giovedì 22 dicembre 2016
RILKE A LOU ( Lettera )
Ronda, Epifania 1913
(...) " Il realtà era già libero da tanto tempo, e se qualcosa gli
impediva di morire, era forse solo il fatto che lui una volta
la morte l'aveva già vista in qualche luogo e così - adesso -
per raggiungerla, non doveva andarle incontro, come gli
altri, ma ritornare indietro. Il suo accadere era ormai fuori
di lui, si annidava nelle cose persuase, con cui giocano i
bambini, e in esse toccava il suo fondamento. Oppure si era
salvato alzando lo sguardo verso una passante sconosciuta:
lì - almeno - poteva confidare nel pericolo. I cani, però, gli
passavano accanto correndo inquieti e circospetti perché
nessuno tornasse a derubarli di quell'accadere. Ma quando
si trovò davanti a un mandorlo in fiore, rabbrividì nel
constatare che quell'evento si svolgeva interamente altrove,
in un tempo remoto e trapassato, calato in un'attività
lontanissima da lui; ed egli stesso non gli stava di fronte con
sufficiente esattezza ed era troppo torbido per poter anche
solo riflettere questa sua essenza. Fosse diventato sano,
avrebbe tratto da questa condizione una libertà serena, l'
infinita, irrevocabile gioia della povertà: perché così giaceva
forse San Francesco, scarnificato, dopo aver nutrito tutti di
se stesso, e il mondo intero era il sapore buono della sua
sostanza: eppure lui non si era semplicemente mondato
come un frutto dalla buccia : si era strappato da se stesso,
strato dopo strato, spargendo tutt'attorno i propri pezzi
( come fanno i bimbi con le bambole ); spesso si era dato a
una bocca immaginaria, facendole schioccare le labbra, e
il boccone era rimasto intatto. Così ora aveva l'aspetto di
un rifiuto gettato sulla strada, per quanto fosse stata la
dolcezza che era in lui. "
L' ho scritto questa mattina presto sul mio taccuino: intuirai
di chi si tratta. Ieri mi è arrivata la tua buona lettera. E'
vero, le due elegie ci sono ma - a te posso dirlo -
rappresentano solo un frammento - non sai quanto
minuscolo - staccatosi di netto da ciò che un tempo era in
mio potere. Quando sperimentai condizioni e potenze
simili a quelle in cui venne iniziato il Libro d' Ore : che
cosa non sarebbe sorto allora. Se solo potessimo vederci,
cara Lou, ora è questa la mia grande speranza. Spesso mi
dico che solo attraverso te io resto in contatto con l'umano,
in te esso mi si rivolge, avverte la mia presenza, mi respira
accanto: altrimenti gli rimango sempre alle spalle e non
riesco a farmi conoscere. Consolami nel tuo cuore..(...)
Il tuo Rainer
Rainer Maria Rilke & Lou Salomé da Da qualche parte nel profondo
LOU A RILKE ( Lettera )
Vienna, 13 gennaio 1913
(...) Caro Rainer,
la tua lettera, che mi è stata appena recapitata, è qui davanti
a me e mi sembra faccia parte di questa prima neve d'inverno
che si stende a perdita d'occhio davanti alle finestre e sui
giardini circostanti, tale è l'intensità di cui mi parla della
lontananza da te, la lontananza di cui scrivi, che non
dovrebbe esistere. Io l'avverto fortemente , Rainer, è una
lontananza puramente spaziale, e vivo come assurdo il fatto
che risulti insormontabile. Salvo poi ricorrere al treno e a
tutti i possibili dispendi di energia per improvvisare un
incontro a data da destinare. E invece noi dovremmo essere
vicini l'uno all'altra attraverso vie impercettibili,
spontaneamente, in profondo silenzio; non dovrebbe in alcun
modo trattarsi di un frammento nel mosaico del vissuto
destinato a spostare le altre tessere, ma di un'esperienza che
si realizza senza dislocare nulla e senza doversi adeguare a
quei contorni. Dovrebbe pur essere possibile e forse un
giorno lo sarà davvero. Io sto già facendo qualcosa di
analogo - qualcosa che si avvicina a questa esperienza - e
te ne ho parlato molte volte . Solo quando leggo la tua lettera,
il passo del taccuino e tutte le pagine in cui improvvisamente
trova espressione ciò che altrimenti resta inanimato e muto
persino nei rapporti umani più intimi e personali, solo allora
ti ho accanto a me. Ho l'esperienza del tuo vissuto, della tua
esistenza e non c'è nulla al mondo che mi convinca che nel
frattempo da te si sia staccato un frammento - per quanto
minuscolo - perché dentro alla tua scrittura tu ti preservi
totalmente, integro e sano, come colui che sperimenta al
massimo grado di profondità l'essenza dell'umano. Sì, allora
ti ho, ti vedo di nuovo, ed è una consolazione immensa sapere
che puoi intraprendere questi viaggi segreti fino a me, fino
a tutte le mie più intime percezioni dell'esistenza. Ma come
posso comunicarti a mia volta questa indescrivibile
vicinanza? In che modo posso dirti che in questa particolare
condizione è quasi brutalmente indifferente se la via si
delinea dalla beatitudine di vedersi consacrato al tutto o dal
terrore di mischiarsi con ciò che non ci appartiene?
Come posso trasmetterti la gioia indubitabile che in entrambi
i casi l'uomo che si esprime è esattamente lo stesso - così
come sempre il medesimo è l'uomo sulla croce e il risorto -
quello stesso uomo che , scisso tra un beato possesso
assoluto e il martirio di essere a sua volta posseduto, non potè
fare altro che rinunciare a ciò che gli altri chiamano il
proprio " sviluppo ", il proprio costante e proficuo cammino
esistenziale. Sono fermamente convinta che non sia possibile
modificare questo stato di cose e ne sono contenta perché,
operare dei cambiamenti comporterebbe la più spaventosa
delle fratture. Io credo che tu debba soffrire e soffrirai
sempre. Non c'è nessuno che possa evitartelo, ma è possibile
- sì, questo è possibile - che avere qualcuno accanto che lo
sappia e partecipi alla sofferenza a volte faccia bene, a volte
male. Sento che oggi sarei molto più dura con te di quanto
non lo fossi un tempo ( anche se in un modo del tutto diverso
rispetto ad allora ) e sento anche che in me sono maturi mille
sguardi materni e tenerezze per te, per te soltanto, tu che sei
l'unico in grado di percepirli e di goderne. Ma anche in
questo caso questi due aspetti non sarebbero che un'unica,
identica cosa : ed è strano quanto mi sia evidente che l'
intransigenza ne fa parte e non è disposta a cedere in
grandezza. Ti allontana da me che io ti scriva questo?. Ne
sono certa : arriverà il giorno in cui saremo di nuovo felici
insieme e lieti allo stesso modo di tutti i pericoli che la vita
ha in serbo per ciascuno di noi due, separatamente.
Oggi ti devo ancora scrivere di una morte, diversa da quella
del passo del tuo taccuino, una morte che tuttavia per me non
è tale. Mia madre si è addormentata dolcemente. Non ha
voluto passare nel suo novantesimo anno, se n'è andata con
un palpito leggero, come in sogno. Qui non lo dico a nessuno,
non voglio che mi si presentino le condoglianze del caso.
E quindi cercherò di non portare quell'odioso ed esplicito
" lutto". Per lei mi vestirei volentieri di bianco (...)
Lou
Rainer Maria Rilke & Lou Salomé da Da qualche parte del profondo
mercoledì 21 dicembre 2016
Marco Aurelio - Libro VII ( Avrai compassione )
(...) Quando qualcuno commette nei tuoi riguardi qualche errore,
devi subito pensare qual era secondo lui - nel momento che
commetteva l'errore - il criterio del bene e del male . Se
arriverai a vedere questo punto, avrai compassione di quell'
uomo; non sentirai più meraviglia, non proverai più sensi
d'ira.
Potrebbe darsi ancora che tu stesso giudicassi come lui un
bene quella medesima cosa o un'altra del genere. In
conclusione, non resta che compatire.
E' possibile invece un altro caso : cose di quel genere tu non le
giudichi più buone o cattive. E allora non ti riuscirà difficile
essere più mite con chi ha preso tale abbaglio . (...)
Marco Aurelio da Contro le lusinghe del mondo
Marco Aurelio - Libro VII ( Miseria umana )
(...) Vano desiderio di lustro e di pompa, drammi sulla scena;
greggi, armenti, scaramucce; un po' di ossi buttati al
cagnolino, un bocconcino nei viali dei pesci; affanni e fatiche
di formiche, scorribande di piccoli topi terrorizzati, fantocci
di cui si muovono fili: conviene assistere a questo
tranquillamente senz'aggrottare eccessivamente le
sopracciglia.
In ogni modo ti sia chiaro il pensiero che il valore di ciascuno
è in rapporto molto stretto col valore delle cose alle quali ha
dato importanza . (...)
Marco Aurelio da Contro le lusinghe del mondo
Marco Aurelio - Libro IV ( Non certo diletto e gloria )
(...) Devi essere preparato sempre a due cose : la prima, fare
soltanto quello che l'arte di re e di legislatore ti viene
consigliando a profitto del genere umano ; la seconda essere
pronto a mutar di parere se vi sia qualcuno di retto consiglio
capace di staccarti da falsa opinione. Comunque, tale nuovo
parere deve sempre provenire da persuasione di giustizia e
di comune utilità.
E soltanto debbono valere simili ragioni.
Non certo diletto e gloria. (...)
Marco Aurelio da Contro le lusinghe del mondo
martedì 20 dicembre 2016
COSE CHE NON AVREMO
Cose che non avremo:
le lunghe mattinate d'aprile d'amore e di sogno.
Le sere di novembre con la pioggia incessante.
Le notti d'estate ostinatamente stellate.
Tutte le albe dolcissime d'autunno.
Cose che io ho perduto:
non assaggerò il sapore della tua bocca addormentata.
Non cullerò i tuoi figli.
Non berrò il tuo vino.
Non piangerò con te vedendo il tramonto.
Non sorgerà il tuo ventre tra le mie lenzuola.
Ho un intero tesoro di lacune e di assenze,
un campionario completo di pagine in bianco.
Josefa Parra da Alcoba del agua
lunedì 19 dicembre 2016
SONO SEMPRE STATA LI'
Avvertitamente ti sfioro
ancora, confusa da cieli
al limitare della pioggia
e vorrei toccarti l'anima.
Ne sento il caldo come morbida
ma anche ruvida aderenza
e non posso.
Celebrato a una vita frusta
sei così
dolce e arreso come avrei voluto.
E quella carezza accennata appena
un sussurro di bacio
fra le nostre parole
che si tacciono.
frida
OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 5
(...) Eppure, nel fatto che la gente mi riconoscerà ovunque andrò,
e saprà tutto della mia vita, o almeno delle sue follie, posso
discernere qualcosa di buono per me. Tutto questo mi
obbligherà ad affermarmi di nuovo come artista, e al più
presto possibile. Se riuscirò anche solo a produrre un'altra
bella opera d'arte, sarò in grado di rubare alla malignità il suo
veleno e alla codardia il suo ghigno, e strapperò alla radice
la lingua della derisione. E se la vita sarà un problema per me
- come di certo è - io non sarò un problema minore per la vita.
La gente dovrà adottare un atteggiamento nei miei confronti,
e quindi esprimere un giudizio tanto su di me quanto su se
stessa. Non parlo di qualcuno in particolare: le uniche persone
con le quali desidero stare adesso sono gli artisti e le persone
che hanno sofferto : coloro che sanno cos'è la Bellezza e
coloro che sanno cos'è il Dolore. Nessun altro mi interessa.
Tu però non dimenticare in quale terribile scuola mi trovo
seduto per il mio compito. E per incompleto, imperfetto che
sia, hai ancora molto da imparare da me. Sei venuto da me
per imparare il Piacere della vita e il Piacere dell' Arte.
Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di molto più
bello: il significato del Dolore e la sua bellezza.
Il tuo affezionato amico
Oscar Wilde
Oscar Wilde da Per sempre tuo
OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 4
(...) Ma alla conclusione di tutto sta il fatto che sono costretto a
perdonarti. Devo farlo. Non scrivo questa lettera per far
nascere amarezza nel tuo cuore, ma per eliminarla dal mio.
Devo perdonare per il mio bene. Non si può nutrire sempre
una serpe in seno, né alzarsi ogni notte a seminare spine nel
giardino della propria anima. Non mi sarà difficile farlo, se mi
aiuti un po'. Ho sempre prontamente perdonato qualsiasi cosa
che tu mi abbia fatto nei tempi passati. Allora non te ne
giovasti. Solo coloro la cui vita è senza macchia possono
perdonare il peccato. Ma ora, che giaccio nella disgrazia e
nell'umiliazione, è diverso. Il mio perdono dovrebbe
significare moltissimo per te, ora. Che succeda presto o tardi,
tra poco o mai, la mia strada è chiara di fronte a me. E non
posso permetterti di vivere portando nel cuore il peso di aver
rovinato un uomo come me. Il pensiero potrebbe renderti
duramente indifferente, o morbosamente triste. Devi toglierti
il fardello e caricarlo sulle mie spalle. Devo dire a me stesso
che né tu, né tuo padre, moltiplicati mille volte, avreste mai
potuto rovinare un uomo come me, che io ho rovinato me
stesso e che nessuno, per grande o piccolo che sia può essere
rovinato se non per sua stessa mano.
Naturalmente so che - da un certo punto di vista - le cose
saranno più difficili per me che per gli altri. Devono esserlo,
per la natura stessa del mio caso. I poveri ladri, o emarginati
che sono detenuti qui, sono per molti versi più fortunati di me.
Il tratto di grigia città o di verde campo che è stato testimone
del loro peccato, è piccolo; per trovare chi non sa nulla di
ciò che hanno commesso non devono andare più in là di
quanto volerebbe un uccellino tra il crepuscolo prima dell'
alba e l'alba stessa. Ma per me " il mondo è ridotto a un palmo
di larghezza" e ovunque mi giro, il mio nome è scritto sulle
pietre a piombo. Perché sono passato - non dall' oscurità
alla breve notorietà del crimine, ma da una sorta di eternità
della fama a un'eternità dell'infamia, e talvolta mi sembra di
aver mostrato - in caso fosse stato necessario - che tra la
fama e l'infamia c'è un solo passo, e forse ancor meno. (...)
Oscar Wilde da Per sempre tuo
OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 3
(...) Il fatto che tuo padre sia stato in grado, non solo di mandarmi
in prigione per due anni, ma di tirarmi fuori per un pomeriggio
e farmi dichiarare pubblicamente in bancarotta, fu per lui un
piacere in più inatteso. Mentre fu per me il culmine della mia
umiliazione. Se tuo padre non avesse avuto il diritto di rifarsi
su di me per le spese processuali, tu, lo so benissimo, saresti
stato - almeno a parole - molto comprensivo per la totale
perdita della mia biblioteca: una perdita irreparabile per un
uomo di lettere. Di tutte le mie perdite materiali, fu la più
tremenda per me. E, ricordando le somme di denaro che avevo
speso per te a piene mani, e ricordando altresì di aver vissuto
per anni alle mie spalle, avresti potuto almeno prenderti la
briga di ricomprarmi alcuni libri. I migliori furono venduti per
meno di 150 sterline: circa quanto io spendevo per te in una
settimana qualsiasi. Ho ragione allora di dire che l'Odio
acceca le persone? Lo vedi ora? Provaci, se non riesci. Non ho
bisogno di dirti con quale chiarezza lo vedessi io, allora
come adesso. Ma dicevo a me stesso : " Devo conservare l'
Amore nel mio cuore ad ogni costo. Se vado in prigione senza
amore, cosa ne sarà della mia Anima? Le lettere che ti scrissi
a quel tempo erano i miei sforzi per mantenere l'amore come
nota dominante della mia natura. Se lo avessi voluto, avrei
potuto fart a pezzi con aspre recriminazioni. Avrei potuto
dilaniarti con le mie maledizioni. Avrei potuto metterti di
fronte uno specchio e mostrarti un'immagine di te in cui non
ti saresti mai riconosciuto, se non vedendoti rimandare l'
immagine dei tuoi stessi gesti d'orrore, e allora avresti capito
a chi apparteneva quella forma, e avresti odiato lei e te stesso
per sempre. Ma anche più di quello. Io pagavo per i peccati
di un altro. (...)
Oscar Wilde da Per sempre tuo
OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 2
(...) Dei disastrosi esiti della mia amicizia con te non farò
menzione. Penso solo alla sua qualità finchè è durata. Per me
fu intellettualmente degradante. Tu avevi i rudimenti di un
temperamento artistico in embrione. Ma ti ho incontrato
troppo presto o troppo tardi, non so. Quando eri lontano
andava tutto bene. Nel momento a cui mi riferisco, all'inizio
di dicembre di quell'anno, ero riuscito ad indurre tua madre a
mandarti via dall' Inghilterra. Raccolsi di nuovo i fili rotti e
sfilacciati della mia immaginazione, ripresi in mano la mia
vita, e non solo terminai i tre rimanenti atti di Un marito
ideale, ma ideai e completai quasi per intero altre due opere
completamente diverse, la Tragedia fiorentina e La santa
cortigiana , quando all'improvviso, senza essere
stato invitato, senza essere il benvenuto e in circostanze fatali
per la mia felicità, ritornasti. Non fui più in grado di
riprendere i due lavori lasciati incompiuti. Non riuscii più a
trovare lo stato d'animo che li aveva creati. Poiché ora tu
stesso hai pubblicato un volume di poesie, saprai riconoscere
la verità delle cose che qui ti dico. Che tu ci riesca o meno,
questa rimane un'odiosa verità nel cuore della nostra amicizia.
Finchè rimanesti con me, sei stato la rovina della mia Arte; mi
vergogno e mi biasimo oltremodo per averti permesso di
frapporti fra me e la mia Arte. Non potevi sapere, non potevi
capire, non potevi apprezzare. Né avevo alcun diritto di
aspettarmelo da te. I tuoi interessi erano solo per i tuoi
appetiti e i tuoi umori. I tuoi desideri erano solo per il
divertimento, per piaceri più o meno ordinari. Erano ciò che
il tuo temperamento richiedeva e al momento non richiedeva
altro. Avrei dovuto vietarti la mia casa e il mio appartamento,
se non per qualche invito. Mi biasimo senza riserve per la mia
debolezza. Fu pura debolezza. Mezz' ora spesa in compagnia
dell' Arte era sempre meglio di un'eternità spesa con te. Nulla,
in nessun periodo della mia vita, fu più importante per me
dell' Arte. Ma nel caso di un artista, la debolezza è poco meno
di un crimine: se è una debolezza che paralizza l'
immaginazione. E inoltre mi biasimo per averti consentito di
portarmi alla più totale e disonorevole rovina economica.(...)
Oscar Wilde da Per sempre tuo
OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 1
Gennaio - Marzo 1897
Carcere di Reading
(...) Caro Bosie,
dopo una lunga quanto sterile attesa, mi sono risolto a scriverti,
tanto per il tuo bene quanto per il mio, perché non voglio pensare di aver trascorso due lunghi anni di carcere senza aver ricevuto da te nemmeno una riga, una notizia o un messaggio, ad
eccezione di quelli che mi hanno arrecato dolore.
Comincerò col dirti che mi biasimo immensamente. Mentre siedo qui, in questa cella buia, in abiti da carcerato, un uomo disgraziato
e rovinato, mi biasimo. Nelle notti tribolate e colme di angustia, nei
lunghi, monotoni giorni di dolore, è me stesso che condanno. Mi
condanno per aver consentito ad un'amicizia priva dell'aspetto
intellettuale, il cui scopo non era la creazione e la contemplazione
di cose belle, di dominare interamente la mia vita. Fin dall'inizio ci
fu tra noi un'enorme distanza: tu eri stato ozioso a scuola e ancor
più ozioso all'università. Non ha capito che un'artista, e specie uno
come me per il quale - per così dire - la qualità del lavoro dipende
dall'intensificazione della personalità, richiede per lo sviluppo della sua arte la compagnia delle idee, e un'atmosfera intellettuale,
quiete, pace e solitudine. Tu ammiravi il mio lavoro quando era
finito: godevi dei brillanti successi delle mie prime e i brillanti
banchetti che le seguivano; eri orgoglioso - com'è naturale - di
essere l'amico di un artista così distinto, ma non potevi capire le condizioni che richiede la produzione di un lavoro d'arte. Non
parlo per esagerazioni retoriche, ma in termini di assoluta verità
rispetto ai fatti, quando ti ricordo che durante tutto il tempo in cui
siamo stati insieme, non scrissi una sola riga. Che fossimo a Goring, Londra o Firenze o in qualunque altro luogo, finchè eri
al mio fianco, la mia vita era completamente sterile e priva di
creatività. E salvo pochi intervalli - mi dispiace dirlo - tu eri al mio
fianco sempre . (...)
Oscar Wilde da Per sempre tuo
L'amore che non osa pronunciare il suo nome ( Wilde ) - Brian Gilbert
Qual è l'amore che non osa pronunciare il suo nome?
domenica 18 dicembre 2016
Le relazioni pericolose - Stephen Frears
Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio...
LE FERITE DELLE DONNE ( L'amore romantico ) ( 3 )
(...) Negli stati medio- alti della società, le relazioni fra i sessi ( e
non solo ) erano regolate dalla morale borghese, che si basava
sul controllo dei sentimenti e sul perbenismo di facciata, teso a
nascondere e a colpevolizzare le manifestazioni della sfera
istintuale, considerate una minaccia per l'ordine della società.
Questo codice di comportamento negava lo spazio riservato all
amore e all'attrazione naturale verso una determinata persona,
rimuovendo l'affettività in nome delle convenzioni sociali.
L'esclusione della vita pulsionale alimentava - però - pesanti
tensioni, rese ancora più drammatiche dal mito dell'amore
romantico, che con la sua carica passionale e sensuale rendeva
evidenti la distanza tra le pratiche sociali e i modelli
immaginari.
Diffusosi fra gli intellettuali e le classi privilegiate, il codice
dell'amore romantico predicava la sublimazione degli istinti in
nome di una visione spirituale e angelicata dell'amore, che
veniva considerato una forza purificatrice e catartica, capace
di elevare l'uomo verso le più sublimi sfere dell'essere. Esso
prevedeva - pertanto - il disprezzo per gli aspetti materiali e
corporei della vita in nome di mete alte e immateriali. Nella
percezione quotidiana, l'idealizzazione dell'amore romantico,
si traduceva nel gusto per gli aspetti più sdolcinati dell'amore,
nell'elogio della castità come garanzia della purezza del
sentimento, nell'esaltazione del furore passionale come
affermazione di libertà e di elevazione spirituale.
Questo processo di idealizzazione della sfera emotiva implicava
una nuova visione della donna, che recuperò la duplicità di
angelo e di diavolo tipica del Medioevo. In quanto intimamente
legata ai meccanismi della vita e della morte, la donna veniva
considerata una creatura tentatrice e satanica, preda degli
istinti più misteriosi e controllabili, istinti - però - che il
Romanticismo esaltava come antitesi di una ragione ritenuta
troppo fredda e calcolatrice, e quindi inibitrice della sfera
pulsionale. E' questa l'immagine della donna-sfinge, la donna
misteriosa e seduttrice, capace di scatenare risposte sfrenate
da parte dell'uomo.
Parallelamente - però - l'amore romantico, celebrava una
visione opposta della femminilità, che ne esaltava gli aspetti
spirituali. Così, elevata e nobilitata, la donna diventava una
figura celeste, in grado di condurre l'uomo verso le mete più
sublimi. A sostenere questa nuova immagine idealizzata della
femminilità, intervenne anche la Chiesa cattolica che, con la
proclamazione nel 1854 del dogma dell' Immacolata
Concezione, abbandonò l'idea della donna tentatrice per
esaltare la donna come figlia spirituale di Maria, simbolo di
purezza e di dedizione. La carità e la comprensione divennero
gli attributi di questa donna- angelo, garante della
comunicazione tra l'uomo e il mondo invisibile. Sdoganata dai
suoi aspetti istintuali e naturali, la donna veniva così
riabilitata come depositaria della fede, figura mistica capace
di salvare l'uomo dal suo gretto materialismo e facendolo
accedere alle sfere del divino. (...)
Vera Slepoj da Le ferite delle donne
LE FERITE DELLE DONNE ( 2 )
(...) E' indubbio che gli uomini abbiano più disprezzo verso le
donne di quanto le donne ne abbiano verso gli uomini e,
proprio in quanto analisti, c'è da chiedersi il perché. Molti
autori sono concordi nel ritenere che il disprezzo maschile
( e più generalmente culturale, essendo stata la cultura fino ad
ora appannaggio degli uomini ) per la donna derivi dalla
profonda paura di rimanere invischiati nella dipendenza della
madre, inconsciamente vissuta come onnipotente, paura che in
seguito viene proiettata sulla vagina, spesso rappresentata nell'
immaginario collettivo, artistico o letterario, come un gorgo
oscuro, una caverna, o la profondità del mare, che può
inghiottire, far scomparire, annullare. Lo stesso sentimento che
costrinse Ulisse, uno dei più importanti archetipi della
coscienza maschile, a farsi legare alla nave dai suoi marinai,
per sfuggire ai pericolosi richiami delle sirene. Ricorre , nella
psicologia maschile, una figura femminile terrorizzante ed
estremamente potente, che non aspetta altro che irretire l'uomo,
manipolarlo, approfittarsi di lui : da questa trappola in cui
può cadere per amore o per debolezza della carne, l'uomo deve
difendersi con tutte le sue forze, per mantenere intatta la
propria oggettività. "Si può fare l'ipotesi," afferma Karen
Horney ( psicanalista ), " che persino la glorificazione della
donna che egli compie, tragga origine non solo dai desideri
dell'amore, ma anche dal desiderio di nascondere la propria
paura." Si può cercare e trovare - tuttavia - un'evidenza
analoga al disprezzo che spesso gli uomini manifestano
ostentatamente col loro atteggiamento. L'amore e l'adorazione
significano in realtà : " Non c'è motivo di avere paura di un
essere così meraviglioso, così bello, così santo." O -
parimenti :" Sarebbe troppo assurdo avere paura di una
creatura che - tutto sommato - ha così poco valore ". (...)
Vera Slepoj da Le ferite delle donne
LE FERITE DELLE DONNE
(...) Non sono stati certo pochi gli uomini illustri, da Aristotele a
Tommaso d' Aquino, da Tolstoj a Moebius che hanno
dichiarato in saggi, romanzi e dissertazioni pseudo-
scientifiche l'inferiorità intellettuale, morale e perfino umana
della donna. Lo stesso Freud, non soltanto con il concetto di
invidia del pene, ma anche con l'ipotizzare un masochismo e
un narcisismo strutturali, l'ha dipinta come una figura
mancante, costretta dalla sua debolezza ad usare strumenti
sotterranei, come la manipolazione, la seduzione o l'
aggressività passiva, per ottenere considerazione. Le donne
occidentali sono cresciute e vissute per secoli all'interno di un
paradigma che le svalutava e con questo si sono identificate
perché costituiva l'unico modello disponibile. " Dopo essere
andata oltre il primo tentativo di chiarirsi la mancanza del
pene", afferma Freud, " considerandola come una punizione
personale, e dopo aver compreso la generalità di questo
carattere sessuale, la donna comincia a condividere il
disprezzo dell'uomo per questo sesso minorato in un punto
decisivo e, almeno in questo giudizio, si trova assimilata all'
uomo." Oltre ad un' inferiorità di tipo sessuale, Freud sostiene,
attribuendola alle vicissitudini del complesso di Edipo, anche
un'inferiorità morale della donna. Secondo Freud - infatti -
mentre il maschio è spinto dall'angoscia di castrazione a
rinunciare alla madre e a identificarsi con i divieti e i precetti
morali del padre, costruendo così un proprio Super- Ego
autonomo, la bambina, che non ha nulla da perdere sapendosi
già castrata, ed è quindi meno motivata ad intraprendere un'
analoga interiorizzazioni delle norme parentali, svilupperebbe
un Super - Ego più debole. La minore riuscita di questa
interiorizzazione determinerebbe - inoltre - una minore
capacità di pensare in modo oggettivo e astratto. " Si esita a
dichiararlo " , sostiene Freud, " ma non ci si può sottrarre
all'idea che per la donna il livello di ciò che è eticamente
normale, sia differente. Il su Super- Ego non diventa mai così
inesorabile, così impersonale, così indipendente dalle sue
origini affettive come esigiamo che sia nell'uomo. I tratti del
carattere, che da tempo immemorabile la critica ha rinfacciato
alla donna, - che essa mostra minor senso di giustizia dell'
uomo, minore inclinazione a sottomettersi alle grandi necessità
della vita, che troppo spesso si lascia guidare nelle sue
decisioni da sentimenti di tenerezza o di ostilità - troverebbero
amplissimo fondamento nelle modificazioni subite dalla donna
nella formazione del suo Super- Ego. (...)
Vera Slepoj da Le ferite delle donne
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