungo le cicatrici della conoscenza della tua bocca, ti schiudo alla mia come un'alba, un riparo nel respiro della forza deposta; ogni giorno aggiungo una morte alla mia vita e ogni giorno il tuo nome ha più significato duttile sulla mia lingua e l'ombra versata la sera sulla soglia il minuto posato nell'attesa ci libera dalla morte ereditata; era aprile e pensavo di essere più piccolo del firmamento, che non sei tu, non sono io lo splendore di un sentiero tracciato dentro il mio nome e il tuo. *** MI SPECCHIO Con te prendo la sinistra per destra e la carezza - dio- com'è leggera, come l'estro dei cirri di stasera o il verso di un arcade alla finestra. *** APPUNTO Dal desiderio di pensarti mia sei rimasta tu, mentre entri e ti siedi. La luce ti viene alle spalle dalla porta socchiusa, il pruno lascia il suo bianco al mattino. Così intonati, il bianco e il pruno fermi nel sole, noi. In questa maniera gli alberi parlano al cielo l'ombra degli alberi cresce lungo le iridi verde più cielo in questo modo di stare, precipitati. *** DA LONTANO Qualche volta , piano piano, quando la notte si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio e non c'è più posto per le parole e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno come una perla intorno al singolo grano di sabbia, una lettera alla volta pronunciamo un nome amato per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato. *** UN GIORNO Il tempo si è diviso grano a grano a passi lunghi si è inoltrato nello sguardo le cose rimangono cose nel giorno senza nome il bicchiere sul tavolo, la bottiglia la luce giallina delle sei che ne illumina la cima stanno lì, tra la mia voce e me come in pensiero non detto. La vista non è più quella e sono solo. *** QUALCOSA NEL BUIO L'altra notte ho messo la faccia nel buio non c'era che la mia faccia non c'era niente non si muoveva un solo rumore né una sola evidenza animava al soprassalto, neanche il sospetto di un'assenza concentrata in ombra c'era solo la pressione del nero sugli occhi con quella della nuca sul cuscino e tutto attorno, qualcosa tutto attorno conteneva quell'oscurità e me. Pierluigi Cappello da Mandate a dire all'imperatore
Intransigente e severa critica di se stessa, Catherine Pozzi visse con l'anima aperta sul mondo, trasponendo in versi dal temperamento mistico la sua intensa fame di assoluto e il suo non meno sconcertante desiderio di calarsi nel regno tumultuoso della notte oscura. " Quello che non può diventare notte o fiamma", confessava la poeta, musa e amante tradita di Paul Valéry, " lo si deve mettere a tacere." Catherine appartiene dunque a quei poeti che credono a una scrittura " ispirata", di una visionarietà e di un'esperienza spinta al di là delle cose. Al tempo stesso, ai margini di quella scrittura, la Pozzi sa affrontare - con tutte le conseguenze e le sofferenze del caso - la sfida o, per meglio dire, la necessità del silenzio. Anche per questa ragione - in vita - la nostra autrice acconsentì a pubblicare una sola poesia " Ave ", divenendo presto un'enigmatica e conturbante " autrice postuma", capace di una musicalità spiazzante, che sembra provenire da un indefinito altrove. La musicalità della sua poesia " assomiglia a un labirinto che si stende mano a mano che si circola e si odono più voci. E' un corpo di viaggi. Racchiude e scopre a chi lo ripete fra sé, una proliferazione di analogie segrete, di voci insospettate, di riavvicinamenti o separazioni, di sorprese e aperture " ( Michael de Certau -gesuita, linguista, antropologo e storico francese - i cui interessi, nonché le competenze spaziavano dalla filosofia alla psicanalisi e alle scienze sociali ). ( f )
Altissimo amore, se mai accadesse che io muoia senza aver saputo dove vi possedevo in quale sole stava la vostra dimora in quale passato il vostro tempo, in quale ora io vi amavo. Altissimo amore che fuggite la memoria fuoco senza focolare di cui ho fatto tutta la mia luce, in quale destino tracciate la mia storia, in quale sonno si vedeva la vostra gloria. o mia dimora… Quando sarò per me stessa perduta e divisa nell'abisso infinito infinitamente, quando sarò sconfitta quando il presente di cui sono rivestita avrà tradito, per l'universo in mille corpi frantumata di innumerevoli istanti non ancora riuniti di cenere setacciata nei cieli fino al nulla rifarete per una strana stagione un solo tesoro; rifarete il mio nome e la mia immagine con mille corpi portati alla luce viva unità senza nome e volto cuore dello spirito, oh centro del miraggio altissimo amore. *** NOVA In un mondo del futuro dove la mia vita mi appartiene che non si è formata nel cielo odierno, nel nuovissimo spazio dove il volere devia, nell'atto nuovissimo dell'astro che fuggo tu vivrai, mio splendore mia sventura, mia salvazione, mio cuore estremo costituito col sangue che io sono, mio soffio, mio tocco, mio sguardo, mio desiderio, mio più terrestre bene perduto nell'infinito. Evita l'avvenire, Immagine inseguita! Sono morta di voi, oh miei amatissimi non essere disfati, dissipati, scindi denuncia il desiderio che non ho scelto. Non adempiere al mio giorno, anima della mia follia - abbandona il destino che non ho adempiuto. *** SONETTO MORALE SULLE RIME DI UN POEMA DEL MIO AMANTE IMPOSSIBILE Amo le rose che muoiono I capricci insoddisfatti Il lungo rimpianto che rimane In fondo ai rifiuti snervanti. Amo anche le promesse tardive Di paradisi vertiginosi Che ( sollevando la sua mano ardente ) Irrigidiscono il signore nervoso. Ma la mia anima bella rovesciata Sull'alma saggezza iridata Che gli dei immortali m'hanno fatto Assaporare la castità appassionata Cara avventura passeggera indolente E ride dei vostri sessi disfatti. *** SE VUOI Se vuoi ce ne andremo insieme noi due verso il vecchio fico avrà frutti neri che tremano sotto il vento che arriva da Orvilles. Tu andrai l'anima rovesciata sulla tua vita e io ti seguirò. Il cielo basso tratterrà i nostri pensieri con la feccia di una segreta sventura.
Prenderai dall'albero uno dei suoi frutti e d'un tratto lo farai sanguinare e la tua mano morta come marmo getterà il dono del fico. Il vento verde pieno del frusciare dei faggi spalancherà la gabbia del cielo io griderò come un cane senza padrone tu fuggirai in pieno sole. *** NON AVENDO ASSOLUTAMENTE PIU' ALCUNA SPERANZA Non avendo assolutamente più alcuna speranza non contando neppure sull'intelligenza, capendo che la gloria è per chi è felice; impossibilitata a vivere di questo corpo folgorato, essendo morti gli amici, essendo la scienza utile per chi è vivo; oggetto di stupore per quelli che passano, scandalo per quelli che si accontentano, seduta senza quasi respirare, ella lavora, una rosa nel cuore. Catherine Pozzi da Il mio inferno
" Per ogni minuto che passiamo in preda alla rabbia, perdiamo sessanta secondi felici" ( W. S. Maugham )
AGGRESSIONE E RABBIA (…) Aggressione deriva dalla parola latina aggredior. Innanzitutto essa ha un pacifico risvolto intenzionale di avvicinamento, e significa semplicemente" recarsi in un luogo, accostarsi a qualcuno, cominciare, intraprendere qualcosa". C'è in questa catena di significati un'intensificazione; nella parola è presente una pressione che va aumentando sempre più.Il temine diventa sempre più ostile, assumendo il significato di aggredire, sopraffare, distruggere con intento malevolo. E' in questo contesto - allora - che si deve parlare di distruzione. Ma non si può indicare semplicemente come distruttiva l' intenzionalità di un avvicinarsi pieno di determinazione; si può ben invece definire come tale la distruzione operata con propositi ostili. E' molto importante nell'aggressione il ruolo giocato dall' intenzionalità: abbiamo uno scopo, vogliamo provocare qualcosa; ma qualche altra cosa si contrappone a questa nostra volontà e noi ci arrabbiamo, diventiamo furiosi. Può darsi allora che traduciamo questo affetto in comportamenti ostili.A seconda del temperamento ci arrabbiamo tanto o poco, oppure per nulla. I nostri attacchi di collera hanno una precisa tipicità, che varia da persona a persona. Ciascuno di noi probabilmente può dire di se stesso se cova un attacco di collera per settimane, se lo scarica lentamente o velocemente nel luogo giusto o in quello sbagliato,oppure se è una persona che esplode e poi dieci minuti dopo non capisce più come abbia potuto perdere la calma. Nelle sue varie manifestazioni, la rabbia - di volta in volta - rivela una tipicità individuale. Nella gestione della rabbia è possibile distinguere diverse tipologie di reazione, vale a dire che le persone la sentono in maniera differente, e altrettanto differentemente la controllano, ne sono succubi o la respingono. (…) Verena Kast da Abbandonare il ruolo di vittima