martedì 10 luglio 2018

VERSI A DINA

 
 


                                     A noi che non abbiamo altra felicità che di parole…





LA BAMBINA CHE VA SOTTO GLI ALBERI

La bambina che va sotto gli alberi
non ha che il peso della sua treccia,
un fil di canto in gola.
Canta sola
e salta per la strada: ché non sa
che mai bene più grande non avrà
di quel po' d'oro vivo sulle spalle,
di quella gioia in gola. A noi che non abbiamo
altra felicità che di parole,
e non l'acceso fiocco e non la molta
speranza che fa grosso a quella il cuore,
se non è troppo chiedere, sia tolta
prima la vita di quel solo bene.


                                                                             ***


ERA COLOR DEL MARE E DELL'ESTATE

Era color del mare e dell'estate
la strada tra le case e i muri d'orto
dove la prima volta ti cercai.
All'incredulo sguardo ti staccasti
un po' incerta dall'altra marciapiede.
Nemmeno mi guardasti. Mi stringesti
- con la forza di chi s'attacca - il polso.
A fianco procedemmo un tratto zitti.

Una macchina adesso mi portava
- procella appena dominata - verso
il luogo di quel primo appuntamento.

Già la svolta il mio cuore riconosce
e, raffica, la macchina la imbocca,
ed ecco tu ti stacchi
un po' incerta dall'altro marciapiede.
( Non era che un crudele immaginare:
paralitico tenta con quest'ansia
la parte, se il male la guadagni ).

Il tempo di pensarti: ma nell'attimo
che dolcissima spina mi trafisse!
Acuta come questa non mi desti
altra gioia, non mi potevi dare.
T' amavo. Amavo. Anche per me nel mondo
c'era qualcuno.

O strada tra le case - benedetta -
dove la prima volta nella vita
pietà d'altri che me mi strinse il cuore.



                                                                       ***


LA TRAMA DELLE LUCCIOLE

La trama delle lucciole - ricordi -
sul mare di Nervi, mia dolcezza prima?
( trasognato paese dove fui
ieri e che già non riconosce il cuore )

Forse. Ma il gesto che ti incise dentro,
io non ricordo; e stillano in me dolce
parole che non sai d'aver dette.

Estrema delusione degli amanti!
Invano mescolarono le vite
s'anche il bene superstite, i ricordi,
son mani che non giungono a toccarsi.

Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po' stupito e solo,
per un mondo vuoto di significato.
Miele segreto di che s'alimenta;
fin che sino il ricordo ne consuma
e tutto è come se non fosse stato.

Oh come poca cosa quel che fu
a quello che non fu divide!
Meno
della scia della nave acqua da acqua.

Saranno state
le lucciole di Nervi, le cicale
e la casa sul muro di Loano,
e tutta la mia poca gioia - e tu -
fin che mi strazi questo ricordare.



               Camillo  Sbarbaro    da      Versi a Dina





giovedì 5 luglio 2018

DI NOTTE IL PELLEGRINO...






                                                                    ( A - rivederci )


                                     frida


POLVERE DA MASTICARE

 
 

                                                          Il poeta scrive sulla linea dell'acqua…



POLVERE DA MASTICARE

Baciale le gambe della poesia
anche se dice di no perché qui possono vederci.
Bacia le sue parole fruga la sua lingua finchè
apra le braccia e dica: santo dio!
O fin quando santodio apra le scandalose braccia
bacia la poesia della lupa
anche se dice di no perché c'è troppa gente e qui
possono vederci. Bacia le sue gambe le sue parole
fin quando non dirà di più fin quando chieda di più
fin quando canti.


                                 ***


ALEJANDRA PIZARNIK APRE  IL BLOCCO DEGLI APPUNTI

Un uomo che tira fuori la testa dall'acqua
                              è un pesce che soffoca.
Un pesce che mette la testa nell'acqua
                              è un uomo che affoga.

Il poeta scrive sulla linea dell'acqua
                              e soffoca
                              e affoga.

                     
                                 ***


CUCCHIAIO

Nasce dal verbo dare,
come se il cuore avesse un manico.
E' fatto di ciò che non ha, mai nulla conserva per sé.
Potrebbe misurare il mondo, cullarlo, trasportare
il suo mistero, i suoi campanili d'acqua da una sponda all'altra.

Più umano di un cane.
Più alla mano di Dio.


                  
                                ***



 VANTAGGI DELL' INSONNIA

Ogni notte accatasto notti.
Muraglie di ombra dove prega la mia ombra, ingoia un boccone
                                                          un fracasso di foglie secche.
E' a cottimo e controvoglia.
Ho avuto altri lavori. Quella è tutta un'altra storia.
Adesso sacrificio e testa bassa.
Castigo delle mani, condanna. Ammasso notti, una sull'altra,
                                                            sono di fango, massicce.
Adesso sacrificio e paga scarsa.
Rinsecchita è la notte, odiosa, di madri morte.
Ho avuto altri impieghi. Ma questo lo trovi in un altro corpo.
Adesso sacrificio e bocca chiusa.
Sono quello che accantona notti tutta la santa notte.
Colui che trasporta rottami da una lettera all'altra.


                Jorge Boccanera   da     Bestie in un hotel di passaggio  

FINO A QUANDO ESISTO

 
 

                                       Nel dentro delle vertebre c'è quanto abbiamo perso…


E dall'oscuro della mia stanza
spingo con forza il corpo
seduta al tavolo - sola - attendo
che tutto riscaldi la gola,
il cibo che comanda

scosto la tenda sulla strada
le auto al posteggio
nuvole senza paura
il pomeriggio che riposa

vorrei uscire

e dirti che dentro
nel dentro delle vertebre
c'è quanto abbiamo perso
- io e te -
in più notti
togliendo il pane alle labbra.

E niente poi ebbi. Niente.


                      ***


Il problema è che non stai
nel cavo del mio braccio,
ti allunghi tra parole reticenti
sottese di un chiarore che
chiamerei indecente.
Mi stai lontano- troppo -
e del rigo delle tue ciglia
rimane come un graffio
che senza sangue apre
a quel che è come un ricordo.

Sei stato - sotto la tua giacca -
paziente ad ogni carezza
perché io ero altro
e già più non vivevo

avevo sopra il letto golfini
e magliette, guardavo lo specchio
credendo ad un miracolo.

Un giorno mi trovavo sola
col pallido della pelle nascosto.

Sparivi nei mesi
e non mi restava che aspettare.
O fingere.


                          ***


Fossi io stata lontana
dietro i lunghi corridoi
in fondo alle stanze
riparata dai tanti vestiti
avrei morso le labbra
sporcato sorrisi
aperto le porte che tu chiudi
in ogni ora della mia giornata
avrei dormito sopra grandi cuscini

ma si fa giorno a stento
qui, in questa casa che rischiara.

Qui - dove tu sai- io ancora vivo.


Letizia  Dimartino   da   Fino a quando esisto ( dal Quadernario di poesia contemporanea )



VIENI, VIENI IN QUESTO SENO...

 

                                         Ritorna da me che hai sbagliato prospettiva…



Incomprensibile a molti-
la mia malattia è averti perduto
e ritrovato.


                                    ***


Se tu mi facessi del male
ti perdonerei.

Dal mio silenzio
nascono fiori amaranto,
uomo multiforme
cui ho dato voce.


                             ***

Mi piace quando sorridi
per una domanda banale
per il mio tono di voce
per il poco che dico.

Altri non voglio
che te - così mi siedo
e se non ci sei
mangio in silenzio.


                          ***

Ritorna da me
che hai sbagliato prospettiva,
le mie mani hanno fame
e il mio cuore ha freddo.

Non è l'inverno a rendermi sola.
Se anche non mi hai creduta
il mio sonno appartiene

al nostro inquieto cercarci
e al nostro vigliacco fuggirci -
alla verità del nostro viaggio.



                        ***

Le nuvole ad est
hanno un tramonto che chiede perdono
il tuo sorriso oltre
questo tempo che passa
e ci vede rincorrerci.

Se siedo tranquilla
di fianco al pensiero del tuo bacio
rabbrividisco.

Per ritornare
dove ti ho perso.


                                ***

Del tempo che passa
che ci porta altrove
per poi permetterci
di ritornare a casa.
All'alba a cui ci hanno tolti
per ritrovarci in carne ed ossa
e sangue.

E' l'unica soluzione
che ho trovato
per amarti senza pericolo.
Un vicolo cieco aperto verso il cielo
permette di volare.


                
Stefania  Buiat     da   Come alla neve il viola ( Raccolta inedita )


mercoledì 4 luglio 2018

COSì SONO LE POESIE CHE SCRIVO 1

 
 
                                       
                                                            Io come paesaggio invernale...        



SCRITTURA FEMMINILE

Non voglio essere ubbidiente e docile,
amabile come una gatta. Fedele come un cane.
Con la pancia fino ai denti, con le mani nell'impasto,
con la faccia di farina, con il cuore- carbone,
e con la sua mano sul mio didietro.

Non voglio essere la bandierina di benvenuto
sulla sua soglia di casa,
né il serpente custode  della casa sotto quella soglia.
Né il serpente, né Eva della Genesi.

Non voglio aggirarmi tra la porta e la finestra
per origliare e distinguere
i passi dei rumori notturni.
Non voglio seguire il movimento plumbeo delle lancette,
né il movimento delle stelle -
affinché lui - ubriaco - s'impantani in me come un elefante.

Non voglio essere ricamata ad ago
nell'immagine di famiglia:
accanto al caminetto con gomitoli di bambini.
In giardino con bimbi come cagnolini.

Oppure io come albero che adombra.
Poi, io come paesaggio invernale:
statuina sotto la neve
in abito da sposa  con le pieghe e i volants.
Volerò in cielo.
Alleluja! Alleluja!
Non voglio lo sposo novello.
Voglio i capelli bianchi, voglio la gobba e la cesta
per poi andare nel bosco
a raccogliere fragole e raccattare rametti secchi.

Che resti tutto alle mie spalle,
anche il sorriso di quel giovane
allora così caro e insostituibile per me.




NON VALE NIENTE

Guardala: non vale niente.
Ha gli occhi come grani di pepe,
i denti come quelli di uno scoiattolo,
la bocca una calza rovesciata.
Parla senza mai fermarsi,
brontola come un orso,
gracida come una rana.

A differenza di me.

Guardala: non vale niente.
Le sue gambe sono come colonne doriche,
ha le braccia di un pugile,
cammina come una botte ambulante,
rotola come un barile,
non la puoi cingere,
è grossa come un tronco.

A differenza di me.

Guardala: non vale niente.
Si veste come la moglie di un pope,
con le gonne spazza per terra,
sopra hanno un chilo di fango,
sotto…
Di sicuro non è per niente meglio.

A differenza di me.

Guardala,
se ne sta come un lottatore
che ha appena vinto
in una gara importante.

A differenza di me.


         Ladmila  Lazié  da   Così sono le poesie che scrivo

COSI' SONO LE POESIE CHE SCRIVO

 



VIENI E SDRAIATI ACCANTO A ME

Macchè politica, macchè Borsa!
Vieni e sdraiati accanto a me.

Germoglierò come le patate in cantina,
mentre cessano le guerre, le rivoluzioni, gli scioperi,
mentre salgono le azioni, mentre si alzano le percentuali,
mentre sul ramo verdeggiano le banconote.

Su- giù centesimo o grosso,
profitto o bancarotta -
sono tutte sciocchezze:
se non ti sdrai accanto a me
sarò come un verso spremuto.

La verità e la giustizia, gli obiettivi più alti,
Il Giudizio Universale e la Nuova Roma
sono stati concepiti solo per separarci.
Dai, vieni e sdraiati accanto a me,
affinché io non finisca vicino allo stivale di qualcuno
o addirittura sotto.

Ti do il mio corpo come ricevuta,
l'anima a credito:
della tua esistenza
mi serve solo il tuo muscolo - intimo.

Nelle ristrettezze e svalutazione generale
sii il mio dolcetto.

Dai, vieni e sdraiati accanto a me,
stringiti al mio cuore.
Fuori, come la carne dalle ossa, cadono le foglie.


                                            ***


AMARE

Amo i tuoi capelli bianchi
e ogni tua ruga.
I tuoi reumatismi e il tuo tossicchiare,
il tremolio delle tue mani
mentre sfogliano le pagine
dei giornali e dei libri,
o mi sfiorano i capelli.
Le amo mentre portano alle labbra
una tazza di tè
e quando riposano in grembo
o accarezzano il cane ai tuoi piedi.
Anche i tuoi piedi amo
nelle pantofole di casa
raccolti l'uno vicino all'altro,
mentre lentamente si trascinano; li amo
sul tappeto o sulle foglie,
come da anni si trascinano dentro di me.
E la tua voce tremante amo
mentre mi si rivolge ricordando,
o mentre richiama la mia attenzione
su qualche verso.
E i tuoi occhi velati amo
mentre si socchiudono e mentre mi guardano,
e i tuoi occhiali a metà naso.
Anche la tua dentiera nel bicchiere
amo,
già ora,
molti anni in anticipo.



       Radmila  Lazié    da   Così sono le poesie che scrivo



PERDONAMI

 
 

                                   
                                La rotta delle cicogne palpita il palpito del mio sangue…



TI MANCAVO

Chissà perché sono passati tanti giorni.
Ti mancavo
tutto quel tempo. Tenevo la bocca chiusa.
Ora posso parlare, col senno di poi.

Dirò alcune cose tenute dentro di me.
Tra divieti domande risposte uno sguardo
alla mano dove accanto ad altri segni
era scritto anche un addio.

Un distaccarsi dal tempo dal quale
non possiamo sentirci liberi.
Sei sempre tu? - Certo.
Dov'eri andato? - A cogliere l'attimo.

Sei riuscito a catturarlo a fermarlo a farlo
sostare? Per quanto tempo? Anche per me?
- Oggi hai
gli occhi verdi.
- Già. E al forno anche un piatto per te.


                                                                     ***



CHE POTERE HANNO LE TUE LABBRA

Che potere hanno le tue labbra che mi
manca  dove fare un passo di lato?

- La mia bocca, già, sa di un selvatico
incantato albero di pera.

- Non era finito nell'inverno freddo
quando morì l'animale e l'uccello?

- No no, con il mio stesso fiato
lo proteggevo
come adesso te.

- Che cos'hai da darmi che ti stringi così
forte a me come contro la notte nera?

- Il tempo che passa passa,
scandito dal mio cuore.


                                                            ***


VENTOSA

Vengo così vicino alla tua bocca ventosa.
Te lo senti lo senti sì che lo senti -
il volo triste delle cicogne.

La tua giacca a vento emana odore
di funghi. E un sapore asprigno nella tua bocca.
Ma riguardati!
E tienimi, tienimi stretta.

Sebbene le tue braccia
rimangano chiuse
intorno a me, la rotta delle cicogne
- la senti - palpita il palpito del mio sangue.



                                                              ***


PERDONAMI

Perdonami. Non posso portarti
con me. Là c'è un vento brutto.
Spargerà della sabbia bollente
dentro i tuoi occhi.
Terrà la sete feroce
sulla tua bocca.
Là senza tregua
regna il mezzodì. Niente nuvole.
Niente ombre. Niente pioggia,
niente ombrelli, niente rose
che sempre
mi regalavi. Mi
avevi visto
nell'aldiquà
nel mese di maggio frondoso.
Perdonami. Ricorderai di mantenere intatti
quegli asprigni sapori nella mia bocca.
Hai vestiti caldi
per questa vita.
Un maglione soffice
Ero io a lavorarlo a maglia.
Perdonami, non posso portarti via
di qua, dove un tempo stavo, sentivo, svanivo.



Mari Vallisoo  da  Quadernario ( Almanacco di poesia contemporanea )




martedì 3 luglio 2018

PROVE D'AMORE

 
 
 
" Le donne e gli uomini che hanno bisogno di una " prova" d'amore per confermare la validità di una relazione, sono la " prova certa" che - di amore - non ne hanno mai ricevuto e che probabilmente lo stanno cercando nella direzione sbagliata "  ( frida )



QUESITI, QUERELLE E QUALCUNO DA AMARE

(…)  Appunti per la mia tesi: Catullo dedicò tutta la sua opera a
        Lesbia. Antinoo si buttò in uno stagno quando si convinse di
        non essere più abbastanza bello per Adriano. Marco Antonio
        perse un impero per Cleopatra. Lancillotto tradì il suo
        mentore e miglio amico per amore della regina Ginevra e in
        preda alla passione e al rimorso intraprese il suo
        pellegrinaggio in cerca del Santo Graal. Robin Hood rapì
        Lady Marian. Beatrice liberò Dante dal Purgatorio; Petrarca
        dedicò tutta la sua opera a Laura. Abelardo ed Eloisa si
        scrissero per tutta la vita. Diego Marcilla, a Teruel, cadde
        morto ai piedi di Isabel di Segura quando venne a sapere che
        questa aveva sposato il pretendente scelto dal padre. Giulietta
        si pugnalò quando vide Romeo morto e Melibea si gettò dalla
        finestra quando morì Calisto.Ofelia si buttò nel fiume convinta
        che Amleto non l'amasse. Polifemo cantò Galantea fino alla
        fine dei suoi giorni, vagando in lacrime tra prati e fiumi.
        Botticelli impazzì per Simonetta Vespucci dopo averne
        immortalato la bellezza nella maggior parte dei suoi quadri.
        Giovanna di Castiglia vegliò Filippo il Bello per mesi, giorno
        e notte -inconsolabile - e quindi andò a chiudersi in un
        convento.Don Chisciotte dedicò tutte le sue imprese a
        Dulcinea; Donna Inés  si suicidò per don Giovanni e tornò in
        seguito dal paradiso per intercedere per la sua anima.
        Garcilaso scrisse decine di poesie per Isabel de Freire e non
        la toccò  mai con un dito; san Francresco Borgia lasciò la
        corte alla morte dell'imperatrice Isabella e non toccò più
        nessun'altra donna. Elisabetta d' Inghilterra respinse principi
        e re per amore di Sir Francis Drake e Sandokan lottò per
        Marian, la perla di Labuan. Werther si sparò alla tempia
        quando gli annunciarono le nozze di Carlotta e Holderlin si
        ritirò in una torre alla morte di Diotima, che non aveva mai
        neppure toccato, e non ne uscì più. Rimbaud, che aveva scritto
        capolavori a sedici anni, non scrisse più una riga quando
        terminò la sua relazione con Verlaine: diventò mercante di
        schiavi e si suicidò letteralmente. Verlaine cercò di uccidere
        Rimbaud e subito dopo si convertì al cattolicesimo e scrisse
        Le Confessioni , ma non fu mai più lo stesso. Julian Sorel
        sopportò di non guardare più negli occhi per due mesi
        Matilde de la Mole pur di riconquistare il suo affetto, mentre
        Anna Karenina abbandonò il figlio per amore del tenente
        Vronskij e si buttò sotto un treno quando credette di aver
        perso quell'amore. Camille Claudel impazzì per Rodin, che
        non mosse mai un dito per lei.
        E io continuo a lasciare messaggi quotidiani sulla segreteria
        di Iain, ma se lui me lo chiedesse, smetterei di farlo e non lo
        chiamerei più. E non mi viene in mente una prova d'amore
        più grande, perché penso a lui di continuo.  (…)


                Lucia  Etxebarrìa     da   Amore, Prozac e altre curiosità 

GIUDITTA

 
 



Il Signore Onnipotente li ha rintuzzati
per mano di donna!
Poiché non cadde il loro capo contro i giovani forti,
né figli di titani lo percossero,
né alti giganti l'oppressero,
ma Giuditta, figlia di Merari,
con la bellezza del suo volto lo fiaccò.
Essa depose la veste di vedova
per sollievo degli afflitti in Israele,
si unse con aroma il volto,
cinse del diadema i capelli,
indossò una veste di lino per sedurlo.
I suoi sandali rapirono i suoi occhi,
la sua bellezza avvinse il suo cuore
e la scimitarra gli troncò il collo.

      
                Giuditta  16, 5-9

lunedì 2 luglio 2018

SCRIVIMI

  

                                            
                                  L' amore non è faccenda per gente sana…



TENERSI FRA LE LABBRA

Niente è più religioso di questo
tenersi tra le labbra,
chiamarsi per nome, guardare
il luccichio di un improvviso
smarrimento, un balbettìo, il
raggio di una promessa.

Rendere le orecchie aguzze come lupi
affamati, perché di questo
si tratta: di fame chiara.

Così tu ora mi tieni tra le labbra.



                                                                     ***


PICCOLI MORSI DELL' AMORE CANNIBALE

Vieni, diceva con la voce intinta
nel più profondo miele, vieni che ti
sbrino il cuore, ti sciolgo
questi ghiacci eterni, ti lancio
l'autostima in orbita, in eccesso
di erezione l'ego, ti titillo
la vanità. E intanto pregustava
il sangue come un trofeo di caccia,
uno stendardo, e affilava la lama.
Perché l'amore non è faccenda
per gente sana: t'insinua l'illusione
della felicità da bere a sorsi
ma poi ti atterra, ti divora a morsi.


                                                                    ***


UN PICCOLO FUOCO

Scrivimi.

Mandami un piccolo fuoco,
una striscia di cielo
una schiera
di sillabe,
un itinerario veloce, matite,
i tuoi confini, una mappa.

Scrivimi.

Uno spartito di adagi
e silenzi
il sapore di luce
dele parole,
la distanza di un gatto, il mare,
il perimetro dello sguardo.

Un assaggio, un graffio
di solitudine pungente
come la pioggia alla fermata degli autobus,
un calendario propizio, il fruscìo
del vestito, una lampada,
un pettine, confondimi
in un labirinto di luci.

Vedi,
mi aggrappo ai dettagli, annaspo
in un'ansa di vuoto,
smarrisco dicembre, dimentico
i pomeriggi in città,
le finestre.

Ma tu rovescia il mio buio, affrettati
a esistere.

Scrivimi.



             Paolo Polvani         da      Fame  chiara




domenica 1 luglio 2018

LA CARNE QUANDO E' SOLA




                             Non vedi come fanno gli animali quando vanno a morire lontano…



Non era venuto nessuno
aveva atteso per ore
il telefono non aveva suonato
il cuore si era precipitato
aveva riversato sul corpo
il dolore e ogni organo
ora martellava per
riempire il vuoto.

                                                                   ***

Annaffiare l'odio lucidarlo
carezzarlo cullarlo nel corpo
medicare la ferita inferta
con l'acido e l'aceto
pungere per il torto urtare
con il torto riportare
la piaga sul corpo.


                                                                      ***

Lo infastidiva ogni giorno di più
la vita non era tutto quel disperare
quel girarsi da una parte all'altra
per Dio! Bisognava scavare una piccola
tana non vedi come fanno gli animali
quando vanno a morire lontano?
Si accucciano non si fanno vedere
nascondono agli altri il dolore
gli esseri umani non hanno dignità
neanche un briciolo di decoro.



           Vera Lucia de Oliveira    da    La carne quando è sola


IL CORPO DEL SILENZIO





               Impara ad accendere fuochi che ripetano sulla terra il volto delle  stelle…



Sa cosa vuol dire ricomporre il silenzio dilaniato da parole deflagrate con spietata crudezza o molestato da un silenzio avverso, nemico del silenzio buono che chiama al profondo dell'ascolto, al chiaro della redenzione. Lo sa lei, divisa in media ed estrema ragione, lei rimanente del tutto che l'accoglie. Così si affida alle parole come un sogno si affida alla realtà.


                                                      ***


La speranza prevede abbandoni difficili, lo scavo di abissi lungo sentieri illuminati dalla lungimiranza. Si serve della qualità evangelica della luce per portare altrove il male; lo porta dove è altro male così- senza identità - si confonde; reso innocuo, muore.
Lui la guarda senza capire e la notte dorme, mentre lei - prudente  e furtiva - veglia su un giaciglio di parole insidiate da un silenzio orecchiabile - le conduce a dottrina dai suoi sogni.


                                                   ***


Li abbracciano. I sommozzatori abbracciano i corpi degli annegati per riportarli in superficie e lei abbraccia le parole vive nel fondo marino del suo corpo contro il loro corpo gonfio di silenzio. Le porta a galla perché sulla pagina cantino al mondo la lucentezza delle tenebre e com'è giusto il nostro essere temporali e come è perfetta l'equazione di vita e di morte per noi numeri complessi nel moto relativo dell'esistenza.


                                                                ***


Vede il silenzio salire dalle radici delle parole e percuoterle, percuoterle perché possano risuonare meglio dentro ciò che non sanno, dentro il buio delle cose e dei cuori senza più attitudini. Vaglia tutte le prove sufficienti a suggerire che Dio possa essere un numero che batte il tempo al nostro respiro.



                                                             ***


Sosta a lungo nel farsi luogo della parola. Impara ad accendere i fuochi che ripetano sulla terra il volto delle stelle - un loro tratto almeno - e siano di ristoro allo sforzo di perdurare che ogni cosa ed essere compie. Insegna al pensiero l'uso domestico e quotidiano del silenzio, il suo mutare di sostanza attraverso la liquida sonorità dell'inchiostro.



    
   Lucianna  Argentino   da     Frammenti di autobiografia postuma




LA RESTITUZIONE 1

 
 
     
                                                           " La Vita che mi hai ridato
                                                              ora te la rendo
                                                              nel canto".

                                       ( David Maria Turoldo in  Canti Ultimi )


                            
                                 " Io voglio solo poter rendere centuplicato
                                    tutto quello che ricevo giorno per giorno"

                                           ( Cristina Campo da  Lettere a Mita )



                         " E' solo quando si è a corto - di tenerezza o di 
                            qualsiasi altra forza - che se ne riconosce             
                            l'inesauribilità. Più diamo, più ci resta.
                            Dilapidando arricchiamo. Sanguiniamo.
                            Ed eccoci fonte viva "

                                       ( Marina Cvetaeva da  Notti fiorentine )     

Ci sono momenti in cui ci si sente di restituire non per obbligo, per dovere, per colpa, ma perché si riconosce che ciò che si ha è il frutto di ciò che si  ricevuto; che ciò che si possiede è stato generato assieme, in relazione con gli altri. Si restituisce per riconoscenza, per gratitudine, mettendo a disposizione ciò che si ha e che si è : competenze, tempo, cura, denaro…
L'atto gratuito della restituzione costituisce la comunità e sostiene il bene, nell'imprescindibile conflitto con le debolezze e le sopraffazioni umane. La restituzione è il modo per inserirsi gratuitamente - per grazia - nel flusso incessante del dare e ricevere, che è il movimento della vita.


(…) E' la consapevolezza di essere in relazione, e quindi di ricevere
      e dare continuamente, che spinge e motiva a restituire, a ridare
      tutto o in parte ciò che si è avuto,a rimettere in gioco le proprie
      risorse, ciò che si è e ciò che si ha.
      La molla vera di ogni restituzione è la riconoscenza.
      Si restituisce perché si è riconoscenti di essere parte di uno o
      più circuiti di relazioni in cui si è avuto e si dà continuamente
        La restituzione è un atto libero proprio perché si basa sulla
      ri- conoscenza, un sapere nuovo che porta a vedere l' Altro e
      se stessi da un inedito punto di vista: è un conoscerlo e
      conoscersi di nuovo. La ri- conoscenza è la presa d'atto di
      essere in relazione e quindi di aver ricevuto e di continuare a
      ricevere. Perché è nell'Altro che noi conosciamo noi stessi,
      come noi riveliamo l'Altro a sé. Nella conoscenza si riverbera
      la possibilità - consentita più volte nella nostra vita - di ri-
      nascere, di farsi nuovi.
      Anche la nostra libertà si fonda sullo sfondo degli altri: parte
      da una differenziazione. Solo riconoscendo questo abbrivio
      si può essere realmente liberi. Solo riconoscendo l' Altro, solo
      essendo riconoscenti, si è pienamente consapevoli di sé,
      comproprietari della propria pienezza.
      La consapevolezza che siamo esseri in relazione, porta a
      riconoscere, a conoscere nuovamente, qualcosa che si è già
      provato: la dipendenza come limite costitutivo della nostra
      vita. E' questa ri- conoscenza,  rimemorazione della dipendenza
      originaria dei genitori , che ci muove fiduciosi verso gli altri,
      che ci fa sentire in debito non obbligante, vale a dire in
      relazione tra-di-noi.
      La riconoscenza è una conoscenza nuova di noi e degli altri,
      una presa d'atto dell'interdipendenza che ci arricchisce. (…)


               Carlo  Penati  da     La Restituzione ( Saggio breve )

LA RESTITUZIONE 2

 

(…)La restituzione origina dunque dalla gratitudine,che è memoria
     di un bene ricevuto. E' grazia, gratuità, riconoscenza della
     relazione imprescindibile che ci forma e ci nutre: comprensione
     di sé come parte di un sistema di relazioni, ricomprensione di sé
     e degli altri come inestricabilmente collegati.
     La gratitudine è l'anima più profonda del dono gratuito, non
     mutuo, non " contrattuale", mentre il dono non gratuito
     presuppone, anzi pretende, il contraccambio.
     La gratitudine è priva di valore economico proprio perché non è
     scambiabile: nel momento dello scambio perderebbe infatti la
     propria peculiarità di essere gratuita, restituzione libera,
     riconoscenza - appunto -,  e non solo sapere nuovo, ma atto
     generativo, creativo. In questa dinamica, critico è non solo il
     dare - che rischia di obbligare, vincolare più o meno
     intenzionalmente il ricevente -, ma anche il ricevere. Si può
     ricevere senza sentirsi obbligati a contraccambiare, a dare
     almeno nella stessa misura? .Sì, se pensiamo che è dalla nascita
     che riceviamo incessabilmente, che ci costituiamo - appunto -
     nella relazione. Ci si può sentire grati non obbligati,  grati di un
     dono gratuito.
     L'obbligo di restituire attiene ai sistemi di tassazione, a un
     calcolo preciso di quanto vale ciò che si è costruito e ricevuto.
     La gratitudine, in quanto priva di calcolo, si basa su un'
     intuizione, su una percezione positiva di sé e dell'Altro. La
     gratuità si può solo accogliere quando ci si propone.
     Si può dunque ricevere senza sentirsi obbligati verso chi dà ?
     Sì, nella misura in cui ci si è abituati a dare senza pretendere,
     senza cioè definire gli atti conseguenti propri e altrui, senza
     voler determinare - in forza del potere di un dono - sé e gli altri;
     sì, nella misura in cui ci si è aperti agli accadimenti, senza
     ricondurli esclusivamente alle proprie ragioni; sì nella misura
     in cui si è mentalmente ( e spiritualmente ) in ricerca, cioè
     scettici. " Levinàs ridefinisce la ragione proprio come questa
     possibilità di ricevere, sovvertendo questa sua pretesa
     sovranità". Si può ricevere con gratitudine nella misura in cui
     si è in grado di dimostrare - dando e ricevendo - che si è
     interessati ad un bene comune, ad  aumentare il proprio
     reciproco interesse, a privilegiare la propria e altrui felicità.
     La felicità ( star bene nel mondo ) " rompe" il tempo, inserisce
     una frattura nello scorrere ininterrotto delle cose, rendendolo
     indifferente: allontana da noi l'angoscia dello spreco del tempo,
     sospende la sottrazione irrecuperabile che ci divora.
     Lo stare bene con se stessi e con il mondo non rimanda ad altre
     aspettative inesauste - perché sempre deluse - e non chiede
     altro tempo se non quello che si vive. E ci rende più liberi.
    
    Ci si sente liberi perché si è ricevuto e si riceve molto, perché si
    è riconoscenti alla vita.
    E' il riconoscimento della non autosufficienza al alimentare il
    desiderio di libertà .  (…)


              Carlo  Penati  da     La Restituzione ( Saggio breve )