venerdì 7 settembre 2018
COLETTE (Lettere a Missy ) 2
BORDEAUX, Ottobre 1908
(…)Mia adorata,
ho ricevuto la tua lettera senza la quale, tutti i giorni , la vita
non mi sarebbe affatto possibile. Trovo che Meer abbia una
bella faccia tosta se dice che B. non vuole che reciti nella sua
pièce, quando sono io che non ne ho voluto sapere. E poi,
Suzanne dopo tutto può dire di guadagnare trecento franchi al
giorno, mentre Blanche Toutan guadagna solo cinque luigi o al
massimo centocinquanta franchi . Ci pensi, se in un piccolo
teatro,si dessero così a tutte dei cachet da étoile,sarebbe troppo
bello..ma non per il direttore e il teatro: chiuderebbe nel giro di
otto giorni. Mia adorata, non mi dici nulla della tua mascella?
Dunque ti fa male? Soprattutto non fare così! Sai, i gamberetti
sono enormi qui e di una freschezza! Mio adorato, mi annoio
da morire. Rientro a piedi la sera, tutta sola, alle unici e un
quarto: nessuno mi accompagna e prendo una carrozza per
andare a teatro, dopo cena. Scrivimi. Povera Poucette! Mi ama
quella carogna, in fondo… Vorrei ( è il colmo ! ) recitare alle
matinée tutti i giorni per far passare il tempo!
Arrivederci- amore mio - non penso che a te: mancano ancora
tre giorni e mezzo interi e uno di viaggio.
Ti abbraccio, ti abbraccio, mio nettare…
Colette (...)
Colette da Lettere a Missy
COLETTE ( Lettere a Missy ) 3
TUNISI, 21 Marzo 1911
(…) Mia amata che adoro,
ecco la tua insopportabile alle Sorgenti di Zaghouan.. Il tuo
telegramma mi preoccupa e mi stupisce: non ho mai mancato
una sola volta di telegrafarti e ho smesso di scrivere solo due
giorni; non avevo niente di interessante da dire e soprattutto
eravamo rientrati molto tardi.Ma ho la sensazione che le poste
in questo Paese " si divertano " finchè possono. Lily se ne
lamenta molto. E' assai gentile, ma sarò stremata per aver
vissuto otto giorni di più accanto a lei, sentendola vivere in
modo così rumoroso e proferire tante parole e grida inutili.
Non ne posso più. Faccio buon viso perché tutto sommato è
ingiusto da parte mia e lei è gentile con me. Ma è tutto quello
che posso fare. Avrai notato che, in questi giorni, non mi
diffondevo in gentilezze nei confronti del salame, nei
telegrammi, ma ho assolutamente ragione e te ne parlerò.
Questa notte un bel temporale che ti sarebbe piaciuto, adorata,
lampi blu e rosa e una notte soffocante. Oggi pioggia battente.
Ho fatto la conoscenza dell'avvocato Bernstein, giunto qui con
una piccola zia ridicola allampanata come un asparago.
E che cosa mi ha domandato quest'uomo di legge?. Di...fargli
le carte! Proprio così. Nient'altro. Ho comprato del gelsomino
per Lysès. Non porterò con me neppure dei vasi di rame per
Rozven:sono molto più cari che a Parigi e meno belli.Insomma
non c'è niente da portare da qui, me lo avevi pur detto. Devo
andare a cenare.
Ti abbraccio. Farò la brava. Sono triste perché tu non ci sei e
Lily se ne accorge benissimo. Ti abbraccio
Colette
Colette da Lettere a Missy
COLETTE ( Lettere a Missy ) 4
Nizza, 27 febbraio 1940
(…)Cara Missy,
ho lasciato passare molti giorni senza scriverti.Scusami. Il fatto
è che, com'era da aspettarsi,al mio arrivo mi sono ritrovata
priva di forze. Malgrado il bel tempo, le uniche cose che volessi
erano la sedia a sdraio in camera mia e l'ozio. Per tre giorni
sono uscita unicamente per nutrirmi. C'è voluta più di una
settimana perché mi sentissi di nuovo " una persona normale" e
mi interessassi al mondo esterno. Mia figlia è ripartita per
Parigi. Ho qui con me alcuni amici, e d'altronde non ne
approfitto troppo.
Penso che ti piacerà quel mercato di fiori - sempre variato - e
dove finiamo per non comprare più fiori perché sappiamo che
non è un mazzo di garofani, un fascio di anemoni o di tulipani
a piacerci, ma l'intero mercato: quelle bancarelle di garofani,
quei boschetti di rami di mandorlo, quei bastioni di mimose e
quei cumuli di mazzolini di violette che -cosa strana- profumano
di violetta.
Avrò tue notizie?Una piccola cartolina postale mi farebbe molto
piacere. Figurati che il mio vecchio fratello è ancora vivo:
sembra che con il ritmo - molto rallentato - del cuore, il
prolungarsi della sua vita sia paradossale. Spero di avere tue
notizie domani tramite mia nipote.
Cara Missy, penso a te molto più di quanto dia a vedere. Queste
giornate primaverili, di cui mi parla Maurice, ti fanno piacere?
Maurice lavora come un pazzo per poter passare quattro giorni
qui e poi riaccompagnarmi.
Ti abbraccio, cara Missy, e sono di tutto cuore la tua vecchia
amica
Colette (…)
Colette da Lettere a Missy
giovedì 6 settembre 2018
LA VITA " OLTRE " DI JUNG
" Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma diventando coscienti del buio ". ( C.G. Jung )
(…)Seneca, rivolgendosi all'amico Lucilio,al termine di una Lettera
nella quale vengono passati in rassegna alcuni tra i più
importanti problemi filosofici, si pone lo stesso interrogativo:
" Che cos'è la morte?". La risposta - lapidaria - è affidata a una
secca alternativa " Aut finis aut transitus" ( o fine o passaggio).
Per Jung, la risposta a questo interrogativo è univoca: la morte
non è fine, ma passaggio, ossia transito, perché il morire non
è uno " stato" ma " un processo",ossia un'esperienza di confine,
un vissuto di soglia, un cambio di stato.Questo perché la morte,
considerata come fine, cioè come evento definitivo, porrebbe
l'osservatore in uno stato che non gli consente più di comunicare
la propria esperienza. E Jung non è interessato alle posizioni
metafisiche: è un empirista che vuole occuparsi degli eventi
psichici. Risulta allora chiara la celebre definizione di Jung
sulla morte:
" La cosiddetta morte è un breve episodio fra due grandi misteri,
che in realtà sono uno solo " . ( Lettera del 1947 )
La morte, come la nascita,è un episodio,un momento, un transito
all'interno di un processo più vasto, di un grande mistero, il
mistero dell'anima che esiste al di là della coscienza e che si
estende al di là del tempo e dello spazio.
" Questo spettacolo della vecchiaia sarebbe insopportabile se
non sapessimo che la nostra anima si estende a una regione
non vincolata né dalla trasformazione del tempo, né dalla
limitazione del luogo. In questa forma di esistenza la nostra
nascita è una morte e la nostra morte una nascita." ( Lettera
23 Dicembre 1950 )
L'epistemologia junghiana è in fondo " un continuo sguardo sul
confine", un confronto e un modo di porsi nei confronti dell'
Alterità che ci abita, una relazione tra finito e infinito, visibile e
invisibile, Io e inconscio, limitato e illimitato, al di qua, e aldilà,
esistenza ed essenza, vita e morte.
" Sembra che la vita sia come un intermezzo in una lunga storia.
Questa esisteva già prima che io fossi e- con tutta probabilità
continuerà quando l'intervallo cosciente in un'esistenza
tridimensionale sarà alla fine " . (Lettera 18 Novembre 1955 )
L' Anima per Jung è storia, narrazione, racconto,Mythologhéin
nella quale la storia seriale dell'Io non è che un breve episodio,
un minuscolo capitolo in un più grande romanzo.
L'anima è la storia delle libido che, prendendo coscienza di sé,
può confrontare la propria finitezza con l'infinito:
" Solo la coscienza dei nostri angusti confini nel " Sé" costituisce
il legame con l'infinità dell'inconscio. In questa consapevolezza,
io mi sento insieme limitato ed eterno, mi sento l'uno e l'altro.
Se mi so unico nella mia combinazione individuale, vale a dire
limitato, ho la possibilità di prendere coscienza anche dell'
illimitato" . ( C.G.Jung - Sogni, ricordi, riflessioni )
Lo Jung del Libro Rosso è un frequentatore della soglia:
" Volgiti ai morti, ascoltane il lamento e prenditi amorevolmente
cura di loro". ( C.G.Jung - Liber Novus )
Gianluca Minella
mercoledì 5 settembre 2018
DI ( S ) ABITUDINI
Ho sotto i piedi tutti i capelli che cadono dal cuore…
Ha istanti di sete premurosa anche la morte:
lo so perché l'ho vista svuotare le caraffe
lasciando centrini inamidati - intatti.
Così penso sia cosa gentile aprire la finestra.
Si muta - amore mio - col tempo si cambia fame.
A volte, tu lo sai, amo portare asimmetriche piume
e spesso precipitare nelle acrobazie.
Ma non trovo mai - vorrei dirtelo - il verso
che pizzica la corda come carminio petalo.
Si entra ed esce dal regno della disperazione
attraverso la porta stretta della parola,
così, come per un nonnulla ,
si intravvede l'innocenza che si inceppa.
Ho quindi - chiusi e stropicciati sotto i piedi -
tutti i capelli che mi cadono dal cuore.
frida
LA CUCINA DEL DOTT. FREUD ( Introduzione )
" Ho dei gusti semplicissimi : mi accontento sempre del meglio " ( O, Wilde )
La malnutrizione: ecco il problema.
Ogni giorno, all'ora del pranzo, siamo costretti a subire vere e proprie nevrosi traumatiche: panini, coca- cola, tramezzini e hamburger: è questa la vera psicopatologia della vita quotidiana, il vero disagio della civiltà. Quale miglior terapia allora di un libro di cucina freudiana, di questa lista di piaceri orali soddisfatti à la carte?
Le ricette mescolano le migliori intuizioni della cucina viennese ai ricordi e alle riflessioni del padre della psicoanalisi.
E, naturalmente, il gusto è dato da una straordinaria ironia.
La cucina del dott. Freud è destinato ai golosi di aneddoti sui grandi della psicoanalisi, ma anche a quanti vorranno divertirsi a trasformare in piatti fumanti le proposte di questo singolare ricettario.
frida
LA CUCINA DEL DOTT. FREUD 1
I MAMMOTTONI
(…) Ricordo i mammottoni, ma - ahimè - non ne ho più gustati dal
1930, quando morì mia madre, Amalia Nathansohn all'età di
novantacinque anni.So benissimo che, senza di lei, potrò tirare
avanti ancora solo per poco.Che donna! Sempre allegra, piena
di spirito. Non so proprio se, quando mi chiamava anche in
presenza di estranei " mein goldener Sigi", lo facesse per vero
affetto oppure per farmi fare la figura dello scemo. Eravamo
tanto diversi,un mare, un oceano di diversità, però sono sicuro
che è da lei che ho preso tanti piccoli tratti di carattere, come
la mia vanità nel vestire e quella di farmi fotografare. Poche
settimane prima di morire,allorché una sua fotografia apparve
su un giornale, il suo commento fu:" Che brutto ritratto, mi fa
sembrare una centenaria!". Ma niente di tutto questo ha più
importanza ormai: ciò che invece ancora ricordo sono i
mammottoni leggeri e freschi come un'alba dorata.
Mescolare una tazza di farina con un pugno
di fiocchi d'avena. Aggiungere un cucchiaino
di sale, una tazza di latte e un tuorlo d'uovo.
Battere a parte il bianco a neve e aggiungerlo
al tutto. Ungere bene con lo strutto una teglia
di mammottoni ( se ne siete sprovvisti potete
anche usare una teglia da papattoni), versarvi
l'impasto e metterlo a cuocere in forno
caldissimo per mezz'ora, oppure fino a quando
non siano ben tronfi. (…)
James Hillmann e Charles Boer da La cucina del dott. Freud
LA CUCINA DEL DOTT. FREUD 2
VITELLO ALLA NEVRASTENIA
(…)Fin dagli inizi degli anni 1890 avevo descritto i sintomi della
nevrastenia - testa pesante, stanchezza, disturbi digestivi
accompagnati da flatulenza e costipazione, dolori ai reni e
debolezza sessuale.In seguito giunsi a distinguere questi sintomi
dai problemi più fondamentali dell'ansietà,o nevrosi d'angoscia.
Fu un bel passo avanti, se così posso dire. Poi col tempo capii
che la nevrastenia non è un disturbo nervoso, e nemmeno una
debolezza dei nervi, bensì una mancanza di nerbo.
Adler e Rank - nella loro lingua la chiamano " problema di
volontà, o - come lo pronunciano loro , di vitello. ( gioco di
parole in inglese sulla pronuncia di wuill ( volontà ) e veal
( vitello ). Il paziente nevrastenico - dopo tutto - è una specie di
vitellone o Kalb, che sogna di solito i suoi primi amoretti.
Dico " il paziente" non a caso poiché - come ho sempre
sostenuto " le ragazze di solito sono sane e non nevrasteniche".
All'esame fisico, la carne nevrastenica appare umida, tenera e
pallida, molto simile al biancastro roseo del buon vitello.
Gli occhi di solito sono esageratamente dolci e dilatati. Il
nevrastenico ha la tendenza a starsene chiuso in camera sua o
ad andarsene tristemente alla vicina gelateria per ingerire
copiosi gelati. Il trattamento d'elezione - in questi casi - è per lo
più costituito da tonici per la volontà. Eppure, anche se il
paziente è di solito docile e cooperante, è raro che si verifichino
dei miglioramenti: infatti in genere il vitello ha voglia, ma la
carne è troppo debole.
Il vitello alla nevrastenia rimane quindi il mio personale e
infallibile rimedio per questi sventurati. Bisogna stare attenti
però a non cuocerlo troppo. Dovrebbe persino rimanere un po'
duro: infatti, più duro è, meglio è...
Prendete un bel posteriore di vitello ( circa
due chili ) e fatelo legare bene, con lo spago,
dal macellaio. Lasciatelo in questo stato per
qualche ora prima di farlo arrostire.
Ricopritelo poi con una miscela di due
cucchiai di farina, un cucchiaio di polvere di
peperoncino, un cucchiaio di paprika, sale e
pepe. Passatelo in forno a calore moderato per
mezz'ora, inumidendo di tanto in tanto con
un po' di burro fuso. Nel frattempo mettete
in un tegamino una tazza di brodo scuro più
mezza tazza di cognac tenetelo a fuoco
basso finchè il liquido non si riduca di un
terzo. Lasciate l'arrosto in forno ancora
mezz'ora, ricordando però di inumidirlo
spesso con la mistura di brodo e cognac.
Potete aggiungere alla teglia cipolle saltate
o altri legumi in abbondanza, ma non vi
preoccupate del contorno: è la carne che
conta, e una volta tanto non deve essere
tenera. (…)
James Hillmann e Charles Boer da La cucina del dott. Freud
LA CUCINA DEL DOTT FREUD 3
L'INVEROSIMILE CROSTATA EDIPICA
(…) Quando per la prima volta misi per iscritto questa ricetta
alquanto modesta, non avevo idea del successo che avrebbe
ottenuto, e di come sarebbe diventata uno stereotipo in ogni
cucina.
Questa crostata è certo molto buona, ma la gloria che ha
raggiunto ha dell'inverosimile. Oggi viene chiamata
semplicemente "Crostata di mele grande mamma". Nell'ottobre
del 1897, mentre indagavo sempre più nelle profondità delle
mie nevrosi e scrivevo le mie teorie per inviarle al mio amico
Fliess a Berlino ( sia detto per inciso, Fliess aveva un fiuto
fantastico per le combinazioni interessanti, essendo lui stesso
uno specialista del naso e della gola - vedi " Bi- zuppa alla
Fliess" ), mi ritornò il ricordo della mia desolazione infantile
quando -spesso -piangevo disperatamente perché non riuscivo
a trovare mia madre da nessuna parte.
Scoprii ben presto che " l'amore per la madre e la gelosia nei
confronti del padre sono un fenomeno generale della prima
infanzia ". Che formula semplice! Nonostante ciò ci sarebbe
voluto parecchio tempo prima che mi rendessi conto della
semplicità della crostata edipica. Nessuno può resistere a
questo piatto perché - come scrissi a Fliess : " ognuno di noi
è stato una volta nell'infanzia un Edipo in germe e in fantasia "
Mescolate una tazza di zucchero, due cucchiai
di farina, un pizzico di sale, qualche mela
affettata ( sbucciata e privata del torsolo ),
mezza tazza di uvetta, mezza tazza di noci a
pezzetti, del rum scuro e mezzo pacchetto
di burro già fuso. Nel frattempo ( l'ideale
sarebbe, se stesse proprio accanto a voi
guardandovi fare, chiedere a vostra madre
la ricetta da lei preferita per fare la crostata ):
stendete la pasta in uno stampo per torte.
Metteteci sopra le mele e coprite con la pasta
rimanente. Passate in forno caldissimo per
dieci minuti, riducete poi il calore a metà e
cuocete per altri venticinque minuti. Lasciate
raffreddare a temperatura ambiente . E
ricordate sempre vostra madre. (…)
James Hillman e Charles Boer da La cucina del dott. Freud
LA CUCINA DEL DOTT FREUD 4
BISCHETTONI EROGENI
(…) Fu solo dopo la pubblicazione dei miei Tre saggi sulla teoria
sessuale, nel 1905, che le zone erogene del corpo umano
vennero trasferite dal segreto della camera da letto alla
pubblica arena della scienza. Ogni zona produce le sue
specifiche eccitazioni e presenta anche un suo stile
caratteristico: la zona orale, con il suo desiderio di
gratificazione immediata, che è la base di tutti i piaceri
connessi al succhiare, al leccare e al mordere;quella anale,con
i suoi piaceri di tensione e ritenzione, e che è la base per i
piaceri posposti, ossessivi e controllati. Nelle persone isteriche
queste zone del corpo e quelle vicine, nonché le membrane e
mucose ad esse affini, si appropriano delle eccitazioni degli
organi sessuali veri e propri, sicchè l'atto di mangiare,
inghiottire, digerire ed evacuare può diventare orgastico.
Praticamente ogni zona del corpo umano può diventare
erogena ( nel sadomasochismo è la pelle, nel voyeurismo e
nell'esibizionismo è l'occhio ).
Mi farebbe piacere poter dire lo stesso dei bischettoni, ma il
modo in cui la maggior parte della gente li fa è disperante.
Sembra proprio che non si riesca mai a dar loro un tocco
erogeno. Comunque sia, cercate nella vostra cucina bacche,
chiodi di garofano, ciliegine secche, pistacchi, bucce di limone
o di arancia, cannella etc. e cominciate…
Preparate una pasta per bischettoni
mescolando tre tazze di farina, due cucchiai
di zucchero, un cucchiaio di lievito, mezzo
cucchiaio di bicarbonato di sodio, un
pacchetto di burro e una tazza di latte.
Aggiungere a questo punto il tocco erogeno
( taluni pensano sia sufficiente una ciliegina
macerata nel kirsch ). Stendete la pasta fino a
farle raggiungere lo spessore di un centimetro
circa e ritagliare i bischettoni dando loro
forme erotiche ( per esempio delle belle
gambine, dei bei sederini a forma di cuore, un
piccolo ventre liscio con il suo ombelico.)
Tutto sta nell'immaginazione che ci mettete
per farli, altrimenti come potrebbero essere erogeni?
Porli in una teglia imburrata e farli cuocere
per circa quindici minuti nel forno ben caldo. (…)
James Hillman e Charles Boer da La cucina del dott. Freud
LA CUCINA DEL DOTT FREUD 5
INSALATA DI CHIACCHIERE
(…) Nel campo nostro si è introdotta molta pazzia, eppure essa
proviene da uno o due posti soltanto.Il Burgholzli, per esempio
una casa di pazzi zurighese, era una fabbrica di squinternati la
cui influenza sul futuro della psicopatologia è stata
inenarrabile. Direttore ne era Eugen Bleuler, mentre Jung era
uno dei suoi assistenti.
Bleuler aveva osservato che gli schizofrenici - ossia la
stragrande maggioranza dei ricoverati - usavano parole
dissociate incomprensibili a tutto il reparto. Un' " insalata di
parole", come egli scrisse in uno dei suoi manuali. Jung cercò
di porvi un qualche rimedio mettendo insieme le parole grazie
ai suoi esperimenti associativi. Ma sbagliavano entrambi: l'
insalata di chiacchiere non si riferisce alle chiacchiere, si
riferisce piuttosto all'insalata. Non v'è dubbio che Bleuler
abbia inventato l'espressione per analogia con l'insalata di
lattuga tagliata a pezzi, condita con olio, aceto e sale che ogni
giorno veniva servita quale contorno nei pasti ospedalieri
svizzeri. ( Lo so per esperienza perché, quando andai laggiù a
trovare Jung, lui non mi sistemò al Bar-au - Lac ( celebre
albergo e ristorante di Zurigo n.d.r.), bensì al Burgholzli
( l'ospedale dei matti ).
Bleuler, che non beveva nemmeno una birra e che avrebbe
trovato incomprensibile persino una conversazione fra
colleghi a una cena di lavoro, che non sapeva nemmeno cosa
fosse un'insalata interessante, come avrebbe potuto capire i
discorsi degli schizofrenici?
Ah, questi svizzeri, quante ne hanno fatte vedere!
Quante volte devo ripeterlo: non sono i pazienti che hanno
perso il cervello, sono i loro "cervelli " che si sono persi.
Una buona insalata di chiacchiere potrebbe essere la migliore
occasione per farli ritrovare.
Mettete un pacco di pasta carta in una
pentola d'acqua bollente ( non adoperate quelle
paste matte a forma di conchiglie o di fusilli:
servono solo per insalate psicotiche italiane e
non andrebbero bene per le nostre insalate del
Nord Europa ). Fatela cuocere finchè non
diventi morbida. Mettetela, una volta scolata,
in un'insalatiera sfregata precedentemente con
aglio. Aggiungete qualche fetta di pomodoro,
peperoncino, scalogno, una scatoletta di tonno
- oppure qualche altro pesce o frutto di mare
se il vostro ospedale se lo può permettere
( e anche il più esiguo bilancio può permettersi
un'acciuga di tanto in tanto ) - qualche oliva,
una manciata di basilico tagliuzzato, o
almeno un pugno di prezzemolo, sale e pepe.
Condite l'insalata con olio di oliva e mescolate lentamente.
Lasciatela raffreddare fino all'ora di cena.
Al momento di servire, spargetevi sopra tocchetti di tocco
ben aromatizzato ( se non sapete che tipo di tocco
utilizzare, meglio lasciar perdere l'insalata di chiacchiere
e accontentarsi di una semplice insalata di lattuga ). (…)
James Hillman e Charles Boer da La cucina del dott. Freud
martedì 4 settembre 2018
L'OTTAVO GIORNO DI DANIELA
Come l'albero non si accorge che perde il primo volo del passero…
La parola amore mi esita,
mi fa dolce la saliva,alimenta, mi lamenta.
***
Nel calcolo degli addii
ci metto già il nostro
con le folate di vento, il mignolo che fu sempre l'ultimo
a sganciarti le falangi;
negli anni ho preso memoria
di quei rami
su cui si posano i miei baci
che tu non senti
come l'albero
non si accorge che perde
il primo volo del passero.
***
Chiamami
nell'ora che declina, ora che reclino
un poco a destra un poco a sinistra
come se dovessi farmi uscire acqua
dall'orecchio asciutto;
chiamami dal lato semisordo
che attutisce il verbo,
camuffa l'addio in un vago
ritorno:
mi ingannerò sul giorno,
farò tornare indietro il cosmo, il perno del sole
retrocedere.
***
Ti ho inventato così bene
amore
come neanche il più raro fiore
dopo anni di innesti
del vivaista
nelle sue segrete serre.
***
La sua fine fu semplice:
una mattina chiuse a chiave la porta,
ultimo riguardo per il marito ammattito
e dentro lasciò lui e un biglietto
con poche righe - le ultime
le vere - senza bisogno di compiacere,
nemmeno di azzittire, come ogni giorno,
le fauci parassite del dolore;
scrisse - donnina da seggiola muta -
ammittente,
dolcemente:
vi ho amati uno a uno,
vi ringrazio di questo dono,
poi più niente.
Pensò solo che morire nel canale del consorzio
ci volevano due passi:
non si doveva mai più vergognare,
poteva tacergli e tacersi
come l'acqua
senza sforzo
avere le ultime accortezze
per le rane e gli iris di fosso.
Daniela Andreis da L'ottavo giorno della settimana
IL SENSO DEL DONO
Qua si attarda ancora l'autunno…
PERCHE' NON VIENI?
Vedi, le rondini se ne vanno,
si spoglia il noce dalle foglie,
la brina copre i vigneti.
Perché non vieni ancora, perché?
Oh, vieni tra le mie braccia,
guardati, io mai sazio
dolce appoggiare il mio capo
sul tuo seno, sul tuo seno ancora.
Ricordi come al tempo che
per le valli erravamo, per piani,
ti sollevavo, ti abbracciavo,
oh tante volte, tante volte!
In questo mondo ci sono donne
con gli occhi fonte di faville
per quanto siano loro sublimi
non sono come te, non sono.
Che tu puoi sempre rischiarare
la vita di quest'anima mia,
sei più brillante di ogni stella,
amore mio, mio amore!
Qua si attarda ancora l'autunno,
le foglie cadono sui sentieri,
i seminati sono deserti…
Perché non vieni ancora, perché?
Mihai Eminescu
lunedì 3 settembre 2018
GLI AMORTI
I nostri incontri erano profonde avarie del costato…
Gli amorti sono l'uno e lo zero
stanno in uno sguardo di ferro
ma non hanno più gli occhi
spargono croci come promesse
e si incontrano - anime perdute -
sotto i cipressi di marmo
per toccarsi la voce .
***
Nei pozzi neri dei tuoi occhi
ci stanno tutte le mancanze
di cui mi sono riempito.
Nella tua carne
le stanze vuote
che ho ripreso ad abitare
tornando a casa.
***
Riprendo i miei libri dallo scaffale
e ti ritrovo in un verso incompiuto.
E' passata una sola pagina
dall'ultimo sudore dell'inchiostro
ma quel foglio - il tuo corpo animale-
lo tengo ancora sul comodino
come un ordigno inesploso.
***
I nostri incontri erano profonde avarie
del costato, Ore fuoricampo, minuti
in cui stringevo i lacci delle scarpe
perché era sempre l'ultimo istante
ad unirci come nell'ultimo addio.
***
Cadono le promesse come acqua dalle mani.
Volevo non sapere di te, del mio nome
liberarmi della tua fonte chiara
non aspettarti sulla soglia del giorno
in questo bianco inadeguato
che si spinge a preghiera
per serrature che non conosco
Francesco Cagnetta da Convocazioni Corporali
domenica 2 settembre 2018
MI DIRAI
Io - sola - a dirti della conta delle stelle…
Ti dirò la bocca chiusa a soffocare versi
esuli dai sogni e il bianco che mi serra.
Mi dirai la notte lontana che non cerca sonno
e dentro ancora l'eco del volto fra le mani.
Mi dirai i nuovi incontri e le lontananze,
e gesti muti fra lenzuola sfatte, i detriti
d'amnesia e le ali vuote - smesse.
Mi dirai del sacrificio che dissolve il corpo
ammantando l'anima di colori.
Io qui - sola - a dirti della conta delle stelle.
frida
IMPERATIVI
Amami dell'amore che ama…
Eleggimi stella di rovi luminosi, se fuori fa buio.
Crescimi di favole tristi, se rido troppo.
Cantami le scelte dell'uomo libero e dei suoi piedi feriti.
Insultami di musica antica e di urla rinchiuse.
Accoglimi nella casa dei pazzi, nel cuore dei cervi.
Nutrimi di scheletri, se dimentico la sofferenza.
Minacciami di vita, se nello sguardo invoco la morte.
Amami dell'amore fuggito.
Amami dell'amore celato.
Amami dell'amore incompreso.
Amami dell'amore assediato.
Amami dell'amore che spera con occhi insabbiati.
Amami dell'amore che sogna nella luce dolente.
Amami dell'amore che vive a un passo dalla morte.
Amami dell'amore che ama.
frida
sabato 1 settembre 2018
FATHER & DAUGHTER
Le passeggiate che qui - insieme al regista ripercorriamo- non sono che metafore dell'esistenza tutta, nella quale il luogo dell'assenza - una volta attraversato - diventa spazio dell'incontro, del compimento dell'attesa che si appaga della tenerezza di un abbraccio.
E la figlia che si volge verso il padre è simbolo vivo di un' umanità che trova in se stessa la strada percorribile di un sogno.
( f. )
DOLINA
Dall'apice degli occhi
deflagrante
mi trapassa il silenzio
mi schianta di schegge
a centro cuore.
frida
DISCORSI DI PELLE
Con le briglie ingorde scrive discorsi sulla pelle…
Dal tuo silenzioso distacco, le mie parole
corrono scivolando su ruote d'attesa
- lanciate nella discesa del tempo -
per schiantarsi su di te senza rumore.
Come frusta, i miei pensieri incitano
la corsa dei minuti, tacendo l'attesa d'amore
ché solo con le briglie ingorde
scrive discorsi sulla pelle.
E tempo e parole si fermano in noi.
frida
IL SENSO DELLA VITA
La vita è un ininterrotto fluire di eventi e di pensieri.
E solo gli stupidi pensano di poterlo arrestare.
frida
venerdì 31 agosto 2018
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