Siamo così indaffarati a morire...
C'è un paradosso al cuore di questa nuova silloge di Elena Mearini : un libro che porta nel titolo il grado estremo del freddo, della rarefazione, del congelamento delle cose, e che brucia - invece - di temperatura emotiva altissima, quasi insostenibile. Non è una contraddizione. E' la legge interna di questa poesia, che costruisce il proprio spazio nella tensione permanente, tra sottrazione e piena, tra silenzio e necessità di dire, tra il gelo della perdita e il calore ostinato della memoria, che si rifiuta di abdicare.
Dove sono le tue vene
il sangue sul dorso
che sapevi
si sarebbe fermato
dove sono le pietre
di parole e quella voce
che usciva dal taglio dell' onda
e che ora viaggia sui tram.
***
Cadevi dal tempo
uguale al cielo
sedevi in poltrona
assente al tuo nome.
***
La tua mano si consolava
forse nel girare il colore
nel secchio di vernice
volevi fare il più bianco
quello che nessuno vede
volevi fare l' assenza
e poi darla alle pareti
perché si dice che i muri
reggano bene
il vento delle scomparse.
***
Siamo così
indaffarati a morire
che nessuno ci pensa mai
a questa fine che viene
sotto altro nome
si preferisce fare
il gioco dei grandi
il paradiso coi fucili
così cresciamo
con l' occhio contrario.
***
Mentre ti infili i guanti
con la scusa del freddo
mi dici che sotto lo zero
il vuoto si congela.
***
Hai perso le mani
tra la chimica e gli stracci
pulivi l' angolo eterno
l' estrema unzione della sera
io cercavo nel tuo palmo
qualcosa che non fosse
il buco nero del cosmo.
***
La città ci guarda
e forse riconosce
le ombre sedute
ma nessuna fa sosta
perché qui conta l' andare
più feroci degli altri.
***
E' ora che i ricordi
escano di casa
dobbiamo fare
spazio
fare posto
a quelle stelle
così stanche
di non morire mai.
Elena Mearini da Sottozero
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