giovedì 22 dicembre 2016

RILKE A LOU ( Lettera )




Ronda, Epifania 1913


(...)  " Il realtà era già libero da tanto tempo, e se qualcosa gli
          impediva di morire, era forse solo il fatto che lui una volta
          la morte l'aveva già vista in qualche luogo e così - adesso -
          per raggiungerla, non doveva andarle incontro, come gli
          altri, ma ritornare indietro. Il suo accadere era ormai fuori
          di lui, si annidava nelle cose persuase, con cui giocano i
          bambini, e in esse toccava il suo fondamento. Oppure si era
          salvato alzando lo sguardo verso una passante sconosciuta:
          lì - almeno - poteva confidare nel pericolo. I cani, però, gli
          passavano accanto correndo inquieti e circospetti perché
          nessuno tornasse a derubarli di quell'accadere. Ma quando
          si trovò davanti a un mandorlo in fiore, rabbrividì nel
          constatare che quell'evento si svolgeva interamente altrove,
          in un tempo remoto e trapassato, calato in un'attività
          lontanissima da lui; ed egli stesso non gli stava di fronte con
          sufficiente esattezza ed era troppo torbido per poter anche
          solo riflettere questa sua essenza. Fosse diventato sano,
          avrebbe tratto da questa condizione una libertà serena, l'
          infinita, irrevocabile gioia della povertà: perché così giaceva
          forse San Francesco, scarnificato, dopo aver nutrito tutti di
          se stesso, e il mondo intero era il sapore buono della sua
          sostanza: eppure lui non si era semplicemente mondato
          come un frutto dalla buccia : si era strappato da se stesso,
          strato dopo strato, spargendo tutt'attorno i propri pezzi
         ( come fanno i bimbi con le bambole ); spesso si era dato a
          una bocca immaginaria, facendole schioccare le labbra, e
          il boccone era rimasto intatto. Così ora aveva l'aspetto di
          un rifiuto gettato sulla strada, per quanto fosse stata la
          dolcezza che era in lui. "
          L' ho scritto questa mattina presto sul mio taccuino: intuirai
          di chi si tratta. Ieri mi è arrivata la tua buona lettera. E'
          vero, le due elegie ci sono ma - a te posso dirlo - 
          rappresentano solo un frammento - non sai quanto
          minuscolo - staccatosi di netto da ciò che un tempo era in 
          mio potere. Quando sperimentai condizioni e potenze
          simili a quelle in cui venne iniziato il Libro d' Ore : che
          cosa non sarebbe sorto allora. Se solo potessimo vederci,
          cara Lou, ora è questa la mia grande speranza. Spesso mi
          dico che solo attraverso te io resto in contatto con l'umano,
          in te esso mi si rivolge, avverte la mia presenza, mi respira
          accanto: altrimenti gli rimango sempre alle spalle e non 
          riesco a farmi conoscere. Consolami nel tuo cuore..(...)

                         Il tuo Rainer


Rainer Maria Rilke & Lou Salomé da  Da qualche parte nel profondo


 

LOU A RILKE ( Lettera )



Vienna, 13 gennaio 1913


(...)  Caro Rainer,
        la tua lettera, che mi è stata appena recapitata, è qui davanti
        a me e mi sembra faccia parte di questa prima neve d'inverno
        che si stende a perdita d'occhio davanti alle finestre e sui
        giardini circostanti, tale è l'intensità di cui mi parla della
        lontananza da te, la lontananza di cui scrivi, che non
        dovrebbe esistere. Io l'avverto fortemente , Rainer, è una
        lontananza puramente spaziale, e vivo come assurdo il fatto
        che risulti insormontabile. Salvo poi ricorrere al treno e a
        tutti i possibili dispendi di energia per improvvisare un
        incontro a data da destinare. E invece noi dovremmo essere
        vicini l'uno all'altra attraverso vie impercettibili,
        spontaneamente, in profondo silenzio; non dovrebbe in alcun
        modo trattarsi di un frammento nel mosaico del vissuto
        destinato a spostare le altre tessere, ma di un'esperienza che
        si realizza senza dislocare nulla e senza doversi adeguare a
        quei contorni. Dovrebbe pur essere possibile e forse un
        giorno  lo sarà davvero. Io sto già facendo qualcosa di
        analogo - qualcosa che si avvicina a questa esperienza - e
        te ne ho parlato molte volte . Solo quando leggo la tua lettera,
        il passo del taccuino e tutte le pagine in cui improvvisamente
        trova espressione ciò che altrimenti resta inanimato e muto
        persino nei rapporti umani più intimi e personali, solo allora
        ti ho accanto a me. Ho l'esperienza del tuo vissuto, della tua
        esistenza e non c'è nulla al mondo che mi convinca che nel
        frattempo da te si sia staccato un frammento - per quanto
        minuscolo - perché dentro alla tua scrittura tu ti preservi
        totalmente, integro e sano, come colui che sperimenta al
        massimo grado di profondità l'essenza dell'umano. Sì, allora
        ti ho, ti vedo di nuovo, ed è una consolazione immensa sapere
        che puoi intraprendere questi viaggi segreti fino a me, fino
        a tutte le mie più intime percezioni dell'esistenza. Ma come
        posso comunicarti a mia volta questa indescrivibile
        vicinanza? In che modo posso dirti che in questa particolare
        condizione è quasi brutalmente indifferente  se la via si
        delinea dalla beatitudine di vedersi consacrato al tutto o dal
        terrore di mischiarsi con ciò che non ci appartiene?
        Come posso trasmetterti la gioia indubitabile che in entrambi
        i casi l'uomo che si esprime è esattamente lo stesso - così 
        come sempre il medesimo è l'uomo sulla croce e il risorto -
        quello stesso uomo che , scisso tra un beato possesso
        assoluto e il martirio di essere a sua volta posseduto, non potè
        fare altro che rinunciare a ciò che gli altri chiamano il
        proprio " sviluppo ", il proprio costante e proficuo cammino
        esistenziale. Sono fermamente convinta che non sia possibile
        modificare questo stato di cose e ne sono contenta perché,
        operare dei cambiamenti comporterebbe la più spaventosa
        delle fratture. Io credo che tu debba soffrire e soffrirai
        sempre. Non c'è nessuno che possa evitartelo, ma è possibile
      - sì, questo è possibile - che avere qualcuno accanto che lo
        sappia e partecipi alla sofferenza a volte faccia bene, a volte
        male. Sento che oggi sarei molto più dura con te di quanto
        non lo fossi un tempo ( anche se in un modo del tutto diverso
        rispetto ad allora ) e sento anche che in me sono maturi mille
        sguardi materni e tenerezze per te, per te soltanto, tu che sei
        l'unico in grado di percepirli e di goderne. Ma anche in 
        questo caso questi due aspetti non sarebbero che un'unica,
        identica cosa : ed è strano quanto mi sia evidente che l'
        intransigenza ne fa parte e non è disposta a cedere in 
        grandezza. Ti allontana da me che io ti scriva questo?. Ne
        sono certa : arriverà il giorno in cui saremo di nuovo felici
        insieme e lieti allo stesso modo di tutti i pericoli che la vita
        ha in serbo per ciascuno di noi due, separatamente.
        Oggi ti devo ancora scrivere di una morte, diversa da quella
        del passo del tuo taccuino, una morte che tuttavia per me non
        è tale. Mia madre si è addormentata dolcemente. Non ha
        voluto passare nel suo novantesimo anno, se n'è andata con
        un palpito leggero, come in sogno. Qui non lo dico a nessuno,
        non voglio che mi si presentino le condoglianze del caso.
        E quindi cercherò di non portare quell'odioso ed esplicito
       " lutto". Per lei mi vestirei volentieri di bianco (...)


                        Lou


                

Rainer Maria Rilke & Lou Salomé da  Da  qualche parte del profondo
       

 


 

mercoledì 21 dicembre 2016

Marco Aurelio - Libro VII ( Avrai compassione )



(...) Quando qualcuno commette nei tuoi riguardi qualche errore,
       devi subito pensare qual era secondo lui - nel momento che
       commetteva l'errore - il criterio del bene e del male . Se
       arriverai a vedere questo punto, avrai compassione di quell'
       uomo; non sentirai più meraviglia, non proverai più sensi
       d'ira.
       Potrebbe darsi ancora che tu stesso giudicassi come lui un
       bene quella medesima cosa o un'altra del genere. In
       conclusione, non resta che compatire.
       E' possibile invece un altro caso : cose di quel genere tu non le
       giudichi più buone o cattive. E allora non ti riuscirà difficile
       essere più mite con chi ha preso tale abbaglio . (...)


          
        Marco  Aurelio  da     Contro le lusinghe del mondo 

Marco Aurelio - Libro VII ( Miseria umana )



(...) Vano desiderio di lustro e di pompa, drammi sulla scena;
       greggi, armenti, scaramucce; un po' di ossi buttati al
       cagnolino, un bocconcino nei viali dei pesci; affanni e fatiche
       di formiche, scorribande di piccoli topi terrorizzati, fantocci
       di cui si muovono fili: conviene assistere a questo
       tranquillamente senz'aggrottare eccessivamente  le
       sopracciglia.
       In ogni modo ti sia chiaro il pensiero che il valore di ciascuno
       è in rapporto molto stretto col valore delle cose alle quali ha
       dato importanza .  (...)


            Marco  Aurelio  da   Contro le lusinghe del mondo

Marco Aurelio - Libro IV ( Non certo diletto e gloria )



(...) Devi essere preparato sempre a due cose : la prima, fare
       soltanto quello che l'arte di re e di legislatore ti viene
       consigliando a profitto del genere umano ; la seconda essere
       pronto a mutar di parere se vi sia qualcuno di retto consiglio
       capace di staccarti da falsa opinione. Comunque, tale nuovo
       parere deve sempre provenire da persuasione di giustizia e
       di comune utilità.
       E soltanto debbono valere simili ragioni.
       Non certo diletto e gloria.  (...)


          Marco  Aurelio  da   Contro le lusinghe del mondo

Jacques Offenbach - Jacqueline's Tears






                                                    Le  lacrime di Jacqueline




Meu Portugal

 
 
 
 
Lisboa, questa conosciuta

                      
                                                                   Veduta


 
 
La  Torre

Meu Portugal ( 2 )

 
 
 
 
Batahla

 
 
Il  Dominante

 
 
Statua  equestre

Meu Portugal ( 3 )

 
 
 
 
Il  Mito.  Pessoa

 
 
L'  Angelo

 
 
Statua

Meu Portugal ( 4 )

 
 
 
 
Obidos

 
 
La  rocca

 
 
La  conosciuta

Meu Portugal ( 5 )

 
 
 
 
Coimbra

 
 
Chiostro

 
 
Chiesa

Meu Purtugal ( 6 )

 
 

                                                            Oceano du Portugal


 
 
Scogliera  fiorita

 
 
Il  Porto

Meu Portugal ( 7 )

 
 
 
 
Strada di Lisboa

 
 
Vicolo

 
 
Strada  portughesa

Meu Portugal ( 8 )

 
 
 
Giardino interno

 
Fontana

 
Meu fadu

Meu fadu meu

 
 


                                           Della mia gente porto il pianto...

martedì 20 dicembre 2016

COSE CHE NON AVREMO




Cose che non avremo:
le lunghe mattinate d'aprile d'amore e di sogno.
Le sere di novembre con la pioggia incessante.
Le notti d'estate ostinatamente stellate.
Tutte le albe dolcissime d'autunno.

Cose che io ho perduto:
non assaggerò il sapore della tua bocca addormentata.
Non cullerò i tuoi figli.
Non berrò il tuo vino.
Non piangerò con te vedendo il tramonto.
Non sorgerà il tuo ventre tra le mie lenzuola.
Ho un intero tesoro di lacune e di assenze,
un campionario completo di pagine in bianco.


        Josefa  Parra  da   Alcoba del agua

Oscar Sosa -Terra promessa



                                  Non piangerò con te vedendo il tramonto...

lunedì 19 dicembre 2016

SONO SEMPRE STATA LI'




Avvertitamente ti sfioro
ancora, confusa da cieli
al limitare della pioggia
e vorrei toccarti l'anima.
Ne sento il caldo come morbida
ma anche ruvida aderenza
e non posso.
Celebrato a una vita frusta

sei così

dolce e arreso come avrei voluto.
E quella carezza accennata appena
un sussurro di bacio
fra le nostre parole

che si tacciono.


     frida


Einaudi - Giorni dispari

 
 
 



                          Un sussurro di bacio fra le nostre parole...



OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 5




(...) Eppure, nel fatto che la gente mi riconoscerà ovunque andrò,
       e saprà tutto della mia vita, o almeno delle sue follie, posso
       discernere qualcosa di buono per me. Tutto questo mi
       obbligherà ad affermarmi di nuovo come artista, e al più
       presto possibile. Se riuscirò anche solo a produrre un'altra
       bella opera d'arte, sarò in grado di rubare alla malignità il suo
       veleno e alla codardia il suo ghigno, e strapperò alla radice
       la lingua della derisione. E se la vita sarà un problema per me
     - come di certo  è - io non sarò un problema minore per la vita.
       La gente dovrà adottare un atteggiamento nei miei confronti,
       e quindi esprimere un giudizio tanto su di me quanto su se
       stessa. Non parlo di qualcuno in particolare: le uniche persone
       con le quali desidero stare adesso sono gli artisti e le persone
       che hanno sofferto : coloro che sanno cos'è la Bellezza e
       coloro che sanno cos'è il Dolore. Nessun altro mi interessa.
       Tu però non dimenticare in quale terribile scuola mi trovo
       seduto per il mio compito. E per incompleto, imperfetto che
       sia, hai ancora molto da imparare da me. Sei venuto da me
       per imparare il Piacere della vita e il Piacere dell' Arte.
       Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di molto più
       bello: il significato del Dolore e la sua bellezza.
       Il tuo affezionato amico


                        Oscar  Wilde


   Oscar  Wilde  da    Per sempre tuo

OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 4




(...) Ma alla conclusione di tutto sta il fatto che sono costretto a
       perdonarti. Devo farlo. Non scrivo questa lettera per far
       nascere amarezza nel tuo cuore, ma per eliminarla dal mio.
       Devo perdonare per il mio bene. Non si può nutrire sempre
       una serpe in seno, né alzarsi ogni notte a seminare spine nel
       giardino della propria anima. Non mi sarà difficile farlo, se mi
       aiuti un po'. Ho sempre prontamente perdonato qualsiasi cosa
       che tu mi abbia fatto nei tempi passati. Allora non te ne
       giovasti. Solo coloro la cui vita è senza macchia possono
       perdonare il peccato. Ma ora, che giaccio nella disgrazia e
       nell'umiliazione, è diverso. Il mio perdono dovrebbe
       significare moltissimo per te, ora. Che succeda presto o tardi,
       tra poco o mai, la mia strada è chiara  di fronte a me. E non
       posso permetterti di vivere portando nel cuore il peso di aver
       rovinato un uomo come me. Il pensiero potrebbe renderti
       duramente indifferente, o morbosamente triste. Devi toglierti
       il fardello e caricarlo sulle mie spalle. Devo dire a me stesso
       che né tu, né tuo padre, moltiplicati mille volte, avreste mai
       potuto rovinare un uomo come me, che io ho rovinato me
       stesso e che nessuno, per grande o piccolo che sia può essere
       rovinato se non per sua stessa mano.
       Naturalmente so che - da un certo punto di vista - le cose
       saranno più difficili per me che per gli altri. Devono esserlo,
       per la natura stessa del mio caso. I poveri ladri, o emarginati
       che sono detenuti qui, sono per molti versi più fortunati di me.
       Il tratto di grigia città o di verde campo che è stato testimone
       del loro peccato, è piccolo; per trovare chi non sa nulla di
       ciò che hanno commesso non devono andare più in là di
       quanto volerebbe un uccellino tra il crepuscolo prima dell'
       alba e l'alba stessa. Ma per me " il mondo è ridotto a un palmo
       di larghezza" e ovunque mi giro, il mio nome è scritto sulle
       pietre a piombo. Perché sono passato - non dall' oscurità
       alla breve notorietà del crimine, ma da una sorta di eternità
       della fama a un'eternità dell'infamia, e talvolta mi sembra di
       aver mostrato - in caso fosse stato necessario - che tra la
       fama e l'infamia c'è un solo passo, e forse ancor meno. (...)


         Oscar  Wilde  da    Per sempre tuo

OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 3



(...) Il fatto che tuo padre sia stato in grado, non solo di mandarmi
       in prigione per due anni, ma di tirarmi fuori per un pomeriggio
       e farmi dichiarare pubblicamente in bancarotta, fu per lui un
       piacere in più inatteso. Mentre fu per me il culmine della mia
       umiliazione. Se tuo padre non avesse avuto il diritto di rifarsi
       su di me per le spese processuali, tu, lo so benissimo, saresti
       stato - almeno a parole - molto comprensivo per la totale
       perdita della mia biblioteca: una perdita irreparabile per un
       uomo di lettere. Di tutte le mie perdite materiali, fu la più
       tremenda per me. E, ricordando le somme di denaro che avevo
       speso per te a piene mani, e ricordando altresì di aver vissuto
       per anni alle mie spalle, avresti potuto almeno prenderti la
       briga di ricomprarmi alcuni libri. I migliori furono venduti per
       meno di 150 sterline: circa quanto io spendevo per te in una
       settimana qualsiasi. Ho ragione allora di dire che l'Odio
       acceca le persone? Lo vedi ora? Provaci, se non riesci. Non ho
       bisogno di dirti con quale chiarezza lo vedessi io, allora
       come adesso. Ma dicevo a me stesso : " Devo conservare l'
       Amore nel mio cuore ad ogni costo. Se vado in prigione senza
       amore, cosa ne sarà della mia Anima? Le lettere che ti scrissi
       a quel tempo erano i miei sforzi per mantenere l'amore come
       nota dominante della mia natura. Se lo avessi voluto, avrei
       potuto fart a pezzi con aspre recriminazioni. Avrei potuto
       dilaniarti con le mie maledizioni. Avrei potuto metterti di
       fronte uno specchio e mostrarti un'immagine di te in cui non
       ti saresti mai riconosciuto, se non vedendoti rimandare l'
       immagine dei tuoi stessi gesti d'orrore, e allora avresti capito
       a chi apparteneva quella forma, e avresti odiato lei e te stesso
       per sempre. Ma anche più di quello. Io pagavo per i peccati
       di un altro.  (...)


             Oscar Wilde  da    Per sempre tuo

OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 2



(...) Dei disastrosi esiti della mia amicizia con te non farò
       menzione. Penso solo alla sua qualità finchè è durata. Per me
       fu intellettualmente degradante. Tu avevi i rudimenti di un
       temperamento artistico in embrione. Ma ti ho incontrato
       troppo presto o troppo tardi, non so. Quando eri lontano
       andava tutto bene. Nel momento a cui mi riferisco, all'inizio
       di dicembre di quell'anno, ero riuscito ad indurre tua madre a
       mandarti via dall' Inghilterra. Raccolsi di nuovo i fili rotti e
       sfilacciati della mia immaginazione, ripresi in mano la mia
       vita, e non solo terminai i tre rimanenti atti di Un  marito
       ideale, ma ideai e completai quasi per intero altre due opere
       completamente diverse, la Tragedia fiorentina  e  La santa
       cortigiana , quando all'improvviso, senza essere
       stato invitato, senza essere il benvenuto e in circostanze fatali
       per la mia felicità, ritornasti. Non fui più in grado di
       riprendere i due lavori lasciati incompiuti. Non riuscii più a
       trovare lo stato d'animo che li aveva creati. Poiché ora tu
       stesso hai pubblicato un volume di poesie, saprai riconoscere
       la verità delle cose che qui ti dico. Che tu ci riesca o meno,
       questa rimane un'odiosa verità nel cuore della nostra amicizia.
       Finchè rimanesti con me, sei stato la rovina della mia Arte; mi
       vergogno e mi biasimo oltremodo per averti permesso di
       frapporti fra me e la mia Arte. Non potevi sapere, non potevi
       capire, non potevi apprezzare. Né avevo alcun diritto di
       aspettarmelo da te. I tuoi interessi erano solo per i tuoi
       appetiti e i tuoi umori. I tuoi desideri erano solo per il
       divertimento, per piaceri più o meno ordinari. Erano ciò che
       il tuo temperamento richiedeva e al momento non richiedeva
       altro. Avrei dovuto vietarti la mia casa e il mio appartamento,
       se non per qualche invito. Mi biasimo senza riserve per la mia
       debolezza. Fu pura debolezza. Mezz' ora spesa in compagnia
       dell' Arte era sempre meglio di un'eternità spesa con te. Nulla,
       in nessun periodo della mia vita, fu più importante per me
       dell' Arte. Ma nel caso di un artista, la debolezza è poco meno
       di un crimine: se è una debolezza che paralizza l'
       immaginazione. E inoltre mi biasimo per averti consentito di
       portarmi alla più totale e disonorevole rovina economica.(...)


             Oscar  Wilde   da    Per sempre tuo

OSCAR WILDE ( Per sempre tuo ) 1



Gennaio - Marzo 1897
Carcere di Reading

(...) Caro Bosie,
dopo una lunga quanto sterile attesa, mi sono risolto a scriverti,
 tanto per il tuo bene quanto per il mio, perché non voglio pensare di aver trascorso due lunghi anni di carcere senza aver  ricevuto da te nemmeno una riga, una notizia o un messaggio, ad
eccezione di quelli che mi hanno arrecato dolore.
Comincerò col dirti che mi biasimo immensamente. Mentre siedo qui, in questa cella buia, in abiti da carcerato, un uomo disgraziato
e rovinato, mi biasimo. Nelle notti tribolate e colme di angustia, nei
lunghi, monotoni giorni di dolore, è me stesso che condanno. Mi
condanno per aver consentito ad un'amicizia priva dell'aspetto
intellettuale, il cui scopo non era la creazione e la contemplazione
di cose belle, di dominare interamente la mia vita. Fin dall'inizio ci
fu tra noi un'enorme distanza: tu eri stato ozioso a scuola e ancor
più ozioso all'università. Non ha capito che un'artista, e specie uno
come me per il quale - per così dire - la qualità del lavoro dipende
dall'intensificazione della personalità, richiede per lo sviluppo della sua arte la compagnia delle idee, e un'atmosfera intellettuale,
quiete, pace e solitudine. Tu ammiravi il mio lavoro quando era
finito: godevi dei brillanti successi delle mie prime e i brillanti
banchetti che le seguivano; eri orgoglioso - com'è naturale - di
essere l'amico di un artista così distinto, ma non potevi capire le condizioni che richiede la produzione di un lavoro d'arte. Non
parlo per esagerazioni retoriche, ma in termini di assoluta verità
rispetto ai fatti, quando ti ricordo che durante tutto il tempo in cui
siamo stati insieme, non scrissi una sola riga. Che fossimo a Goring, Londra o Firenze o in qualunque altro luogo, finchè eri
al mio fianco, la mia vita era completamente sterile e priva di
creatività. E salvo pochi intervalli - mi dispiace dirlo - tu eri al mio
fianco sempre . (...)


        Oscar  Wilde da    Per sempre tuo

L'amore che non osa pronunciare il suo nome ( Wilde ) - Brian Gilbert

 
 


          Qual è l'amore che non osa pronunciare il suo nome? 

domenica 18 dicembre 2016

Le relazioni pericolose - Stephen Frears

 
 

Ho sempre saputo di essere nata per dominare il vostro sesso e per vendicare il mio...

LE FERITE DELLE DONNE ( L'amore romantico ) ( 3 )




(...) Negli stati medio- alti della società, le relazioni fra i sessi ( e
      non solo ) erano regolate dalla morale borghese, che si basava
      sul controllo dei sentimenti e sul perbenismo di facciata, teso a
      nascondere e a colpevolizzare le manifestazioni della sfera
      istintuale, considerate una minaccia per l'ordine della società.
      Questo codice di comportamento negava lo spazio riservato all
      amore e all'attrazione naturale verso una determinata persona,
      rimuovendo l'affettività in nome delle convenzioni sociali.
      L'esclusione della vita pulsionale alimentava - però - pesanti
      tensioni, rese ancora più drammatiche dal mito dell'amore
      romantico, che con la sua carica passionale e sensuale rendeva
      evidenti la distanza tra le pratiche sociali e i modelli
      immaginari.
      Diffusosi fra gli intellettuali e le classi privilegiate, il codice
      dell'amore romantico predicava la sublimazione degli istinti in
      nome di una visione spirituale e angelicata dell'amore, che
      veniva considerato una forza purificatrice e catartica, capace
      di elevare l'uomo verso le più sublimi sfere dell'essere. Esso
      prevedeva - pertanto - il disprezzo per gli aspetti materiali e
      corporei della vita in nome di mete alte e immateriali. Nella
      percezione quotidiana, l'idealizzazione dell'amore romantico,
      si traduceva nel gusto per gli aspetti più sdolcinati dell'amore,
      nell'elogio della castità come garanzia della purezza del
      sentimento, nell'esaltazione del furore passionale come
      affermazione di libertà e di elevazione spirituale.
      Questo processo di idealizzazione della sfera emotiva implicava
      una nuova visione della donna, che recuperò la duplicità di
      angelo e di diavolo tipica del Medioevo. In quanto intimamente
      legata ai meccanismi della vita e della morte, la donna veniva
      considerata una creatura tentatrice e satanica, preda degli
      istinti più misteriosi e controllabili, istinti - però - che il
      Romanticismo esaltava come antitesi di una ragione ritenuta
      troppo fredda e calcolatrice, e quindi inibitrice della sfera
      pulsionale. E' questa l'immagine della donna-sfinge, la donna
      misteriosa e seduttrice, capace di scatenare risposte sfrenate
      da parte dell'uomo.
      Parallelamente - però - l'amore romantico, celebrava una
      visione opposta della femminilità, che ne esaltava gli aspetti
      spirituali. Così, elevata e nobilitata, la donna diventava una
      figura celeste, in grado di condurre l'uomo verso le mete più
      sublimi. A  sostenere questa nuova immagine idealizzata della
      femminilità, intervenne anche la Chiesa cattolica che, con la
      proclamazione nel 1854 del dogma dell' Immacolata
      Concezione, abbandonò l'idea della donna tentatrice per
      esaltare la donna come figlia spirituale di Maria, simbolo di
      purezza e di dedizione. La carità e la comprensione divennero
      gli attributi di questa donna- angelo, garante della
      comunicazione tra l'uomo e il mondo invisibile. Sdoganata dai
      suoi aspetti istintuali e naturali, la  donna veniva così
      riabilitata come depositaria della fede, figura mistica capace
      di salvare l'uomo dal suo gretto materialismo e facendolo
      accedere alle sfere del divino. (...)


          Vera  Slepoj   da    Le ferite delle donne

LE FERITE DELLE DONNE ( 2 )




(...) E' indubbio che gli uomini abbiano più disprezzo verso le
      donne di quanto le donne ne abbiano verso gli uomini e,
      proprio in quanto analisti, c'è da chiedersi il perché. Molti
      autori sono concordi nel ritenere che il disprezzo maschile
     ( e più generalmente culturale, essendo stata la cultura fino ad
      ora appannaggio degli uomini ) per la donna derivi dalla
      profonda paura di rimanere invischiati nella dipendenza della
      madre, inconsciamente vissuta come onnipotente, paura che in
      seguito viene proiettata sulla vagina, spesso rappresentata nell'
      immaginario collettivo, artistico o letterario, come un gorgo
      oscuro, una caverna, o la profondità del mare, che può
      inghiottire, far scomparire, annullare. Lo stesso sentimento che
      costrinse Ulisse, uno dei più importanti archetipi della
      coscienza maschile, a farsi legare alla nave dai suoi marinai,
      per sfuggire ai pericolosi richiami delle sirene. Ricorre , nella
      psicologia maschile, una figura femminile terrorizzante ed
      estremamente potente, che non aspetta altro che irretire l'uomo,
      manipolarlo, approfittarsi di lui : da questa trappola in cui
      può cadere per amore o per debolezza della carne, l'uomo deve
      difendersi con tutte le sue forze, per mantenere intatta la
      propria oggettività. "Si può fare l'ipotesi," afferma Karen
      Horney ( psicanalista ), " che persino la glorificazione della
      donna che egli compie, tragga origine non solo dai desideri
      dell'amore, ma anche dal desiderio di nascondere la propria
      paura."  Si può cercare e trovare - tuttavia - un'evidenza
      analoga al disprezzo che spesso gli uomini manifestano
      ostentatamente col loro atteggiamento. L'amore e l'adorazione
      significano in realtà : " Non c'è motivo di avere paura di un
      essere così meraviglioso, così bello, così santo." O -
      parimenti :" Sarebbe troppo assurdo avere paura di una
      creatura che - tutto sommato - ha così poco valore ".  (...)


            Vera  Slepoj  da   Le  ferite  delle donne

      

LE FERITE DELLE DONNE




(...) Non sono stati certo pochi gli uomini illustri, da Aristotele a
      Tommaso d' Aquino, da Tolstoj a Moebius che hanno
      dichiarato in saggi, romanzi e dissertazioni pseudo- 
      scientifiche l'inferiorità intellettuale, morale e perfino umana
      della donna. Lo stesso Freud, non soltanto con il concetto di
      invidia del pene, ma anche con l'ipotizzare un masochismo e
      un narcisismo strutturali, l'ha dipinta come una figura 
      mancante, costretta dalla sua debolezza ad usare strumenti
      sotterranei, come la manipolazione, la seduzione o l'          
      aggressività passiva, per ottenere considerazione. Le donne
      occidentali sono cresciute e vissute per secoli all'interno di un
      paradigma che le svalutava e con questo si sono identificate
      perché costituiva l'unico modello disponibile. " Dopo essere
      andata oltre il primo tentativo di chiarirsi la mancanza del
      pene", afferma Freud, " considerandola come una punizione
      personale, e dopo aver compreso la generalità di questo
      carattere sessuale, la donna comincia a condividere il
      disprezzo dell'uomo per questo sesso minorato in un punto
      decisivo e, almeno in questo giudizio, si trova assimilata all'
      uomo." Oltre ad un' inferiorità di tipo sessuale, Freud sostiene,
      attribuendola alle vicissitudini del complesso di Edipo, anche
      un'inferiorità morale della donna. Secondo Freud - infatti -
      mentre il maschio è spinto dall'angoscia di castrazione a
      rinunciare alla madre e a identificarsi con i divieti e i precetti
      morali del padre, costruendo così un proprio Super- Ego
      autonomo, la bambina, che non ha nulla da perdere sapendosi
      già castrata, ed è quindi meno motivata ad intraprendere un'
      analoga interiorizzazioni delle norme parentali, svilupperebbe
      un Super - Ego più debole. La minore riuscita di questa
      interiorizzazione determinerebbe - inoltre - una minore
      capacità di pensare in modo oggettivo e astratto. " Si esita a
      dichiararlo " , sostiene Freud, " ma non ci si può sottrarre
      all'idea che per la donna il livello di ciò che è eticamente
      normale, sia differente. Il su Super- Ego non diventa mai così
      inesorabile, così impersonale, così indipendente dalle sue
      origini affettive come esigiamo che sia nell'uomo. I tratti del
      carattere, che da tempo immemorabile la critica ha rinfacciato
      alla donna, - che essa mostra minor senso di giustizia dell'
      uomo, minore inclinazione a sottomettersi alle grandi necessità
      della vita, che troppo spesso si lascia guidare nelle sue 
      decisioni da sentimenti di tenerezza o di ostilità - troverebbero
      amplissimo fondamento nelle modificazioni subite dalla donna
      nella formazione del suo Super- Ego.  (...)


              Vera  Slepoj   da   Le ferite  delle donne