giovedì 20 dicembre 2018
RIPRESA DEL DESTINO ( e della diagnosi ) 2
(…) Se nobilitare la malattia può essere un modo di difendersi -
identificandosi con l'aggressore -, anche minimizzare il lavoro
psichico e l'elaborazione fantastica che la malattia sempre
richiede, mi sembra un modo di proteggersi, una difesa che
punta solo al lume della ragione. Nell'affermazione di Sontag
per cui " la comprensione psicologica"di una malattia ne erode
la realtà, sembra di cogliere l'ombra del diniego. Intendiamoci:
se per comprensione psicologica intende la ricerca -
evidentemente autopunitiva - dell'origine o dello sviluppo della
malattia nella propria biografia psichica e relazionale, non
posso che essere d'accordo con lei.Ma se intende invece l'ascolto
di un immaginario - personale e collettivo -, lo sviluppo di una
relazione psichica con la propria salute e la propria malattia,
allora siamo di fronte a qualcosa che non può essere liquidato
equiparando - come lei fa - la psicologia a una forma di
" spiritualismo sublimato". Né sostenendo, con accanimento anti
psicologico, e direi a questo punto, una forma di " materialismo
non sublimato", che gran parte del pensiero psicologico iniziato
con Freud e Jung, altro non è che " l'illusoria promessa di un
temporaneo trionfo sulla morte".
La tubercolosi - come fatto medico - non è certo la metafora
idealizzante della consunzione intellettuale di Hans Castorp
nella Montagna magica o della consunzione amorosa di Mimì
o Traviata. Ma sul fatto che " il genio della malattia " come
scrive T. Mann " sia più umano di quello della salute ", vale la
pena di fermarsi a pensare .(…)
Vittorio Lingiardi da Diagnosi e destino
IL NATALE DEI POETI
So che verrà l'alba eterna…
QUADERNETTO
Un anno...Tratteneva la sua stella
il cielo dell' Avvento. Sulla bocca
senza febbre o paura la mia mano
ti disegnava - oscura - una parola.
E la sfera dell'anima e dell'anno
vibrava in cima a uno zampillo d'oro
alto e sottile, il sangue.
Ne tremavano
sorridenti gli sguardi - all'accostarsi
buio di quel guardiano incorruttibile
che nei giardini chiude le fontane.
Cristina Campo da La tigre assenza
***
TEMPO DI CORNAMUSE
Da remoti paesi di campane,
sui bianchi lievi dell'aria ritorna
tempo di cornamuse. Come un cane
mansueto posa presso i villaggi dove
nell'appannata quiete delle stanze
bimbi dormono ancora sul mattino.
Io pure l'ebbi un tempo,
il miracolo di Gesù Bambino.
Giuseppe Cassinelli da Il tordo corso
***
CANTI DI YUSUF ABDEL NUR
Sia benedetto il Seme
di Dio e dell'uomo
sia benedetto tutto quello che cresce
sia benedetto tutto quello che scorre
il sole quando esce
dalla nuvole e dalla notte
il pane dentro il forno
il vino dentro la botte
il polline nell'aria
la farfalla sul croco
lo scoppiare del fuoco
il ramo che si spacca
il verde più leggero
che piume a primavera
- e il fico che era stecchito
e ora una voliera -
sia benedetta l'acqua
dei fiumi, delle fontane,
delle piogge, delle buriane
che arrivano sul mare,
e il ventre delle donne
quando si fa collina
e i capelli con cui
gioca una bambina
e le parole quando
tra la tenebra errando
e la luce vanno verso
la luce
e vi maturano insieme
come sull'albero il frutto acerbo.
Sia benedetto il Seme
di Dio e dell'uomo,
il Verbo.
Giuseppe Conte da Canti d' Oriente e d' Occidente
***
IO NON SO COME
Io non so come,
la notte è lunga
e il tempo un mostro,
ma so che verrà l'alba
e la vita degna
sarà in ogni uomo,
e la terra non tremerà più
e la stella di Betlemme
ricorderà per sempre che Cristo
è veramente nato
per tutti gli uomini.
Io non so come,
la guerra è sulla terra
e il Male sconvolge la Creazione,
ma so che verrà l'alba
e ogni uomo avrà il suo pane
e ogni uomo sulla spiaggia
riconoscerà Cristo che mangia
esce e parla con lui.
Io non so come,
anche quest'anno è stato orrendo
di massacri e di morti,
ma so che verrò l'alba
eterna, la luce che attende
ogni creatura, fatta a immagine
di Dio, canto dell' universo.
Io non so come,
la notte è lunga
e il tempo un mostro,
ma so che verrà l'alba.
Elio Fiore da Gli occhi dell'universo
***
NATALE AL CAFFE' FLORIAN
La nebbia rosa
e l'aria dei freddi vapori
arrugginiti con la sera,
il fischio del battello che sparve
nel largo delle campane.
Un triste davanzale,
Venezia che abbruna le rose
sul grande canale.
Cadute le stelle, cadute le rose
nel vento che porta il Natale.
Alfonso Gatto da Poesie 1929- 1969
***
E QUESTO SARA' UN UOMO
Questo è il nido di sangue per un'anima;
qui si intessono i nervi, qui le ossa
si architettano e drizzano; è l'arcana
foresta dove germina l'inizio.
Questo sarà figura d'uomo, ed ora
è oscuro rame d'oscura radice,
alla zolla connesso come i morti,
ma violenta suggendo in sé la vita.
Questo è il rubino nella notte, il fuoco
che cova nel segreto, ma sicuro
che eromperà nel destinato attimo.
E questi sono frantumi di immagini
com'è scheggiata e franta la mia vita
che in Te trapassa.
Fu mia parte il caos,
ma venga ormai lo Spirito ed albeggi
per te sulla distesa delle acque.
Margherita Guidacci da Paglia e polvere
***
XXXVI
Sale il bue.
Le vittorie
sono Tue.
Nostre sono
le sconfitte.
Palafitte
assediate
di città.
Nebbia.
Niente.
Cecità.
Ecco
l'asino verrà
che Ti ha
con l'altra bestia
mentre stavi là
in capanna
- Ti cantava
Santa Madre
ninna nanna -
caldo fiato,
che T'ha amato,
lui animale,
anzi loro,
da demenza non sconfitti,
da violenza
non trafitti,
assediati,
già peccanti,
mentre Tu,
là in Betlemme,
nel presepe,
del Tuo nascere
di neve
che era inverno
fosti perno,
carne centro,
carne- stiva…
Dei pastori
su, salente,
ecco senti.
Te gemente,
Te morente,
fiato- piva.
Giovanni Testori da Ossa
martedì 18 dicembre 2018
DIAGNOSI E DESTINO ( Presentazione )
Tutti - prima o poi - riceviamo delle diagnosi:un giorno arriva un esperto che, con una parola, ci dice qualcosa che modifica la nostra vita, in peggio o in meglio.
Momento chiave della relazione medico- paziente, la diagnosi non è solo un processo compiuto da chi lo formula, è anche un'occasione importante della conoscenza di sé. Ed è sempre un incontro: con il corpo, la chimica dei farmaci, la cura di sé, la scienza medica, la (s) fiducia nella medicina, il passato dell'anamnesi, il futuro della prognosi, la nostra personalità, le nostre paure e difese.
Sulla malattia e l'essere malati si è scritto molto, meno sulla diagnosi e l'essere diagnosticati.( O con Internet, sull'autodiagnosticarsi, solitari esploratori dei nostri sintomi.) Le diagnosi - tuttavia - non sono sentenze e le malattie non hanno un significato: non sono metafore o colpe, ma possono abitare le nostre vite come narrazioni e mitologie personali.
f.
DIAGNOSI E DESTINO 1
MALATI SECONDO SONTAG ( Scrittrice americana nota per il suo impegno nella ricerca e a livello civile ).
(…)Alla fine degli anni Settanta, Susan Sontag scrisse un pamphlet
( Malattia come metafora. Cancro e Aids ) per ribellarsi all'idea
della malattia come metafora, affermando che " non c'è niente
di più primitivo che attribuire ad una malattia un significato",
poiché tale significato è inevitabilmente moralistico".
Un libro importante, che ha influenzato tutti i successivi studi
nel campo della medicina sociale e della psicologia medica.
Sontag ci mette in guardia dal pericolo di metaforizzare la
malattia ma,rivolgendo il suo pensiero tagliente a malattie molto
diverse tra loro, corre il rischio di generalizzare.
Ha però ragione quando afferma che " persino i nomi di queste
malattie sembrano avere un potere magico ".
Nel primo romanzo di Stendhal, Armance , la madre del
protagonista si rifiuta di pronunciare la parola " tubercolosi"
perché - pronunciandola - teme di affrettare il corso della
malattia del figlio. Questo romanzo è ambientato all'epoca della
Restaurazione, ma anche agli inizi degli anni Ottanta, quando
mia madre si ammalò di cancro, erano molti quelli che
preferivano dire che " aveva un brutto male".
Quindi,è anche grazie al libro di Sontag se il potere ingannatore
delle metafore applicate alle malattie è diminuito. Ma le
metafore, anche quelle che non ci piacciono, fanno parte di noi.
E' difficile pensare al " mal sottile" della Signora delle Camelie,
all' Aids di Foucault, all'epilessia di Dostoevskij, alla psicosi di
Van Gogh e al cancro di Terzani ( " Ormai mi incuriosisce di
più morire. Mi dispiace solo che non potrò scriverne "), senza
la scia di metafore che queste diagnosi portano con sé. E pur
prendendo le distanze dalle dimensioni collettive della metafora,
non possiamo ignorare che le malattie sono anche metafore e
rappresentazioni personali. Eppure Sontag è irremovibile:
nessuna metafora,nessuna mitologia,nessuna psicologia,nessuna
interpretazione. L'immaginario della malattia - dice - non fa che
peggiorare la vita del malato e spesso è più difficile da debellare
della malattia stessa:
" Si parla della malattia come di qualcosa che ti dona nuova
profondità. Io non mi sento più profonda, mi sento appiattita.
Sono diventata oscura a me stessa "
Vittorio Lingiardi da Diagnosi e destino
DIAGNOSI E DESTINO 2
(…) Il ricorso alla psicologia e alla cultura sociale- dice Sontag - è
punitivo e sentimentale e ci porta a sovradeterminare il
significato della malattia.Poiché una malattia - prosegue -altro
non è che una malattia:un virus, un batterio,un errore genetico
Farne una metafora equivale ad usarla in modo malato per
colpevolizzare il malato. Ogni pensiero metaforico sulla
malattia va evitato. Ogni suo elemento di identificazione con la
morte, viene attaccato da Sontag in quanto espulsione del
concetto di guarigione da quella malattia. Per mostrare l'apice
di questo atteggiamento, cita la definizione che Kafka assegna
alla tubercolosi: " il germe della morte stessa ":
" Sono arrivato alla conclusione che la tubercolosi, come ce l'ho
io, non è una malattia particolare, un male degno d'un nome
speciale, ma soltanto una maggiore intensità - per ora non
valutabile nella sua importanza - del germe generale della
morte "
Ma è veramente possibile,umanamente possibile espellere dalla
malattia il concetto di morte? Ad esempio "il cancro è una
malattia,non una sentenza",e non tutte le malattie sono mortali,
ma ogni malattia non contiene forse un elemento depressivo,
inevitabilmente legato se non alla morte, almeno al morire, alla
caducità? Che cosa dobbiamo farne? Combatterlo con il
diniego? Con il vitalismo, la maniacalità? Arrendersi oppure
dichiarare guerra alla malattia, come Oriana Fallaci?:
" Dopo l'operazione chiesi di vederlo.A colpo d'occhio sembrava
una pallina di marmo, innocua, quasi graziosa. Dopo alcuni
giorni lo esaminai al microscopio, e mi resi conto di che cosa
fosse capace riproducendosi.Capii che avevo un nemico dentro
di me:un alieno che aveva invaso il mio corpo per distruggerlo
Ora abbiamo un rapporto di guerra: lui vuole ammazzarmi, io
voglio ammazzare lui " (…)
Vittorio Lingiardi da Diagnosi e destino
lunedì 17 dicembre 2018
LA NEVE ( In Pittura e in Poesia )
Nevica sui villaggi? Nelle veglie le case tornano intime, sognanti…
DICEMBRE
Dicembre, il mese della santa festa
che ha fatto cristiane anche le nevi:
( ne parla il vento con sussurri brevi
ai sassi del ruscello, alla foresta ).
Nel gran racconto, l'anima si desta
succhiando infanzia da lontani evi:
( le pievi ne discorrono alle pievi,
la terra tutta è un gran presepe in festa ).
Nevica sui villaggi? Nelle veglie
le case tornano intime, sognanti;
le parole han riflessi di conchiglie.
Questa notte Gesù fa compagnia
al povero, al fringuello, al camminante
che come foglia fluttua per la via.
Cesare Angelini da Autunno ( e le altre stagioni )
***
NEVE IN PALESTINA
Poi sgranammo collane di paesi
pittoreschi e fraterni, con un lusso
di vedute mai visto, e in Palestina
ci guardarono gli uccelli.
Nella notte,
nevicò nelle plaghe orientali
quasi il fiore del glicine; e il deserto
di roccia fu da lilla a bianco. Ogni cammello
ebbe cibo di neve: una celeste
pozzanghera di manna; e svolazzanti
nuvolette di spuma, a vele piccole,
navigavano l'aria. I tamburelli
degli angeli facevano una festa
strepitosa. Caduto era l'inverno,
gelo d'uno in altr'uomo.
Non l'avara
penuria che fa gli uomini maligni
vidi; e, oh, quante speranze!
In mezzo al ceto
de' semplici pastori si confonda
il cittadino pallido, e gli caschi
dal cor la spina dell'invidia, e veda
nascersi sopra gli omeri leggera
fantasima di nebbia,e porti l'agna
- oggi, a emblema di sé mite - al Signore
Bambino. Pargoleggia tra le agnelle.
da Gli Angeli di Melozzo da Forlì
***
DICEMBRE
Dalla profondità dei cieli tetri
scende la bella neve sonnolente,
tutte le case ammanta come spettri;
di du, di giù, di qua, di là s'avventa,
scende, risale, impetuosa, lenta,
alle finestre tamburella i vetri…
Turbina densa infiocchi di bambagia,
imbianca i tetti e i selciati lordi,
piomba dai rami curvi, in blocchi
sordi…
Nel caminetto crepita la bragia.
Guido Gozzano da Tutte le poesie
***
E' NATALE: SULLAPROVINCIA NEVICA
Tra i lari confortevoli
un sentimento conserva
i sentimenti passati.
Cuore contrapposto al mondo,
come la famiglia è verità!
Il mio pensiero è profondo,
sto solo e sogno rimpianto.
Com0è bianco di grazia
il paesaggio che non so:
visto per la vetrata
della casa che mai avrò.
Fernando Pessoa da Obra Poética
***
NEVICATA
Sui campi e sulle strade
silenziosa e lieve
- volteggiando - la neve
cade.
Danza la falda bianca
nell'ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa
stanca.
In mille forme immote
sui tetti e sui camini,
sui cippi e sui giardini
dorme.
Tutto d'intorno è pace:
chiuso in oblìo profondo
- indifferente - il mondo
tace.
Ma nella calma immensa
torna ai ricordi il cuore,
e ad un sopito amore
pensa.
Ada Negri da Fatalità 1898
domenica 16 dicembre 2018
NOTTE DI GELO
Nell' imminenza di ciò che Tu hai voluto
venisse ricordato,
un fremito mi prende:
il cuore è come assente e
ancora
ricerco la Tua pace.
frida
sabato 15 dicembre 2018
RACCORDI ( Discorso tra un figlio e un padre )
La verità è che siamo destinati a rimanere sconosciuti gli uni agli altri…
(…) Ci sono luoghi che esistono solo a pezzi, la completezza non
appartiene loro. Di un edificio scolastico non si conoscono che
le aule che si frequentano per alcuni anni della vita, bagni, i
corridoi, le palestre, e ogni avventurarsi in spazi insoliti è una
scoperta, una sorprendente epifania del luogo tutto.
Dei compagni di classe facciamo una macchietta,il tormentone
di una stagione, un episodio clamoroso che li ha coinvolti e
che non ci permette più di mutare opinione su di loro.
A distanza di anni si può avvertire un brivido di febbre, una
sorta di presentimento, qualcosa che segnala il nuovo di un
passato che si era certi di conoscere a memoria, ma di cui
sapevamo solo un pezzo, un frammento unico del tutto.
Così si amano le madri e i padri solo perché nostro padre e
nostra madre, perché ci hanno insegnato il condizionamento
dell'amore, o perché nelle stesse stanze di una casa abbiamo
messo su le foglie e allungate le radici. Perché, malgrado la
loro natura spesso negativa, i ricordi ci sono sempre cari.
Possono trascorrere decenni prima di scoprire che quell'uomo
e quella donna cui abbiamo sottratto il nome proprio,sono stati
medici o operai, insegnanti di scuola elementare o disoccupati
indebitati fino all'osso;di riuscire concretamente a considerarli
dal punto di vista di un paziente, di un cliente, di uno studente
o di un creditore. Fatichiamo persino ad immaginarli amici
del cuore di qualcuno, amanti tra di loro. Ci è impossibile
figurarceli capaci di atti infinitamente generosi o pieni di
coraggio, oppure colpevoli di azioni talmente ripugnanti che,
se non fossero al riparo dal ruolo cui li abbiamo naturalmente
destinati, se non restassimo tutta la vita aggrappati a quel solo
volto di paura, ammirazione, bisogno o tenerezza di cui ci
siamo innamorati da bambini, li bandiremmo per sempre dal
cuore.Talvolta l'interezza dei nostri genitori ci si palesa troppo
tardi, quando ormai sono defunti, e nello svuotare la loro
abitazione da reliquie e spazzatura, rinveniamo pezzi di quanto
siamo stati. Tuttavia il più delle volte finiamo per non
accorgercene nemmeno. Muoiono loro e moriamo noi senza
conoscere di quell'uomo e quella donna nient'altro che la
scorza.Il sacro rimarrà sempre inviolato,il loro ruolo manifesto
e la comprensione più completa che ne potremmo avere mai
avuto s'accartoccia in un fascio di lettere scambiate per cartaccia
in un carillon che gettiamo nell'immondizia, in un quadro
venduto al rigattiere senza averne studiato bene il doppio fondo
La verità è che siamo destinati a rimanere sconosciuti gli uni
agli altri.
Che siamo destinati a rimanere sconosciuti anche a noi stessi.
(…)
Laura Imai Messina da Non oso dire la gioia
IL MISTERO DELL'ATTESA
"L'attesa è sempre mistero che
scalpita nell'anima
in rumoroso silenzio"
Alda Merini
venerdì 14 dicembre 2018
NATALE D'AUTRICE 1
Sono gli occhi del cuore che vedono la persona tutta intera…
NATALE CON DRESANO
(…) " Signore, aiutami a non confonderla. Tu sai che tutta la mia
gioia, la sua voglia di vivere, l'entusiasmo traboccante per
ogni nuova alba che sorge, sono frutto delle certezze che
abbiamo saputo trasmetterle ".
E' questa la preghiera che mi scaturisce dall'anima ogni volta
che mia figlia, con quello sguardo profondo , fiducioso,
innocente e puro mi impone i suoi perché.
Aveva tredici anni quando le sue gambe iniziarono a rifiutarsi
di sostenerla; portarla fuori per una passeggiata significava
farla sedere in macchina sulla soglia di casa e riportarvela
dopo lunghi, disperati giri a vuoto, senza meta, senza scopo.
Aveva accettato la carrozzina come qualcosa di naturale,così
come aveva fatto in precedenza con le protesi acustiche, gli
interventi, le ingessature, le terapie… Gli altri si spostavano
con le loro gambe, lei aveva le ruote, non faceva molta
differenza, l'importante era potersi muovere. Nelle due
settimane successive all'arrivo della carrozzina, l'auto era
stata bandita: " Andiamo a camminare " sul marciapiede! "
Erano ugualmente passeggiate senza meta, ma erano la
libertà. Fino a quando si era accorta che ciò che a lei
sembrava tanto naturale non veniva accettato da tutti allo
stesso modo. Gli sguardi insistenti di alcune persone che
incontravamo per strada o nei locali pubblici, avevano
incominciato a ferirla. Lei è una parte di me, le sue ferite sono
le mie e - a volte - erano talmente laceranti da indurmi a
compiere atti inconsulti, come quello di togliermi gli occhiali
per offrirli a chi la guardava con sfacciata curiosità o con
quella espressione di pietà o di commiserazione che nessuno
al mondo - se possiede un minimo di dignità - vorrebbe
suscitare. Ma le mie reazioni non servivano a niente, e non
sarei sempre stata al suo fianco. Volevo, dovevo insegnarle
a non soffrire. Ma come?
Una sera, in un ristorante, notando il suo disagio, avevo
cercato di distrarla, ma non c'ero riuscita. Per la prima volta,
con la voce carica di pianto, mi aveva chiesto: " Mamma,
perché quella signora mi guarda così ? Perché tanta gente mi
guarda così? ". Doveva essere stato in quel momento che
avevo formulato la mia preghiera, quando avevo chiesto una
mano al Signore per trovare le parole giuste perché - oltre al
dolore fisico che la sua malattia le procurava - non dovesse
soffrire anche a causa della sua diversità.
" Tesoro", avevo risposto " la signora è cieca, tanta gente è
cieca". La sua faccina era diventata un punto interrogativo:
probabilmente si chiedeva se per caso non fossi un po' matta,
e a quel punto avevo chiesto al Signore tutte e due le mani.
" Sono gli occhi del cuore che vedono la persona tutta intera,
ma purtroppo c'è chi ha gli occhi del cuore chiusi, spenti, e ti
guarda tanto perché vorrebbe vedere te e invece riesce a
vedere a tua carrozzina ".
" Il cuore ha gli occhi?". Aveva spalancato i suoi, chiedendo
conferma a suo padre.
" Se te lo dice la mamma! Quando mai la mamma ti ha
raccontato una bugia?".In quel momento aveva pregato anche
lui, ne sono certa.
Nicoletta non mi era sembrata molto convinta,ma avevo avuto
l'impressione che quella strana anatomia del cuore che le
avevo descritto, l'avesse affascinata. Alcuni giorni dopo, sul
suo album da disegno c'erano i ritratti di tutte per persone che
conosceva,ritratti a cuore aperto, con occhi grandi, piccoli,
aperti o chiusi, a seconda di come lei li aveva percepiti.
Non so se con quella spiegazione ero riuscita a farla soffrire
di meno, ma da allora qualcosa era cambiato: forse prestava
meno attenzione alle persone " cieche " ed era più serena.(…)
Carolina Branduardi da Natale d' Autrice ( Racconti d' Avvento al femminile )
NATALE D'AUTRICE 2
è mai dimostrata interessata a questa mamma che ogni tanto si
ritira nello sgabuzzino che papà chiama " laboratorio " e batte
come una forsennata sui tasti di una vecchia macchina da
scrivere." La mamma. oggi, ha fatto la scrittrice", riferisce al
padre la sera, con un tono di affettuosa indulgenza. Ha molto
più simpatia per la mamma " che vuole fare la pittrice " e, nei
lunghi pomeriggi d'inverno, accanto a lei, trasforma i sassi
raccolti sulle rive del Ticino, in gattini dai lunghi baffi.
Ma a Dresano, per la presentazione della Cantata di Natale,
avrei dovuto portarla.La nonna,che di solito sta con lei durante
le mie assenze, non c'era e non avevo nessuno altro a cui
affidarla.
Dresano è un piccolo paese al quale tengo in modo particolare:
l'accoglienza, nei due anni precedenti, era stata molto più che
calorosa - direi affettuosa - e il pensiero di tornarvi per la
terza volta mi dava la sensazione di un ritorno in famiglia per
le feste natalizie.
Oggi è Natale, anzi, era Natale perché è ormai passata la
mezzanotte e c'è silenzio. Come di consueto, apro la finestra
della cucina e accendo la " sigaretta della riflessione ".
Posso cancellare la preoccupazione del 18 Dicembre:a Dresano
è andato tutto bene: ho visto Nicoletta serena, completamente a
suo agio. Il suo sguardo si è acceso di gioia quando il Sindaco
le ha stretto la mano, regalandole una rosa: credo che in quel
momento si sia sentita grande, consapevole di aver appena
compiuto ventun anni.Ma la conferma l'ho avuta questa mattina,
quando è arrivato suo fratello che, deponendo sotto l'albero i
pacchetti dei regali, ha notato che questo era addobbato
soprattutto dai cuori di cartoncino che Nicoletta aveva ritagliato
disegnando sopra ad ognuno di essi un paio di grandi, dolci
occhi blu. Aveva lavorato una giornata intera e poi li aveva
appesi, ma io non avevo dato importanza alla cosa, non avevo
chiesto niente.
" Quanta gente abbiamo, questo Natale!",ha esclamato Cristiano
abbracciandola.
" Tutta Dresano ", ha risposto lei. (…)
Carolina Branduardi da Natale d' Autrice ( Racconti d' Avvento al femminile )
giovedì 13 dicembre 2018
DESIDERI INVERNALI
Non lo sanno più dove posarsi questi baci…
DESIDERI INVERNALI
Piango le labbra appassite
dove non sono nati i baci
e i desideri abbandonati
sotto una mietitura di tristezze.
Sempre pioggia all'orizzonte.
Sempre neve sui greti,
mentre alla soglia chiusa dei miei sogni
lupi sdraiati sull'erba
osservano nella mia anima stanca
- con gli occhi appannati nel passato -
tutto il sangue un tempo versato
dagli agnelli che muoiono sul ghiaccio.
Soltanto la luna alla fine rischiara
con la sua monotona tristezza
- che gela l'erba dell'autunno -
questi desideri ammalati di fame.
***
STANCHEZZA
Non lo sanno più dove posarsi questi baci
- queste labbra sugli occhi accecati e ghiacciati
addormentati ormai in un sogno superbo -
guardano trasognati come cani sull'erba
la folla delle pecore grigie sull'orizzonte
mentre brucano il chiaro di luna sparso nel prato,
a carezze di cielo, vago come la vita
che hanno; ignare e prive del fuoco dell'invidia
per le rose di gioia dischiuse ai loro passi.
E quella lunga calma verde che non comprendono.
Maurice Maeterlink da Serre calde e quindici canzoni
DIMMI CHE SONO TE
" Questo è amore: volare verso un cielo segreto,
far cadere cento veli in ogni momento
prima di lasciarsi andare alla vita.
Infine, compiere un passo senza usare i piedi."
Rumi
PREPARIAMO IL CUORE...
Solo alla mia finestra non nevica mai…
LA FIABA DELLA LUNA E DELLA NEVE
I
(…) Nevicava, nevicava. La Luna guardava che nevicava.
Nevicava sui pianeti e sui loro abitanti. Ogni pianeta credeva
di essere il solo o almeno il più importante pianeta, e ogni
abitante credeva di essere se non il solo, almeno il più
importante abitante.
La Luna invece vedeva che erano milioni di milioni di milioni,
tutti un po' diversi e un po' uguali. Su un pianeta la neve
scendeva, su un pianeta la neve saliva, su un altro né scendeva
né saliva, restava sospesa a mezz'aria, su un altro nemmeno
c'era l'aria, comunque su tutti, su tutti nevicava.
" Solo da me non nevica mai…" pensava la Luna.
II
Natale, si festeggiava, si festeggiava. La Luna guardava che si
festeggiava.
Su un pianeta gli abitanti correvano- correvano, segavano
milioni di alberi che chiamavano alberi di Natale per poi buttarli
via; squartavano milioni di maialini che chiamavano arrosti per
poi divorarli e ingrassare, ingrassare : erano tondi come lune
piene. Su un altro pianeta gli abitanti non correvano - non
correvano,piantavano milioni di alberi nuovi che poi chiamavano
foreste;portavano vassoi di patatine arrosto a milioni di maialini
scodinzolanti; mangiavano la neve, erano sottile e belli come
quarti di luna. Su altri ancora la Luna non riusciva a vedere
niente, parevano pianeti disabitati, eppure sentiva provenirne
cinguettii a mille, come di mille campanellini di slitte.
" Solo da me non si festeggia mai…" pensava la luna.
III
Si guardò : tutto intorno a lei era fermo, muto, pietrificato. La
Luna si immalinconì. Già altre volte le era capitato, ma questa
volta di più.Il firmamento intero le dava malinconia. Stava lì
appesa al cielo, mogia. Depressa, si potrebbe dire. Le veniva da
piangere.Una Luna piangente,che cosa ridicola!Ma più pensava
che cosa ridicola piangere, e più le veniva da piangere.
Insomma: lacrime proprio lacrime cominciarono a scenderle in
ordine sparso.
" Guarda,la Luna piange",disse qualcuno da un pianeta,guardando
non so se in su o se in giù.
" Ma no, la Luna nevica" Nevica? Sì, il gelo mutava le lacrime in
cristalli di neve.
La neve, posandosi sul paesaggio lunare, dava forma alle forme
più strane: alcune sembravano grandi alberi dai grandi rami.
Tutti - i volanti- senza casa del firmamento vi accorsero, alcuni
vi costruirono persino nidi. Si sentirono subito cinguettii a mille,
come di mille campanelline di slitte.
Alla Luna, alquanto mutevole d'umore, venne quasi da ridere.
" Guarda, la Luna sta ridendo! " , disse qualcuno da un pianeta,
guardando non so se in su o se in giù.
Fine della lacrime, fine della neve, ma ormai era fatta. Il
paesaggio lunare era tutto bianco: sui finti alberi che sotto la
neve sembravano veri alberi, i nidi ormai erano pronti, abitati:
si cinguettava, si festeggiava a più non posso,
" Era ora! " disse soddisfatta la Luna.
Il firmamento non le dava più malinconia. La sua malinconia
volò via. A volte ci si posa sulla spalla. A volte mi si posa sulla
spalla.Per questo forse mi manca così tanto la neve, per questo
a volte mi capita di borbottare: solo alla mia finestra non
nevica mai… (…)
Vivian Lamarque da Natale d' Autrice (Racconti d' Avvento al femminile )
mercoledì 12 dicembre 2018
lunedì 10 dicembre 2018
POEMAS DE AMOR ( de Dario )
Io - qui - dall'altra parte della luna…
Quell'altro che abita pure in me,
forse proprietario, magari invasore o esiliato in questo corpo
estraneo oppure di entrambi,
quell'altro che temo e ignoro, felino o angelo,
quell'altro che è solo ogni volta che sono solo, uccello o demonio,
quell'ombra di pietra cresciuta dentro di me e fuori di me,
eco o parola, quella voce che risponde quando mi domandano qualcosa,
il padrone del mio imbroglio, il pessimista e il malinconico e quello
irragionevolmente allegro,
quell'altro pure ti ama.
***
Potrei perfettamente escluderti dalla mia vita,
non rispondere alle tue telefonate, non aprirti la porta di casa,
non pensarti, non desiderarti,
non cercarti nei posti comuni e non rivederti più,
girare per le strade dove so che tu non passi,
eliminare dalla mia memoria ogni istante condiviso con te,
ogni ricordo del tuo ricordo,
dimenticare il tuo viso fino al punto di non riconoscerti,
rispondere evasivamente quando mi domanderanno di te e fare come se tu non fossi mai esistita.
Però ti amo.
***
Io odoro di te.
Mi perseguita il tuo odore, mi insegue e mi possiede.
Questo odore non è un profumo sovrapposto su di te,
non è l'aroma che ti porti come un ornamento in più:
è il tuo odore essenziale, il tuo alone unico.
E quando - assente - il mio vuoto ti convoca,
una raffica di quell'alito mi arriva dal punto più dolce della notte.
Io odoro di te
e il tuo odore mi impregna dopo che siamo stati insieme a letto,
e quell'aroma sottile mi alimenta,
e quell'alito essenziale mi sostituisce.
Io odoro di te.
***
La tua voce al telefono così vicina e noi così distanti,
la tua voce - amore - dall'altra parte della linea e io qui solo, senza te, dall'altra parte della luna,
la tua voce al telefono così vicina - rassicurandomi - e tu così lontano da me, così lontana,
la tua voce che ripassa i compiti fatti insieme,
o che rammenta un numero magico,
che al di sopra del chiasso del mondo mi parla per dire in linguaggio cifrato che mi ami,
la tua voce - qui o in lontananza - che dà senso a tutto,
la tua voce che è la musica della mia anima,
la tua voce, suono dell'acqua, scongiuro, incantesimo.
***
La tua lingua, la tua saggia lingua che inventa la mia pelle,
la tua lingua di fuoco che mi incendia,
la tua lingua che crea l'istante di follia, il delirio del corpo innamorato,
la tua lingua ,sacra frusta, dolce brace,
invocazione degli incendi che mi strappa a me stesso e mi trasforma,
la tua lingua di carne senza pudore,
la tua lingua di resa che mi richiede tutto, la tua molto tua lingua,
la tua bella lingua che elettrizza le mie labbra, che rende tuo il mio corpo da te purificato,
la tua lingua che mi esplora e che mi scopre,
la tua splendida lingua che sa dire pure che mi ama.
***
Poesie di circostanza per dire l'amore
e anche poesie trascendentali per dire l'amore:
vano tentativo della lettera quello di fare la cronaca dell'istinto sicuro,
tentativo vano quello di dire l'amore.
Questo felice sproposito non sarà mai raggiunto dall'ebbrezza della parola
né dallo scomposto presagio di un poeta.
Forse il silenzio è l'unica saggezza dell'amore
e dirlo è la sua più sciocca follia.
Dario Jaramillo Agudelo da Poemas de amor
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