lunedì 12 dicembre 2016

Pas à pas nelle Antille ( 6 )

 
 
 
 
Cimitero di Pont Saint Martin   Lo Spaventa- Vivi


                                                       Tenerezze  d'oltretomba


 
 
L' abandon



Pas à pas nelle Antille ( 5 )

 
 
 
 
Lo  smalto dei  colori

 
 
Poesia  dei  fiori

 
 
Le  point  de rosée

Pas à pas nelle Antille ( 4 )

 
 
 
 
Fiore  di  luna

 
 
Forme  e  colori

 
 
Délicatesse

Pas à pas nelle Antille ( 3 )

 
 
 
 
Giardino botanico di Guadalupe

 
 
Un  fiore  dalle  Antille

 
 
Orchidea  di  Guadalupe

Pas à pas nelle Antille ( 2 )

 
 
 
 
Mercato  di  Martinica

 
 
Bambole al mercato

 
 
Frutta  tropicale

Pas à pas nelle Antille

 
 
 
 
 
Colori delle  Antille
                       
 
 
Managua  fiorita

 
 
Rovinose  rocce

domenica 11 dicembre 2016

IDILLIO DEL PICCOLO MORTO


( Al sonno profondo del figlio Lelio )



La villa silenziosa che raccoglie
dalla riviera docile i suoi lumi
scopre fluenti d'inquiete foglie
viali argentei, siderali fiumi.

In dolorosa esilità mi chiami,
piccolo morto intirizzito d'aria :
la notte calma con pazienti rami
il sonno bianco della Solitaria.

Ma nello slancio rapido dei pini
culmina il cielo delle vette, azzurro,
ed incantati tremano ai vicini
boschi dell'aria gli alberi al sussurro

che ti lambisce in una vana pace.
Ora sei bianco e come inteso al vivo
della tua cieca trasparenza. Tace,
rannicchiato, l'erompere giulivo

d'una suprema volontà di spazio:
piccolo morto svincoli le forme
ora che s'è rinchiuso nel tuo strazio
in un silenzio intenso il mondo e dorme.

Esorbiti: cautela del tuo volto
l'aria trasale, illimpidita. Lento,
ripiegato su te, quasi in ascolto
del tuo silenzio, ti rassegni al vento.

Doloroso inesperto alla tua pena,
invaghito monotono di stento,
t'illumini di te: notte serena
spacca troni di roccia al firmamento.

Puro del cielo, e nell'odore stretto
al tuo respiro d'anima fiorita,
il mondo si rannicchia nel tuo petto
nel desiderio caldo della vita.

Così la strada addormentata sale
odorosa di tombe incontro all'aria
nuova del volto, al tuo dolore uguale
per ogni tempo che verrà. Non varia

luna al silenzio che stupì la bara.
Traforata da ruderi celesti
la notte stacca serenata e chiara
l'ora profonda : nel silenzio resti

come un'eco di foglie inquiete, rara.


    Alfonso Gatto da   Isola


Ninna nanna dei sogni





            La notte stacca serenata e chiara l'ora profonda...


sabato 10 dicembre 2016

JUNG E SABINA SPIELREIN




(...) Fu veramente amore quello che legò  Sabina Spielrein a Jung?
      E' comprensibile tutto l'episodio alla luce del transfert?
      Non liquet.
      Allora domandiamoci: questo tipo di amore a quale contro-
      resistenza dell'analista viene in aiuto? E' probabile che il corso
      dell'analisi tocchi un momento doloroso per il terapeuta e l'
      amore in questo caso potrebbe indicare il modo per superare
      una momentanea impossibilità di comunicare. Certo, ci vuole
      coraggio per affrontare una situazione del genere e Jung - con
      sicuro istinto - ma inconsapevole dei pericoli da fronteggiare,
      scelse ( o fu scelto da ) quella strada. Si lasciò andare
      completamente, e quell'infelicissima donna, ossessionata dal
      disgusto e dalle feci che la circondavano dappertutto, diventa
      una leggiadra immagine femminile che - in barca - sul lago di
      Zurigo, apre a Jung il mondo dei sentimenti, dell'amore
      travolgente e privo delle ipocrisie borghesi che impongono
      all'uomo a alla donna di vivere eternamente in un'umiliante
      menzogna. Sabina sembra essere una donna per la quale
      amare non significa fare dei calcoli, né chiedere promesse che
      nel momento in cui vengono fatte sono già state tradite; una
      donna dionisiaca inserita nel sentimento che tutto perdona e
      comprende e che può offrire a Jung una frustata violenta per la
      sua crescita spirituale .  (...)


        Aldo Carotenuto da  Diario di una Segreta Simmetria ( Sabina Spielrein tra Jung e Freud )
     

JUNG, L' AMORE E IL " METODO "


  (...) Il rapporto con Sabina Spielrein fu perturbante. Fu la 
         nascita di un dio che è come il profumo di Baudelaire: si 
         può goderne, ma non è mai completamente qui: è insieme
         corpo e negazione del corpo. Questo perché l'amore 
         esclude il possesso dell'altro, la sua afferrabilità. Di ciò 
         era cosciente Proust quando scriveva: " Capivo l'
         impossibilità contro la quale urta l'amore .Ci 
         immaginiamo che esso abbia per oggetto un essere che 
         può stare disteso davanti a noi, rinchiuso in un corpo.
         Ahimè! Il vero oggetto è l'estensione di quell'essere a tutti
         i punti dello spazio e del tempo che esso ha occupato e che
        occuperà. E noi non li possiamo toccare, tutti questi punti".     
        Jung scriveva nei Ricordi" Quale che sia l'interpretazione
       che i dotti danno della frase " Dio è amore", il tenore delle
       parole conferma che la divinità è una complexio
       oppositorum ..Mi sono ripetutamente trovato di fronte
       al mistero dell'amore, e non sono mai stato capace di spiegare
       che cosa esso sia. Qui si trovano il massimo e il minimo, il più
       remoto e il più vicino, il più alto e il più basso, e non si può
       mai parlare di uno senza considerare anche l'altro. Non c'è
       linguaggio adatto a questo paradosso. Qualunque cosa si
       possa dire, nessuna parola potrà mai esprimere tutto".
       Ma è anche vero che ogni paziente, all'inizio dell'analisi, si
       trova in una situazione di aridità emotiva o comunque di
       sofferenza che attiene all'area dei sentimenti. E' come se ci
       fosse un divieto, del genere di quelli che si fanno ai bambini.
       Esso esiste e si trasforma lentamente nell'impossibilità di
       prendere contatto con il mondo e con la vita. Più brevemente:
       è un divieto di vivere. La paziente si trova rinchiusa come per
       castigo nel suo stesso corpo, costretta con lui a muoversi nel
       mondo. Di qui paura ed estraneità, sfiducia in se stessi,
       inafferrabilità della realtà. E' una specie di estraneamento di
       cui si può anche essere inconsapevoli, perché in apparenza si
       desiderano rapporti con altri esseri umani: in realtà si
       cercano spazi per continuare il silenzio. Annientata fino in
       fondo, la paziente non è neanche consapevole che la necessità
       di sopravvivere la fa schierare dalla parte dell'oppressore.
       Mentre vive, sceglie di suicidarsi attraverso la vita. L' analista
     - in genere - è la prima persona che si prende cura di lei e che
       sicuramente è capace di perdonare. L'incontro ha il sapore
       della magia, un mistero pieno di aspettative, l'attesa di un dio
       buono di cui nutrirsi. E' quasi dar corpo a un sacro segreto
       che permette lentamente di ricominciare a vivere. E' come
       appropriarsi della forza dell'analista, del suo coraggio, per
       affrontare e accettare la verità su se stessi. Si cresce attraverso
       la pazienza dell'analista, la sua comprensione, il suo senso di
       giustizia, la sua saggezza vissuta come illuminata.
       La bellezza del sentimento che scaturisce è anche legata all'
       ostacolo intrinseco del rapporto analitico, perché esso sembra
       essere sacro e intoccabile. Ma il punto è proprio questo. La
       difficoltà, come nell'amore di Tristano e Isotta : " è solamente
       un pretesto necessario al procedere della passione, o non è
       invece legata alla passione in un modo molto più profondo?
       Non è, per chi scruti il mito in tutta la sua profondità, l'oggetto
       stesso della passione?". E' come se paziente e analista
       debbano, attraverso l'ostacolo, capire l'esistenza dell'altro.
      " Ormai l'amore non sarà più fuga e perpetuo rifiuto dell'altro.
        Esso incomincia oltre la morte, ma di nuovo si volge verso la
        vita. E questa conversione dell'amore fa comparire il
        prossimo.  (...)



            Aldo  Carotenuto  da   Diario da una Segreta Simmetria ( Sabina Spielrein tra Jung e Freud )
        

      

Dangerous Method ( Jung ) - David Cronenberg

 
 
 


A volte devi fare qualche cosa di imperdonabile per continuare a vivere...


venerdì 9 dicembre 2016

 
 
 



     

C' E' UN'ARMONIA NASCOSTA NELLE COSE...




C'è un'armonia nascosta nelle cose. Mai
come in questo giorno di confine
la sento quasi grido che deflagra
mentre lo sguardo insegue

lontananze di mare. L'armonia
che è nel vento e danza inesauribile
- tenera e inesauribile - sui nomi
che passarono e sugli altri passaggi. Sulle

immagini effimere degli specchi e gli schermi.
Sulla forma che muta. Sui mutevoli inganni
e sopra gli ingannevoli disegni dei nostri

disamori. Il vento la conduce in dispiegarsi
di impossibili voli mentre l'inverno arranca
col peso del suo sonno.


    Giusi Verbaro da    Luce da Hakepa

giovedì 8 dicembre 2016

LETTERA DI GABRIELE A BARBARA ( 3 )



18 Novembre 1892


Non è possibile che io non ti riveda e non ti parli ancora una volta,
una volta sola. Ho bisogno di dirti molte cose, di chiederti molte
cose. Ti aspetterò alle  15, 30 di oggi sulla piazza del Quirinale,
presso l'obelisco.
Consentimi, non ti pentirai di avermi ascoltato!


          Ariel



  Gabriele D' Annunzio  da   Lettere d'amore a Barbara Leoni

LETTERA DI GABRIELE A BARBARA ( 2 )




15 Novembre 1892


Ebbi ieri mattina la tua lettera.
Quella che io ti scrissi alcuni giorni fa era sincera. Né pure uno dei
particolari narrati è falso. C'è - di più - quel che ora tu sai e che
aggrava la mia angustia e la mia sofferenza. Se sai tutto, sai anche
per quale  ragione noi siamo qui. Se sai tutto, sai anche per qual
seguito di sciagure irresistibili io mi sia ridotto a questo punto.
Nessuno al mondo - intendo nessun uomo d'onore - avrebbe potuto
e potrebbe consigliarmi di sfuggire a una responsabilità che
comunemente si crede sacra. Incalzato dalla violenza degli avvenimenti, stretto in un intrico senza scampo, ho fatto il mio dovere. Lo farò fino all'ultimo. Comprendi bene: la mia anima ha
patito e patisce la violenza di fatti incommutabili. In mezzo a tanti
dolori ( e senza tregua ) ho pensato a te di continuo. E' vero e
sincero il sentimento che mi suggerì la parole da te trascritte in
questa tua lettera spensierata. Per settimane intere ho evitato di
scriverti. Ti ho pianta e rimpianta. Il castigo di cui tu parli è
cominciato già da gran tempo. So bene che non ritroverò mai
Barbarella. L'attitudine che tu prendi verso di me - con questa tua
lettera - mi impedisce di esprimere quel che ho dentro, mi impedisce di abbondare in giustificazioni. Qui, quando ebbi la tua lettera interrogativa, ebbi il bisogno invincibile di uno sfogo. Ti
parlai come a una sorella. Ti tacqui soltanto una circostanza che
rende più atroce il mio stato. Perché avrei dovuto confessarla?
Già tu sembravi consapevole di molte cose. Già tu parlavi di
perdono. Già - in una lettera recente - tu parlavi di indulgenza e
ti offrivi per sorella. Tutto questo mi faceva supporre che tu fossi
consapevole - almeno in parte - di quanto accadeva. Le tre lettere
che seguirono la mia mi parvero così riboccanti di bontà e di
tenerezza, ch'io non ebbi cuore di risponderti, straziato dal vano
rimorso e dal vano rimpianto. E cercavo affannosamente un mezzo
per uscire dalla terribile stretta. A pena avessi avuto la possibilità
materiale di muovermi, sarei venuto a Roma e avrei avuto il
coraggio di confessarti tutto. Avresti avuto da me una confessione
nobile e dolorosa, forse diversa alquanto  dalle informazioni
raccolte chi sa da quali bocche...
Ormai, tutto è inutile. Ho voluto scriverti per dirti che in quanto
ho scritto ultimamente non c'è neppur l'ombra di una menzogna,
e che perdono certe parole alla cecità della tua collera.
E' possibile che questa lettera mi venga dalla stessa donna che
alcuni giorni fa appariva così nobilmente pietosa ed eroica?
Godi, mia cara Anima, perché tu sei vendicata già. Io non sono
mai stato così intollerabilmente infelice. Addio.
Ti sarò gratissimo se vorrai rimandarmi tutte le mie lettere, invece
di bruciarle. Compi con pazienza questo atto estremo, e fa' che mi
giungano intatte. Le rileggerò spesso e ricorderò con inconsolabile
rimpianto, sempre, fino alla morte.
Un amore come il nostro può bastare a tutta una vita, anche estinto
Tu certamente sarai felice ancora. Tu stessa mi assicuri che sei
completamente guarita e che non hai rimpianti di nessuna specie.
Io ti credo. Così potessi non crederti! Un anno fa eravamo ad
Albano: la sera del 17 novembre bevemmo una bottiglia di
Champagne con grandi auguri. Fu quella forse l'ultima vera festa
del nostro amore e l'ultima vera ebrezza. Un anno fa! Poi  il
Destino mi travolse nella città abominevole.
Addio, non avrei dovuto scriverti che un rigo. Ti ringrazio di tutto,
intendi?, di tutto. Non dimenticherò nulla, mai. In qualunque
occasione - se vorrai - mi ritroverai . Sii cauta nella vita. Fa' che-
se mi giungerà qualche notizia di te - io riconosca sempre l' Eletta
che amai e che amo sopra tutte. Credi ( e te lo dice un uomo che
ha errato di continuo e, per questo, ha sofferto di continuo ) credi
che la via diritta, anche quando è dura, è la migliore. E tu già lo
sai, tu che conosci così bene l'ebrezza del sacrificio.
Tu sei giovane, amerai ancora; ma - se puoi - ama senza abbassarti! Io proseguo nella mia corsa cieca e vertiginosa verso
chi sa qual precipizio. Non mi volgerò indietro che per guardare-
con occhi velati di lacrime - il grande amore passato, il grande
amore perduto per sempre.
Addio Barbarella


                    Ariel


  Gabriele D ' Annunzio  da   Lettere d'amore a Barbara Leoni

LETTERA DI GABRIELE A BARBARA



21 Agosto 1887


A quest'ora tu avrai ricevuto la mia lettera di ieri, forse . Sono le
dieci. Come sai, l'interruzione è stata involontaria. Ora sto assai
meglio: questa mattina non ho febbre e la spalla mi dà un fastidio
sopportabile; domani o domani l'altro sarò guarito perfettamente.
La nostra partenza era fissata per la notte di lunedì, quando si leva
il vento di terra. Ma oggi piove. Speriamo bene.
Io sto qui a Castellamare, solo con Adolfo, mentre i miei stanno a
Pescara, dall'altra riva del fiume. Ho un alloggio da canottiere, tutto tappezzato di grandi stuoie giallastre, di bandiere multicolori
e di lanterne nautiche e di remi. Dormo sopra una branda, assai
stretta, dove il mio corpo sta come in una bara. Il solo lusso di questa casa umile sono i tappeti d' Oriente e i cuscini.
Quando non era ancora giunto il mio amico ed io ero solo, ho
pensato spesso che sarei stato molto felice se tu avessi animato la
solitudine, se tu fossi apparsa una notte sulla soglia, d'improvviso.
La piccola branda avrebbe accolto i nostri corpi avviluppati
ardentissimamente, e il mare avrebbe coperto con la sua grande
monotonia i gridi della nostra passione e i singhiozzi della nostra
voluttà. Come ti amerò, quando ti avrò ancora! Mi pare quasi che
al contatto della tua carne, della tua carne così dolce e così ricca
d'oro e così profumata di naturali aromi, io morirò di piacere.
Quando ripenso ai baci che io ti dava su tutto quanto il corpo, sul
seno piccolo ed eretto, sul ventre perfetto come quello di una
vergine statuaria, su la rosa che è calda e viva e soave come la tua
bocca, su la coscia che ha la mollezza del velluto e il sapore di un
frutto succulento, su le ginocchia che tu invano mi contendevi
ridendo e contorcendoti, e nella piegatura delle ginocchia che è
così delicata e fresca e infantile, e su la schiena tutta dorata e
sparsa d'acini d'oro e segnata d'un solco dove la mia lingua
correva rapida e umida nella carezza, e sui lombi e sui fianchi di
meravigliosa bellezza, e su la nuca e tra i capelli e su le lunghe
ciglia palpitanti e su la gola: quando ripenso a tutta quell'onda di
gioia che mi attraversava le vene soltanto nel guardarti ignuda, mi
sento rabbrividire ed ardere e tremare, e ti tendo le braccia con
un disperato impeto di desiderio e singhiozzo sotto l'oppressione
dell'angoscia d' amore.
Addio. Ti avviserò quando partirò. E se partirò.
S'io verrò, potrò averti, potrai tu essere tutta mia?. Credo che sarebbe un'orribile tortura vederti soltanto senza possederti.
Ti voglio.
Addio, amore. Pensami sempre


                Gabriel



   Gabriele D' Annunzio da   Lettere d'amore a Barbara Leoni




La mia felicità ( Anna Karenina ) - Joe Wrigth




                           
                                  Le immagini del piacere mi incalzano da tutte le parti..



GABRIELE D' ANNUNZIO ( Un amore )




(...) Gli amori di Gabriele D' Annunzio non si contano. Lungo e
       intenso e forse il più appassionato anche perché giovanile
       è quello che - tra il 1887 e il 1982 - lo legò a Barbara Leoni:
       uno slancio che congiunse il ventiquatrenne intellettuale d'
       assalto e la bella trasteverina e che bruciò contro lo sfondo
       splendido della Roma di fine secolo, di Francavilla e di
       Napoli. Cinque anni d'amore che agirono da stimolo per
       i suoi capolavori del periodo, liricamente trasfigurati.
       Ma è più che mai nelle lettere che la storia di Barbara e di
       Gabriele - da cui lui uscì colmo di gloria e lei provata da
       una passione che aveva minacciato di distruggerla - viene alla
       luce pienamente, con assoluta eleganza di scrittura intrecciata
       al più  intenso erotismo .  (...)


             " Da  lettere d'amore a Barbara Leoni "

martedì 6 dicembre 2016

COLTIVO SPINE









Ho sempre offerto le mie ali al vento
e vele al mare, senza timore
che brina e sole e sale
mi imbiancassero i capelli.
E ora che il bianco incenerisce,
ad ornar ferite ho una rosa rossa
e tra le onde dei capelli coltivo spine.



          frida


Il ricordo ( Film blu ) - Krysztof Kieslowski







                                    Ho sempre offerto vele al mare....

lunedì 5 dicembre 2016

IO NON SONO DI QUI




Io non sono di qui.
Io vengo dal nulla, dal silenzio,
dal pensiero preciso che tu hai di me.
A volte parcheggio la mia anima
in questo corpo fragile, solo
per godere della forza del tuo abbraccio,
solo il tempo per rubarti
un bacio con la lingua e gustare
le parole che dici, una ad una.
Altre volte invece vado via
- senza che tu sappia -
afferrandomi alla maniglia
del tram che mi porta nel centro
dell'universo e di me
che più non sono. E allora sono
dentro e fuori di te - e sono te
che mi guardi e non dici
ma sai e sorridi di Noi
e di questa vita - incubo o sogno- se vuoi
meraviglioso, dove siamo
registi
autori
attori
malati terminali
in fuga verso l'infinito.


     frida


     
        

La Grande Cascade






        Io vengo dal nulla, dal silenzio, dal pensiero preciso che tu hai di me...

domenica 4 dicembre 2016

DICONO DI LEI ( Ballata della Loba )




(...) Dicono che fosse una strega e che vivesse in uno spazio ai
      margini del cielo.
      Nessuno conosceva il suo nome.
      Dicono che di giorno prendesse le sembianze di una donna dai
      lunghi capelli d'ebano e si dipingesse gli occhi di nero,
      vestendo il suo corpo dalla pelle lacerata dal tempo.
      Dicono che camminasse per le strade senza smuovere l'aria
      e che la sua ombra sottile scomparisse nelle crepe dei muri
      assieme alle lucertole dalla coda mozzata.
      Dicono che fosse pazza perché viveva di sogni e che si
      rifugiasse nei sogni per non impazzire.
      Dicono di averla vista scavare a mani nude fra le macerie della
      sua vita, in cerca di una briciola di felicità mai conosciuta.
      Dicono che trattenesse nella sua bocca scarlatta il seme del
      peccato non suo e che attendesse l'ora in cui il sole
      precipita stanco all'orizzonte per tramutarsi in lupa, nutrendosi
      del suo stesso amore per non morire e che, per non smarrirsi
      nella notte, segnasse il sentiero con le sue lacrime.
      Dicono che al suo passaggio le cicale smettessero di cantare
      e i versi di poesia si piegassero alla sua lingua come i giunchi
      al vento di tempesta.
      Dicono di averla vista ballare tra le fronde di un acero - antico
      come il suo dolore - e che parlasse con le stelle reiette e con
      le nuvole pregne d'agonia.
      Dicono che non sia mai esistita, ma io che l'ho amata, posso
      dire che era vera .  (...)
     

                              frida



LA LOBA , LA QUE SABE' ( 2 )




(...) Ci sono vari nomi per questo luogo tra i mondi. Jung
       variamente lo chiamava l'inconscio collettivo, la psiche
       oggettiva, l'inconscio psicoide ( con riferimento ad uno strato
       più ineffabile di quello precedente). Considerava l'inconscio
      " psicoide" un luogo in cui il mondo biologico e quello
       psicologico spartiscono i corsi superiori delle acque, dove
       biologia e psicologia potrebbero mescolarsi e influenzarsi
       reciprocamente. Nella memoria umana, questo luogo che si
       chiama Nod - la dimora degli Esseri di Bruma - o la
       spaccatura fra i mondi, è il luogo della visitazione, dei
       miracoli, delle fantasie, delle ispirazioni e delle guarigioni.
       Si dovrebbe tornare da questo luogo completamente purificati
       e immersi in un'acqua vivificante e informante, qualcosa che
       imprime sulla nostra carne il profumo del sacro.
       Ogni donna ha potenzialmente accesso  al Rio Abajo Rio,
       il fiume che scorre sotto il fiume. Vi arriva con la meditazione
       profonda, la danza, la scrittura, la pittura, la preghiera, il
       canto, il suono del tamburo, l'immaginazione attiva o
       qualsiasi attività richieda un'intensa consapevolezza alterata.
       La donna arriva a questo mondo - tra i mondi con desiderio
       struggente e cercando qualcosa che può vedere appena con la
       coda dell'occhio. Vi arriva con atti profondamente creativi,
       con la solitudine intenzionale, con la pratica delle arti. Ma
       anche con queste pratiche elaborate, molto di quanto accade
       in questo mondo ineffabile resta per sempre misterioso, perché
       spezza le leggi fisiche e razionali quali noi le conosciamo.(...)


          Clarissa Pinkola Estés   da  Donne che corrono coi lupi
      
      

LA LOBA, LA QUE SABE'



(...) Tutti noi cominciamo come un mucchietto di ossa abbandonate
       da qualche parte, uno scheletro smantellato sotto la sabbia:
       sta a noi recuperarne le parti. E' un processo impegnativo:
       meglio affrontarlo quando le ombre sono diritte, perché molto
       bisogna guardare. La Lupa indica che cosa dobbiamo cercare:
       la forza vitale, indistruttibile, le ossa. Questo Cuento
       Milagro  ci mostra che cosa può andare bene per l'anima.
       E' una storia di resurrezione sul collegamento sotterraneo con
       la  Donna Selvaggia: promette che, se canteremo la
       canzone, potremo richiamare i resti psichici dell'anima.
       Nel racconto, la Lupa canta  sulle ossa che ha riunito. Cantare
       significa usare la voce dell'anima, significa dire nel respiro la
       verità del proprio potere e del proprio bisogno, soffiare l'
       anima nella cosa che soffre o ha bisogno di reintegrarsi. E
       non possiamo commettere l'errore di cercare di scoprire
       questo grande sentimento di amore da un amante, perché
       questa fatica delle donne di trovare e cantare l'inno della
       creazione è un lavoro solitario, un lavoro che si svolge nel
       deserto della psiche.
       Consideriamo la Lupa : il simbolo della vecchia è una delle
       personificazioni archetipe più diffuse nel mondo. Nel Sud- Est
       è anche nota come la Que Sabé, Colei che sa. Di lei sentii
       parlare per la prima volta nelle montagne del Sangre de Cristo
      nel Nuovo Messico : una vecchia strega dei Ranchos mi disse
      che la Que Sabé sapeva tutto sulle donne perché le aveva
      create da una piega del suo piede divino. Ecco perché le donne
      sono creature che sanno: sono fatte della pelle della pianta
      del piede, che sente tutto.
      La Loba,  la vecchia, Colei che sa, è dentro di noi. Fiorisce nel
      più profondo della psiche - anima delle donne, l'antica e vitale
      Donna Selvaggia. La storia ne descrive la casa come quel posto
      nel tempo in cui lo spirito delle donne e lo spirito della lupa si
      incontrano. il posto in cui la sua mente e i suoi istinti si
      mescolano, dove la vita profonda della donna fonda la sua
      vita mondana. E' il punto in cui l'Io e il Tu si baciano, il luogo
      in cui le donne corrono coi lupi. (...)


          Clarissa Pinkola Estés   da  Donne che corrono coi lupi
      

La Lupa ( dalla novella di Verga ) - Gabriele Lavia





                                    Ve l'ho detto: è voi che voglio      






sabato 3 dicembre 2016

BORDERLINE




Come potrei io non capire, non riconoscere
il cancello di nebbia che ti conduce
all'altra dimensione...
Come potrei io,
io che ho abitato sulla soglia
come una zingara insolente
mendicando realtà...


          frida

Persona - Ingmar Bergman






Tu insegui un sogno disperato: tu vuoi essere, non sembrare di essere...

LA POESIA DEL BAMBINO PERDUTO

 
 


                 Frida Kahlo " La calma volando" Henry Ford Hospital




Quando lasciai cadere giù il tuo quasi corpo
giù a incontrare l'acqua sotto la città
e a scorrere insieme ai liquami verso il mare
che ne sapevo del riflusso di acque impetuose
che ne sapevo dell'affogare
o dell'essere affogati

se mai sarò di meno di una montagna
per le tue sorelle o i fratelli compiuti
che i fiumi si riversino sulla mia testa
che il mare mi prenda per svuotatoio
dei mari. Che gli uomini neri mi ritengano un'estranea
sempre. Per l'amor tuo che mai ebbe nome.


         Lucille Clifton  da   Poems and a memoir



HEMINGWAY





                                      Eugene Richards " Il soldato ferito"              




                              
                                     "  La vita ci spezza tutti.
                 Solo alcuni diventano più forti
                 nei punti in cui sono stati spezzati".
   


                 Hernest  Hemingway  da   Addio alle armi

SE



Se tu, di un'ora incerta fossi ombra
che si stende accanto,
vedrei la grazia della morbida luce
chiudere come orlo le mie palpebre.
Se - uscendo dalla notte - tu fossi aria
che fruscia il risveglio sulle finestre nude,
saresti raggio che toglie fiato al vento.
Se nell'assenza   - che d'estremi è la misura -
io amo, è perché di pause sei la stillata essenza
di un cielo sottopelle.



         frida


L'ora del lupo - Ingmar Bergman





 

 Supponiamo che lo avessi amato meno: avrei saputo difenderlo meglio?

                                                       

venerdì 2 dicembre 2016

LEGGIADRA STELLA



Shanchin, , Isola di Wight 3 luglio 1819


Mia diletta Signora,

sono contento di non essere riuscito a spedire una lettera che
avevo scritto per te martedì sera - era troppo somigliante a una
della  Héloise di Rousseau. Questa mattina sono più  ragionevole.
Il mattino è per me la sola ora adatta per scrivere alla bellissima
Ragazza che amo tanto; poiché la sera, quando il solitario giorno
è giunto a conclusione, e la solitaria, silenziosa camera, priva di
armonie, aspetta di accogliermi come in un sepolcro, allora, credimi, la passione mi possiede interamente, allora non vorrei che tu vedessi quegli impeti ai quali un tempo credevo non mi sarei mai
abbandonato e dei quali in altri tempi ho spesso riso, per timore che tu mi giudicassi o troppo infelice o forse un po' folle. Mi trovo
di fronte alla finestra di un bellissimo cottage, che guarda su una
magnifica campagna collinosa e da cui si intravede il mare - la
mattinata è molto bella -. Non so quanto sarebbe agile il mio
spirito, quale piacere proverei nel vivere qui, respirare, vagare
libero come un cervo per questa magnifica costa, se non mi pesasse
tanto il tuo ricordo. Non ho mai conosciuto la pura felicità per
molti giorni di seguito : la morte o la malattia di altri hanno sempre afflitto le mie ore - e ora che non sono oppresso da mille
pene, è duro ammettere che un altro dolore mi perseguita. Chiedi
a te stessa - amore mio - se non sei crudele per avermi irretito così,
per aver distrutto così la mia libertà. Confessalo nella lettera che
devi scrivermi immediatamente e di' tutto ciò che puoi per consolarmi - falla ricca come un filtro di papaveri per inebriarmi -
scrivi le parole più tenere e baciale, che io possa almeno posare le
mie labbra dove furono le tue. Quanto a me, io non so come esprimere la mia adorazione per tanta bellezza: voglio una parola
più luminosa di luminosa, più bella di bella. Vorrei che fossimo
farfalle e vivessimo tre soli giorni d'estate - tre giorni così, con te,
sarebbero più colmi di delizie di quante ne potrebbero contenere
cinquant'anni di vita ordinaria. Ma per quanto io possa sentirmi
egoista, sono sicuro che mai potrò agire come tale: come ti dissi
un giorno o due prima di lasciare Hampstead, non tornerò mai
più a Londra, se il fato non mi assegna un asso o almeno una
figura. Benché io concentri la mia felicità in te, non posso sperare
di occupare interamente il tuo cuore - in verità, se pensassi che
provi per me tutto quello che io provo per te in questo momento,
non credo che potrei trattenermi dal correre da te domani per la gioia di un solo abbraccio. Ma no - io devo vivere di speranza e
caso. Se si verificasse il peggio, ti amerò ancora - ma quale odio
avrò per altri! Alcuni versi letti l'altro giorno mi risuonano di
continuo nelle orecchie:

                Vedere quegli occhi a me cari più dei miei
                lanciare favori ad altri
                e quelle dolci labbra ( prodighe di nettare immortale)
                teneramente premute su labbra altrui -
                pensa, pensa Francesca, che maledizione
                oltre ogni dire!

Scrivi immediatamente. So che prima di sera maledirò me stesso
per averti spedito una lettera così fredda: però è meglio che lo faccia finchè sono padrone dei miei sensi.

Sii buona quanto te lo permette la lontananza, col tuo


                     J. Keats


        John  Keats   da  Leggiadra stella ( lettere a Fanny Brawne)
    

Franz Schubert





                                                Inno a " leggiadre stelle"