venerdì 7 settembre 2018

COLETTE (Lettere a Missy ) 2



BORDEAUX,  Ottobre 1908

(…)Mia adorata,
      ho ricevuto la tua lettera senza la quale, tutti i giorni , la vita
      non mi sarebbe affatto possibile. Trovo che Meer abbia una
      bella faccia tosta se dice che B. non vuole che reciti nella sua
      pièce, quando sono io che non ne ho voluto sapere. E poi,
      Suzanne dopo tutto può dire di guadagnare trecento franchi al
      giorno, mentre Blanche Toutan guadagna solo cinque luigi o al
      massimo centocinquanta franchi . Ci pensi, se in un piccolo
      teatro,si dessero così a tutte dei cachet da étoile,sarebbe troppo
      bello..ma non per il direttore e il teatro: chiuderebbe nel giro di
      otto giorni. Mia adorata, non mi dici nulla della tua mascella?
      Dunque ti fa male? Soprattutto non fare così! Sai, i gamberetti
      sono enormi qui e di una freschezza! Mio adorato, mi annoio
      da morire. Rientro a piedi la sera, tutta sola, alle unici e un
      quarto: nessuno mi accompagna e prendo una carrozza per
      andare a teatro, dopo cena. Scrivimi. Povera Poucette! Mi ama
      quella carogna, in fondo… Vorrei ( è il colmo ! ) recitare alle
      matinée tutti i giorni per far passare il tempo!
      Arrivederci- amore mio - non penso che a te: mancano ancora
      tre giorni e mezzo interi e uno di viaggio.
      Ti  abbraccio, ti abbraccio, mio nettare…


                                        Colette   (...)


               Colette   da    Lettere a Missy 

     

COLETTE ( Lettere a Missy ) 3


TUNISI,  21 Marzo 1911

(…) Mia amata che adoro,

       ecco la tua insopportabile alle Sorgenti di Zaghouan.. Il tuo
       telegramma mi preoccupa e mi stupisce: non ho mai mancato
       una sola volta di telegrafarti e ho smesso di scrivere solo due
       giorni; non avevo niente di interessante da dire e soprattutto
       eravamo rientrati molto tardi.Ma ho la sensazione che le poste
       in questo Paese " si divertano " finchè possono. Lily se ne
       lamenta molto. E' assai gentile, ma sarò stremata per aver
       vissuto otto giorni di più accanto a lei, sentendola vivere in
       modo così rumoroso e proferire tante parole e grida inutili.
       Non ne posso più. Faccio buon viso perché tutto sommato è
       ingiusto da parte mia e lei è gentile con me. Ma è tutto quello
       che posso fare. Avrai notato che, in questi giorni, non mi
       diffondevo in gentilezze nei confronti del salame, nei
       telegrammi, ma ho assolutamente ragione e te ne parlerò.
       Questa notte un bel temporale che ti sarebbe piaciuto, adorata,
       lampi blu e rosa e una notte soffocante. Oggi pioggia battente.
       Ho fatto la conoscenza dell'avvocato Bernstein, giunto qui con
       una piccola zia ridicola allampanata come un asparago.
       E che cosa mi ha  domandato quest'uomo di legge?. Di...fargli
       le carte! Proprio così. Nient'altro. Ho comprato del gelsomino
       per Lysès. Non porterò con me neppure dei vasi di rame per
       Rozven:sono molto più cari che a Parigi e meno belli.Insomma
       non c'è niente da portare da qui, me lo avevi pur detto. Devo
       andare a cenare.
       Ti abbraccio. Farò la brava. Sono triste perché tu non ci sei e
       Lily se ne accorge benissimo. Ti abbraccio


                                      Colette


                         Colette  da    Lettere a Missy


COLETTE ( Lettere a Missy ) 4



Nizza, 27 febbraio 1940

(…)Cara Missy,
      ho lasciato passare molti giorni senza scriverti.Scusami. Il fatto
     è che, com'era da aspettarsi,al mio arrivo mi sono ritrovata
     priva di forze. Malgrado il bel tempo, le uniche cose che volessi
     erano la sedia a sdraio in camera mia e l'ozio. Per tre giorni
     sono uscita unicamente per nutrirmi. C'è voluta più di una
     settimana perché mi sentissi di nuovo " una persona normale" e
     mi interessassi al mondo esterno. Mia figlia è ripartita per
     Parigi. Ho qui con me alcuni amici, e d'altronde non ne
     approfitto troppo.
     Penso che ti piacerà quel mercato di fiori - sempre variato - e
     dove finiamo per non comprare più fiori perché sappiamo che
     non è un mazzo di garofani, un fascio di anemoni o di tulipani
     a piacerci, ma l'intero mercato: quelle bancarelle di garofani,
     quei boschetti di rami di mandorlo, quei bastioni di mimose e
     quei cumuli di mazzolini di violette che -cosa strana- profumano
     di violetta.
     Avrò tue notizie?Una piccola cartolina postale mi farebbe molto
     piacere. Figurati che il mio vecchio fratello è ancora vivo:
     sembra che con il ritmo - molto rallentato - del cuore, il
     prolungarsi della sua vita  sia paradossale. Spero di avere tue
     notizie domani tramite mia nipote.
     Cara Missy, penso a te molto più di quanto dia a vedere. Queste
     giornate primaverili, di cui mi parla Maurice, ti fanno piacere?
     Maurice lavora come un pazzo per poter passare quattro giorni
     qui e poi riaccompagnarmi.
     Ti abbraccio, cara Missy, e sono di tutto cuore la tua vecchia
     amica

                           Colette    (…)


           Colette  da    Lettere a Missy

giovedì 6 settembre 2018

LA VITA " OLTRE " DI JUNG

 
 
 

" Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma diventando coscienti del buio ". ( C.G. Jung )



(…)Seneca, rivolgendosi all'amico Lucilio,al termine di una Lettera
      nella quale vengono passati in rassegna alcuni tra i più
      importanti problemi filosofici, si pone lo stesso interrogativo:
     " Che cos'è la morte?". La risposta - lapidaria - è affidata a una
      secca alternativa " Aut finis aut transitus" ( o fine o passaggio).
      Per Jung, la risposta a questo interrogativo è univoca: la morte
      non è fine, ma passaggio, ossia transito, perché il morire non
      è uno " stato" ma " un processo",ossia un'esperienza di confine,
      un vissuto di soglia, un cambio di stato.Questo perché la morte,
      considerata come fine, cioè come evento definitivo, porrebbe
    l'osservatore in uno stato che non gli consente più di comunicare
     la propria esperienza. E Jung non è interessato alle posizioni
     metafisiche: è un empirista che vuole occuparsi degli eventi
     psichici. Risulta allora chiara la celebre definizione di Jung
     sulla morte:

    " La cosiddetta morte è un breve episodio fra due grandi misteri,
      che in realtà sono uno solo " . ( Lettera del 1947 )

    La morte, come la nascita,è un episodio,un momento, un transito
    all'interno di un processo più vasto, di un grande mistero, il
    mistero dell'anima che esiste al di là della coscienza e che si
    estende al di là del tempo e dello spazio.

    " Questo spettacolo della vecchiaia sarebbe insopportabile se
      non sapessimo che la nostra anima si estende a una regione
      non vincolata né dalla trasformazione del tempo, né dalla
      limitazione del luogo. In questa forma di esistenza la nostra
      nascita è una morte e la nostra morte una nascita." ( Lettera
      23 Dicembre 1950 )

    L'epistemologia junghiana è in fondo " un continuo sguardo sul
    confine", un confronto e un modo di porsi nei confronti dell'
    Alterità che ci abita, una relazione tra finito e infinito, visibile e
    invisibile, Io e inconscio, limitato e illimitato, al di qua, e aldilà,
    esistenza ed essenza, vita e morte.

    " Sembra che la vita sia come un intermezzo in una lunga storia.
      Questa esisteva già prima che io fossi e- con tutta probabilità
      continuerà quando l'intervallo cosciente in un'esistenza
      tridimensionale sarà alla fine " . (Lettera 18 Novembre 1955 )

    L' Anima per Jung è storia, narrazione, racconto,Mythologhéin
    nella quale la storia seriale dell'Io non è che un breve episodio,
   un minuscolo capitolo in un più grande romanzo.
   L'anima è la storia delle libido che, prendendo coscienza di sé,
   può confrontare la propria finitezza con l'infinito:

   " Solo la coscienza dei nostri angusti confini nel " Sé" costituisce
     il legame con l'infinità dell'inconscio. In questa consapevolezza,
     io mi sento insieme limitato ed eterno, mi sento l'uno e l'altro.
     Se mi so unico nella mia combinazione individuale, vale a dire
     limitato, ho la possibilità di prendere coscienza anche dell'
     illimitato" . ( C.G.Jung - Sogni, ricordi, riflessioni )

  
    Lo Jung del Libro Rosso è un frequentatore della soglia:

    " Volgiti ai morti, ascoltane il lamento e prenditi amorevolmente
       cura di loro". ( C.G.Jung - Liber Novus  )



                          Gianluca  Minella


mercoledì 5 settembre 2018

DI ( S ) ABITUDINI

 
 

                                                Ho sotto i piedi tutti  i capelli che cadono dal cuore…


Ha istanti di sete premurosa anche la morte:
lo so perché l'ho vista svuotare le caraffe
lasciando centrini inamidati - intatti.
Così penso sia cosa gentile aprire la finestra.
Si muta - amore mio - col tempo si cambia fame.
A volte, tu lo sai, amo portare asimmetriche piume
e spesso precipitare nelle acrobazie.
Ma non trovo mai - vorrei dirtelo - il verso
che pizzica la corda come carminio petalo.
Si entra ed esce dal regno della disperazione
attraverso la porta stretta della parola,
così, come per un nonnulla ,
si intravvede l'innocenza che si inceppa.
Ho quindi - chiusi e stropicciati sotto i piedi -
tutti i capelli che mi cadono dal cuore.


                                 frida


LA CUCINA DEL DOTT. FREUD ( Introduzione )

 
 

           " Ho dei gusti semplicissimi : mi accontento sempre del meglio " ( O, Wilde )



La malnutrizione: ecco il problema.
Ogni giorno, all'ora del pranzo, siamo costretti a subire vere e proprie nevrosi traumatiche: panini, coca- cola, tramezzini e hamburger: è questa la vera psicopatologia della vita quotidiana, il vero disagio della civiltà. Quale miglior terapia allora di un libro di cucina freudiana, di questa lista di piaceri orali soddisfatti à la carte?
Le ricette mescolano le migliori intuizioni della cucina viennese ai ricordi e alle riflessioni del padre della psicoanalisi.
E, naturalmente, il gusto è dato da una straordinaria ironia.
La cucina del dott. Freud è destinato ai golosi di aneddoti sui grandi della psicoanalisi, ma anche a quanti vorranno divertirsi a trasformare in piatti fumanti le proposte di questo singolare ricettario.



                     frida

LA CUCINA DEL DOTT. FREUD 1


I MAMMOTTONI

(…) Ricordo i mammottoni, ma - ahimè - non ne ho più gustati dal
       1930, quando morì mia madre, Amalia Nathansohn all'età di
       novantacinque anni.So benissimo che, senza di lei, potrò tirare
       avanti ancora solo per poco.Che donna! Sempre allegra, piena
       di spirito. Non so proprio se, quando mi chiamava anche in
       presenza di estranei " mein  goldener Sigi", lo facesse per vero
       affetto oppure per farmi fare la figura dello scemo. Eravamo
       tanto diversi,un mare, un oceano di diversità, però sono sicuro
       che è da lei che ho preso tanti piccoli tratti di carattere, come
       la mia vanità nel vestire e quella di farmi fotografare. Poche
       settimane prima di morire,allorché una sua fotografia apparve
       su un giornale, il suo commento fu:" Che brutto ritratto, mi fa
       sembrare una centenaria!". Ma niente di tutto questo ha più
       importanza ormai: ciò che invece ancora ricordo sono i
       mammottoni leggeri e freschi come un'alba dorata.

    
       Mescolare una tazza di farina con un pugno
       di fiocchi d'avena. Aggiungere un cucchiaino
       di sale, una tazza di latte e un tuorlo d'uovo.
       Battere a parte il bianco a neve e aggiungerlo
       al tutto. Ungere bene con lo strutto una teglia
       di mammottoni ( se ne siete sprovvisti potete
       anche usare una teglia da papattoni), versarvi
       l'impasto e metterlo a cuocere in forno
       caldissimo per mezz'ora, oppure fino a quando
       non siano ben tronfi.  (…)


         James Hillmann e Charles Boer  da   La cucina del dott. Freud

LA CUCINA DEL DOTT. FREUD 2



VITELLO ALLA NEVRASTENIA

(…)Fin dagli inizi degli anni 1890 avevo descritto i sintomi della
      nevrastenia - testa pesante, stanchezza, disturbi digestivi
      accompagnati da flatulenza e costipazione, dolori ai reni e
     debolezza sessuale.In seguito giunsi a distinguere questi sintomi
     dai problemi più fondamentali dell'ansietà,o nevrosi d'angoscia.
     Fu un bel passo avanti, se così posso dire. Poi col tempo capii
     che la nevrastenia non è un disturbo nervoso, e nemmeno una
     debolezza dei nervi, bensì una mancanza di nerbo.
     Adler e Rank - nella loro lingua la chiamano " problema di
     volontà, o - come lo pronunciano loro , di vitello. ( gioco di
     parole in inglese sulla pronuncia di wuill ( volontà ) e veal
    ( vitello ). Il paziente nevrastenico - dopo tutto - è una specie di
     vitellone o Kalb, che sogna di solito i suoi primi amoretti.
     Dico " il paziente" non a caso poiché - come ho sempre
     sostenuto " le ragazze di solito sono sane e non nevrasteniche".
     All'esame fisico, la carne nevrastenica appare umida, tenera e
     pallida, molto simile al biancastro roseo del buon vitello.
     Gli occhi di solito sono esageratamente dolci e dilatati. Il
     nevrastenico ha la tendenza a starsene chiuso in camera sua o
     ad andarsene tristemente alla vicina gelateria per ingerire
     copiosi gelati. Il trattamento d'elezione - in questi casi - è per lo
     più costituito da tonici per la volontà. Eppure, anche se il
     paziente è di solito docile e cooperante, è raro che si verifichino
     dei miglioramenti: infatti in genere il vitello ha voglia, ma la
     carne è troppo debole.
     Il vitello alla nevrastenia rimane quindi il mio personale e
     infallibile rimedio per questi sventurati. Bisogna stare attenti
     però a non cuocerlo troppo. Dovrebbe persino rimanere un po'
     duro: infatti, più duro è, meglio è...


    Prendete un bel posteriore di vitello ( circa
    due chili ) e fatelo legare bene, con lo spago,
    dal macellaio. Lasciatelo in questo stato per
    qualche ora prima di farlo arrostire.
    Ricopritelo poi con una miscela di due
    cucchiai di farina, un cucchiaio di polvere di
    peperoncino, un cucchiaio di paprika, sale e
    pepe. Passatelo in forno a calore moderato per
    mezz'ora, inumidendo di tanto in tanto con
    un po' di burro fuso. Nel frattempo mettete
    in un tegamino una tazza di brodo scuro più
    mezza tazza di cognac  tenetelo a fuoco
    basso finchè il liquido non si riduca di un
    terzo. Lasciate l'arrosto in forno ancora
    mezz'ora, ricordando però di inumidirlo
    spesso con la mistura di brodo e cognac.
    Potete aggiungere alla teglia cipolle saltate
    o altri legumi in abbondanza, ma non vi
    preoccupate del contorno: è la carne che
    conta, e una volta tanto non deve essere
    tenera.  (…)


     James Hillmann e Charles Boer  da   La cucina del dott. Freud


      

LA CUCINA DEL DOTT FREUD 3


L'INVEROSIMILE CROSTATA EDIPICA

(…) Quando per la prima volta misi per iscritto questa ricetta
       alquanto modesta, non avevo idea del successo che avrebbe
       ottenuto, e di come sarebbe diventata uno stereotipo in ogni
       cucina.
       Questa crostata è certo molto buona, ma la gloria che ha
       raggiunto ha dell'inverosimile. Oggi viene chiamata
       semplicemente "Crostata di mele grande mamma". Nell'ottobre
       del 1897, mentre indagavo sempre più nelle profondità delle
       mie nevrosi e scrivevo le mie teorie per inviarle al mio amico
       Fliess a Berlino ( sia detto per inciso, Fliess aveva un fiuto
       fantastico per le combinazioni interessanti, essendo lui stesso
       uno specialista del naso e della gola - vedi " Bi- zuppa alla
       Fliess" ), mi ritornò il ricordo della mia desolazione infantile
       quando -spesso -piangevo disperatamente perché non riuscivo
       a trovare mia madre da nessuna parte.
       Scoprii ben presto che " l'amore per la madre e la gelosia nei
       confronti del padre sono un fenomeno generale della prima
       infanzia ". Che formula semplice! Nonostante ciò ci sarebbe
       voluto parecchio tempo prima che mi rendessi conto della
       semplicità della crostata edipica. Nessuno può resistere a
       questo piatto perché - come scrissi a Fliess : " ognuno di noi
       è stato una volta nell'infanzia un Edipo in germe e in fantasia "


      Mescolate una tazza di zucchero, due cucchiai
      di farina, un pizzico di sale, qualche mela
      affettata ( sbucciata e privata del torsolo ),
      mezza tazza di uvetta, mezza tazza di noci a
      pezzetti, del rum scuro e mezzo pacchetto
      di burro già fuso. Nel frattempo ( l'ideale
      sarebbe, se stesse proprio accanto a voi
      guardandovi fare, chiedere a vostra madre
      la ricetta da lei preferita per fare la crostata ):
      stendete la pasta in uno stampo per torte.
      Metteteci sopra le mele e coprite con la pasta
      rimanente. Passate in forno caldissimo per
      dieci minuti, riducete poi il calore a metà e
      cuocete per altri venticinque minuti. Lasciate
      raffreddare a temperatura ambiente . E
      ricordate sempre vostra madre.   (…)


      James  Hillman e Charles Boer  da  La cucina del dott. Freud

  

LA CUCINA DEL DOTT FREUD 4


BISCHETTONI  EROGENI

(…) Fu solo dopo la pubblicazione dei miei  Tre saggi sulla teoria
       sessuale, nel 1905, che le zone erogene del corpo umano
       vennero trasferite dal segreto della camera da letto alla
       pubblica arena della scienza. Ogni zona produce le sue
       specifiche eccitazioni e presenta anche un suo stile
       caratteristico: la zona orale, con il suo desiderio di
       gratificazione immediata, che è la base di tutti i piaceri
       connessi al succhiare, al leccare e al mordere;quella anale,con
       i suoi piaceri di tensione e ritenzione, e che è la base per i
       piaceri posposti, ossessivi e controllati. Nelle persone isteriche
       queste zone del corpo e quelle vicine, nonché le membrane e
       mucose ad esse affini, si appropriano delle eccitazioni degli
       organi sessuali veri e propri, sicchè l'atto di mangiare,
       inghiottire, digerire ed  evacuare può diventare orgastico.
       Praticamente ogni zona del corpo umano può diventare 
       erogena ( nel sadomasochismo è la pelle, nel voyeurismo e
       nell'esibizionismo è l'occhio ).
       Mi farebbe piacere poter dire lo stesso dei bischettoni, ma il
       modo in cui la maggior parte della gente li fa è disperante.
       Sembra proprio che non si riesca mai a dar loro un tocco
       erogeno. Comunque sia, cercate nella vostra cucina bacche,
       chiodi di garofano, ciliegine secche, pistacchi, bucce di limone
       o di arancia, cannella etc. e cominciate…


      Preparate una pasta per bischettoni
      mescolando tre tazze di farina, due cucchiai
      di zucchero, un cucchiaio di lievito, mezzo
      cucchiaio di bicarbonato di sodio, un
      pacchetto di burro e una tazza di latte.
      Aggiungere a questo punto il tocco erogeno
     ( taluni pensano sia sufficiente una ciliegina
      macerata nel kirsch ). Stendete la pasta fino a
      farle raggiungere lo spessore di un centimetro
      circa e ritagliare i bischettoni dando loro
      forme erotiche ( per esempio delle belle
      gambine, dei bei sederini a forma di cuore, un
      piccolo ventre liscio con il suo ombelico.)
      Tutto sta nell'immaginazione che ci mettete
      per farli, altrimenti come potrebbero essere erogeni?
      Porli in una teglia imburrata e farli cuocere
      per circa quindici minuti nel forno ben caldo.  (…)


  James  Hillman  e Charles Boer  da   La cucina del dott. Freud

      

LA CUCINA DEL DOTT FREUD 5


INSALATA DI CHIACCHIERE

(…) Nel campo nostro si è introdotta molta pazzia, eppure essa
       proviene da uno o due posti soltanto.Il Burgholzli, per esempio
       una casa di pazzi zurighese, era una fabbrica di squinternati la
       cui influenza sul futuro della psicopatologia è stata
       inenarrabile. Direttore ne era Eugen Bleuler, mentre Jung era
       uno dei suoi assistenti.
       Bleuler aveva osservato che gli schizofrenici - ossia la
       stragrande maggioranza dei ricoverati - usavano parole
       dissociate incomprensibili a tutto il reparto. Un' " insalata di
       parole", come egli scrisse in uno dei suoi manuali. Jung cercò
       di porvi un qualche rimedio mettendo insieme le parole grazie
       ai suoi esperimenti associativi. Ma sbagliavano entrambi: l'
       insalata di chiacchiere non si riferisce alle chiacchiere, si
       riferisce piuttosto all'insalata. Non v'è dubbio che Bleuler
       abbia inventato l'espressione per analogia con l'insalata di
       lattuga tagliata a pezzi, condita con olio, aceto e sale che ogni
       giorno veniva servita quale contorno nei pasti ospedalieri
       svizzeri. ( Lo so per esperienza perché, quando andai laggiù a
       trovare Jung, lui non mi sistemò al Bar-au - Lac ( celebre
       albergo e ristorante di Zurigo n.d.r.), bensì al Burgholzli
      ( l'ospedale dei matti ).
       Bleuler, che non beveva nemmeno una birra e che avrebbe
       trovato incomprensibile persino una conversazione fra
       colleghi a una cena di lavoro, che non sapeva nemmeno cosa
       fosse un'insalata interessante, come avrebbe potuto capire i
       discorsi degli schizofrenici?
       Ah, questi svizzeri, quante ne hanno fatte vedere!
       Quante volte devo ripeterlo: non sono i pazienti che hanno
       perso il cervello, sono i loro "cervelli " che si sono persi.
       Una buona insalata di chiacchiere potrebbe essere la migliore
       occasione per farli ritrovare.


      Mettete un pacco di pasta carta in una
      pentola d'acqua bollente ( non adoperate quelle
      paste matte a forma di conchiglie o di fusilli:
      servono solo per insalate psicotiche italiane e
      non andrebbero bene per le nostre insalate del
      Nord  Europa ). Fatela cuocere finchè non
      diventi morbida. Mettetela, una volta scolata,
      in un'insalatiera sfregata precedentemente con
      aglio. Aggiungete qualche fetta di pomodoro,
      peperoncino, scalogno, una scatoletta di tonno
    - oppure qualche altro pesce o frutto di mare
      se il vostro ospedale se lo può permettere
    ( e anche il più esiguo bilancio può permettersi
      un'acciuga di tanto in tanto ) - qualche oliva,
      una manciata di basilico tagliuzzato, o
      almeno un pugno di prezzemolo, sale e pepe.
      Condite l'insalata con olio di oliva e mescolate lentamente.
      Lasciatela raffreddare fino all'ora di cena.
      Al momento di servire, spargetevi sopra tocchetti di tocco
      ben aromatizzato ( se non sapete che tipo di tocco
      utilizzare, meglio lasciar perdere l'insalata di chiacchiere
      e accontentarsi di una semplice insalata di lattuga ). (…)


 
     James Hillman e Charles Boer da     La cucina del dott. Freud   

           

martedì 4 settembre 2018

L'OTTAVO GIORNO DI DANIELA

 
 
 
           Come l'albero non si accorge che perde il primo volo del passero…
 
 
                            

 

La parola amore mi esita,
mi fa dolce la saliva,
                               alimenta, mi lamenta.


                                 ***


Nel calcolo degli addii
ci metto già il nostro
con le folate di vento, il mignolo che fu sempre l'ultimo
a sganciarti le falangi;
negli anni ho preso memoria
di quei rami
su cui si posano i miei baci
che tu non senti
come l'albero
 non si accorge che perde
il primo volo del passero.

                                           ***


Chiamami
nell'ora che declina, ora che reclino
un poco a destra  un poco a sinistra
come se dovessi farmi uscire acqua
dall'orecchio asciutto;
chiamami dal lato semisordo
che attutisce il verbo,
camuffa l'addio in un vago
ritorno:
mi ingannerò sul giorno,
farò tornare indietro il cosmo, il perno del sole
retrocedere.



                              ***


Ti ho inventato così bene
amore
come neanche il più raro fiore
dopo anni di innesti
del vivaista
nelle sue segrete serre.



                           ***


La sua fine fu semplice:
una mattina chiuse a chiave la porta,
ultimo riguardo per il marito ammattito
e dentro lasciò lui e un biglietto
con poche righe - le ultime
le vere - senza bisogno di compiacere,
nemmeno di azzittire, come ogni giorno,
le fauci parassite del dolore;
scrisse - donnina da seggiola muta -
ammittente,
dolcemente:
vi ho amati uno a uno,
vi ringrazio di questo dono,
poi più niente.
Pensò solo che morire nel canale del consorzio
ci volevano due passi:
non si doveva mai più vergognare,
poteva tacergli e tacersi
come l'acqua
senza sforzo
avere  le ultime accortezze
per le rane e gli iris di fosso.


                  Daniela  Andreis   da    L'ottavo giorno della settimana


IL SENSO DEL DONO

 
 

                                                         Qua si attarda ancora l'autunno…



PERCHE' NON VIENI?

Vedi, le rondini se ne vanno,
si spoglia il noce dalle foglie,
la brina copre i vigneti.
Perché non vieni ancora, perché?
Oh, vieni tra le mie braccia,
guardati, io mai sazio
dolce appoggiare il mio capo
sul tuo seno, sul tuo seno ancora.

Ricordi come al tempo che
per le valli erravamo, per piani,
ti sollevavo, ti abbracciavo,
oh tante volte, tante volte!
In questo mondo ci sono donne
con gli occhi fonte di faville
per quanto siano loro sublimi
non sono come te, non sono.

Che tu puoi sempre rischiarare
la vita di quest'anima mia,
sei più brillante di ogni stella,
amore mio, mio amore!
Qua si attarda ancora l'autunno,
le foglie cadono sui sentieri,
i seminati sono deserti…
Perché non vieni ancora, perché?


                            Mihai  Eminescu

lunedì 3 settembre 2018

GLI AMORTI

 
 

                               I nostri incontri erano profonde avarie del costato…




Gli amorti sono l'uno e lo zero
stanno in uno sguardo di ferro
ma non hanno più gli occhi
spargono croci come promesse
e si incontrano - anime perdute -
sotto i cipressi di marmo
per toccarsi la voce .



                             ***


Nei pozzi neri dei tuoi occhi
ci stanno tutte le mancanze
di cui mi sono riempito.
Nella tua carne
le stanze vuote
che ho ripreso ad abitare
tornando a casa.



                        ***


Riprendo i miei libri dallo scaffale
e ti ritrovo in un verso incompiuto.

E' passata una sola pagina
dall'ultimo sudore dell'inchiostro
ma quel foglio - il tuo corpo animale-
lo tengo ancora sul comodino
come un ordigno inesploso.


                        
                           ***   


I nostri incontri erano profonde avarie
del costato, Ore fuoricampo, minuti
in cui stringevo i lacci delle scarpe
perché era sempre l'ultimo istante
ad unirci come nell'ultimo addio.



                       ***


Cadono le promesse come acqua dalle mani.
Volevo non sapere di te, del mio nome
liberarmi della tua fonte chiara
non aspettarti sulla soglia del giorno
in questo bianco inadeguato
che si spinge a preghiera
per serrature che non conosco



                   Francesco  Cagnetta    da     Convocazioni Corporali

domenica 2 settembre 2018

MI DIRAI

 
 

                                                       Io - sola - a dirti della conta delle stelle…



Ti dirò la bocca chiusa a soffocare versi
esuli dai sogni e il bianco che mi serra.
Mi dirai la notte lontana che non cerca sonno
e dentro ancora l'eco del volto fra le mani.
Mi dirai i nuovi incontri e le lontananze,
e gesti muti fra lenzuola sfatte, i detriti
d'amnesia e le ali vuote - smesse.
Mi dirai del sacrificio che dissolve il corpo
ammantando l'anima di colori.

Io qui - sola - a dirti della conta delle stelle.


                          frida



IMPERATIVI

 
 

                                                          Amami dell'amore che ama…



Eleggimi stella di rovi luminosi, se fuori fa buio.
Crescimi di favole tristi, se rido troppo.
Cantami le scelte dell'uomo libero e dei suoi piedi feriti.
Insultami di musica antica e di urla rinchiuse.
Accoglimi nella casa dei pazzi, nel cuore dei cervi.
Nutrimi di scheletri, se dimentico la sofferenza.
Minacciami di vita, se nello sguardo invoco la morte.

Amami dell'amore fuggito.
Amami dell'amore celato.
Amami dell'amore incompreso.
Amami dell'amore assediato.

Amami dell'amore che spera con occhi insabbiati.
Amami dell'amore che sogna nella luce dolente.
Amami dell'amore che vive a un passo dalla morte.
Amami dell'amore che ama.


                     frida

sabato 1 settembre 2018

FATHER & DAUGHTER






Le passeggiate  che qui - insieme al regista ripercorriamo- non sono che metafore dell'esistenza tutta, nella quale il luogo dell'assenza - una volta attraversato - diventa spazio dell'incontro, del compimento dell'attesa che si appaga della tenerezza di un abbraccio.
E la figlia che si volge verso il padre è simbolo vivo di un' umanità che trova in se stessa la strada percorribile di un  sogno.



                               ( f. )


DOLINA

 
 



                          Dall'apice degli occhi
                                        deflagrante
                          mi trapassa il silenzio

                                                              mi schianta di schegge
                                                              a centro cuore.
                                                              
                                                             
                               frida


DISCORSI DI PELLE

 
 

                                            Con le briglie ingorde scrive discorsi sulla pelle…



Dal tuo silenzioso distacco, le mie parole
corrono scivolando su ruote d'attesa
- lanciate nella discesa del tempo -
per schiantarsi su di te senza rumore.

Come frusta, i miei pensieri incitano
la corsa dei minuti, tacendo l'attesa d'amore
ché solo con le briglie ingorde
scrive discorsi sulla pelle.

E tempo e parole si fermano in noi.



                      frida

IL SENSO DELLA VITA

 
 
 
 


                   La vita è un ininterrotto fluire di eventi e di pensieri.
                        
          E solo gli stupidi pensano di poterlo arrestare.

                                      frida