venerdì 3 aprile 2026

LA POESIA DA BERE DI EMILIO

 


                                                                   Emilio Prados,  Il poeta amato da Maria Zambrano


Di Emio Prados Such, Maria  Zambrano coglie l' aspetto essenziale e remoto  :

"  A volte si ritirava da solo in un angolo di campagna, come un poeta mistico dell' Islam, come un " Sufi " , e forse proprio questo era veramente Emilio ".



                                                                                          ***


A dire - forse - di una poesia che ha perseguito l' invisibile e la luce - che ha assegnato alla luce una natura lignea, da toccare, con le spine che ti bucano la mano. Poesia dell' oltreterra ma terrena, con angeli issati dal fango a una sapienza angolare, che prevede la mungitura, il vello  e i capezzoli a pieno latte.

Dice di lui Maria Zambrano . "   Che il poeta - la cui " vocazione " era stata quella di abbandonarsi totalmente nella vita e nell' essere - si era rivelato compiutamente al cospetto della morte ".

Emilio Prados scrisse i suoi primi versi in Svizzera nel 1921, nel sanatorio di Davos Platz, dove era ricoverato per una tubercolosi polmonare. La malattia lo svuotò di sé, consegnandolo alla poesia delle cose ultime e - dunque , per sempre prime, per sempre qui - e-  ora. Di qui, una poesia al contempo concreta e trasfigurata, come di figure perfezionate nel riflesso, rovesciate sul lago - superficie irta, dove la verità trova giustificazione nel suo doppio. Poesia - dunque - che va bevuta.





Quanto vicini ! Dal tuo occhio al mio

non il canto di un' anima !

Annodati sopra il vento,

come uccelli ad uno stesso

filo, sospesi ambedue

al cielo. Quanto vicini

i nostri profili in mezzo

al giorno! Che alti ! Puri

volano , in alto, slegati,

liberi dal mondo i volti

persi nella luce - aperti

come fiori senza stelo -,

viventi, ma senza corpo

che li possa incatenare

alla terra, là nel fondo !



                                         ***


NUOVO AMORE


Questo corpo che Dio mi pone tra le braccia

per insegnarmi a varcare l' oblio,

ignoro di chi sia.


Finché non lo ha conosciuto

un angelo nero, ombra colosso

prossima ai miei occhi : vi è entrato

come un fiume silenzioso e tenace.


La sua corrente tutto ha distrutto :

gli intimi luoghi, i più nascosti

ha visitato e contorto : è cresciuto

violento e dolce, ha flagellato e fatto scempio

dell' altro mondo, ai margini del bacio :

unico fiore che ancora vive nello spazio

e muta l' assenza in più fecondo ardore.

Nella carne ha aperto le sue vaste ali,

ha infilato le piume nel mio petto.

Tutto un fremito, annuncio di altri dubbi...


Non so a quale vita possa farmi accedere

l' ingresso di questo angelo.

Sono solo un tempio

rovinato da quando da me è giunto :

lume vacuo,

porta chiusa presso l' eterno.


Chi fui non so : lo saprò

quando questo corpo mi abbandonerà

e rinascerò da labbra

distaccate dal calore che le ha create...


Ma oggi - finalmente - ho frenato il giorno,

ho spezzato il cuore del tempo ,

anche se dentro me - come un pugnale -

sento l' angelo che cresce, che mi tormenta.



                                                    ***


Ho chiuso la mia porta al mondo,

ho perso la carne per il sogno...

Sono rimasto magico, invisibile,

nudo come un cieco.


In piena, fino al bordo degli occhi,

mi sono illuminato da dentro.


Tremulo, trasparente,

sono rimasto nel vento

proprio come un bicchiere

d' acqua, come

un angelo di vetro

in uno specchio.




                           Emilio  Prados    da    Llanto en la sangre



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