sabato 23 marzo 2019

IL FUTURO DI MARK ( STRAND ) 2



GUARDIANA

Il sole che cala. I prati in fiamme.
Il giorno perso. La luce persa.
Perché amo quel che svanisce?

Tu che te ne sei andata, che te ne andavi,
che stanze di tenebra abiti?
Guardiana della mia morte,

preserva la mia assenza. Sono vivo.


                                             ***

VECCHIO SVEGLIO NELLA PROPRIA MORTE

Questo è il posto promessomi
nell'addormentarmi,
sottrattomi al risveglio.

Questo è il posto che non conosce nessuno,
dove i nomi di navi e stelle
ci sfuggono via alla deriva.

Le montagne non sono più montagne;
il sole non è il sole.
Si è inclinati a dimenticare;

mi vedo, vedo
la tenebra risplendermi sulla fronte.
Un tempo ero compiuto, un tempo ero giovane.

Come se adesso importasse
e tu potessi sentirmi
e le intemperie qui potessero mai cessare.


                                            ***

LA NOTTE, LA VERANDA

Fissare il nulla è imparare a memoria
quello in cui noi tutti verremo spazzati, e spogliarsi
al vento è sentire l'inafferrabile luogo che si fa vicino.
Le piante possono ondeggiare o stare ferme. Il giorno o la notte
possono essere quello che vogliono.
Quello che desideriamo, più che una stagione o un clima, è la consolazione
di essere estranei, almeno a noi stessi. Questo è il nocciolo
della questione, ed è il motivo per cui anche adesso sembriamo aspettare
qualcosa la cui apparizione sarebbe il suo svanire-
il rumore, ad esempio, di qualche foglia che cade, o di una foglia sola,
o meno. Non c'è fine a quanto possiamo imparare. Il libro là fuori
non dice di più, e non è stato affatto scritto con in mente noi.


                                                  ***

IL CLUB DI MEZZANOTTE

Gli uomini di grande talento ci dicono da anni che vogliono essere amati
per quello che sono, che essi, qualsiasi pienezza sia la loro,
nel crepuscolo sono deperibili, proprio come noi. Così lavorano tutta la notte
in stanze fredde e intessute di luce lunare;
a volte, di giorno, si appoggiano alle loro auto
e fissano la valle infuocata, vitrea e dorata,
ma perlopiù stanno seduti, chini al buio, piedi sul pavimento,
mani sul tavolo, camicie con una macchia di sangue sul cuore.



              Mark  Strand    da    Il futuro non è più quello di una volta


IL SILENZIO DI DAVID 1

 
 
 
 
L' IMPOSSIBILE SILENZIO DELLA COMUNICAZIONE

(…) Il solo silenzio che la comunicazione conosca è quello del
       guasto, della défaillance della macchina, dell'arresto di
       trasmissione. E' cessazione della tecnicità più che emergenza
       di un'interiorità.Il silenzio diviene allora reperto archeologico,
       residuo non ancora assimilato. Anacronistico nella sua
      manifestazione, produce malessere e un immediato tentativo di
      arginamento, quasi fosse un intruso. Evidenzia gli sforzi ancora
      da compiere affinché l'uomo possa finalmente accedere allo
      stadio glorioso di " homo communicans ". Al tempo stesso, però
      il silenzio risuona come una nostalgia, fa appello al desiderio
      di un ascolto senza fretta del fruscìo del mondo. L'ubriacatura
      di parole rende invidiabile il riposo, il godimento di pensare -
      infine-a ciò che è accaduto e di parlarne concedendosi il tempo
      necessario nel ritmo di una conversazione che procede a passo
      tranquillo sostando - alla fine - nello sguardo dell'altro. E il
      desiderio, da rimosso che era, acquista allora un valore
      infinito. Alle volte, grande è la tentazione di opporre alla
     " comunicazione" profusa della modernità, indifferente al
      messaggio,la " catarsi del silenzio " ( Kierkegaard ), nell'attesa
      che sia pienamente restaurato il valore della parola.
      L'imperativo di comunicare, nel senso moderno del termine, è
      un atto di accusa nei confronti del silenzio, l'eliminazione di
      qualsiasi forma di interiorità. Non concede tempo alla
      riflessione perché pervaso da un'esigenza di reattività.Bisogna
      restare connessi, eternamente disponibili, in stato di allerta.
      Se il pensiero esige pazienza e riflessione, la comunicazione-
      invece - è sempre caratterizzata da velocità e utilitarismo.
      Trasforma l'individuo in interfaccia oppure lo priva degli
      attributi che non corrispondono - nell'immediato - alle sue
      esigenze. Nella comunicazione non c'è più posto per il silenzio:
      vige un obbligo di parola, di replica e di confessione, perché la
      comunicazione viene proposta come risoluzione di tutte le
      difficoltà personali o sociali. In questo contesto, l'unica pecca
      è comunicare "male"o, più riprovevole ancora, rimanere in
      silenzio. L'ideologia della comunicazione assimila il silenzio al
      vuoto, alla rovina, non riconoscendo che, talvolta, proprio la
      parola è la lacuna del silenzio. Più che il rumore, è il silenzio
      il nemico giurato dell' " homo communicans ", sua terra di
      missione.Presuppone infatti un'interiorità, una meditazione, un
      distanziamento dalla turbolenza delle cose, un'ontologia che 
      non ha il tempo di apparire, se non le si riserva attenzione.
      La parola che la moltitudine dei mezzi di comunicazione finge
      di liberare, diviene insignificante perché rimane sommersa
      nella profusione locutoria. Alla fine regna soltanto la
      malinconia del comunicante, sempre costretto a ripetere un
      messaggio inefficace nella speranza che susciti- prima o poi -
      qualche risonanza. Più la comunicazione si estende, più
     ingenera l'aspirazione a tacere - almeno per un istante - per
     poter sentire il fremito delle cose. La saturazione della parola
     produce la fascinazione del silenzio o, quanto meno, induce una
     prima presa di distanza da una comunicazione soverchiante e
     onnipervasiva.   (…)



 David  Le Breton  da   Sul silenzio ( Fuggire dal rumore del mondo )

       

IL SILENZIO DI DAVID 2

 
 


IL SILENZIO CI CHIAMA

(…) In un contesto in cui il rumore non molla mai la presa sull'
  umanità contemporanea in cui le parole si svuotano di significato,
  si acuiscono la nostalgia del silenzio e l'aspirazione a ritrovarlo.
  Sono sempre più numerose le persone che privilegiano i soggiorni
  di meditazione o i ritiri nei monasteri. I centri termali o di
 talassoterapia propongono soggiorni di tranquillità e rilassamento
 che non vanno mai deserti. L'immenso successo del camminare
 corrisponde - per molti - a una forma di riscoperta del silenzio.
 Benché possa apparire anacronistico in un mondo, come quello
 contemporaneo *, in cui sembrano imperano la velocità, l'utilità,il
 rendimento e l'efficacia, il camminare è un atto di resistenza
 civica che privilegia la lentezza, la disponibilità, la conversazione,
 la curiosità l'amicizia, la gratuità, la generosità, valori che si
 oppongono risolutamente alla sensibilità neoliberale che
 condiziona ormai le nostre vite. Si tratta soprattutto di una ricerca
 di interiorità, di pacificazione. Camminare è un modo gioioso di
 mettere una distanza tra sé e il rumore per immergersi di nuovo
 nel mare del silenzio offerto da una foresta, un sentiero, un deserto
 In un mondo in cui il silenzio è in via di estinzione, cacciato da
 ogni luogo, il camminatore è un collezionista di momenti
 eccezionali nella loro aurea di silenzio, impegnato in un'opera di
 salvaguardia: sperimenta un momento di sospensione del tempo,
 nel quale recupera un senso e una forza interiore, prima di tornare
 alla confusione del mondo e alle preoccupazioni del quotidiano.
 La punteggiatura del silenzio, gustata in momenti diversi dell'
 esistenza, appare un atto ricostitutivo, un necessario tempo di
 riposo prima di ritrovare il rumore - inteso in senso proprio e
 figurato - dell'immersione  nella civilizzazione urbana.
 Il silenzio libera dal peso di dover essere sempre disponibili e sul
 chi-va-là, fornendo un'intensa sensazione di essere al mondo.
 Segna un momento di alleggerimento che autorizza a fare il punto,
 a ritrovare la propria dimensione, un'unità interiore, a osare il
 passo di una decisione difficile. Elimina le preoccupazioni
 rendendoci nuovamente disponibili, sgombra il campo all'interno
 del quale l'individuo si dibatte. Chi cammina riposiziona il silenzio
 al centro della propria esistenza. (…)


 David Le Breton  da  Sul silenzio ( Fuggire dal rumore del mondo )


* Questo libro  del sociologo e antropologo francese Le Breton ha visto la luce nel 1997 e, benché siano passati solo poco più di due decenni dalla sua pubblicazione, e il suo autore sia tuttora in vita ( nato nel 1953 ), risulta già obsoleto, sorpassato, superato.
L'autore infatti parla di un silenzio " in via di estinzione", ma ormai noi potremmo senza ombra di dubbio affermare che tale pratica si è completamente estinta, sia a livello individuale che in quello collettivo- sociale. E direi in ogni parte del mondo ( con le debite distinzioni fra le diverse società ). Pare infatti che il virus
abbia invaso l'organismo intero , e il tanto auspicato silenzio sopravviva solo ( come scelta elitaria ) fra ristrette frange della popolazione mondiale per motivi legati prevalentemente a qualche credo religioso .
Anche quella che potremmo definire ( in questo brano ) " elogio" del camminare, non è più la stessa cosa di vent'anni fa, che avveniva in modo solitario e predisponeva sì al silenzio e alla riflessione. Se oggi diamo un'occhiata alle sempre meno numerose persone che si dedicano a questa pratica ( vanno molto più di moda le palestre o i " Centri benessere ", ci accorgiamo che le persone sono magari sì da sole - ma solo formalmente - perché in realtà sono tutte " collegate " , vuoi all'ascolto di musica che ad altri strumenti elettronici.
Che dire?  " O tempora , o mores! " come i nostro bravo Cicerone?
E' cosa nota che ogni Tempo storico abbia le proprie caratteristiche ( nel privato poi ognuno può fare le scelte che crede).Trovo tuttavia che riportare brani come questo inviti non solo ad una sociologica riflessione, ma ad un pensiero sul personale uso di uno " strumento" -tale il silenzio- che , per la sua valenza non può e non deve andare soggetto alle mode.

                        frida





AZZURRO ELEMENTARE ( Prefazione )


UN POETA AL CROCEVIA

(…)  " Sono nato al di qua di questi fogli"
         Questo endecasillabo perfetto,senza orpelli letterari, è l'inizio
         della poesia Ombre e al tempo stesso del mio amore per
         Pierluigi Cappello.L'ho conosciuto come si conoscono i poeti,
         prima di tutto e soprattutto sui loro fogli. Solo dopo ci siamo
         incontrati per l'occasione di un lavoro insieme e siamo
         diventati amici.
         Aver parlato a lungo e minuziosamente con lui di alcuni
         episodi della sua vita, mi ha fatto diventare un po' esperta
         della sua poesia,per questo sono qui.Anzi -più modestamente-
         esperta della sua biografia, tanto da riconoscere nei versi
         tanti echi personali. Naturalmente, quando si legge, non è
         necessario conoscere l'autore, ma può essere il punto di
         partenza per scriverne, se non si è un colonello delle armate
         che distribuiscono medaglie, un critico letterario, bensì un
         soldato semplice: il lettore.
         Non sento in Pierluigi Cappello quella navigata perizia che
         mi infastidisce, lo sfogo di un miracolo linguistico, ma la
         bravura sì, la capacità artigianale sì, la conoscenza
         approfondita della storia della poesia sì.  Conditio sine
         qua non  certo, ma mai sufficiente. E' tutto il resto che
       incanta.Le sue parole non sono dirette solo a chi sta leggendo;
       la voce tenta di stringere una relazione spietata con il proprio
       Io, l' Io narrante. James Hillman esortava ogni forma di
       narrazione- non solo psicanalitica - a spiantare gli occhi da
       se stessa e portarli alla finestra. Questa esortazione così
       importante da seguire, riportata alla poesia di Pierluigi
       Cappello, ha poco senso. Il suo Io è la finestra stessa.
       Coincidono. Dai suoi versi ci affacciamo per vedere un mondo
       popolato da un quarto stato che emerge dalle gole delle
     montagne friulane in un commovente e goffo cammino fiducioso
      verso il futuro. Persone evocate ad una ad una mentre cantano,
      sarchiano, rompono cadono, bussano, ridono, ma di cui il
      poeta non ha nessuna paternalistica pietà , " perché ho soltanto
      i miei occhi nei vostri e l'allegria dei vinti e una tristezza
      grande ". Tutto è sconquassato nelle sue poesie, tutto si è rotto
      e ha bisogno di essere ricostruito.Eppure mai un lamento, mai
      un vittimismo, nemmeno sulle macerie sociali o civili o reali
      come il terremoto del suo Friuli quando era bambino.
      Sembra che la vita apparecchi spettacoli meravigliosi o cruenti
      proprio per i suoi occhi, perché lui - lì fermo - li possa narrare.
      Le pagine sprizzano una fortissima tensione etica: è
      esattamente il nostro paese che emerge, nello stupro che gli  è
      stato compiuto.Ma nemmeno per un momento si sente una
      protesta ideologica, o una didascalia,o una nostalgia passatista
      E' tutto poesia, eppure è tutto racconto.
    " Con l'allegria dei vinti "    (…)



       Francesca  Archibugi  ( Prefazione a )  Azzurro elementare


AZZURRO ELEMENTARE

 
 

                                                               E' qui che sei approdato adesso…


LA MISURA DELL'ERBA

Attieniti alla misura dell'erba
di questo prato che è largo
quanto si stende di verde
è qui che sei approdato, adesso;
ti sei svegliato
hai inforcato gli occhiali
hai calzato le scarpe
hai camminato, perfino:
per questo è plausibile
che ogni soffio di brezza
sia un bacio di Armida
che il prato sorrida
com'è scritto nei libri.


                                             ***

Quando si è scarsi di ragione e senno
capita che si scambino
fischi per fiaschi
- fa' che capiti -
nei sereni di maggio
di' pure un usignolo più un usignolo
sommato a un altro usignolo
è una manciata di spiccioli d'oro
gettata nell'aria chissà da chi
chissà per chi
magari fra i tanti per te
quando sei solo.


                                             ***

Qui è appena grandinato
considera la porzione di cielo
rotta a nord
dal culmine della villa  di fronte
anche noi siamo abitati dal fulmine
noi stessi cielo
se l'intercedere di una metafora
fa di noi più cielo
altro l'andare nostro al nostro andare.


                                                ***

Assaggia dalle mie dita un po' di quest'acqua
di questa che ha ancora sapore di nuvola
che tornerà nuvola
c'è come una desinenza concorde
un muto cospirare di cerchi
in questo alfabeto
e così anche tu tornerai
come passi adesso che passo
senza toccarti
è la medesima semplicità del sasso
pronta a risolversi in polvere
è la medesima semplicità del silenzio
il silenzio, soltanto, perfetto.


                                                    ***

Piangere non è un sussulto di scapole
e adesso che ho pianto
non ho parole migliori di queste
per dire che ho pianto
le parole più belle
le parole più pure
non sono lo zampettìo delle sillabe
sull'inverno frusciante dei fogli
stanno così come stanno
è fuoco né cenere
fra l'ultima parola detta
e la prima nuova da dire
è lì che abitiamo.


                                                ***

La parte soleggiata di noi stessi
non somiglia a questo prato d' agosto
che vedi
somiglia piuttosto a una pietra
che il tempo abbia sepolta
nel fondo profondo di noi
oppure sta come un'isola
e noi siamo sponda
ma sempre al di qua di quell'isola
dove io si dice per dire
- per essere - noi.


                                               ***

Se essermi è un carcere
è in questo carcere che sono libero
se qui sono libero
non fuggirmi adesso che ti avvicini
ma liberami, piuttosto,
perché io non  ti vedo.



 
  Pierluigi  Cappello   da    Azzurro elementare ( Poesie 1992 - 2010 )



venerdì 22 marzo 2019

MANDATE A DIRE ALL'IMPERATORE 1

 
 

                                                           Domani sarà tardi e saremo felici


I VOSTRI NOMI


MANDATE A DIRE ALL' IMPERATORE

Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perchè qui c'è da camminare nel buio della parola
l'orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.


                                        ***

IN QUALE BOSCO

Il cielo era verde di freddo tra gli aghi dei pini
e qui non c'è nessuno l'umido salito dalla neve
si intrama nell'odore dei vestiti bagnati
hai stretto per sempre il manico dell'ascia
all'altezza dell'intaglio, tre asterischi, le iniziali e una data
e la dignità delle tue mani si è svenata in dolcezza
adesso, tra la polvere e il dominio, dove hai incontrato
te stesso in chissà quale bosco dei miei occhi
quando ti sei voltato e mi hai detto, dio, quanto sole
così lontano, diverso, quanto ad uno ad uno i giorni
stringono il cuore e separano.


                                       ***

TRAMANDARE

L'aria è quella umida di marzo quando piove
penso al significato della parola tramandare
mentre sto qui, in questa luce piatta del mattino
e immagino come potrebbe essere
ma non mi viene in mente niente
niente che somigli alla caligine sotto i denti
dopo che tutto brucia e la luce degli incendi
fa luminose le spalle di Enea, Anchise salvato dai crolli.

" Il carapace è la casetta delle tartarughe,
è liscia a toccarla e fatta d'osso, e forse un giorno la toccherai,
ma adesso metti un po' di azzurro sul foglio
e dentro il cielo fai tanti piccoli segni a forma di vu:
quelle sono le rondini che in primavera
volano lontane e veloci
e quando si abbassano si sa che dopo piove,
diceva mio padre ".

Qualche volta si sta fermi per andare
più in alto e più lontano
qualche volta si sta fermi per rimanere fermi
domani e qui, domani ci aspetta
un passato pieno di gloria
domani sarà tardi e saremo felici.


                                  ***

LA NEVE CHE SEI STATO

Chiusaforte è le tue mani rovinate,
le sue case in fila lungo una strada che conduce al nord
e le pietre e gli azzurri, sottilissimi dopo che è nevicato.
Chiusaforte è tutti i ritorni che mi allontanano
mentre nevica il tempo sulla neve che sei stato
sui passi contati e poi coperti dal bianco
e c'è un piangere nascosto nel celeste
nelle pigne ai piedi degli abeti
nel silenzio che sgretola gli animi e qualche volta
ci spinge in alto, in alto
dove ci sono parole che erano sassi
dette di punto in bianco, nel freddo
lasciate alla confidenza delle nuvole;

ho fatto un buon tratto di strada, ormai,
e sono stato tuo figlio e sono stato tuo padre
e conosco i gesti che non si spezzano davanti al dolore
l'incandescenza dell'istante che li ha generati
la tua mano sulla mia fronte
il palmo della mia sul dorso della tua
che non so come, non so dove
mi portano ancora con te.


                 Pierluigi Cappello   da   Mandate a dire all'imperatore


MANDATE A DIRE ALL'IMPERATORE 2




                                Allora la notte diventa cielo nella nostra bocca…




DEDICHE A CHI SA



Tra il mio sguardo e il tuo
lo stupore del mio
caduto sulle ginocchia per vedere
come stanno le nuvole
e come le nuvole cambiano quando stiamo davvero.


                                                ***

UNA ROSA

Che cos'è quella rosa sul tavolo
ferma nella sua freschezza come un lago alpino
alta nel suo silenzio più del fragore
dei quotidiani affastellati lì accanto
più del disordine dei notiziari,
la concitazione delle chiavi di casa.
Che cos'è questa parola verdeggiante d'amore
se non il suolo dove lasciarsi cadere
la penombra di un bosco da attraversare
e la mano che si apre e prende la mia
e mi conduce a me.


                                               ***
NEL NOME


Io, riconosciuto nudo, risalito lungo le cicatrici
della conoscenza della tua bocca, ti schiudo alla mia
come un'alba, un riparo
nel respiro della forza deposta;
ogni giorno aggiungo una morte alla mia vita
e ogni giorno il tuo nome ha più significato
duttile sulla mia lingua
e l'ombra versata la sera sulla soglia
il minuto posato nell'attesa
ci libera dalla morte ereditata;

era aprile e pensavo di essere
più piccolo del firmamento,
che non sei tu, non sono io
lo splendore di un sentiero tracciato
dentro il mio nome e il tuo.


                                                   ***

MI SPECCHIO

Con te prendo la sinistra per destra
e la carezza - dio- com'è leggera,
come l'estro dei cirri di stasera
o il verso di un arcade alla finestra.


                                                 ***

APPUNTO

Dal desiderio di pensarti mia
sei rimasta tu, mentre entri e ti siedi.
La luce ti viene alle spalle dalla porta socchiusa,
il pruno lascia il suo bianco al mattino.
Così intonati, il bianco e il pruno
fermi nel sole, noi.

In questa maniera gli alberi parlano al cielo
l'ombra degli alberi cresce lungo le iridi
verde più cielo
in questo modo di stare, precipitati.


                                                  ***

DA LONTANO

Qualche volta , piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c'è più posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.


                                                  ***

UN GIORNO

Il tempo si è diviso grano a grano
a passi lunghi si è inoltrato nello sguardo
le cose rimangono cose nel giorno senza nome
il bicchiere sul tavolo, la bottiglia
la luce giallina delle sei che ne illumina la cima
stanno lì, tra la mia voce e me
come in pensiero non detto.
La vista non è più quella e sono solo.


                                                     ***  

QUALCOSA NEL BUIO

L'altra notte ho  messo la faccia nel buio
non c'era che la mia faccia non c'era niente
non si muoveva un solo rumore né una sola evidenza
animava al soprassalto, neanche il sospetto
di un'assenza concentrata in ombra
c'era solo la pressione del nero sugli occhi
con quella della nuca  sul cuscino
e tutto attorno, qualcosa tutto attorno
conteneva quell'oscurità e me.



            Pierluigi  Cappello  da      Mandate a dire all'imperatore




L'INFERNO DI CATHERINE ( Presentazione )



Intransigente e severa critica di se stessa, Catherine Pozzi visse con l'anima aperta sul mondo, trasponendo in versi dal temperamento mistico la sua intensa fame di assoluto e il suo non meno sconcertante desiderio di calarsi nel regno tumultuoso della notte oscura.
" Quello che non può diventare notte o fiamma", confessava la poeta, musa e amante tradita di Paul Valéry, " lo si deve mettere a tacere." Catherine appartiene dunque a quei poeti che credono a una scrittura " ispirata", di una visionarietà e di un'esperienza spinta al di là delle cose. Al tempo stesso, ai margini di quella scrittura, la Pozzi sa affrontare - con tutte le conseguenze e le sofferenze del caso - la sfida o, per meglio dire, la necessità del silenzio. Anche per questa ragione - in vita - la nostra autrice acconsentì a pubblicare una sola poesia " Ave ", divenendo presto un'enigmatica e conturbante " autrice postuma", capace di una musicalità spiazzante, che sembra provenire da un indefinito altrove. La musicalità della sua poesia " assomiglia a un labirinto che si stende mano a mano che si circola e si odono più voci. E' un corpo di viaggi. Racchiude e scopre a chi lo ripete fra sé, una proliferazione di analogie segrete, di voci insospettate, di riavvicinamenti o separazioni, di sorprese e aperture " ( Michael  de Certau  -gesuita, linguista, antropologo e storico francese - i cui interessi, nonché le competenze spaziavano dalla filosofia alla psicanalisi e alle scienze sociali ).


                                 ( f )


giovedì 21 marzo 2019

L'INFERNO DI CATHERINE

 
 

                                                                        Amo le rose che muoiono…


Altissimo amore, se mai accadesse che io muoia
senza aver saputo dove vi possedevo
in quale sole stava la vostra dimora
in quale passato il vostro tempo, in quale ora
                                                     io vi amavo.

Altissimo amore che fuggite la memoria
fuoco senza focolare di cui ho fatto tutta la mia luce,
in quale destino tracciate la mia storia,
in quale sonno si vedeva la vostra gloria.
                                                   o mia dimora…

Quando sarò per me stessa perduta
e divisa nell'abisso infinito
infinitamente, quando sarò sconfitta
quando il presente di cui sono rivestita
                                                   avrà tradito,

per l'universo in mille corpi frantumata
di innumerevoli istanti non ancora riuniti
di cenere setacciata nei cieli fino al nulla
rifarete per una strana stagione
                                                  un solo tesoro;

rifarete il mio nome e la mia immagine
con mille corpi portati alla luce
viva unità senza nome e volto
cuore dello spirito, oh centro del miraggio
                                                altissimo amore.


                                                   ***

NOVA

In un mondo del futuro dove la mia vita mi appartiene
che non si è formata nel cielo odierno,
nel nuovissimo spazio dove il volere devia,
nell'atto nuovissimo dell'astro che fuggo
tu vivrai, mio splendore mia sventura, mia salvazione,
mio cuore estremo costituito col sangue che io sono,
mio soffio, mio tocco, mio sguardo, mio desiderio,
mio più terrestre bene perduto nell'infinito.

Evita l'avvenire, Immagine inseguita!
Sono morta di voi, oh miei amatissimi
non essere disfati, dissipati, scindi
denuncia il desiderio che non ho scelto.

Non adempiere al mio giorno, anima della mia follia -
abbandona il destino che non ho adempiuto.


                                                ***

SONETTO  MORALE SULLE RIME DI UN POEMA DEL MIO AMANTE IMPOSSIBILE

Amo le rose che                             muoiono
I capricci                                       insoddisfatti
Il lungo rimpianto                         che rimane
In fondo ai rifiuti                           snervanti.

Amo anche le promesse                 tardive
Di paradisi                                    vertiginosi
Che ( sollevando la sua mano       ardente )
Irrigidiscono il signore                 nervoso.

Ma la mia anima bella                  rovesciata
Sull'alma saggezza                        iridata
Che gli dei immortali m'hanno     fatto

Assaporare la castità                    appassionata
Cara avventura passeggera         indolente
E ride dei vostri sessi                   disfatti.          


                                                 ***

SE VUOI

             Se vuoi
ce ne andremo insieme
             noi due
verso il vecchio fico
            avrà
frutti neri che tremano
           sotto il vento
che arriva da Orvilles.

           Tu andrai
l'anima rovesciata
           sulla tua vita
e io ti seguirò.
          Il cielo basso
tratterrà i nostri pensieri   
          con la feccia
di una segreta sventura.

          
          Prenderai
dall'albero uno dei suoi frutti
          e d'un tratto
lo farai sanguinare
         e la tua mano
morta come marmo
         getterà
il dono del fico.

          Il vento verde
pieno del frusciare dei faggi
          spalancherà
la gabbia del cielo
          io griderò
come un cane senza padrone
          tu fuggirai
in pieno sole.


                                      ***

NON AVENDO ASSOLUTAMENTE PIU' ALCUNA SPERANZA

Non avendo assolutamente più alcuna speranza
non contando neppure sull'intelligenza,
capendo che la gloria è per chi è felice;
impossibilitata a vivere di questo corpo folgorato,
                              essendo morti gli amici,
essendo la scienza utile per chi è vivo;
oggetto di stupore per quelli che passano,
scandalo per quelli che si accontentano,
                             seduta senza quasi respirare,
                                        ella lavora,
                             una rosa nel cuore.


                 Catherine Pozzi  da     Il mio inferno      


mercoledì 20 marzo 2019

ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 1

 
 

" Per ogni minuto che passiamo in preda alla rabbia, perdiamo sessanta secondi felici"  ( W. S. Maugham )


AGGRESSIONE E RABBIA

(…) Aggressione deriva dalla parola latina aggredior.
       Innanzitutto essa ha un pacifico risvolto intenzionale di
       avvicinamento, e significa semplicemente" recarsi in un luogo,
       accostarsi a qualcuno, cominciare, intraprendere qualcosa".
       C'è in questa catena di significati un'intensificazione; nella
       parola è presente una pressione che va aumentando sempre
      più.Il temine diventa sempre più ostile, assumendo il significato
      di aggredire, sopraffare, distruggere con intento malevolo. E'
      in questo contesto - allora - che si deve parlare di distruzione.
      Ma non si può indicare semplicemente come distruttiva l'
      intenzionalità di un avvicinarsi pieno di determinazione; si può
      ben invece definire come tale la distruzione operata  con
      propositi ostili.
      E' molto importante nell'aggressione il ruolo giocato dall'
      intenzionalità: abbiamo uno scopo, vogliamo provocare
      qualcosa; ma qualche altra cosa si contrappone a questa
      nostra volontà e noi ci arrabbiamo, diventiamo furiosi. Può
      darsi allora che traduciamo questo affetto in comportamenti
      ostili.A seconda del temperamento ci arrabbiamo tanto o poco,
      oppure per nulla. I nostri attacchi di collera hanno una precisa
      tipicità, che varia da persona a persona. Ciascuno di noi
    probabilmente può dire di se stesso se cova un attacco di collera
     per settimane, se lo scarica lentamente o velocemente nel luogo
    giusto o in quello sbagliato,oppure se è una persona che esplode
    e poi dieci minuti dopo non capisce più come abbia potuto
    perdere la calma. Nelle sue varie manifestazioni, la rabbia - di
    volta in volta - rivela una tipicità individuale.
    Nella gestione della rabbia è possibile distinguere diverse
    tipologie di reazione, vale a dire che le persone la sentono in
    maniera differente, e altrettanto differentemente la controllano,
    ne sono succubi o la respingono.  (…)


              Verena  Kast   da     Abbandonare il ruolo di vittima

  

ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 2



LA VITTIMA

(…) Chi rientra nella tipologia della vittima, è uno che evita il
       conflitto. E' un individuo che preferisce tirarsi indietro. E' uno
       che dice sempre " si" anche senza essere necessariamente
       d'accordo. Se qualcuno lo spintona, è lui a chiedere scusa,
       rimproverandosi di occupare troppo spazio in questo mondo.
       Questa persona dice di se stessa :" Sono io che non vado bene;
       tu invece sei a posto". Ma di solito è possibile trovare in queste
       persone anche un'inconscia tendenza opposta. E allora questa
       frase diventa :" Solo io sono a posto; tu invece no".
       Naturalmente nella maggior parte dei casi non ammettono di
       avere questo atteggiamento nemmeno con se stessi. Questi
       individui ingoiano la propria rabbia. Usano frasi come : " Mi
       rendi infelice". Non dicono mai : " Mi rendi furioso", oppure
      " Mi sto arrabbiando". Provano dei sensi di colpa e tendono ad
       autocommiserarsi, ma con facilità sono anche capaci di
       colpevolizzare gli altri. Avvelenano l'atmosfera con accuse che
       solo vagamente sono comprensibili, ma che non sono espresse
       esplicitamente. Sembra che non si arrabbino mai, non
       manifestano la loro collera, la soffocano e per questo sono
       pieni di rimproveri e di autocommiserazione. Evidentemente
       hanno una grandissima paura. Hanno anche il timore di
       tradurre in realtà le loro fantasie aggressive. Sono individui
      che nella loro infanzia sono stati molto condizionati da persone
      autoritarie, che sono stati investiti da sensi di colpa, e che
     hanno imparato precocemente che gli altri erano più importanti
     di loro. Nella costante necessità di adattarsi a sé e ai propri
     simili, l'adattamento agli altri occupa il posto centrale.
     Nella sua forma più pura, questa tipologia si incontra piuttosto
     di rado, perché nella maggior parte dei casi la maggior parte
     delle persone sono dei tipi misti.  (…)


             Verena  Kast   da     Abbandonare il ruolo di vittima


ABBANDONARE IL RUOLO DI VITTIMA 3



L' AGGRESSORE

(…) Chi rientra nella tipologia dell'aggressore viene visto come un
       bastian contrario. Di se stesso dice: " Ho ragione io, non tu".
       Esiste anche qui un'inconscia controtendenza: " Sono gli altri
       ad aver ragione, non io, ma farò il possibile perché nessuno se
       ne accorga". Questo si rileva con particolare evidenza negli
       individui che montano immediatamente in collera di fronte ad
       una manifestazione di rabbia, e che subito si lanciano in gravi
       minacce. Al primo accenno di azione ostile, un individuo del
       genere si pone in un atteggiamento di imponente grandezza,
       persino quando fisicamente non è particolarmente robusto, e
       a sua volta aggredisce. In questo contesto sto usando
       intenzionalmente i pronomi al maschile, poichè in questa
       tipologia non si trovano così spesso delle donne. Un uomo così
       si inalbera immediatamente e minaccia. Se gli si fa un
       rimprovero, all'istante ce ne rovescia addosso altri dieci. E' il
       tipo collera- minaccia. Lo si definisce anche " tipo dalla furia
       collerica",oppure si parla di una collera esplosiva. Qui la
       rabbia è una difesa dalla paura, dal dolore, dalla vergogna e
       dallo stato di impotenza.E' possibile fare una distinzione fra
       una rabbia fredda e una calda. Chi fa immediatamente delle
       minacce e aggredisce, di solito ha una collera infuocata. La
       rabbia fredda- invece - si manifesta con l'ironia, il cinismo e
       il sarcasmo. Come nella tipologia della vittima, l'aggressore
       può essere stato molto condizionato nel periodo dell'infanzia
       da persone estremamente autoritarie. Questi individui, però, si
       identificano con l'aggressore, non con la vittima. Risolvono il
       conflitto tra adattamento a se stessi e adattamento ai propri
       simili, facendo di se stessi il centro di ogni cosa.
      Esistono anche individui che a volte fanno parte della tipologia
      delle vittime, a volte di quella degli aggressori.  (…)



                    Verena  Kast    da     Abbandonare il ruolo di vittima