lunedì 2 gennaio 2017

BREVIARIO DEI VINTI 2



75

(...) Solo accanto a una donna si avverte a qual punto si è guasti, a
       qual punto la coscienza è presente nei brividi della carne. Chi
      è stato un tempo perseguitato dall'assoluto, constata  ovunque
      la sua incompetenza nella vita. Costui non ha un ruolo nella
      stabilità del mondo perché nessuna tentazione è abbastanza
      forte da sottrarlo alla sua croce. All'apparenza non può che 
      essere un buffone. 
      L'assoluto rode il midollo. Ai riflessi esso concede prolungate
      quanto amare voluttà; agli istinti dispensa un balsamo
      melodioso che li muta in musica della carne. L' amore si perde
      così in un furore lunare, l' Astro non geme nel sangue : il 
      sangue sogna. E il sogno, come una pausa nell'amore, cresce.
      Tra una Bibbia e un Pugnale, mordere l'eterno principio della
      femminilità....  (...)


           Emil  Cioran  da     Breviario dei Vinti II 

BREVIARIO DEI VINTI 3



81


(...) Talvolta desidererei un amore più puro di un'idea nauseata di
       se stessa. Più immacolato del presentimento della sventura in
       un giglio non fiorito. Qualcosa che evocasse un angelo visto
       dall'immaginazione di Dio. O simile a una casta primavera
       in cui il seme - alla radice delle piante - piangesse la vergogna
       della sua fertilità. La natura, colpita nel suo pudore,
       stenderebbe allora sulla sua opulenza un velo di pio sogno
       sotto il quale l'uomo celebrerebbe un assoluto privo di viscere.
       Istanti simili mi avvicinano a Santa Gertrude. E' scritto che
       Gesù, " piegandosi con tenerezza verso di lei e trasportato
       dall'impeto amoroso, impresse  sulla   bocca della sua
       anima un bacio la cui dolcezza superava infinitamente quella

       del miele ".   (...)


           Emil   Cioran   da   Breviario dei Vinti II

BREVIARIO DEI VINTI 4



137

(...) Quando la musica, o la pietà, o l'afflizione, si avvicina a un'
       anima liberata, questa riversa - sulle sommità del mondo -
       un urlo tempestoso, intonando gli accordi del suo epilogo. E'
       l'ultimo spreco di un troppo - pieno, il canto di un giardino
       strappato alle stagioni o la fuga di qualche pioppo sradicato.
       E' un suono che distrugge e interrompe il dolce flusso della
       sua linfa per consolarsi di quaggiù...
       La vita è una melodia d'anacoreta stanco della redenzione, ma
       con gli occhi rivolti lontano, è l'ultimo accordo che ci protegge
       tra la nullità di un inizio e la fine non diversa: un frastuono tra
       due silenzi. E noi forzati a cadere in questo " per sempre"
       decretato fin dal primo fermento del nostro sangue! E' il
       sospiro trascendente della natura spaventata dai suoi limiti.
       Quanto all'uomo: lo strumento rumoroso o pensante di uno
       spaventevole stupore.  (...)


            Emil  Cioran   da    Breviario dei Vinti II ( 70 frammenti inediti)


IL CODICE DELL'ANIMA - LA BELLEZZA 1




(...)Di tutti i peccati della psicologia, il più mortale è la sua
      indifferenza per la bellezza. Una vita - in fondo - è una cosa
      bella. Ma, leggendo i libri di psicologia, non lo si
      immaginerebbe mai. Ancora una volta, la psicologia viene
      meno di fronte al suo oggetto di studio. L'apprezzamento
      estetico delle biografie non trova spazio né nella psicologia
      sociale né in quella sperimentale e nemmeno nella psicologia
      terapeutica. Il loro compito consiste nell'indagare e nello
      spiegare, e se per avventura dovesse saltar fuori nel materiale
      studiato un fenomeno estetico ( e non solo in casi cosi
      manifestamente estetici come quelli di Jackson Pollock, di
      Colette o Manolete), esso verrà spiegato da una psicologia
      priva in partenza della minima sensibilità estetica.
      Ciascuna svolta del destino può avere la sua interpretazione,
      ma ha anche la sua bellezza. Basta guardare l'immagine di
      Menuhin che volta le spalle infuriato al giocattolo dalle corde
      di metallo; " Pappamolle" che fa navigare le sue barchette
      nella vasca; il piccolo Gandhi con le sue orecchie a sventola
      e le sue paure. La vita, intesa come immagini, non sa che
      farsene di dinamiche familiari e predisposizioni genetiche.
      Prima di diventare una storia, ciascuna vita si offre alla vista
      come una sequela di immagini. Chiede innanzitutto di essere
      guardata. Anche se ciascuna immagine è certamente pregna
      di significati e suscettibile di un'analisi notomizzante, quando
      saltiamo ai significati senza apprezzare l'immagine, perdiamo
      un piacere che non potrò essere recuperato da nessuna
      interpretazione, per quanto perfetta. Senza contare che avremo
      eliminato il piacere della vita che stiamo considerando : la
      bellezza che essa dispiega sarà diventata irrilevante per il suo
      significato.
      Con peccato " mortale" della psicologia, intendo il peccato del
      mortificare, quel senso di morte che ci prende nel leggere la
      psicologia degli addetti ai lavori, nell'udire la lingua, la voce
      monotona, nel vedere la ponderosità dei suoi testi, la
      pretenziosità seriosa, i pomposi annunci di nuove " scoperte",
      che più banali non si può, i placebo tranquillanti del fai-da-te
      psicologico, le sue scenografie, le sue mode, le sue riunioni di
      Facoltà e i suoi studi e ambulatori, quelle acque stagnanti
      dove l'anima si reca per farsi curare, ultimo rifugio di una
      cultura abburattata, che sforna panini bianchi stantii e senza
      crosta, muro di gomma contro cui rimbalza la speranza. (...)


          James Hillman   da    Il  codice  dell'Anima

IL CODICE DELL'ANIMA - LA BELLEZZA 2



(...) Trascurare la bellezza è trascurare la Dea, che allora è
       costretta a reintrodursi di soppiatto nelle Facoltà come
       molestie sessuali, nel laboratori come ricerche sul
       comportamento sessuale e di genere, negli studi e negli
       ambulatori come appuntamenti seduttivi. E intanto, la
       psicologia senza bellezza diventa vittima delle sue stesse
       censure cognitive, ogni passione spenta nello sgomitare per
       la pubblicazione e per la cattedra. Senza bellezza c'è poco
       piacere e ancora meno umorismo. Le grandi motivazioni
       sono lettera morta per categorie psicologiche come " delirio
       di grandezza " e "  inflazione dell' Io ", mentre l'avventura
       delle idee è costretta nelle dimensioni di un progetto
       sperimentale. Quel po' di romanticismo che riesce a
       sopravvivere, fa capolino nel desiderio di aiutare chi soffre, e
       allora ci si iscrive a qualche corso di formazione per
       psicoterapeuti. Ma se la vocazione è quella di aiutare il
       prossimo, conviene andare a far pratica da Madre Teresa,
       anziché aspettarsi che una psicologia senza anima, senza
       bellezza e senza piacere possa preparare ad aiutare chi
       soffre. Contro le proprie afflizioni, la psicologia non dispone
       di manuali- fai- da te.  (...)


             James  Hillman  da      Il Codice dell' Anima

IL CODICE DELL' ANIMA - LA BELLEZZA 3



(...)Considerando la nostra persona come un esempio di vocazione,
      il nostro destino come manifestazione di un  Daimon,
      guardando la nostra vita con la sensibilità immaginativa con la
      quale leggeremmo un romanzo, forse placheremmo l'ansia, la
      febbre, l'assillo di risalire a tutti i costi alle cause. Simili al
      cane che si morte la coda, siamo ossessionati dalla domanda :
     " perché ?", cui subito segue la sua gemella, non meno
      ossessiva " come? " - come fare per cambiare. La ricerca della
      felicità diventa la ricerca di rispondere alle domande sbagliate.
      Non ci rendiamo conto fino a che punto folle tutte le psicologie
      inducano ansie: nei genitori, nei bambini, nei terapeuti, nei
      ricercatori, nel loro stesso campo di studio via via che la
      ricerca si estende a sempre nuove " aree problematiche".
      Tutto ha bisogno di essere studiato, indagato, analizzato: la
      vecchiaia, il mercato, lo sport, il sonno, i metodi stessi di
      indagine. Ma l'indagine insaziabile non è l'unica forma di
      conoscenza; l'autoanalisi non è l'unica forma di
      consapevolezza. L'apprezzamento estetico di un'immagine - la
      propria vita come una storia impreziosita fin dall'infanzia da
      immagini e il calarsi a poco a poco dentro di esse - rallenta
      la fame indagatoria, placa la febbre, la frenesia di scoprire il
      perché." La bellezza arresta il moto", dice Tommaso d' Aquino
      nella Summa  Theologiae .  La bellezza è in se stessa una
      cura per il malessere della psiche .  (...)


           James  Hillman   da    Il Codice dell' Anima

Bach - Hélène Grimaud

 
 


                     
         Ciascuna svolta del destino può avere la propria bellezza...

domenica 1 gennaio 2017

AMORE




Non ti avrò per buon governo,
per misura, calcoli o virtù
militari. Dunque
non ti avrò. Ma
se

per l'aperta
estatica tristezza
del mio corpo - così l'abbiamo
solo io e i neonati
che fissano
le prime ombre al sole - se
per la forza visionaria del mio
corpo profetico diventerai
un verbo al presente e, chissà
per quale fede negli avverbi, vorrai
esserlo sempre, sarò io
allora a chiedermi: lo sa? Conosce
le pance rosse
dei fiori, i denti d'oro e i tesori
nascosti dei cani? Capisce
la maledizione che il pesce
rivolge ai becchi dei gabbiani?
No! mi risponderanno angeli
e bestie in coro, non
capisce. E io, sa
Satana perché, crederò
invece
a te.


          Sonia  Gentili  da    Viaggio mentre morivo



Pink Martini - Amado mio

 
 
 


                                           Amado mio, love me forever

DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE



Venditore    Almanacchi, almanacchi nuovi, lunari nuovi;   
                    abbisognano - Signore, almanacchi?

Passeggere  Almanacchi per l'anno nuovo?

Venditore    Sì', Signore

Passeggere   Credete che sarà felice quest'anno nuovo?

Venditore     Oh Illustrissimo, sì certo

Passeggere   Come quest'anno passato?

Venditore     Più, più assai

Passeggere   Come quello di là?

Venditore     Più, più Illustrissimo

Passeggere   Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che
                     l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi ultimi
                     anni?

Venditore    Signor no, non mi piacerebbe

Passeggere  Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete
                     almanacchi?

Venditore    Saranno vent'anni, Illustrissimo

Passeggere  A quale di cotesti vent'anni vorreste che 
                    assomigliasse l' anno venturo?

Venditore    Io, non saprei

Passeggere  Non vi ricordate di nessun anno che vi paresse
                     felice?

Venditore    No, in verità, Illustrissimo

Passeggere  E pure la vita è una bella cosa, non è vero?

Venditore    Cotesto si sa

Passeggere  Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni e anche
                     tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Venditore   Eh, caro Signore, piacesse a Dio che si potesse

Passeggere   Ma se aveste a rifare la vita che aveste fatta- né più
                     né meno - con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete
                     passati?

Venditore    Cotesto non vorrei

Passeggere  Oh, che altra vita vorreste rifare? La vita ch'ho fatta
                     io o quella del principe o di chi altro? O non credete
                     che io, e il principe, e chiunque altro risponderebbe
                     come voi - per l'appunto -; e che avendo a rifare la
                     stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe
                     tornare indietro?

Venditore    Lo credo cotesto

Passeggere   Né anche voi tornereste indietro a questo patto, non
                     potendo in altro modo?

Venditore    Signor no, davvero, non tornerei

Passeggere  Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore    Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senza
                    altri patti.

Passeggere  Una vita a caso, e non saperne altro, come non si sa
                     dell'anno nuovo?

Venditore     Appunto

Passeggere   Così vorrei anch'io, se avessi a rivivere, e così tutti.
                      Ma questo è segno che il  caso, fino a tutto quest'
                      anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che 
                      ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso
                      il male che gli è toccato, che il bene, se a patto di
                      riavere la vita di prima con tutto il suo bene e con
                      tutto il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. 
                      Quella vita ch'è una bella cosa, non è la vita che si
                      conosce, ma quella che non si conosce; non è la
                      vita passata, ma quella futura. Coll'anno nuovo, il
                      caso comincerà a trattar bene voi e me e tutti gli
                      altri, e si principierà una vita felice. Non è vero?

Venditore     Speriamo

Passeggere   Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.

Venditore     Ecco Illustrissimo, cotesto vale trenta soldi

Passeggere   Ecco trenta soldi

Venditore     Grazie, Illustrissimo, a rivederla. Almanacchi,
                     almanacchi nuovi, lunari nuovi....



   Giacomo Leopardi  da     Le Operette Morali



       E se anche oggi  - seppure con altre modalità -
       la storia si ripete, non posso esimermi dal fare a tutti voi
       i miei più cari Auguri di un Felice 2017!

             
            
         


                 frida
               







sabato 31 dicembre 2016

VAGITO DI UN INVERNO SENZA GELO




                                                              Io - Dio - ti perdonerei...



Se solo sapessi d' averTi al fianco
in questo crepuscolo lacerato
di lupi di nuvole e gemiti di vento;

se solo potessi udire la Tua voce
nel silenzio di questa mia prigione
opaca di polvere d'ossa e petali di pelle;

se solo Tu mi lasciassi morire ora-
qui - sulla riva ancora umida
di baci corrivi e saliva d'anima...

Io
Dio
Ti perdonerei.


                frida


           

Otche nash ( Padre nostro )






                                                        " Signore dei mari e della terra,
                                                è vicino il regno dei cieli".




RENE ' CHAR


        PENSIERI POETICI DI FINE ANNO       




LA CARTA DELLA SERA

Una volta di più l'anno nuovo
confonde i nostri occhi.
Erbe alte vegliano quelli che non
hanno amore se non col fuoco
e la prigione che mordono.
Poi ci saranno solo le ceneri del vincitore
e il racconto del male;
ci saranno le ceneri dell'amore;
la rosa di macchia che sopravvive
ai ghiacci;
e ci saranno le ceneri
immaginarie - di te - della tua vita
immobile sul suo cono d'ombra.


                                                                        ***

OGGI HO VISSUTO

Oggi ho vissuto l'istante della potenza
e dell'invulnerabilità assolute.
Ero un alveare che migrava
verso le sorgenti del cielo
con tutte le sue api e tutto il suo miele.


                                                                        ***


SIAMO SIMILI A QUEI ROSPI

Siamo simili a quei rospi che nell'austera
notte delle paludi si chiamano e non si vedono,
piegando al loro grido l'amore
tutta la fatalità dell'universo.


                                                                 ***

A OCCHI CHIUSI

A occhi chiusi  e nello sforzo di prender sonno,
vedo luccicare, nel fondo delle mie palpebre,
una brace : è l'anima ostinata,
il relitto lampeggiante
del naufragio glorioso del mio giorno.



                                                                      ***

IL POETA SI DISTINGUE

Il poeta si distingue per il numero di pagine
insignificanti che non ha scritto.
Egli possiede tutte le strade della vita
smemorata per distribuire
le sue povere elemosine
e sputare quel poco di sangue
che non lo farà morire.



     René  Char   da    Estratti delle sue raccolte


                  







  


venerdì 30 dicembre 2016

ALBA QUALUNQUE



                                    Vorrei che un'alba qualunque mi trovasse in piedi...




Da questo amore, disarmonica andatura
di caviglie spezzate, zoppe - in cielo
e ovunque vi siano passi da contare -
compio il ritorno.


Che non si fermi l'occhio che invena
di puro cristallo, né il respiro che si spezza
fra le costole scavate in punta di coltello.
Vorrei che un'alba qualunque mi trovasse in piedi.


             frida






                

giovedì 29 dicembre 2016

REQUIEM PER UN'AMICA 1






                                                    Ho morti, e li ho lasciati andare...



Ho morti, e li ho lasciati andare,
e stupivo a vederli così in pace,
così presto accasati nella morte, così giusti,
così diversi dalla loro fama. Solo tu torni
indietro, mi sfiori, ti aggiri, vuoi
cozzare in qualcosa che risuoni di te
e ti riveli. Oh, non prendermi quel che
lentamente imparo. Io ho ragione; sei in errore
se hai - commossa - nostalgia di
cose . Noi trasformiamo queste;
non sono qui, le riflettiamo in noi,
dal nostro essere appena le riconosciamo.
Ti credevo assai più avanti. Mi sconcerta
che erri e ritorni proprio tu, tu che più
di ogni altra donna hai trasformato.
Che ci spaventassimo quando moristi, ché
la tua forte morte c'interrompesse oscuramente
strappando via il prima dal poi -
ciò riguarda noi; trovare un nesso in ciò
sarà lavoro che facciamo sempre.
Ma che ti spaventassi tu e ancora adesso
abbia spavento quando spavento più non vale;
che perda un pezzo della tua eternità
ed entri dentro qui, amica mia,
dove nulla ancora è; che distratta,
per la prima volta distratta nel gran tutto e mezza persa,
non afferrassi il sorgere delle nature infinite
come afferravi qui ciascuna cosa;
che dall'orbita che già ti aveva accolto
la muta gravità di una qualche inquietudine
ti attragga giù verso il tempo contato -
questo mi desta spesso a notte come un ladro che effrange.
E potessi io dire che sol ti degni,
che vieni per generosità, per esuberanza,
in quanto sei così sicura, così in te stessa,
che gironzoli come un fanciullo impavido
di luoghi dove si fa del male -
ma no: tu implori. Questo mi va fin
dentro le ossa e stride come una sega.
Un rimprovero che muovesse da fantasma,
muovessi rancorosa a me quando di notte mi ritiro
nei miei polmoni, nelle mie budella,
nell'ultima più angusta cavità del cuore -
un tale rimprovero non sarebbe crudele
come questo implorare. Cosa implori ?
Di', devo mettermi in viaggio? Hai abbandonato
in qualche posto una cosa che si affligge
e che ti vuol seguire? Devo raggiungere un paese
che non vedesti benché ti fosse affine
quanto l'altra metà dei tuoi  sensi?
Navigherò i suoi fiumi, scenderò
a terra e chiederò di costumanze antiche,
parlerò con le donne all'uscio
e le starò a guardare mentre chiamano i figli.
Terrò a mente come si avvolgono lì
del paesaggio fuori nell'antico lavoro
dei pascoli e dei campi; pretenderò
d'esser condotto dinnanzi al loro re
e indurrò i sacerdoti con la corruzione
a pormi innanzi al simulacro più potente
e ad andar via chiudendo le porte del tempio.
Ma allora, quando avrò saputo molto,
contemplerò semplicemente gli animali, che
un che delle movenze loro scivoli di qua
nelle mie giunture; avrò un'esistenza breve
nelle loro pupille che mi terranno
e lentamente lasceranno - placide - senza giudicare.
Mi farò elencare dai giardinieri
molti fiori, così che nei frantumi
dei bei nomi propri, riporti
un resto qui di quei cento profumi.
E frutti comprerò, frutti dove la terra
si ritrova ancora, fino al cielo.


       Rainer Maria  Rilke



REQUIEM PER UN'AMICA 2




Ché la capivi, tu, la pienezza dei frutti.
Li posavi su piatti innanzi a te
e controbilanciavi con colori il loro peso.
E come frutti vedevi anche le donne
e così vedevi i bimbi, dall'interno
spinti nelle forme del loro esistere.
E vedevi te stessa, infine, come un frutto,
ti cavavi fuori dai tuoi vestiti, ti portavi
allo specchio, ti lasciavi andare dentro fino al tuo
sguardo escluso; e questo rimaneva grande innanzi
e non diceva no: " son io"  " ma questo è ".
Così, privo di curiosità, era infine il tuo sguardo
e così senza possesso, di così vera povertà,
che non desiderava più nemmeno te : santo.
Così voglio serbarti : come t'introducevi
nello specchio, profondamente dentro
e via da tutto. Perché vieni diversa?
Perché ti smentisci? Perché vuoi darmi
ad intendere che in quelle perle d'ambra
attorno al collo tuo restava un po' della gravezza
di quel peso che non è mai nell'aldilà
d'immagini pacificate; perché mi mostri
nel tuo contegno un cattivo presagio;
cosa ti muove a esporre i contorni
del tuo corpo come le linee di una mano
così che io non possa più vederli senza fato?
Vieni qui al lume della candela . Non ho paura
di contemplare i morti. Se vengono,
hanno diritto a soffermarsi
nei nostri occhi quanto le altre cose.
Vieni qui: staremo un poco in quiete.
Osserva questa rosa sul mio scrittoio:
la luce attorno a lei non è precisamente timida
come sopra te ? Nemmeno lei potrebbe essere qui.
Nel giardino là fuori, non mischiata con me
avrebbe dovuto rimanere o svanire -
be', resiste così : cosa conta per lei la mia coscienza?


     Rainer Maria  Rilke



REQUIEM PER UN'AMICA 3



Non spaventarti se adesso comprendo, ah
ecco che sale in me: non posso altrimenti,
devo comprendere anche a costo di morirne.
Comprendere che sei qui. Comprendo.
Proprio come a tentoni un cieco comprende una cosa,
io sento la tua sorte e non so darle nome.
Lamentiamo insieme che uno ti abbia
presa dal tuo specchio. Puoi ancora piangere?
Non puoi. L'afflusso potente delle tue lacrime
l'hai trasformato nel tuo maturo contemplare,
e stavi per convertire così
ogni tuo umore in una forte esistenza
che cresce e circola, in equilibrio e alla cieca.
Allora ti strappò un caso, il tuo ultimo caso
ti strappò indietro dal tuo progresso estremo
giù in un mondo dove gli umori vogliono.
Non ti strappò interamente : strappò solo un pezzo
dapprima, ma allorché attorno a quel pezzo la realtà
aumentò di giorno in giorno sino a renderlo pesante,
tu avesti bisogno di te intera: allora reagisti
e ti staccasti a frammenti dalla legge
con fatica: perché avevi bisogno di te. Allora
ti sgombrasti e dissotterrasti dal caldo humus notturno
del tuo cuore i semi ancora verdi
da cui sarebbe germogliata la tua morte: la tua,
la tua propria morte, corrispondente alla tua propria vita.
E li mangiasti, i chicchi della morte tua,
come tutti gli altri, mangiasti i suoi chicchi
e ti restò un sapore di dolcezza
che non supponevi, ti vennero labbra dolci -
tu, ch'eri dolce già oltre nei sensi.
Oh, lamentiamo. Sai come il tuo sangue
tornò esitante e controvoglia da una circolazione
senza pari allorché lo richiamasti?
Come cominciò confuso il piccolo circolo
del corpo, come entrò pieno di sospetto
e di stupore nella placenta
e fu improvvisamente stanco di quel lungo ritorno?
Tu lo spronasti, lo spingesti avanti,
lo tirasti a strattoni al focolare
come si tira un branco di animali al sacrificio;
e in più volevi che ne fosse lieto.
E ci riuscisti infine: fu lieto
e accorse e si concesse. A te sembrò,
poiché eri abituata ad altre proporzioni,
che sarebbe stato soltanto per un poco; ma
ora eri nel tempo, e il tempo è lungo.
E il tempo passa,e il tempo aumenta,e il tempo
è come una recidiva di una lunga malattia.
Quanto fu breve la tua vita se la compari
a quelle ore in cui sedevi e
tacendo piegavi le tante forze del tuo
tanto futuro verso quel nuovo germe di bambino
che di nuovo era destino. Oh lavoro penoso!
Oh lavoro oltre ogni forza! Lo svolgevi
giorno per giorno, ti trascinavi ad esso
e traevi la bella trama dal telaio
e impiegavi tutti i tuoi fili ad altro scopo.
E alla fine ti restò il coraggio di festeggiare.
Perché una volta a capo, volesti una ricompensa,
come i fanciulli quando hanno bevuto
l'infuso dolceamaro che forse ristabilisce.
Così ti premiasti  - ché da ogni altro
eri troppo lontana, e ancora adesso; nessuno
avrebbe potuto immaginare quale premio ti andasse bene.
Tu lo sapevi: sedevi ritta nel letto del parto
e innanzi a te stava uno specchio che ti restituiva
interamente tutto. Ora, questo " tutto" eri tu
e interamente innanzi, e dentro lì era solo inganno,
il bell'inganno di ogni donna cui piace
mettersi gioielli e pettinarsi e rifarsi i capelli.
Così moristi come un tempo morivano le donne,
moristi all'antica nella casa calda,
la morte delle puerpere che vogliono
rinchiudersi e non lo possono più,
poiché quel buio che anche dettero alla luce
ritorna ancora e preme ed entra.


           Rainer Maria  Rilke





REQUIEM PER UN'AMICA 4



Oh non si sarebbe  tuttavia dovuto trovare
delle prefiche? Femmine che piangono
per denaro e che si possono pagare
perché urlino la notte, quando si fa silenzio.
Usanze, si! - non abbiamo abbastanza
usanze. Tutto va e finisce in chiacchiera.
Così devi venire qui tu, morta , e qui con me
recuperare lamenti antichi. Odi che sto lamentando?
Vorrei gettare la mia voce come
un panno sui cocci della morte tua
e tirarla con violenza finchè va in brandelli,
e tutto quanto dico dovrebbe così
andare e congelare avvolto negli stracci di questa voce -
si restasse al lamento. Ma adesso accuso :
non quell'uno che ti ritrasse da te
( non arrivo a distinguerlo, è come tutti ),
ma tutti accuso nella sua persona : il maschio.
Se in qualche parte affiora dal profondo
un tratto di me bambino che ancora non conosco,
forse il tratto più essenziale e puro della mia infanzia -
non voglio saperlo. Un angelo voglio
farne senza neanche guardare,
e lo voglio  lanciare nelle prima fila
di angeli clamanti che ricordano Dio.
Ché questo soffrire dura già da troppo,
e nessuno ne è capace: è troppo gravoso per noi,
il soffrire arruffato del falso amore che,
poggiando su prescrizione come su abitudine,
dice di essere un diritto e prolifera dal torto.
Dov'è un maschio che ha diritto al possesso?
Chi può possedere ciò che non tiene se stesso,
ciò che di tempo in tempo solo si prende felicemente
al volo e si ributta lì come un bimbo la palla?
Quanto poco l'ammiraglio può fissare
una nike alla prua della nave
quando la levità segreta del suo nume
la leva via di colpo nel chiaro vento marino,
altrettanto poco può uno di noi chiamare
la donna che non ci scorge più e
prosegue su una striscia sottile della sua
esistenza come per un miracolo, senza infortuni -
a meno che non si abbia vocazione e gusto della colpa.
Ché questo è colpa, se c'è una qualche colpa:
non arricchire la libertà della persona amata
di tutta la libertà che uno procura in sé.
Non abbiamo, quando amiamo, appunto solo questo:
lasciar l'un l'altro a sé; ché il tenerci
ci risulta facile e non è neanche da imparare.


            Rainer  Maria  Rilke




REQUIEM PER UN'AMICA 5



Ci sei ancora ? In che angolo sei?
Hai saputo così tanto di tutto ciò
e così tanto hai potuto, allorché te ne andasti
aperta a tutto come un giorno che spunta.
Le donne soffrono: amare significa essere soli,
e gli artisti intuiscono talvolta nel lavoro
che devono trasformare quando amano.
Cominciasti entrambi; entrambi sono in ciò
che una gloria ora ti toglie sfigurandolo.
Ah, com' eri lungi da ogni gloria! Eri
inappariscente : avevi sommessamente raccolto in te
la tua bellezza, come si tira dentro
una bandiera al grigio mattino di un giorno feriale,
e volevi null'altro che un lungo  lavoro -
che non è compiuto, tuttora non compiuto.
Se ci sei ancora, se in questo buio
c'è  ancora un posto dove il tuo spirito
delicato vibri alle piatte ombre sonore,
che una voce, solitaria nella notte,
suscita nella corrente di un'altra stanza -
allora ascoltami : aiutami. Vedi, noi scivoliamo così,
senza sapere quando, dal nostro progresso giù
in qualcosa che non supponiamo; lì dentro
c' impigliamo come in sogno
e lì dentro moriamo senza destarci.
Nessuno è più avanti. A chiunque ha sollevato
il proprio sangue in un'opera che diviene lunga,
può capitare di non tenerlo alto
e ch'esso segua il peso suo senza valore.
Da qualche parte infatti c'è un'antica ostilità
tra la vita e il gran lavoro.
A che la riconosca e dica: aiutami.
Non tornare. Se lo sopporti, sii
morta tra i morti. I morti hanno molto da fare.
Ma aiutami lo stesso senza dover distrarti,
come mi aiuta a volte quello che m'è più lontano : in me.


        Rainer Maria  Rilke   Parigi, 31 Ottobre 1908



Bach - Schmucke dich o liebe Seele





     Svegliati, il tuo Salvatore bussa: apri subito la porta del cuore...




mercoledì 28 dicembre 2016

IL GRANDE SILENZIO



(...) Vorrei avviarmi a concludere questo mio cammino lungo i
       sentieri luminosi e oscuri del silenzio, di questa essenziale  
       dimensione della vita che continua ad essere dimenticata,
       con un'immagine che rinasce dal pensiero poetante di Simone
       Weil : " Ogni essere grida in silenzio per essere letto
       altrimenti: non dobbiamo  essere sordi a queste grida ". Nel
       silenzio è possibile parlare e , anzi, gridare, ma è così difficile
       ascoltare queste voci se in noi dilaga il deserto delle emozioni.
       Questo gridare nel silenzio testimonia delle molte, invisibili
       ferite che fanno parte della vita e che non riusciamo né a
       conoscere né a curare: oscurate dai silenzi dell'anima che
       inaridiscono ogni intuizione e ogni speranza.
       Si grida,e si muore nel silenzio - certo - ma si vive nel silenzio
       e del silenzio: come avviene nella Grande Chartreuse, in
       questo monastero certosino nell' Alta Savoia francese, fondato
       da San Bruno circa mille anni fa e che il film di Groning ci fa
       conoscere nella vita quotidiana di preghiera e di lavoro dei
       monaci. Il silenzio della parola è continuo, ma non è mai
       svuotato di senso e di speranza. Il film è un invito a bruciare
       in noi i vascelli delle nostre quotidiane esperienze, e anche
       delle nostre quotidiane preoccupazioni e ad immergerci nei
       modi di essere e nei modi di vivere dei monaci: nel loro
       dialogo silenzioso con la loro interiorità, e di  quello con il
       Dio vivente che fa parte non solo della loro fede, ma 
       che impregna di sé tutta la loro vita. (...)


         Eugenio Borgna   da   Le emozioni ferite
      

Il grande Silenzio ( di frida )




Il silenzio di cui si parla o si scrive ( è un tema caro ai poeti ) è facile, e in fondo anche piacevole: ci dà l'illusione di aver capito e di essere partecipi alla negazione di un'esposizione di sé diffusa a livello planetario e di una vocazione alla povertà interiore. Ma  è l'esperienza del silenzio - quello duro - privo di voci e talvolta anche di suoni, che è difficile da sopportare. Ed è anche la sola via capace di portarci dentro noi stessi, negli abissi della nostra anima e in intimo colloquio con Dio...


          
                                                      frida




LA GIOIA CHE SE NE FUGGE...



                                                La gioia è un'emozione impalpabile...




(...) La gioia è un'emozione così impalpabile e così fuggitiva che   
       non è facile trattenerla e talora non è nemmeno possibile
       contemplarla: si allontana da noi con ineffabile leggerezza e,
       quando la tristezza scende come aquila ferita in noi, la gioia
       si frantuma e si incenerisce. Come ha scritto una volta
       Nietzsche, col suo linguaggio temerario e folgorante :
      " Quando gli uomini dalla profonda tristezza sono felici, si
       tradiscono : hanno un modo di afferrare la gioia come se
       volessero schiacciarla e soffocarla per gelosia - ah, sanno fin
       troppo bene che da loro se ne fugge! ".
       Non solo negli uomini dalla profonda tristezza, ma anche 
       negli uomini  nei quali la tristezza è una  Stimmung ( stato
       d'animo ) fragile ed eterea, nebulosa e immateriale, la gioia
       non ha il tempo di nascere : lacerata da un taedium vitae che
       dilaga nell'anima, facendola quasi sanguinare. Non saprei 
       indicare su questo tema parole più belle e misteriose di quelle
       che ha scritto - con stremate incrinature elegiache - Sigmund
       Freud:
     " Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di
        un poeta già famoso nonostante la sua giovane età ( Rainer
        Maria Rilke n.d.r. ), feci una passeggiata in una contrada
        estiva piena di fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della
        natura intorno a noi, ma non ne traeva gioia. Lo turbava il
        pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire e che,
        col sopraggiungere dell'inverno, sarebbe scomparsa, come
        del  resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e
        nobile gli uomini hanno creato o potranno creare.
        Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato, gli
        sembrava svilito dalla caducità cui era destinato".
        Cosa nasce da questa dolorosa esperienza della vita: da
        questo taedium vitae dilagante e inarrestabile?
      " Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è
         bello e perfetto, sappiamo che possono derivare due diversi
         moti dell'animo : l'uno porta al doloroso tedio universale 
         del giovane poeta, l'altro alla rivolta contro il presunto 
         dato di fatto. No! è impossibile che tutte queste meraviglie
         della natura e dell'arte, che le delizie della nostra 
         sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire
         nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo 
         nefando. In un modo o nell'altro devono riuscire a 
         perdurare, sottraendosi ad ogni forza distruttrice ".
         Se il destino ci fa essere come il giovane poeta, così
         disperatamente sensibili alla precarietà e alla finitudine 
         delle cose, alla loro evanescenza e alla loro inconsistenza,
         allora la grazia della gioia fatica a rinascere in noi . (...)


                   Eugenio Borgna    da   Le emozioni ferite






                                 

martedì 27 dicembre 2016

LA PASSIONE SECONDO...ME



                                                 Mi trema tutto il senso dell'amore...




In tagli d'anima legasti la mano
che soffrì i chiodi del mio starti accanto.
E adesso che ricucio lembo a lembo
gli squarci non sanati del distacco,
mi trema tutto il senso dell'amore
nel mio lancinante volerti.



      frida