giovedì 20 luglio 2017

VITA CON LACAN ( Prefazione di Massimo Recalcati )

 
 
 

                                                                                    Lacan, l' Ariete


GRATITUDINE

(...) Il lettore italiano potrà trovare in questo piccolo e delizioso
      libro un ritratto inedito di Jacques Lacan, sicuramente lo
      psicanalista più geniale e sovversivo della storia della
      psicoanalisi dopo Freud. Catherine Millot ha vissuto con lui
      l'ultimo decennio della sua vita come amante, compagna,
      allieva e analizzante. Avendo al momento della stesura di
      questo libro raggiunto la stessa età di Lacan quando iniziò il
      loro rapporto, l'autrice ha avvertito l'esigenza di omaggiare
      l'uomo che l'ha incantata e che ha profondamente amato " Un
      appuntamento da onorare, un modo di ritrovarlo". Non si
      dovrebbe dimenticare - infatti - che questo ritratto è stato
      scritto da una donna come un dono d'amore, la manifestazione
     di un sentimento di gratitudine che non solo - come invece tante
     volte è accaduto nella storia della psicoanalisi - non si è
     ribaltato nel suo contrario, ma non si è mai estinto, resistendo
     indenne alle prove del tempo. Non è frequente non sputare sul
     proprio maestro, sul proprio analista o sul proprio amante.
     Non è frequente non lasciare che l'odio prenda il sopravvento
     sull'amore: far prevalere la gratitudine sull'ingratitudine.
     E' accaduto a  molti allievi e amici di Lacan.

     Il ritratto che Catherine Millot ci offre di Lacan, non è tanto
     il ritratto dello psicanalista, ma - innanzitutto - dell'uomo che
     ha amato. E' chiaro che questa distinzione può lasciare il tempo
     che trova perché non è mai del tutto possibile distinguere l'
     uomo dal suo pensiero, soprattutto se l'attività che ha
     impegnato con passione Lacan per una vita è quella della
     psicoanalisi. In questo ritratto Lacan emerge come un uomo
     che non assomiglia per nulla allo stereotipo cadaverico dell'
     analista come privo di passioni, neutro, separato dal desiderio.
     Un'immagine mummificata e falsamente padronale che non gli
     è mai appartenuta, né come analista, né nella sua vita.
     Questo piccolo libro ci restituisce il ritratto di un uomo che non
     si sottrae alla spinta del desiderio ma che, anzi, rende tale
     spinta il motore di una nuova etica. In questo la sua vita
     corrisponde alla sua dottrina : l'" intemperanza" del desiderio,
     teorizzata dallo psicanalista, diventa l'intemperanza dell'uomo.
     (...)


               Massimo Recalcati  da      Vita con Lacan
    



    

VITA CON LACAN 1



(...) Ci fu un tempo in cui ebbi la sensazione di aver colto
      intimamente l'essere di Lacan, di percepire quasi il suo
      rapporto con il mondo, di avere un accesso segreto al luogo
      intimo da cui si irradiava la sua relazione con gli esseri e le
      cose, e il suo stesso essere. Come se fossi scivolata dentro di lui
      Il sentimento di percepirlo dall'interno era unito all'
      impressione di essere compresa, di essere cioè perfettamente
      inclusa in una sua comprensione, la cui estensione andava al di
      là di me. La sua mente, con la sua ampiezza e profondità, il suo
      universo mentale, inglobava il mio come una sfera che ne
      contiene un'altra più piccola. Ho ritrovato un 'idea simile nella
      lettera in cui Madame Teste parla di suo marito ( il brano cui
      si fa riferimento è la Lettera di Madame Emile Teste tratta dal
      romanzo di Paul Valéry " Monsieur Teste ". La lettera di Emile
      apparve la prima volta nel 1924. n.d.r. ).
      Come lei, mi sentivo trasparente per Lacan, convinta com'ero
      che lui di me avesse un sapere assoluto. Il non dover
      dissimulare niente, il non serbare alcun mistero mi davano -
      quando ero con lui - una totale libertà. Ma c'era di più: una
      parte essenziale del mio essere era rimessa a lui, che ne era
      la custodia: io ne ero sgravata. Ho vissuto al suo fianco per
      anni in questa sensazione di leggerezza.
      Un bel giorno però, mentre Lacan trafficava con gli anelli di
      spago che gli davano tanto filo da torcere, mi disse: " Vedi,
      questo sei tu". Ero come chiunque altro, uno qualsiasi, quel
      reale che sfuggiva alla sua presa e che gli dava tanta pena. Ne
      fui colpita, nel considerare a un tratto quello che in me gli
      resisteva come solo il reale resiste.
      Che cosa voglio dire quando parlo del " suo essere? ".
      La sua particolarità, la sua singolarità, ciò che il lui era
      irriducibile, il suo " reale". Quando oggi cerco di riafferrare
      l'essere di Lacan, a tornarmi in mente è il suo potere di
      concentrazione, la sua quasi ininterrotta concentrazione su un
      oggetto di pensiero che lui non mollava mai, fino a che fosse
      diventato estremamente semplice. In un certo senso, Lacan non
      era altro che questo: concentrazione allo stato puro, che si
      confondeva con il suo desiderio rendendolo tangibile.
      Una concentrazione che ritrovavo nel suo modo di camminare:
      proteso in avanti,per prima la testa, trascinata dal suo peso, 
      che riprendeva equilibrio al passo successivo. Ma in questa
      stessa instabilità, si avvertiva la determinazione: non avrebbe
      deviato di un millimetro dalla sua strada, sarebbe andato fino
      in fondo, sempre dritto, senza rivolgere nemmeno uno sguardo
      a ciò che gli si metteva di traverso, e che sembrava ignorare,
      e che comunque non gli ispirava alcuna considerazione.
      Amava ricordare di essere del segno dell' Ariete .  (...)


              Catherine Millot    da         Vita con Lacan 

VITA CON LACAN 2



(...) La prima volta che lo vidi camminare, fu sui sentieri delle
      Cinque Terre, in Italia, dove, dopo pranzo, in piena calura
     ( era agosto ), trascinava fuori tutti i suoi ospiti che non
      osavano protestare. Camminava davanti, con accanita
      determinazione. Il rischio di insolazione per sé o per gli altri
      non era tenuto in alcun conto. Andavamo così, da un paese
      costiero all'altro, attraverso le colline a strapiombo sul mare e
      tornavamo con il trenino locale. Quell'estate, Lacan faceva sci
      nautico nella piccola baia di Manarola. Aggrappato
      saldamente all'impugnatura della corda, e senza uscire dalla
      scia, anche lì tirava dritto. L'inverno seguente, sulle piste di
      Tignes, sembrava non conoscere altro che la discesa. Il che gli
      era valso, molti anni prima, una frattura alla gamba . Proprio
      in quel periodo Gloria, la sua segretaria, aveva cominciato a
      lavorare per lui. L'immobilità lo rendeva furioso, e scaricava
      il suo malumore sulla poveretta, che un giorno perse la
      pazienza. Lui era steso sul letto, con la gamba ingessata e lei
      l'afferrò, la sollevò e la lasciò cadere bruscamente.
      Sconcertato da quella donna che non si lasciava intimidire,
      Lacan cambiò subito tono e le si rivolse con improvviso
      interesse, facendole domande sulle sue origini e sulla sua
      storia. Quel giorno, si strinse tra loro un legame di fedeltà che
      non venne mai meno. (...)


             Catherine  Millot    da      Vita con Lacan

VITA CON LACAN 3



(...) Alle " Giornate " dell' Ecole, Lacan interveniva ormai di raro,
      esprimendo spesso la sua stanchezza, fino a segnare la
      chiusura dei lavori con una semplice frase : " La cosa è durata
      abbastanza".
      Ero arrivata al punto di chiedermi e di chiedergli se la
      psicoanalisi lo interessasse ancora, e persino - domanda
      stupefacente che testimoniava il mio smarrimento - se l'avesse
      mai interessato. E l'accento cadeva sulla parola " passione".
      Da un certo punto di vita, quella passione c'era sempre, più
      purificata e quasi radicalizzata nella sua ossessione per i nodi.
      Ma il disinvestimento da ogni altra cosa era tale da farmi
      dimenticare la sua curiosità incessante e la sua allegria di un
      tempo.
      Questo suo rinchiudersi in sé corrispondeva tuttavia anche al
      mio stato d'animo. Faccio fatica oggi a rivivere il ricordo di
      quel momento, perché era molto vicino a una forma di
      nichilismo che mi è diventato del tutto estraneo. Tuttavia, se
      con nichilismo si intende l'annientamento di tutti i valori, il
      termine non si addiceva né a lui, divorato dalla passione per i
      suoi nodi, né a me, che mettevo al di sopra di tutto il mio
      investimento nella psicoanalisi. Mi sentivo stranamente in
      sintonia con lui, come se ritrovassi un antico ideale: un
      ridurre all'osso attraverso quella riduzione alla corda cui
      assistevo. Prima di conoscerlo, ero animata dalla ricerca dell'
      irriducibile, dell'unica cosa che resistesse, qualunque fosse, e
      dalla determinazione di infischiarmene di tutto il resto.
      Un ideale, una ricerca non lontani dalla forma di ascetismo
      che Lacan incarnò per me durante quegli anni di silenzio.
      Le vanità si consumavano nel fuoco di un disprezzo per tutto,
      tranne che per l'essenziale. La vita con lui era - allora - come
      un grande rogo in cui sparivano tutti i falsi valori.
      Mi sembrava così di essere in comunione con lui, non già nella
      passione per i nodi, che facevo fatica a condividere, ma nel
      disinteresse che mostrava per tutto ciò che non fosse l'unico
      oggetto della sua passione. Lì si ritrovava la sua
      concentrazione di sempre e il suo stile, che era quello di andare
      dritto al punto senza farsi sviare da altro: era però una
      concentrazione svuotata, che aveva fatto il vuoto attorno e non
      poteva più cambiare oggetto come prima.  (...)


              Catherine  Millot    da         Vita con Lacan
     

VITA CON LACAN 4



(...) La tensione verso l'irriducibile, a dispetto di tutto il resto, io
      l'attuavo nel mio rapporto con la psicoanalisi. Durante tutti
      quegli anni, la mia analisi con Lacan era continuata. Avevo
     " puntato " tutto andando da lui e la posta in gioco era per me
       la vita o la morte. La partita era stata iniziata, e anche se le
       carte in gioco erano state modificate quando la nostra
       relazione divenne intima, per me era ormai inconcepibile
       ritirare la mia posta e andare a portare la mia questione
       altrove. Lacan aveva capito e aveva accettato la sfida, e io
       pure. A volte penso che forse aveva messo in tutta questa
       faccenda il suo gusto per la sperimentazione. Portava avanti le
       cose in modo da tener conto della particolarità della
       situazione, e sfruttandola al momento opportuno. Come
       quando faceva passare un'interpretazione a partire da un
       semplice gesto quotidiano. A volte, gli confessavo la mia
       inquietudine all'idea di non poter portare avanti bene la mia
       analisi in condizioni così particolari. Un giorno mi rispose:
      " Sì, manca qualcosa". Ne rimasi sconcertata, io che credevo
       che si trattasse di qualcosa di troppo!
       La mancanza, che suonava lì come definitiva, mi cadde
       addosso come una mannaia .  (...)


             Catherine  Millot    da         Vita con Lacan

VITA CON LACAN 5


(...) Venne il momento in cui, nel lavoro che continuavo a portare
      avanti con lui, si svelò una verità che cominciò a rendermi
      disperata. Con una frase, Lacan era riuscito a non cedere sul
      suo taglio e - contemporaneamente - a mitigarne gli effetti. Fu
      la grande svolta terapeutica della mia analisi. In fondo l'ansia
      che mi abitava da sempre fu come spazzata via. Non più morse
      al petto né contorcimenti di stomaco: entrai in una pace del
      corpo che non avevo mai conosciuto. Insegnare, scrivere erano
      per me una tortura, e anche questo sparì di colpo. Fu come se
      fossi diventata transitabile e la vita fosse diventata vivibile.
      Sgombrato il terreno, l'evidenza di un desiderio si rivelò nella
      forza di un imperativo: il problema di un figlio divenne all'
      ordine del giorno, e con tanta più urgenza perché l'età
      incalzava. Ma era troppo tardi per avere un figlio da Lacan.
      In nome di questo desiderio che l'analisi con lui aveva
      scatenato in tutta la sua virulenza, e che io non volevo restasse
      lettera morta, poiché ai miei occhi avrebbe invalidato l'intero
      percorso, ebbi allora la crudeltà di separarmi da lui per avere
      una possibilità di realizzarlo. Per ma fu una lacerazione, per
      lui un terremoto.
      Continuavo a fargli visita tutti i giorni, lo accompagnavo a
      volte a Guintrancourt, ma non dormivo più in rue de Lille.
      Jacques - Alain ( genero di Lacan n.d.r ) ha raccontato che
      una sera lo psicanalista si infilò nel letto di suo figlio Luc.
       La richiesta silenziosa era chiara.
      Jaques- Alain e Judith gli fecero posto accogliendolo . 
      Seguirono due anni dolorosi. Si dovette attraversare il dramma
      della dissoluzione dell' Ecole freudienne, sopportare la
      violenza che allora si scatenò e che non lo risparmiò. Rimasi
      sola, troppo infelice per avere un incontro, assistendo con pena
      crescente al declino della sua salute. Quando seppe di avere
      un tumore all'intestino, Lacan rifiutò di curarsi. A Judith,( la
      figlia ) che gli chiedeva il perché della sua scelta, rispose:
     " Così, per capriccio ".
      E' stato detto che aveva paura delle operazioni. Non ho mai
      visto Lacan avere paura di alcunché. Faceva parte del suo
      stile non voler prolungare i suoi giorni. Tuttavia, all'ultimo
      momento, accettò un intervento chirurgico. Ero fuori Parigi,
      ma rientrai immediatamente. Mi accolse in silenzio e con un
      sorriso. Nelle ore che seguirono la sua operazione, prima che
      entrasse in coma, non vidi in lui alcun segno di angoscia.
      Ritornai a Guintrancourt alcune settimane dopo. Nello studiolo
      verde, sentii aprirsi in me, scossa dai singhiozzi, un buco nero
      e senza fondo.  (...)


          Catherine  Millot   da         Vita con Lacan
     

Walk With The Dreamers

 
 


L'uomo parla alle ombre ed è sempre un po' in ritardo per l'alba del nuovo giorno...



mercoledì 19 luglio 2017

ABITO TEMPESTE

 
 


                              piuttosto che tornare giù per dirsi non si vola più...



Ci sono scogli, e queste onde
sbattono e spingono
schiumando sorsi di sale
alle labbra.

Abito tempeste
che traboccano
il cuore, sVelando
in mare aperto.


       frida

martedì 18 luglio 2017

JEUX DE MASSACRE

 
 
 
 
posassi la tua mano non più per solitudine...



JEUX DE MASSACRE

Da poco gli amanti sono dissolti
umidi e stanchi. E' quasi l'alba.
Ah, io bevo e a mia madre so scippare
dal suo fodero d'abete un po' di vita ancora
- miserabile calore.
E di te grido, amore, allo stellato incerto
a un'alba di cotone. Ebbra è l'aria e io
posassi la tua mano - penso - sulla mia fronte
la tua mano, quanta morte darei
per un massacro vano. Ma resto solo
e vivo, picchio la testa, come vedi scrivo:
fossero viole le voci, sarei di primavera!
Mi allontano invece, deraglio dalla vita.
Posassi la tua mano - non più per solitudine
per amore infine saprei farla finita.




APPENDICE A " UN TU NON IPOTETICO E CARO"

Devo dirti che non l'acqua mi manca
o il pane o il letto dove sfinirsi.
Neppure una donna a seni e alghe.
Non la strada rivoltosa mi manca
o il caffè delle chiacchiere intonate.
Né il privilegio di oziare in contemplazione
mentre fuori la stagione trascolora
e l'edera attecchisce con astuzia senile.
Ho voglia di cose disamorate e vive
- non sogni tastiere evocative - poiché
l'amore, l'imponderabile non vivono
che in te, trafugati e spenti.
E' dentro il tuo viso che nasce la devozione
della mia solitudine. Non m'assolvesti
quando un'esenzione chiedevo da quel grumo
d'angoscia in cui sono innestato.
Non è l'amore un ragazzo cieco, violentato:
c'è una logica del profitto anche in amore.
Così per amore torno a contraddirmi.


        Ferruccio  Benzoni    da     La casa sul porto


  


lunedì 17 luglio 2017

SCENA MUTA ( Tema dell'addio )



L'essenza della carne ferita
vagava tra due muri;
l'amore usciva
dal presente e il lenzuolo
dei volti era lì, ed era cemento
tra le dita ed era buio
tutta la luce era chiusa
nel petto, tutte le parvenze
della rosa, tutta la forza
dell'ora persa.




Un improvviso ci porta nel dolore
che tutto ha preparato in noi, nell'attimo
strappato al suo ritmo, nel suono
dei tacchi, nel respiro
che si estingue: era un pomeriggio
d'agosto tra le ombre della tangenziale,
il nostro niente
da dire, filo di voce, scena muta.



Eri l'ultima
donna della vita, eri il temporale
e la quiete, il luogo
dove la luce è insanguinata
e il sangue fiorisce: pochi minuti,
pochi metri, sempre lì,
nel cemento che parla, nella città
degli amanti, nel silenzio
dei lavandini; il bacio
avvenne
e noi non abbiamo
voluto più uscire.

Si muore così, all'ingresso
di una scuola, un cerchio perfetto.




Noi che abbiamo conosciuto
il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,
l'idea che illumina la carne,
la sapienza delle misure
e il lampo, noi ci lasciamo
qui, in due metri di cemento, con un atto
di presenza, un battito
estivo, uno scambio di persona.


        Milo De Angelis    da     Tema dell'addio




VISITE SERALI ( Tema dell'addio )

 
 

                  
                                            a te una sola dedica, cenere che si fa respiro...



A te, amore, una semplice
poesia, quel sorriso umano
e trascorso che vedevi in ogni
sillaba, a te una sola
dedica, cenere che si fa
respiro, atto unico.



Nella tua estrema voce
la vita fu simultanea. Un semplice
attimo e un sempre insanguinato
confondevano le sillabe
nella tua estrema gola
bambina che cerca un viso
qualsiasi, lo bacia, lo fa suo,
gli crede, gli cede.




Camminavi con la coscienza del sangue
e l'attimo strappato al suo giorno,
mia arciera, mia trafitta
che ogni notte ti accendi nel cielo
ora che il corpo si è fatto musica
delle sfere, voce consacrata, silenzio.



Sotto la camicetta verde c'era un vuoto
di secoli, un atto di bestemmia
e perdono che andavano intrecciati nei viali
di ogni cellula. Sei felice - forse - cammini
verso un punto che ti chiama,
che ti ama senza una parola, con la sola
certezza del tuo piangere.



Ora si è spezzato l'ordine, ora
ti avvicini alla stanza e resti
nuda per tutta l'estate, con la mano
che gira all'infinito la maniglia.


         Milo De Angelis    da      Tema dell'addio

domenica 16 luglio 2017

CI TENIAMO VICINI ALL ' URLO

 
 

    ...ma più ancora del tempo che non ha età, siamo noi che ce ne andiamo...



Ci teniamo vicini
all'urlo, mentre passa il dodici
e l'attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell'estate, nell'annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.


       Milo De Angelis   da      Tema dell'addio

sabato 15 luglio 2017

MEGLIO SOLE ( Introduzione )



Dietro ad ogni forma di emancipazione femminile c'è un percorso
originale di conquista dell'autonomia, il primo necessario passo per raggiungere una piena e matura consapevolezza di sé. Ma lungo questo percorso - doloroso per alcune donne, liberatorio per altre - un passaggio obbligato consiste nell'imparare a intrattenere un continuo dialogo con i propri desideri e bisogni più profondi.
In solitudine.

In questo spazio finalmente ritrovato risiede la forza per prendere in mano la propria vita e liberarsi dai condizionamenti sociali e familiari. " Da sole" dunque, anche se non necessariamente sole.
Perché le donne hanno questo di bello: che sanno cambiare e ripartire da capo, anche dopo anni di patimenti e di dipendenza.


          f.

MEGLIO SOLE 1



(...) Un amore finito male, un matrimonio fallito, i figli che
      lasciano la casa paterna. Di solito comincia così il cammino
      della donna verso una reale emancipazione. Comincia sempre
      con un dolore, un abbandono, una perdita. Comincia sempre , e
      procede, faticosamente.
      Fino a quel momento noi donne siamo state troppo assorbite
      dal compito di amare gli altri: il marito, il compagno, i figli.
      E' un compito impegnativo che richiede - almeno così crediamo
      e ci hanno insegnato - una dedizione assoluta. Questo compito
      ci ha fatto dimenticare i nostri sogni più riposti, i nostri slanci,
      le nostre speranze di adolescenti. Ci siamo estraniate da noi
      stesse e non sappiamo più ritrovarci.
      Dieci, vent'anni passano in un soffio; ci guardiamo alle spalle
      solo quando un evento speciale ci scuote all'improvviso e ci
      coglie impreparate : uno di quegli eventi che sconvolgono la
      vita, come la fine di un amore o la perdita di qualcuno che
      amiamo. Abbiamo forse creduto di essere donne diverse dalle
     nostre madri, di essere capaci di meritare il riconoscimento del
     nostro valore e della nostra competenza; abbiamo creduto di
     aver contribuito al cambiamento del ruolo femminile nella
     società, e di colpo ci rendiamo conto di quanto la nostra vita
     sia lontana dalle idee che abbiamo sempre professato.
     Ci siamo crogiolate per molto tempo nell'illusione di esserci
    " realizzate" e scopriamo che il traguardo è forse più lontano
     di quando abbiamo  iniziato il cammino.
     Allora andiamo in crisi, ci lamentiamo, ci deprimiamo e
     consumiamo altre energie preziose nel vano tentativo di
     ottenere comprensione e solidarietà da parte degli altri: partner
     di turno, amici, figli. Sempre guidate dal bisogno di trovare
     conferme e consenso fuori di noi, come se da sole non fossimo
     in grado di riconoscere il nostro valore.
     Eppure, la soluzione dei nostri problemi, è più a portata di
     mano di quanto crediamo.
     Le donne scoprono la loro forza grazie ad un impulso potente,
     istintivo, che le guida quando ancora sono cieche e confuse.
     Un terremoto sta sconvolgendo la loro vita e minaccia di
     lasciarle prostrate a terra senza respiro, quando una forza
     vitale prende il sopravvento: le scuote, le ritempra di nuove
     energie, le costringe a rialzarsi e riprendere il cammino,
     cambiando direzione. A questa forza bisogna dare ascolto,
     bisogna chiamare a raccolta i brandelli di vita che ci sono
     rimasti e cambiare rotta.  (...)


            Ivana  Castoldi   da        Meglio sole

MEGLIO SOLE 2



(...) Molte donne si arrendono : preferiscono lasciarsi vincere dalla
      loro sofferenza, sentendosi ingiustamente vittime dell'
      incomprensione e dell'ingratitudine degli altri.
      Altre, anch'esse numerose, si ostinano a battere e ribattere gli
      stessi sentieri: pensano ogni volta che sia la volta buona, che
      finalmente andranno incontro ad un futuro smagliante. Al
      contrario, si allungherà inevitabilmente la lista delle delusioni
      e dei fallimenti.
      Bisogna avere il coraggio di fare piazza pulita, abbattere i
      pilastri sui quali avevamo edificato le certezze della nostra vita,
      cambiare i riferimenti, trovare materiale nuovo per edificare
      una casa che possiamo riconoscere come nostra. Così fanno le
      donne che imparano a vivere sole, non necessariamente
     " single", ma sole.
      La solitudine è una condizione interiore, una particolare
      modalità di rapporto con se stessi e con gli altri, che può
      diventare una condizione di vita da single oppure no, come
      nella maggior parte dei casi. Potremmo chiamarla in un altro
      modo, scegliendo un vocabolo meno inflazionato, che non
      evochi fastidiose sensazioni di smarrimento e abbandono. Ma
      non lo faremo. Per il gusto della provocazione, per la voglia
      di dimostrare che è sempre possibile ristrutturare la realtà,
      cambiando la prospettiva e ignorando le etichette.
      Perciò, affronteremo questo mostro guardandolo bene negli
      occhi, senza arretrare di fronte al suo aspetto minaccioso.
      Apparentemente minaccioso.
      La prospettiva della  solitudine terrorizza - infatti - la maggior
      parte degli individui. Essere soli viene associato all'essere
      abbandonati, rifiutati, infelici. Quasi mai all'essere liberi,
      forti e capaci di godere pienamente delle opportunità che la
      vita sa offrire. Si può essere felicemente soli anche godendo
      della compagnia delle persone che camminano al nostro fianco
      lungo il percorso della nostra vita.
      L' autonomia personale ( che sia questa la faccia luminosa
      della solitudine? ) si può perfettamente conciliare sia con la
      vita da single che con la vita di coppia o di comunità. Questo
      obiettivo è particolarmente importante per le donne, per le
      quali non esiste giorno dell'esistenza in cui non debbano tenere
      conto di qualcuno : non debbano accudirlo, proteggerlo,
      amarlo.  (...)


            Ivana   Castoldi      da          Meglio sole

MEGLIO SOLE 3



(...) Questo libro vuole tessere l'elogio della solitudine, intesa non
      certo come isolamento e chiusura verso gli altri, ma come uno
      stato li libertà interiore che si realizza quando l'individuo ha
      raggiunto la consapevolezza che c'è una sola persona al mondo
      sulla quale può contare incondizionatamente, che può
      riconoscere i suoi bisogni più profondi, che può realizzare le
      sue aspirazioni più genuine: se stesso.
      Gli altri, se siamo fortunati, ci accompagneranno e potranno
      contribuire al nostro benessere, colmare le nostre inevitabili
      mancanze, ma non potranno sostituirsi a noi per scegliere e
      agire al nostro posto. Non dovremmo - comunque - permetterlo.
      Sono soltanto gli anni dell'infanzia quelli in cui ci è consentito -
      o dovrebbe esserlo - affidarci ad una figura adulta che si
      assuma temporaneamente la responsabilità della nostra vita.
      Solo allora abbiamo diritto di aspettarci che qualcun altro
      risolva i nostri problemi, lenisca le nostre ferite e ci sollevi
      dalla fatica di vivere. In seguito, nulla ci verrà risparmiato e
      pagheremo di persona. Nel bene come nel male.
      Dunque, impariamo a vivere in solitudine e ad apprezzarla
      come una condizione stimolante che affina la nostra capacità
      di autonomia e di scambio con gli altri.
      Riguardo a questa conquista, le donne sembrano essere più
      brave degli uomini, nonostante abbiano avuto un apprendistato
      di continua dedizione agli altri, di massiccia condivisione di
      spazi e di tempo con gli altri. Nonostante lo spettro della
      solitudine. Eppure, quando arriva il momento del risveglio,
      queste donne plasmate dai pregiudizi e dalle aspettative
      familiari e sociali, sono capaci di rivoltare la loro vita come
      un guanto, scoprendosi risorse inaspettate e una
      determinazione al cambiamento che niente e nessuno riuscirà
      più ad arrestare.
      Sarà che la misura è ormai colma. Sarà che l'inganno è stato
      svelato e le donne hanno potuto finalmente vedere l'altra
      faccia della medaglia e trovare la chiave d'accesso ad una
      dimensione nuova: la loro presunta debolezza nascondeva una
      forza insospettata e la capacità di superare paure e perdite,
      insidie e dolori di fronte ai quali molti uomini fuggirebbero a
      gambe levate.
      Il libro è dedicato a queste donne coraggiose e a tutte quelle
      che ancora non hanno avuto occasione di scoprire il loro
      coraggio .   (...)



            Ivana Castoldi   da               Meglio  sole 



                

Sussurri e grida - Ingmar Bergman

 
 


                    Sei bella, sei forse più bella di allora, ma sei tanto cambiata...

venerdì 14 luglio 2017

FALSA IDENTITA'

 
 

                                                                        ...ma il corpo non ero io...


Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. E' di donna straniera
la faccia fra i capelli in giù sporta
che subito si ritira,
l'ombra che dietro le tende
s'aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto...
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio - in catene - a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.


      Fernanda  Romagnoli    da   Il tredicesimo invitato e altre poesie

IL CANDIDATO

 
 
 
                                                          
                                                              Il   Candidato


Punto primo: lei è il tipo di persona che noi trattiamo?
Ha
occhio di vetro, gruccia o dentiera?
Protesi o uncino,
seni o inguine di gomma,

suture comprovanti asportazioni? No, no? E
cosa possiamo darle a queste condizioni?
Basta piangere.
Apra la mano.
Vuota? Vuota. Ecco una mano

per riempirla, disposta
a portare tazze di the e fugare emicranie
e fare tutto quel che le dirà.
Vuole sposarla?
Con garanzia

che le chiuderà gli occhi nel finale
e si squaglierà di dolore.
Rimpolperemo le scorte con quel sale.
Lei è proprio nudo, noto.
Che gliene pare di questo vestito?

Nero e stecchito, ma non male.
Vuole sposarlo?
E' impermeabile, infrangibile, inattaccabile
da bombe e fuoco in caduta libera.
Mi creda, ci si farà seppellire.

La testa , ora - mi scusi - è vuota.
Ho quel che ci vuole.
Vieni qui ,zuccherino, esci dall'armadio.
Bene, che ne pensa?
Nuda come un pezzo di carta al momento

ma in venticinque anni sarà d'argento,
in cinquanta, d'oro.
Una bambola viva, sotto ogni aspettativa:
sa cucire, sa cucinare,
sa parlare, parlare, parlare.

Funziona, non ha nessun pezzo rotto.
Ha un buco? E' un cerotto.
Ha un occhio? E' una visione.
Ragazzo mio, è la sua ultima occasione:
la vuole sposare, sposare, sposare.


        Sylvia  Plath     da       The Collected Poems




RITRATTO DI FAMIGLIA COME COLLEZIONE DI OSSA

 
 

                 morire in un museo di vetro, lasciando una raccolta di luce...



Il mio cane colleziona ossi, li seppellisce
nei cuscini del divano come se
ve li sotterrasse, per poi tornare e trovarli

interi e non consumati dai vermi.
Mio marito fa collezione di lividi, tiene conto
di quelli che gonfiano la pelle, di quanto

si espandono gli iceberg violacei. Colleziona
corde di basso, vi forma nodi scorsoi,
cappi bronzati. Mio padre colleziona

parole, leggendo di tutto e nascondendosi
in tasca semi di girasole
da sgranocchiare senza dover

parlare. Fa collezione di secoli e regni
in un cybermondo dove lui è guerriero e signore
e conta qualcosa. Mia madre, lei colleziona

l'accumulo, conserva la mia stanza come un mausoleo
in cui manca il corpo. Il nonno colleziona repliche
di sé: uno scacchista, una testa capelluta,

una lezione su come pulire il banco
con bicarbonato e mano ferma.
La nonna fa collezione di figli

e nipoti, ne seppellisce le ansie
nel petto come se ve le sotterrasse.
Mi dice di non cercare

le ossa, dice che accumulare significa
ben poco e che l'uomo che collezionò
milioni di lampadine

morì lo stesso
in un museo di vetro, lasciando
la sua raccolta di luce.


       Julia Kolchinsky Dasbach   da    Narrative Magazine



giovedì 13 luglio 2017

IL DIARIO DIPINTO ( Frida Kahlo )



(...)Percorrere il diario di Frida Kahlo è un atto di trasgressione,
     un'impresa irrimediabilmente carica di voyeurismo. L' opera è
     un'espressione profondamente privata dei suoi sentimenti e non
     fu mai concepita per il pubblico. Appartiene al genere del diario
     intimo, una memoria privata scritta da una donna per se stessa.
     Le motivazioni e le finalità di un diario sono sconcertanti e
     talvolta paradossali. E' davvero un'autobiografia o si trasforma
     venendo alla luce? Mantiene la sua integrità quando è letto da
     altri o viene pubblicato? Come dovrebbe essere letto un diario
     privato di una donna e - più in generale - cosa si può
     apprendere da Kahlo leggendo il suo diario?
     Storicamente i diaristi, uomini e donne , hanno fatto la cronaca
     delle loro vite forgiate dai loro tempi o da particolari eventi
     storici. Viceversa, il tema dominante del diario intimo, e in
     particolare di questo, è la persona dell'autore. L'obiettivo non
     è tanto la comunicazione, quanto il negoziare il suo rapporto
     con se stessa, e così l'enigma " perché scrivere se nessun altro
     leggera? " è in parte risolto.
     Se lo si vede come un diario intimo, allora i circa 55
     autoritratti ( quasi un terzo dell'intera opera ), diretti al
     consumo pubblico, si possono considerare un'autobiografia,
     Negli autoritratti voluti, Kahlo si dispone in una varietà di pose,
     creando un personaggio artistico con in mente il pubblico.
     I dipinti sono provocatori e aggressivamente audaci sia nel
     soggetto sia nel contenuto e negli intenti. Prima di lei, l'arte
     occidentale non era abituata a immagini di nascite o aborti,
     autoritratti doppi con organi interni visibili, come temi dell'arte
    " elevata".
     Nessuno mette in dubbio la capacità di Rembrandt di
     trasmettere l'angoscia di un artista che invecchia di fronte alla
     morte, o il potere di un autoritratto di Van Gogh di esprimere
     il tormento di un artista isolato e incompreso. Questi sentimenti
     sono considerati propri di tutta l'umanità. Kahlo dipingeva i
     suoi stati psichici in modo ostentato e qualche volta irriverente,
     ma il suo lavoro era considerato talmente personale e
     soggettivo da essere incapace di esprimere emozioni universali
     o la condizione umana. Con il tempo, i suoi autoritratti, pur
     continuando a suscitare turbamento, hanno superato alcuni
     pregiudizi contro le donne che dipingevano le loro vite.
     Eppure, c'è un misterioso riserbo negli autoritratti di Kahlo, un'
     insincerità, un'omissione in quasi ognuno di essi. Si dichiarava
     la gran ocultadora  e i tratti di quel viso simile a una
     maschera, rivelano spesso uno straordinario autocontrollo.
     La " pura" rivelazione era poi impedita dal fatto che Kahlo era
     una pittrice lenta e le sue tele erano mediate dal tempo e dalla
     contemplazione. Al contrario, le annotazioni del diario, tanto i
     passi scritti quanto i disegni, posseggono l'immediatezza delle
     sensazioni di prima mano trascritte e registrate, in un' apertura
     che mancava nei dipinti.
     La presenza di illustrazioni lo rende quasi unico tra i diari
     intimi. Tuttavia si distacca dai tipici album degli artisti, che
     raccolgono di solito disegni preparatori o stesure in piccoli
     formati per lavori più grandi. Solo una volta Kahlo trasformò
     un disegno a inchiostro del diario in un grande dipinto. E, a
     differenza dei diari intimi classici, Kahlo non si sofferma sugli
     eventi quotidiani e usa il diario ( come faceva Virginia Woolf)
     come ricettacolo di sentimenti ( e immagini ) che non si
     adattavano altrove.  Ci accosteremo dunque a queste pagine
     con la trepidazione che esse richiedono: quello che qui Kahlo
     dipinge, con colore e linee, con prosa e poesia, è un ritratto
     d'artista senza maschera.  (...)


     Sarah M. Lowe   da   Il Diario di Frida Kahlo ( Autoritratto intimo)

IL DIARIO DI FRIDA ( Kahlo ) disegni 1

 
 
 
L' orrendo Occhiosauro

 
Le due Frida

 
Mondo reale

 
Ritratto di Neferunico, fondatore di Lokura.

IL DIARIO DI FRIDA ( Kahlo ) disegni 2

 
 
 
Te ne vai? No. Ali spezzate

 
Frida, 1944

 
Sì, piango per te

 
Il Cielo e la Terra. Io e Diego