mercoledì 20 marzo 2019

ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 2



LA VITTIMA

(…) Chi rientra nella tipologia della vittima, è uno che evita il
       conflitto. E' un individuo che preferisce tirarsi indietro. E' uno
       che dice sempre " si" anche senza essere necessariamente
       d'accordo. Se qualcuno lo spintona, è lui a chiedere scusa,
       rimproverandosi di occupare troppo spazio in questo mondo.
       Questa persona dice di se stessa :" Sono io che non vado bene;
       tu invece sei a posto". Ma di solito è possibile trovare in queste
       persone anche un'inconscia tendenza opposta. E allora questa
       frase diventa :" Solo io sono a posto; tu invece no".
       Naturalmente nella maggior parte dei casi non ammettono di
       avere questo atteggiamento nemmeno con se stessi. Questi
       individui ingoiano la propria rabbia. Usano frasi come : " Mi
       rendi infelice". Non dicono mai : " Mi rendi furioso", oppure
      " Mi sto arrabbiando". Provano dei sensi di colpa e tendono ad
       autocommiserarsi, ma con facilità sono anche capaci di
       colpevolizzare gli altri. Avvelenano l'atmosfera con accuse che
       solo vagamente sono comprensibili, ma che non sono espresse
       esplicitamente. Sembra che non si arrabbino mai, non
       manifestano la loro collera, la soffocano e per questo sono
       pieni di rimproveri e di autocommiserazione. Evidentemente
       hanno una grandissima paura. Hanno anche il timore di
       tradurre in realtà le loro fantasie aggressive. Sono individui
      che nella loro infanzia sono stati molto condizionati da persone
      autoritarie, che sono stati investiti da sensi di colpa, e che
     hanno imparato precocemente che gli altri erano più importanti
     di loro. Nella costante necessità di adattarsi a sé e ai propri
     simili, l'adattamento agli altri occupa il posto centrale.
     Nella sua forma più pura, questa tipologia si incontra piuttosto
     di rado, perché nella maggior parte dei casi la maggior parte
     delle persone sono dei tipi misti.  (…)


             Verena  Kast   da     Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 3



L' AGGRESSORE

(…) Chi rientra nella tipologia dell'aggressore viene visto come un
       bastian contrario. Di se stesso dice: " Ho ragione io, non tu".
       Esiste anche qui un'inconscia controtendenza: " Sono gli altri
       ad aver ragione, non io, ma farò il possibile perché nessuno se
       ne accorga". Questo si rileva con particolare evidenza negli
       individui che montano immediatamente in collera di fronte ad
       una manifestazione di rabbia, e che subito si lanciano in gravi
       minacce. Al primo accenno di azione ostile, un individuo del
       genere si pone in un atteggiamento di imponente grandezza,
       persino quando fisicamente non è particolarmente robusto, e
       a sua volta aggredisce. In questo contesto sto usando
       intenzionalmente i pronomi al maschile, poichè in questa
       tipologia non si trovano così spesso delle donne. Un uomo così
       si inalbera immediatamente e minaccia. Se gli si fa un
       rimprovero, all'istante ce ne rovescia addosso altri dieci. E' il
       tipo collera- minaccia. Lo si definisce anche " tipo dalla furia
       collerica",oppure si parla di una collera esplosiva. Qui la
       rabbia è una difesa dalla paura, dal dolore, dalla vergogna e
       dallo stato di impotenza.E' possibile fare una distinzione fra
       una rabbia fredda e una calda. Chi fa immediatamente delle
       minacce e aggredisce, di solito ha una collera infuocata. La
       rabbia fredda- invece - si manifesta con l'ironia, il cinismo e
       il sarcasmo. Come nella tipologia della vittima, l'aggressore
       può essere stato molto condizionato nel periodo dell'infanzia
       da persone estremamente autoritarie. Questi individui, però, si
       identificano con l'aggressore, non con la vittima. Risolvono il
       conflitto tra adattamento a se stessi e adattamento ai propri
       simili, facendo di se stessi il centro di ogni cosa.
      Esistono anche individui che a volte fanno parte della tipologia
      delle vittime, a volte di quella degli aggressori.  (…)



                    Verena  Kast    da     Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 4


LA POSIZIONE INTERMEDIA

(…) Esiste, poi, una posizione intermedia che potrebbe dirsi l'
       ideale.Si tratta di un individuo in grado di dire: " Io sono a
       posto e anche tu sei a posto". Coloro che vivono con questo
       atteggiamento per lo più hanno sperimentato nella loro vita un
       certo senso di protezione. Hanno provato un sufficiente
       interesse nei loro confronti. E' stata data loro la sensazione di
       essere persone valide e che anche attorno a loro le cose
       andavano abbastanza bene, o che potevano essere rimesse a
     posto.Se l'individuo che appartiene a questa tipologia si dovesse
      arrabbiare, manifesterebbe un alto livello di tolleranza alla
      frustrazione, avrebbe poca diffidenza ed una buona tolleranza
      alla rabbia. Avere tolleranza alla rabbia vuol dire essere in
      grado di percepire la propria collera e non essere costretti a
      tradurla immediatamente in un'azione ostile. Tolleranza alla
      rabbia - dunque - non vuol dire che si è capaci di reprimere
      bene la collera, bensì che si riesce ad accettarla, che all'
      occasione ci si può anche infuriare.
      Le persone " ben educate" ,quelle che rispettano tante regole,
      non riescono ad accettare la propria rabbia trasformandosi
      così nel tipo- vittima. In questo contesto esistono anche
      aspetti specifici maschili e femminili. Sotto il profilo dell'
      immagine legata al ruolo, agli uomini è permesso arrabbiarsi
      più delle donne. Nella manifestazione dell'ostilità accade la
      stessa cosa. Anche se oggi la violenza dei maschi non è più una
      manifestazione di particolare virilità, sarebbe meglio se le
      donne venissero meno orientate socialmente verso il tipo-
      vittima e gli uomini meno verso il tipo- aggressore.
      Naturalmente la posizione ideale è in fondo qualcosa che non
      esiste affatto. Di solito oscilliamo tra la tipologia della vittima
      e quella dell'aggressore e, finchè abbiamo entrambe le
      possibilità, corriamo meno il rischio di diventare
      uniteralmente vittime o aggressori. (…)

 
                 Verena Kast   da    Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 5


L' AGGRESSIONE PASSIVA

(…) Esiste una terza tipologia di rabbia: è la cosiddetta 
      " aggressione passiva".Gli individui che appartengono a questa
      tipologia non hanno un comportamento attivamente aggressivo,
      ma sono aggressivi per le ripercussioni che hanno sugli altri,
      cioè fanno in modo che siano i loro simili ad essere aggressivi
      e così - in ultima analisi - delegano l'aggressività.
      Se a qualcuno che sta parlando con me, dico." Non parlo più
      con lei", allora pongo un netto confine. Con molta probabilità
      tale definizione dei confini verrà vissuta come aggressiva. Ma
      se qualcuno parla con me, e io- semplicemente - non do alcuna
      risposta, allora non compio nessuna azione aggressiva, ma ciò
      ha un effetto estremamente aggressivo. Si può portare la gente
      all'esasperazione, dicendo di continuo: " Non capisco". Ha un
      effetto aggressivo sull'altro, perché in fondo si parla la stessa
      lingua e si cerca di spiegare dando sempre nuove versioni.
      L'interlocutore semplicemente non capisce e la " non
      comprensione" appare come un malinteso. La persona che non
      capisce dichiara inoltre di essere molto dispiaciuta, ma che non
      può farci nulla, e che è confusa. In questo modo fa  appello
      alla compassione, ma in effetti è aggressiva.
      Analoghe reazioni vengono suscitate dalle persone che
      dimenticano molte cose. Esse non si ribellano ad un incarico
      che non gradiscono, bensì semplicemente non lo eseguono, lo
      dimenticano. Giurano - contrite - di rimediare, e di nuovo
      dimenticano. Non entrano in conflitto, non danno a vedere che
      si è oltrepassato il confine della loro solidarietà, non dicono
      nulla, e dimenticano. E di nuovo si fa appello all'indulgenza:
      che ci si può fare se uno è così smemorato? Così la persona
      coinvolta che richiede la prestazione è aggressiva, diventa
     esigente fino a diventare un individuo aggressivo e persecutorio
     Con le persone che si comportano in maniera passivamente
     aggressiva, abbiamo l'impressione di non poterci fidare di loro.
     Non sono affidabili. In realtà quelle persone non si fidano
     neppure di se stesse se non osano tracciare i confini in forma
     attiva e prendersi sul serio. La vicinanza con la tipologia della
     vittima è palese: dalle vittime possono facilmente venir fuori
     degli aggressori passivi. Tuttavia nel tipo- vittima l'aggressione
     sarà rivolta contro se stesso, cosa che invece l'aggressore
     passivo non fa.   (…)



           Verena  Kast    da     Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 6



(..) Affinché i complessi ( questi sono punti nodali e focali della vita
     psichica e sono sempre legati alle emozioni , n.d.r. ) possano
     subire una trasformazione, e per potersi liberare dalla morsa
     vittima- aggressore, è necessario accettare i sensi di colpa e
     riconoscerli nella loro funzione.
     Nell'ambito del complesso, più ci identifichiamo con la parte
     della vittima, più ci troveremo sotto il fuoco incrociato della
     critica del lato " aggressore " del complesso stesso.Viviamo tale
     critica come aggressiva e reagiamo con l'angoscia. I sensi di
     colpa legano insieme contemporaneamente aggressione e paura
     Ci sono poi i sensi di colpa " zaino ", definiti così perché in
     realtà potrebbero essere presi e scaricati dalle spalle come uno
     zaino troppo pesante. I sensi di colpa di questo tipo dipendono
     dal fatto che restiamo identificati con la posizione di vittima, e
     in fondo non ci assumiamo la responsabilità di quello che
     facciamo, e dal fatto che non stiamo dalla parte della nostra
     Ombra ( nelle teorizzazioni di Jung, l' Ombra - che viene
     classificata come un Archetipo - è ciò che è vicino all'uomo e
     ne cela l'inaccettabile; ciò che insegue l'uomo anche quando si
     allontana; che è uguale nella forma ma opposta nei movimenti e
     direzioni; che esiste solo in presenza della luce, metafore -
     queste - del Bene e del Male , n.d.r. ).
     Il ruolo di vittima si collega molto facilmente al ruolo infantile,
     e per questo spesso è combinato anche all'idea di dover essere
     particolarmente buoni. Fa però parte della vita adulta
     accorgersi prima o poi che non si è né bianchi né neri, ma grigi.
     Si è contemporaneamente bianchi e neri e di questo bisogna
     assumersi la responsabilità. Non è possibile vedersi come
     completamente buoni e proiettare il non- buono su chi ci sta
     intorno. Siamo tutti buoni e cattivi. Se riusciamo ad accettarlo,
     allora è possibile chiederci, in una situazione in cui ci sentiamo
     colpevoli,in che cosa abbiamo sbagliato e di che cosa dobbiamo
     assumerci la responsabilità. In questo modo possiamo prendere
     le distanze dai sensi di colpa,che intanto hanno raggiunto il loro
     scopo, cioè farci porre la domanda sulla responsabilità che ci
   dobbiamo assumere.Allora è addirittura possibile che diventiamo
   empatici verso noi stessi, cioè è possibile che ammettiamo di non
   aver fatto bene qualcosa ma che, tenuto conto della situazione e
   conoscendo la nostra natura, proviamo comprensione verso noi
   stessi. Sentiremo quali angosce vengono toccate dal senso di
   colpa, ma anche quali sono le aggressioni, riuscendo però anche
   a prenderne le distanze. (…)



      Verena  Kast    da      Abbandonare il ruolo di vittima


martedì 19 marzo 2019

E' QUEL CHE E'

 
 

                        Chi ama solo una metà, non ti ama a metà, ma per nulla…



RISPOSTA A UNA LETTERA

Leggo
quel che scrivi
delle tue cattive qualità.

Scrivi bene
ma ciò non riesce
 consolarmi
che tutte queste
tue cattive qualità
siano così lontane da me
perché io le voglio
vicinissime.

E se cerco
di ripensarle una per una
- le tue cattive qualità
come le hai enumerate -
allora ho paura
e trovo
che devo mettercela tutta
perché le mie buone
valgano almeno la metà
di quelle tue cattive.


                                             ***

PER ESEMPIO

Molte cose
possono essere ridicole
per esempio
baciare
il telefono quando
vi ho sentito
la tua voce.

Ancora più ridicolo
e triste
sarebbe
NON baciare
il telefono
se non posso
baciare te.


                                                     ***

ATTESA

La tua voce lontana
al telefono così vicina -
e presto dalla vicinanza
la sentirò più lontana
perchè dalla tua bocca
alle mie orecchie
deve percorrere la lunga strada
che passa per i tuoi seni
oltre l'ombelico
e la piccola collina
 per tutto il tuo corpo
lungo il quale tu guardi
giù fino alla mia testa
che ha il viso
sepolto fra le tue cosce sollevate
nel vello
e nel tuo grembo.


                                               ***

NON UNA NATURA MORTA

Giacendo qui
aperta
fra me e la mia morte
puoi essere a un tempo
la mia morte e la mia vita
più vicina a me del mio sesso
e odori di te e di me.

Perché deridiamo la vita
adesso puoi ridere.
Perché rimpiangiamo la vita
adesso puoi piangere
e puoi ridere
e piangere a un tempo
perché si vive e si muore.


                                               ***

TE

Te
lasciarti essere te
tutta intera.

Vedere
che tu sei tu solo
se sei
tutto ciò che sei
la tenerezza
e la furia
quel che vuole sottrarsi
e quel che vuole aderire.

Chi ama solo una metà
non ti ama a metà
ma per nulla
ti vuole ritagliare a misura
amputare
mutilare.

Lasciarti essere te
è difficile o facile?
Non dipende da quanta
intenzione e saggezza
ma da quanto amore e quanta
aperta nostalgia di tutto -
di tutto
quel che TU sei.

Del calore
e del freddo
della bontà
e della protervia
della tua volontà
e irritazione
di ogni tuo gesto
della tua ritrosia
incostanza
costanza.

Allora
questo
lasciarti essere te
non è forse
così difficile.


                                             ***

A UNA DONNA CHE SEGA I NERVI

Con i tuoi problemi
dicono
sei
una sega per i nervi.

Amo la punta
e il taglio
di ogni dente
e la sua lama lucente
e anche il suo manico rotondo.



  Erich  Fried    da      E' quel che è  ( Poesie d'amore, di paura, di collera )


lunedì 18 marzo 2019

KEVIN CARTER : LA SCONFITTA DELL'IMMAGINE 1

 
 

                                                   Il bambino e l'avvoltoio ( foto di Kevin Carter )


(…) Nato a Johannesburg nel 1954, Kevin Carter era, insieme a
       Greg Marinovich, Ken Oosterbrocke e Joao Silva un membro
       fondatore del Bang Bang Club, il collettivo di fotografi
       sudafricani attivi tra il 1990 e il 1994, il cui operato testimoniò
       alcune tra le più drammatiche vicende socio- politiche che
       caratterizzarono il Paese, tra cui la complessa transizione dall'
       apartheid alla democrazia.
       Le immagini scattate da Carter e dai suoi compagni, viste a
       più di vent'anni di distanza, restano difficili da guardare.
       Costituiscono un catalogo agghiacciante delle tragedie
       naturali e umanitarie che da anni flagellano un continente, e di
       come la disperazione possa spingere alcuni individui ad agire
       con una violenza che esula da qualsiasi inibizione etica o
       caritatevole. Carter si distinse per essere uno dei primi
       fotografi a documentare le torture e le lotte che agitarono il
       Sudafrica nei primi anni del Novanta; è sua anche l'immagine
       di tre attivisti dell' Afrikaner Weerstandsbeweging, l'
       associazione estremista paramilitare coinvolta nella guerra del
       Bophuthatswana, in procinto di venire comunque uccisi dopo
       essersi arresi. Ma furono le immagini della carestia sudanese
       che gli valsero gli onori e i disonori della cronaca.
       Il 26 Marzo del 1993, il New Jork Times pubblicò infatti un
       articolo di Donatella Lorch sulla gravità della situazione in
       Sudan accompagnato da una fotografia di Carter dove un
       bambino, visibilmente denutrito e accovacciato al suolo in uno
       stato di semi incoscienza, è seguito da un avvoltoio. Non è
       oggettivamente frequente che la popolazione di un Paese vasto
       e complesso come gli Stati Uniti si interessi con particolare
       attenzione di eventi che avvengano fuori dalla nazione, ma la
       reazione del pubblico davanti a un'immagina così forte come
       quella di Carver non si fece attendere. Diverse associazioni
       benefiche registrarono un incremento di donazioni fino ad
       allora sconosciuto, e molti lettori domandarono a viva voce di
       sapere che fine avesse fatto il bambino della foto.  (…)



Francesca Bonazzoli e Michele Robecchi  da   Smascherati ( Storie  e segreti dietro ai ritratti più famosi )

KEVIN CARTER : LA SCONFITTA DELL'IMMAGINE 2



(…)Parallelamente, un tipo di dibattito vagamente più ipocrita si
      scatenò sul ruolo del fotografo come distaccato osservatore ( e
      speculatore ) di una realtà la cui brutalità richiederebbe invece
      un intervento attivo. Carter e chi gli era vicino quel giorno,
      argomentarono che la situazione non era quello che sembrava,
      che la foto era stata scattata vicino a una stazione di assistenza
      alimentare ONU; che il bambino era stato temporaneamente
      parcheggiato dalla madre mentre era in coda presso la
      distribuzione dei viveri;che l'avvoltoio girava per impossessarsi
      di qualunque cosa commestibile fosse nei dintorni e che, a
      quanto pare, Carter stesso lo allontanò quando si rese conto
      che la sua vicinanza stava diventando pericolosa. Ma non servì
      a nulla.L'ipocrisia morale di una società malata di voyeurismo,
      che è disposta ad osservare ogni cosa a patto che non
      interferisca direttamente con il suo benessere, si manifestò in
      tutta la sua furia; furia che l'annuncio ufficiale della fotografia
      di Carter come vincitore del premio Pulitzer per il giornalismo
      l'anno successivo, fece poco per lenire.
      Ciò di cui non si era tenuto conto era invece la fragilità
      psicologica di Carter, il quale incominciò seriamente a
      chiedersi se la continua esposizione a certi episodi non lo
      avesse reso troppo distaccato dal loro significato. Afflitto da
      problemi economici e personali, perennemente tormentato dal
      ricordo delle vicende vissute in anni passati in prima linea in
      alcuni dei momenti più catastrofici  nella storia dell' Africa, nel
      giugno del 1994, Carter guidò fino al sobborgo di Parkmore, a
      Johannesburg, dove era cresciuto, e si uccise con il gas di
      scarico della sua auto. Aveva 33 anni. (…)


     Sul luogo del suicidio venne trovato questo biglietto :

   " Mi dispiace tanto, davvero. Il dolore della vita prevale sulla
     gioia a tal punto che la gioia non esiste più… Sono depresso,
     senza telefono, senza soldi per l'affitto,senzasoldi per mantenere
     i miei figli, senza soldi per pagare i debiti… SOLDI!!!
     Sono ossessionato dai ricordi vividi di omicidi e di cadaveri, e
     di rabbia e di dolore… di bambini affamati o feriti, di pazzi dal
     grilletto facile, spesso dalla polizia, di carnefici assassini…
     Devo andare a trovare Ken, spero di essere fortunato ".
 



LAMENTAZIONI

 
 

                                                              " Il vestito uguale, no "


(…) Ludovico il Moro, arrogante Signore di Milano, pensava di
       poter vivere sotto lo stesso tetto con la moglie e l'amante.
      Per oltre un anno e mezzo riuscì a farla franca,ma poi commise
      un grave errore: regalò ad entrambe lo stesso abito.
      Passi l'amante mantenuta in casa; passi il figlio di lei cresciuto
      a corte.
      Ma il vestito uguale, no.
      Deve essersi detta Beatrice D' Este.  (…)



Francesca Bonazzoli e Michele Robecchi  da  Smascherati ( Storie e segreti dietro ai ritratti più famosi )


SMASCHERATI 1

 
 
 

                                                          " Danae " di Tiziano Vecellio


(…) Quali identità si celano dietro alcuni dei più celebri ritratti
       della storia dell'arte? Quali vicende hanno riempito la vita
     cristallizzata di quei volti immobili?Siamo abituati ad ammirare
     nei musei la forma, i colori, il virtuosismo della mano che ha
     dipinto o scolpito quei personaggi, ma per lo più ne ignoriamo
     la storia e persino i nomi.Tutti conoscono il sorriso e lo sguardo
     della Gioconda, ma quanti tra le migliaia di visitatori che
     affollano il Louvre sanno chi era Lisa Gherardini? Allo stesso
     modo, molti hanno visto la Danae di Tiziano, eppure pochi
     sanno che quella splendida ragazza nuda era in realtà Angela
     Pisana, cortigiana prediletta del cardinale Alessandro Farnese;
     o che la Venere di Velasquez era una giovane pittrice romana
     che diede al pittore spagnolo, sposato con prole a Madrid, il
     suo unico figlio maschio. Persino dietro gli eleganti abiti di seta
     di Lady Digby, dipinti da van Dick, si nascondeva una delle
     dame inglesi più chiacchierate per la sua etica disinvolta, così
     come i quattro rampolli dell'alta società britannica, impeccabili
     studenti di Cambridge ritratti da Lucy Mc Kenzie, erano in
     realtà spie doppiogiochiste al servizio di Mosca.
     In queste pagine " smascheriamo" alcuni fra i volti più noti dell'
     arte, rivelandone l'identità e le vicende che li hanno consegnati
     all'immortalità. Un luogo comune vuole che si tratti per lo più
     di amanti o di personaggi sconosciuti destinati a diventare
     celebri grazie  all'arte, ma in numerosi casi è vero anche il
     contrario. Molte figure che i secoli hanno reso anonime, in vita
     erano personaggi celebri, impegnati a condurre un'esistenza da
     rotocalco che dava adito a pettegolezzi raccolti in lettere e
     dispacci scambiati fra ambasciatori e sovrani di tutta Europa,
     in articoli di giornali o in biografie più o meno ufficiali. (…)


Francesca Bonazzoli e Michele Robecchi   da  Smascherati ( Storie e segreti dietro ai ritratti più famosi )


SMASCHERATI 2

 
 

                                                        " Ritratto di Innocenzo X " di Diego Velasquez


(…)In teoria l'artista ha sempre detenuto il potere più forte rispetto
      a colui che si metteva in posa, come raccontano le antiche fiabe
      di Pigmalione, di Faust, dei costruttori di Golem nelle leggende
      ebraiche:era lo stesso potere di Dio che,nella tradizione biblica
      crea l'uomo facendone prima una statua di creta. Complice il
      monopolio dell'immagine detenuto dall'artista fino all'avvento e
   alla diffusione della fotografia a fine Ottocento-inizio Novecento,
    molti soggetti si avvicinarono con timore e diffidenza all'idea di
    consegnarsi ai posteri in forma visiva. Si tratta di una fobia
    raccontata magistralmente da Oscar Wilde nel  Ritratto di
    Dorian Gray e che trova numerosi esempi nella storia: uno su
    tutti Isabella  d' Este, spaventata al punto di rifiutare un ritratto
   di Leonardo per timore che il genio di Vinci potesse addentrarsi
    troppo nei segreti della sua anima.*Anche papa Paolo III
    licenziò in fretta Tiziano quando vive smascherata la cupidigia
    sua e dei due nipoti nel magnifico ritratto non finito oggi
    esposto al Museo Nazionale di Capodimonte. E - a sua volta -
    Innocenzo X commentò il superbo ritratto fattogli da Velasquez
    con un titubante : " E' troppo vero!". Ma bisogna fare anche i
    conti con la famiglia reale spagnola immortalata da Francisco
    Goya nel 1880, esempio di autorità rappresentata con un
    realismo spietato e tuttavia ben accolto dai committenti, a
    testimonianza del fatto che chi chiedeva un ritratto voleva
    soprattutto essere ricordato per sempre. (…)



Francesca Bonazzoli e Michele Robecchi  da  Smascherati ( Storie e segreti dietro ai ritratti più famosi )


* Che vi sia stata la credenza che un pittore avrebbe potuto addentrarsi troppo nei misteri dell'anima di colui che stava dipingendo, è cosa vera ancor oggi  e vale in principal modo per la fotografia . Infatti, nei miei viaggi in parti diverse del mondo ho potuto appurare ( specie tra le popolazioni meno acculturate e più fisicamente isolate dal contesto sociale ) che tali persone temono che attraverso la macchina fotografica  si possa portar via loro l'anima; pertanto tendono a sfuggire l'obiettivo per correre - terrorizzate - a nascondersi.

SMASCHERATI 3

 
 

                                    " Donna si infila una calza " di Henri de Toulouse- Lautrec


(…) Quali erano dunque le regole di questo pas de deux in cui il
       ruolo di chi conduce la danza a volte si scambia in maniera
       piuttosto fluida con quello di chi invece si fa portare? Molto
       varie, posto comunque il divario sociale invalicabile tra artista
       e soggetto che per lungo tempo ha definito queste relazioni
       pericolose. I nobili inizialmente si concedevano di malavoglia
    alle tediose sedute di posa,permettendo all'artista di tratteggiare
     il volto e lasciando poi che si arrangiasse per conto suo quando
     si trattava di dipingere vestiti,cani, cavalli ,arredi e tutto quanto
     faceva da contorno nel quadro. Nell'archivio del Palazzo Reale
     di Madrid sono ancora conservate due lettere del 1625 e 1628
     in cui il conte- duca di Olivares ordinava al primo Cavallerizzo
     di facilitare rispettivamente a Velasquez e a Rubens l'accesso a
     tutti i pezzi dell'armeria reale per la realizzazione dei ritratti
     equestri del re. Circa un secolo dopo, Van Dyck era diventato
     così richiesto ( per avere un suo ritratto occorrevano cifre folli
     e bisognava mettersi in lista d'attesa ) che la situazione si era
     ribaltata ed era lui a ricevere i Reali d' Inghilterra direttamente
     nel suo studio, agevolando la loro permanenza con servi,
     carrozze, cavalli, suonatori e buffoni. Caravaggio usava invece
     come modelli garzoni e amanti come del resto il conte Henri de
     Toulouse- Lautrec, la cui opera contribuì a dare un volto
     " nobile" al vizio e alla prostituzione che animavano le notti di
      Parigi. Anche Pablo Picasso e Gustav Klimt mescolavano arte
      e sesso. Quest'ultimo spogliava le signore dell'alta società nel
      suo studio viennese, le ritraeva minuziosamente e poi, con
      comodo, le rivestiva sulla tela dei suoi tipici abiti- mosaico con
      tessere d'oro. (…)



Francesca Bonazzoli e Michele  Robecchi  da  Smascherati ( Storie e segreti dietro ai ritratti più famosi )


SMASCHERATI 4

 
 
 
" Lo zio Rudi " di Gerhard Richter
                                            
(…) L'arrivo della fotografia ha modificato radicalmente il rituale
       della seduta di posa, accorciando o in alcuni casi cancellando
      la relazione fra artista e modello.Warhol è stato l'esito più noto
      di questo cambiamento: la carta stampata gli permetteva di
      cogliere l'estemporaneità della cronaca e la sua Polaroid era
      lo strumento prediletto per "catturare " la lunga fila di
      celebrità, uomini d'affari, collezionisti ed ereditiere da cui poi
      nascevano poi i suoi quadri. Un rapporto dunque non più
      diretto, ma mediato sia dalla distanza tecnologica che dallo
      spazio, ora non più condiviso fisicamente, ma che al tempo
      stesso ha contribuito ad allargare il bagaglio delle possibilità.
      Percorrendo questa strada, l'epoca moderna è diventata l'unica
      in cui un artista come Gerhart  Richter ha potuto trasformare
      una piccola foto in bianco e nero dello " zio Rudi" in un ritratto
      tra i più iconici del Novecento, grazie al fatto che il parente
      sorridente in quell'immagine scattata negli anni Trenta vestiva
      in realtà l'uniforme dell'esercito nazista, circostanza che
      trasformava l'opera in un messaggio politico e culturale
      universale.
      Thomas Macho, filosofo delle civilizzazioni e antropologo dei
      media, ha scritto che viviamo in una  " società facciale " che
      produce volti senza sosta. I settimanali e i mensili sono stati i
      primi ad intuire l'importanza di mettere un volto in copertina,
      al punto che oggi -  a ogni angolo di strada, su ogni tabellone -
      la pubblicità ci insegue con centinaia di visi e, " senza un volto,
      nulla osa più invadere lo spazio riservato alle affissioni". Basta
      poi chinare la faccia sul cellulare o sul pc e anche qui veniamo
      travolti da ritratti e selfie, la versione contemporanea dell'
      autoritratto.Il teorico dell'arte Hans Belting precisa  - a questo
         proposito - che il passaggio a Internet ha fatto sì che il volto
      pubblico, cioè noto a tutti, non sia più l'espressione di una data
      classe sociale dal momento che la celebrità non è più
      esclusivamente una questione di statura o di conseguimenti all'
      interno della reputazione pubblica, ma di semplice diffusione.
      L'evoluzione del ritratto segna dunque di pari passo i
      cambiamenti della società, ma l'artista non si limita ad
      assecondarli. Poiché nel XXI secolo il ritratto celebrativo non è
      più possibile, e poiché nello stesso tempo ogni ritratto è
      possibile attraverso un telefono, l'artista cileno Alfredo Jaar ha
      pensato di immortalare il fotoreporter Kevin Carter in un modo
      completamente diverso dalla lunga tradizione del passato, e
      cioè attraverso un'istallazione: in una stanza silenziosa e buia,
      illuminata dalla proiezione di sintetiche frasi che raccontano la
      tragica storia di Carter, il cui volto- però - non appare. Nell'
      abbondanza di ritratti offerti dalla contemporaneità - infatti -
      all'artista non resta che mettersi di lato, fermarsi e raccontare
     una storia come l'unico modo ancora possibile per smascherare
     un volto e restituire al ritratto il suo ruolo di rivelazione. (…)




Francesca Bonazzoli e Michele Robecchi  da  Smascherati ( Storie e segreti dietro ai ritratti più famosi )   



domenica 17 marzo 2019

OMBRE AZZURRE

 
 

                                                    Inginocchiate nella tua mente a respirarti…


Vive nel solco del mio seno questo amore
disperso sulla tela bianca dei sogni - senza limiti -
profondo come la vita che aspetta.

Si muove con grazia nelle ombre azzurre
e - strette fra le dita - ha piogge che cadono
sul tuo sorriso, gocce di fiaba e magia.

E' fermo nell'istante dei tuoi passi
lenti
che scendono nella mia anima.

E' scritto nelle ultime parole senza tempo
che vivono con me, inginocchiate
nella tua mente a respirarti.



                                        frida


TUTTO QUELLO

 
 
 

                                   Sarai sempre mio come luce soffusa nei sogni…


Tutto quello che so di te
sono parole che vivono
nell'immortalità del tempo.

Tutto quello che vedo di te
sono segni del domani
confusi nell'eternità.

Sarai sempre mio
- non qui, non adesso -
ma come luce soffusa nei sogni

delle stagioni e nel sole.




                                 frida

SONO QUELLA CHE SONO

 
 

                              Tu sai che ho radici capovolte legate al vento…


Forse non mi ameresti così tanto se non fossi diversa,
perché diseguale ogni volta che me ne vado a caccia
di nuvole per riempirmi gli occhi di quell'azzurro
tuo che non tocco mai.

Sono quella che sono - dolce amore - e mi conosci
col mio mare in testa a naufragare tra ignoti volti
spenti e mondi di carta da colorare alla luce
di stelle amiche.

Che ne sarebbe di me e della voce che spendo,
di sguardi caduti fin dove sfumano orizzonti
se barattassi la fantasia in nome di sogni
realizzati a metà?

Tu sai che ho radici capovolte legate al vento,
appena sopra la testa di coloro che camminano
straniti, non conoscendo che le orme di
se stessi.

Eppure non vorrei essere che quella che sono.


      
                                  frida

E L'ANIMA TORNA AD ESSERE

 
 
 
                 Eres todo en mi la fuerza que conduce mi existir, solo tu… mio amor…


( Canzone dell'amore che esiste )

Abbracci cinti alle spalle
che si porgono affidati a chi
ha proiettili di solo amore.

Passano e tornano
senza smettere mai
i giorni tuoi e i miei.

Mani tese a cercare, afferrano
quelle uniche dita, e sali su dal buio
illuminandoti di giorni nuovi.

Passano e tornano
senza smettere mai
i giorni miei e i tuoi.

Tra baci sussurrati dietro i lobi
degli orecchi, l'anima torna ad essere
il tempo del sorriso.

Passano e tornano
senza smettere mai
i giorni dell'amore…


                               frida



ACCORATO RITORNO

 
 

                                                           Vento di mare, portami un amore…


Lascia che pianga - per questo ritorno-
cristalli di lacrime. Infilerò ad uno ad uno
pensieri come perle alla collana dove l'iride
vive sullo specchio del sole che nasce.
Lascia che sia la brezza ad asciugare il sale
ché di desiderio forse si muore, mentre l'anima
- a trasalire - afferri appigli di luce in questo
giorno d'incipiente primavera.

Come lampo o luce fioca, i tuoi occhi - non
il rumore- mi hanno svegliata da un sogno
bugiardo, gridando verità.

Tu mi basti.

E confesso che non sarebbe profano
pensare a te.
Unicamente a te.



                                      frida



giovedì 7 marzo 2019

QUESTI POSTI DAVANTI AL MARE...

 
 

                                Vorrei che pure a te venisse un'eco di memoria…


Già da più notti s'ode ancora il mare,
lieve, su e giù lungo le spiagge lisce.
Eco d'una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d'uccelli delle torri, che l'aprile
sospinge verso la pianura. Già
m'eri vicina tu con quella voce;
e io vorrei che pure a te venisse,
ora - di me - un'eco di memoria,
come quel buio murmure di  mare.



       Salvatore  Quasimodo  da    Giorno dopo giorno ( 1947 )