venerdì 13 luglio 2018

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO 1

 
 

                                       Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa al sole…


(…) Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal
       nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d'un 
       tratto - in quel buio - s'è acceso un lampo di certezza: sì, c'eri.
       Esistevi. E' stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata.
       Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con
       tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di
       precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante.
       Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi 
       bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca
       di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri.
       Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del
       dolore. Io non temo il dolore. E' paura di te, del caso che ti ha
       strappato al nulla per agganciarti al mio ventre. Non sono mai
       stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato.
       Mi son sempre posta l'atroce domanda: e se nascere non gli
       piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando:
      " Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo,perché mi ci hai messo
       perché ?".
       La vita è una tale fatica, bambino. E' una guerra che si ripete
       ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi
       che si pagano a un prezzo crudele. Come faccio a sapere che
       non sarebbe stato giusto buttarti via, come faccio a intuire che
       non vuoi essere restituito al silenzio?. Non puoi mica parlarmi.
       La tua goccia di vita è soltanto un nodo di cellule appena
       iniziate. Forse non è nemmeno vita, ma possibilità di vita.
       Eppure darei tanto perché tu potessi aiutarmi con un cenno,
       un indizio. La mia mamma sostiene che glielo detti e che per
       questo mi mise al mondo.
       La mia mamma - vedi - non mi voleva. Ero incominciata per
       sbaglio, in un attimo di altrui distrazione. E perché non
       nascessi, ogni sera scioglieva nell'acqua una medicina. Poi
       la beveva, piangendo. La bevve fino alla sera in cui mi mossi
      - dentro il suo ventre - e le tirai un calcio per dirle di non
       buttarmi via. Lei stava portando il bicchiere alle labbra: subito
       lo allontanò e ne rovesciò il contenuto per terra.
       Qualche mese dopo mi rotolavo vittoriosa al sole, e se ciò sia
       stato un bene o un male, non lo so. (…)


                    Oriana  Fallaci  da   Lettera a un bambino mai nato

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO 2


(…) Quando sono felice penso che sia stato un bene, quando sono
       infelice penso che sia stato un male. Però, anche quando sono
       infelice, penso che mi dispiacerebbe non essere nata, perché
       nulla è peggiore del nulla. Io - te lo ripeto- non temo il dolore.
       Esso nasce con noi, cresce con noi e ad esso ci si abitua come
       al fatto d'avere due gambe e due braccia. Io - in fondo - non
       temo neanche di morire: perché se uno muore, vuol dire che è
       nato, che è uscito dal niente. Io temo il niente, il non esserci, il
       dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per
       sbaglio, sia pure per l'altrui distrazione.
       Molte donne mi chiedono: mettere al mondo un figlio, perché?
       Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito
       e offeso,perché muoia ammazzato in guerra o da una malattia?
       E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo
       freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici,
       che viva a lungo per tentare di cancellare le malattie e la
       guerra. Forse hanno ragione loro. Ma il niente è da preferire
       al soffrire? Io, persino nelle pause in cui piango sui miei
       fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire
       sia da preferirsi al niente.
       E se allargo questo alla mia vita - il dilemma nascere o non
       nascere - finisco con l'esclamare che nascere è meglio di non
       nascere.  (…)


                 Oriana  Fallaci   da   Lettera a un bambino mai nato

giovedì 12 luglio 2018

CI DEV ' ESSERE UN PERDONO REGALATO

 
 

                 Se le carezze fossero la rabbia del mare e delle parole pronunciate...     

                                  
Io che penso.

Se dovessimo meritarci il perdono,
allora non sarebbe un perdono universale,
eterno, già scritto nelle cose.
Vorrebbe dire che l'eterno non c'è
e il mondo non nascerebbe da un
principio di bellezza.

Io che sento.

Se ci fosse un osservatore amorevole
laggiù, oltre la curva dell'orizzonte,
oltre la strettoia della strada in salita,
oltre il tramonto dietro la collina
quando la sfera arancione sembra
la testa di un burattino
che scompare e riappare
per aumentare l'attesa
del piccolo auditorio in festa

se ci osservasse a gomiti larghi
disteso sulla spiaggia del Tempo
e la pioggia fosse le sue lacrime
e il mare il loro eterno accumularsi

se le sue carezze del dopo fossero
il vento dell'oggi, la tempesta,
la rabbia del mare e delle parole pronunciate,

se tutto questo movimento
sgorgasse da una fonte amorevole,
anche le ali spezzate di un passero
allora, o le mie, le tue
sarebbero una goccia
che tracima da un crinale
d'amore.


                       Daniela  Malini       Inedito



STRATAGEMMI DEL DEBOLE

 
 


                                           Ho visto sgorgare l'acqua rovente della terra…


Lì,
in quel mondo che nella nebbia apriva la sua crepa
ho visto sgorgare l'acqua rovente della terra,
il papavero che - docile - al mio tocco si schiudeva,
la lucciola, metafora del tempo.

Lì, già c'eri tu - tremando - ancora senza parole.



                                                                                              ***


PREGHIERA

Per i miei giorni chiedo,
-Signore dei naufragi -
non acqua per la sete, bensì la sete,
non sogni
bensì la voglia di sognare.
Per le notti,
tutta l'oscurità necessaria
per affogare la mia oscurità.


                                                                                                 ***


OFFERTORIO

Come un regalo accetto il tuo silenzio,
con tutto
quel che contiene il suo rigore di roccia.
Con tutte le domande che entrano nel suo cerchio,
il suo graffio, la sua lacrima e il suo ventre
di tamburo che percuoto
e dove solo il colpo risponde.
Come qualcosa che è,
che non può non essere,
accetto il tuo silenzio.
Con tutto quello che ha di risposta,
di grido figurato, d'impotenza,
di parole cucite con lunghi fili falsi.

Perché tutto
quello che un uomo vuole sognare entra nel pugno
serrato del silenzio.

In cambio ti offro
tutto il silenzio che il tuo orecchio esige,
che il tuo cuore vuole
e in punta di piedi
esco da te.
( Io che sempre ho creduto nella parola )


                                                                                          ***
                                   

                                                                     Tutti i giorni del mondo
                                                                     qualcosa di bello finisce

                                                                          ( Iaroslav  Seifert )

QUALCOSA DI BELLO FINISCE

Péntiti:
come a una vecchia stella spossata
la luce ti ha abbandonato. E la creatura
che illuminavi
              ( e che illuminava
i tuoi occhi ciechi alle futili cose
del mondo )

è tornata ad essere mortale.
Ogni cosa riacquista
la sua densità, il suo peso, il suo volume,
quel povero equilibrio che sostiene
il tuo nuovo inverno. Rallégrati.
Le tue viscere ora sono di nuovo le tue viscere
e non crudo alimento d'inquietudine.
Ormai non sei quel dio ebbro e ambiguo
che ti fu dato di essere. Mordi
l'osso che ti danno,
arriva al suo midollo,
raccogli le briciole che la memoria abbandona.



                       Piedad  Bonnet  da     Stratagemmi del debole





mercoledì 11 luglio 2018

IL GIORNO DEI COLOMBI

 
 
 
 
Penso che la cura con cui mi allevarono mi abbia permesso di sopravvivere a me stessa…



( …) Nell'autunno del 1972 i miei genitori mi accompagnarono al
       college. Tutte le cose di cui avevo bisogno, furono stipate in
       un baule di alluminio blu nuovo di zecca: una trapunta di
       pezze irregolari lavorate all'uncinetto da mia madre per il mio
       letto, cento dollari del 4B in vestiti nuovi, il mio Self- Teacher
       della Berlitz, le Meditazioni di Marco Aurelio, una fotografia
       in cornice, una tabacchiera di pelle con perline che Mooshum
       possedeva da tempo immemorabile e che mi aveva regalato
       distrattamente, come fanno i vecchi, e da mio padre un fascio
       di buste con il suo indirizzo, ciascuna delle quali conteneva un
       biglietto da un dollaro nuovo. Aveva appiccicato su ogni busta
       speciali francobolli che voleva far timbrare, alcuni in giorni
       particolari.
       Le altre matricole stavano entrando nelle stanze del dormitorio
       con i genitori che le aiutavano a portare i bagagli. Vidi scatole
       di paperback, impianti stereo,  album di Dylan e chitarre
       acustiche di lucido legno dorato. Trapunte fatte a maglia o
       ricamate, nessuna delle quali bella come la mia. Ma mentre
       portavamo il mio baule su per due rampe di scale, il terrore mi
       assalì. Nonostante la mia determinazione di andare a Parigi,
       in realtà avevo avuto paura a lasciare la famiglia anche solo
       per spingermi fino a  Grand  Forks, e alla fine pure i miei
       genitori non volevano lasciarmi partire. Ma dovevo farlo. Ed
       eccomi qua. Scendemmo le scale. Ero troppo infelice per
       piangere e non ricordo i nostri ultimi abbracci, ma guardai i
       miei genitori quando furono vicini alla macchina. Mi facevano
       gesti di saluto, e quel momento è un'immagine ferma e chiara.
       Posso evocarla come se fosse una fotografia.
       Mio padre, così magro e atletico, sembrava quasi indebolito
       dal colpo, mentre mia madre, la cui bellezza era ancora
       notevole e che era nota nella riserva per il suo silenzio e
       riserbo, aveva perso la sua caratteristica gravità. Il suo viso, e
       quello di mio padre, erano denudati dall'amore. Non era una
       cosa di cui si parlasse - l'amore - e sentirlo esprimere dalle
       labbra stesse dei miei genitori mi terrorizzava. Ma essi mi
       permisero quest'unica, nitida occhiata. L'amore si irradiava e
       splendeva intorno a loro. Poi andarono via. Oggi penso che
       tutto ciò che era concentrato in quell'occhiata - la cura con cui
       mi allevarono, le loro pazienti lezioni in ogni materia che
       sapevano insegnare, gli sforzi penosi che fecero per
       concedermi certe libertà,il loro esempio di fermezza nel lavoro
      - mi abbia permesso di sopravvivere a me stessa.  (…)


                 Louise Erdrick   da     Il giorno dei colombi

I BOSCHI

 
 

                                                 Un tempo il tuo tocco bastava a rivestirmi…



I BOSCHI

Un tempo il tuo tocco bastava a rivestirmi.
Tra questi alberi ora sono diversa.
Ora indosso gli alberi.

Abbasso un copricapo di ramoscelli piegati e l'assicuro.
Mi lego addosso una corazza di scorza graffiata.
Adatto alle mie mani le larghe foglie
dell'acero, come manopole di sangue.

Ora quando dico vieni
e tu entri nei boschi
in caccia di qualche creatura come la donna che ero,
io ti circondo.

La luce sanguina dalla radura. Le radici salgono.
Forme scannellate ardono azzurre nella luce che muore,
e anche tu conosci
la solitudine che mi hai insegnato col tuo corpo.

Quando ti corichi nella fossa di un albero abbattuto,
io ti copro - come ho sempre fatto -
questa volta non te ne vai.


 Louise  Erdrich    da   Sette poeti indiani americani contemporanei


LETTERE A MILENA ( Prefazione)


Nella produzione letteraria di Franz Kafka, le raccolte di lettere occupano un posto particolarmente importante perché stile narrativo ed epistolare sono quasi esattamente sovrapponibili: le immagini cui l'autore ricorre per spiegare i meccanismi dell'angoscia e dei sensi di colpa che lo torturano, sono le stesse che ritroviamo nei suoi racconti. E particolarmente preziose sono le missive inviate alla traduttrice e scrittrice Mìlena  Jesenska  Pollak, conosciuta e amata sul finire della vita. Prima di lei ci sono state altre donne, nonostante il suo rapporto conflittuale con la corporeità, propria e altrui, e con il sesso, ma nessuna riuscì a scandagliare con altrettanta sensibilità - anche letteraria- l'anima di quell'uomo così tormentato: non è un caso che proprio a lei Kafka consegni i suoi Diari.  Nemmeno la passione - però - potrà liberarlo dal castello delle sue inquietudini: la corrispondenza tra i due è la cronistoria di un sentimento intenso, ma destinato a finire prima ancora di iniziare.


                           frida

LETTERE A MILENA 1

 
 
                                         Soltanto in sogno sono così inquietante…

 
       Riapro la lettera : qui c'è posto: per favore,dammi ancora una

       volta del tu - non sempre, non lo vorrei nemmeno - ma ancora
       una volta.

      Se non Le dispiace, quando Le si presenta l'occasione, dica per
      favore una parola buona per me a Werfel. A varie cose Lei
      purtroppo non risponde, per esempio circa la sua attività di
      scrittrice…
      Ultimamente ho sognato ancora lei:è stato un grande sogno ma
      non ricordo quasi niente. Ero a Vienna, non ne ricordo nulla,
      poi arrivai a Praga e avevo dimenticato il Suo indirizzo, non
      solo la via, anche la città, tutto, soltanto il nome Schsreiber
      affiorò ancora in qualche modo, ma non sapevo che cosa farne.
      Per me Lei era dunque del tutto perduta.Nella mia disperazione
      feci diversi tentativi molto astuti, i quali - però , non so perché -
      non vennero eseguiti e dei quali uno solo mi è rimasto nella
      memoria : scrissi su una busta: " M. Jesenska" e sotto : " Prego
      di recapitare questa lettera perché altrimenti l'amministrazione
      delle Finanze subisce un danno enorme".
      Con questa minaccia speravo di mettere in moto tutti i mezzi
      dello Stato perché Lei fosse rintracciata. Furbo? Non ricavi da
      ciò una cattiva impressione di me. Soltanto in sogno sono così
      inquietante. (…)


                Franz  Kafka    da   Lettere a Mìlena

LETTERE A MILENA 2


Merano, 15 Giugno 1920

(…) Questa mattina ho sognato ancora te: eravamo seduti l'uno
       accanto all'altra e tu cercavi di allontanarmi, non in collera,
       ma amichevolmente. Io ero molto infelice e non perché mi
       respingevi, ma perché ti trattavo come una donna muta
       qualunque e non facendo attenzione alla voce che veniva da te
       e parlava proprio con me. O forse non era che non vi prestassi
       attenzione, ma non avevo potuto risponderle. E mi allontanavo
       più sconsolato che nel primo sogno.
       Qui mi viene in mente ciò che ho letto una volta, non so più in
       quale autore, press' a poco così: " La donna che amo è una
       colonna di fuoco che passa sopra la terra. Ora mi tiene
       racchiuso. Ma non i racchiusi essa conduce, bensì i veggenti ."

                              Tuo

(Ora perdo anche il nome: è diventato sempre più breve e ora
 suona : Tuo )


                 Franz  Kafka      da   Lettere a Mìlena

LETTERE A MILENA 3


Praga, 13 Luglio 1920

(…) Come sei stanca nella lettera di sabato sera! A proposito di
       questa lettera,avrei molto da dire oggi, ma non dico niente alla
       tua stanchezza perché anch'io sono stanco: è la prima volta -
       posso dire - da quando fui a Vienna, che ho la testa dolente per
       non aver assolutamente dormito.Non ti dico niente, ma ti metto
       a sedere sulla sedia a sdraio ( tu dici che non mi hai dato
       sufficienti prove d'affetto, ma esiste forse un maggior affetto,un
       più grande onore che farmi sedere là e metterti a sedere
       davanti ed essere accanto a me? ); adesso dunque ti metto a
       sedere sulla sedia a  sdraio e non so come abbracciare la
       felicità con parole, occhi, mani e col povero cuore, la felicità
       che tu sei qui e appartieni anche a me. E dire che in fondo non
       amo te, ma piuttosto la tua esistenza donatami da te.

                      F.  (…)


              Franz Kafka   da    Lettere a Mìlena

martedì 10 luglio 2018

Rebeka Yddish Tango

 
 

                                                            e la lontananza dei tuoi occhi…



Più tenero della tenerezza
è il tuo volto,
più bianca del bianco
è la tua mano,
dal mondo intero
sei lontana
e tutto ciò che è tuo
dall'ineluttabile.

Dall'ineluttabile
la tua tristezza
e le dita delle mani
che non diventano fredde
e il sommesso suono
di allegri discorsi
e la lontananza
dei tuoi occhi.


            Osip  Mandel ' Stam     da        Kamen '   ( Pietra )

VERSI A DINA

 
 


                                     A noi che non abbiamo altra felicità che di parole…





LA BAMBINA CHE VA SOTTO GLI ALBERI

La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto in gola.
Canta sola
e salta per la strada: ché non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po' d'oro vivo sulle spalle,
di quella gioia in gola. A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l'acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore,
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.


                                                                             ***


ERA COLOR DEL MARE E DELL'ESTATE

Era color del mare e dell'estate
la strada tra le case e i muri d'orto
dove la prima volta ti cercai.
All'incredulo sguardo ti staccasti
un po' incerta dall'altra marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti
- con la forza di chi s'attacca - il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.

Una macchina adesso mi portava
- procella appena dominata - verso
il luogo di quel primo appuntamento.

Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po' incerta dall'altro marciapiede.
( Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest'ansia
la parte, se il male la guadagni ).

Il tempo di pensarti: ma nell'attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T' amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c'era qualcuno.

O strada tra le case - benedetta -
dove la prima volta nella vita
pietà d'altri che me mi strinse il cuore.



                                                                       ***


LA TRAMA DELLE LUCCIOLE

La trama delle lucciole - ricordi -
sul mare di Nervi, mia dolcezza prima?
( trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore )

Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d'aver dette.

Estrema delusione degli amanti!
Invano mescolarono le vite
s'anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.

Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po' stupito e solo,
per un mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s'alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.

Oh come poca cosa quel che fu
a quello che non fu divide!
Meno
della scia della nave acqua da acqua.

Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul muro di Loano,
e tutta la mia poca gioia - e tu -
fin che mi strazi questo ricordare.



               Camillo  Sbarbaro    da      Versi a Dina





giovedì 5 luglio 2018

DI NOTTE IL PELLEGRINO...






                                                                    ( A - rivederci )


                                     frida


POLVERE DA MASTICARE

 
 

                                                          Il poeta scrive sulla linea dell'acqua…



POLVERE DA MASTICARE

Baciale le gambe della poesia
anche se dice di no perché qui possono vederci.
Bacia le sue parole fruga la sua lingua finchè
apra le braccia e dica: santo dio!
O fin quando santodio apra le scandalose braccia
bacia la poesia della lupa
anche se dice di no perché c'è troppa gente e qui
possono vederci. Bacia le sue gambe le sue parole
fin quando non dirà di più fin quando chieda di più
fin quando canti.


                                 ***


ALEJANDRA PIZARNIK APRE  IL BLOCCO DEGLI APPUNTI

Un uomo che tira fuori la testa dall'acqua
                              è un pesce che soffoca.
Un pesce che mette la testa nell'acqua
                              è un uomo che affoga.

Il poeta scrive sulla linea dell'acqua
                              e soffoca
                              e affoga.

                     
                                 ***


CUCCHIAIO

Nasce dal verbo dare,
come se il cuore avesse un manico.
E' fatto di ciò che non ha, mai nulla conserva per sé.
Potrebbe misurare il mondo, cullarlo, trasportare
il suo mistero, i suoi campanili d'acqua da una sponda all'altra.

Più umano di un cane.
Più alla mano di Dio.


                  
                                ***



 VANTAGGI DELL' INSONNIA

Ogni notte accatasto notti.
Muraglie di ombra dove prega la mia ombra, ingoia un boccone
                                                          un fracasso di foglie secche.
E' a cottimo e controvoglia.
Ho avuto altri lavori. Quella è tutta un'altra storia.
Adesso sacrificio e testa bassa.
Castigo delle mani, condanna. Ammasso notti, una sull'altra,
                                                            sono di fango, massicce.
Adesso sacrificio e paga scarsa.
Rinsecchita è la notte, odiosa, di madri morte.
Ho avuto altri impieghi. Ma questo lo trovi in un altro corpo.
Adesso sacrificio e bocca chiusa.
Sono quello che accantona notti tutta la santa notte.
Colui che trasporta rottami da una lettera all'altra.


                Jorge Boccanera   da     Bestie in un hotel di passaggio  

FINO A QUANDO ESISTO

 
 

                                       Nel dentro delle vertebre c'è quanto abbiamo perso…


E dall'oscuro della mia stanza
spingo con forza il corpo
seduta al tavolo - sola - attendo
che tutto riscaldi la gola,
il cibo che comanda

scosto la tenda sulla strada
le auto al posteggio
nuvole senza paura
il pomeriggio che riposa

vorrei uscire

e dirti che dentro
nel dentro delle vertebre
c'è quanto abbiamo perso
- io e te -
in più notti
togliendo il pane alle labbra.

E niente poi ebbi. Niente.


                      ***


Il problema è che non stai
nel cavo del mio braccio,
ti allunghi tra parole reticenti
sottese di un chiarore che
chiamerei indecente.
Mi stai lontano- troppo -
e del rigo delle tue ciglia
rimane come un graffio
che senza sangue apre
a quel che è come un ricordo.

Sei stato - sotto la tua giacca -
paziente ad ogni carezza
perché io ero altro
e già più non vivevo

avevo sopra il letto golfini
e magliette, guardavo lo specchio
credendo ad un miracolo.

Un giorno mi trovavo sola
col pallido della pelle nascosto.

Sparivi nei mesi
e non mi restava che aspettare.
O fingere.


                          ***


Fossi io stata lontana
dietro i lunghi corridoi
in fondo alle stanze
riparata dai tanti vestiti
avrei morso le labbra
sporcato sorrisi
aperto le porte che tu chiudi
in ogni ora della mia giornata
avrei dormito sopra grandi cuscini

ma si fa giorno a stento
qui, in questa casa che rischiara.

Qui - dove tu sai- io ancora vivo.


Letizia  Dimartino   da   Fino a quando esisto ( dal Quadernario di poesia contemporanea )



VIENI, VIENI IN QUESTO SENO...

 

                                         Ritorna da me che hai sbagliato prospettiva…



Incomprensibile a molti-
la mia malattia è averti perduto
e ritrovato.


                                    ***


Se tu mi facessi del male
ti perdonerei.

Dal mio silenzio
nascono fiori amaranto,
uomo multiforme
cui ho dato voce.


                             ***

Mi piace quando sorridi
per una domanda banale
per il mio tono di voce
per il poco che dico.

Altri non voglio
che te - così mi siedo
e se non ci sei
mangio in silenzio.


                          ***

Ritorna da me
che hai sbagliato prospettiva,
le mie mani hanno fame
e il mio cuore ha freddo.

Non è l'inverno a rendermi sola.
Se anche non mi hai creduta
il mio sonno appartiene

al nostro inquieto cercarci
e al nostro vigliacco fuggirci -
alla verità del nostro viaggio.



                        ***

Le nuvole ad est
hanno un tramonto che chiede perdono
il tuo sorriso oltre
questo tempo che passa
e ci vede rincorrerci.

Se siedo tranquilla
di fianco al pensiero del tuo bacio
rabbrividisco.

Per ritornare
dove ti ho perso.


                                ***

Del tempo che passa
che ci porta altrove
per poi permetterci
di ritornare a casa.
All'alba a cui ci hanno tolti
per ritrovarci in carne ed ossa
e sangue.

E' l'unica soluzione
che ho trovato
per amarti senza pericolo.
Un vicolo cieco aperto verso il cielo
permette di volare.


                
Stefania  Buiat     da   Come alla neve il viola ( Raccolta inedita )


mercoledì 4 luglio 2018

COSì SONO LE POESIE CHE SCRIVO 1

 
 
                                       
                                                            Io come paesaggio invernale...        



SCRITTURA FEMMINILE

Non voglio essere ubbidiente e docile,
amabile come una gatta. Fedele come un cane.
Con la pancia fino ai denti, con le mani nell'impasto,
con la faccia di farina, con il cuore- carbone,
e con la sua mano sul mio didietro.

Non voglio essere la bandierina di benvenuto
sulla sua soglia di casa,
né il serpente custode  della casa sotto quella soglia.
Né il serpente, né Eva della Genesi.

Non voglio aggirarmi tra la porta e la finestra
per origliare e distinguere
i passi dei rumori notturni.
Non voglio seguire il movimento plumbeo delle lancette,
né il movimento delle stelle -
affinché lui - ubriaco - s'impantani in me come un elefante.

Non voglio essere ricamata ad ago
nell'immagine di famiglia:
accanto al caminetto con gomitoli di bambini.
In giardino con bimbi come cagnolini.

Oppure io come albero che adombra.
Poi, io come paesaggio invernale:
statuina sotto la neve
in abito da sposa  con le pieghe e i volants.
Volerò in cielo.
Alleluja! Alleluja!
Non voglio lo sposo novello.
Voglio i capelli bianchi, voglio la gobba e la cesta
per poi andare nel bosco
a raccogliere fragole e raccattare rametti secchi.

Che resti tutto alle mie spalle,
anche il sorriso di quel giovane
allora così caro e insostituibile per me.




NON VALE NIENTE

Guardala: non vale niente.
Ha gli occhi come grani di pepe,
i denti come quelli di uno scoiattolo,
la bocca una calza rovesciata.
Parla senza mai fermarsi,
brontola come un orso,
gracida come una rana.

A differenza di me.

Guardala: non vale niente.
Le sue gambe sono come colonne doriche,
ha le braccia di un pugile,
cammina come una botte ambulante,
rotola come un barile,
non la puoi cingere,
è grossa come un tronco.

A differenza di me.

Guardala: non vale niente.
Si veste come la moglie di un pope,
con le gonne spazza per terra,
sopra hanno un chilo di fango,
sotto…
Di sicuro non è per niente meglio.

A differenza di me.

Guardala,
se ne sta come un lottatore
che ha appena vinto
in una gara importante.

A differenza di me.


         Ladmila  Lazié  da   Così sono le poesie che scrivo

COSI' SONO LE POESIE CHE SCRIVO

 



VIENI E SDRAIATI ACCANTO A ME

Macchè politica, macchè Borsa!
Vieni e sdraiati accanto a me.

Germoglierò come le patate in cantina,
mentre cessano le guerre, le rivoluzioni, gli scioperi,
mentre salgono le azioni, mentre si alzano le percentuali,
mentre sul ramo verdeggiano le banconote.

Su- giù centesimo o grosso,
profitto o bancarotta -
sono tutte sciocchezze:
se non ti sdrai accanto a me
sarò come un verso spremuto.

La verità e la giustizia, gli obiettivi più alti,
Il Giudizio Universale e la Nuova Roma
sono stati concepiti solo per separarci.
Dai, vieni e sdraiati accanto a me,
affinché io non finisca vicino allo stivale di qualcuno
o addirittura sotto.

Ti do il mio corpo come ricevuta,
l'anima a credito:
della tua esistenza
mi serve solo il tuo muscolo - intimo.

Nelle ristrettezze e svalutazione generale
sii il mio dolcetto.

Dai, vieni e sdraiati accanto a me,
stringiti al mio cuore.
Fuori, come la carne dalle ossa, cadono le foglie.


                                            ***


AMARE

Amo i tuoi capelli bianchi
e ogni tua ruga.
I tuoi reumatismi e il tuo tossicchiare,
il tremolio delle tue mani
mentre sfogliano le pagine
dei giornali e dei libri,
o mi sfiorano i capelli.
Le amo mentre portano alle labbra
una tazza di tè
e quando riposano in grembo
o accarezzano il cane ai tuoi piedi.
Anche i tuoi piedi amo
nelle pantofole di casa
raccolti l'uno vicino all'altro,
mentre lentamente si trascinano; li amo
sul tappeto o sulle foglie,
come da anni si trascinano dentro di me.
E la tua voce tremante amo
mentre mi si rivolge ricordando,
o mentre richiama la mia attenzione
su qualche verso.
E i tuoi occhi velati amo
mentre si socchiudono e mentre mi guardano,
e i tuoi occhiali a metà naso.
Anche la tua dentiera nel bicchiere
amo,
già ora,
molti anni in anticipo.



       Radmila  Lazié    da   Così sono le poesie che scrivo